Exitus

Disposta alla commozione. Da qualche giorno in qua, noto adesso e scrivo subito – evidentemente mi sembra così rilevante per me da non lasciarmelo scappare – mi capita di piangere davanti a qualche notizia che sa di forza e di dolore estremo, di morte e di amore – che detto così sembra il solito topos tragico e sentimentaloide e invece, qui, io lo voglio intendere come bellezza della dignità. Mi sono appena commossa, ad esempio, proprio un attimo fa (vabbe’, non ho mica pianto eh, non per questo, solo un poco di benefico friccicore al core), a scoprire, seppure in ritardo, la lettera d’amore che Moresco aveva scritto agli occhi di Liz Taylor. Ma costa poco, anzi niente. Mentre questa faccenda della dignità e della sua bellezza preziosa ha raggiunto attualmente costi altissimi, è merce assai rara e di enorme valore che assai pochi si possono pemettere e, sbaglierò, ma mi sembra che il suo prezzo sia pagabile ormai solo dai vecchi.  Va da sè, lo sappiamo purtroppo assai bene: pochissimi pure fra i vecchi quelli  in grado di pagarne il prezzo, tanto più se così impotenti da confidare in nient’altro che nel denaro.

L’uomo era stato partigiano. L’uomo era stato maestro. L’uomo ha amato a lungo, per decenni e decenni, la moglie, la figlia e molti molti cani.  L’altro ieri, nell’appartamento signorile davanti al quale sono passata per tanti anni  fra il vecchio cinema e i ricchi giardini, quell’uomo ha compiuto la sua ultima azione di una guerra di liberazione e d’amore durata tutta la vita. Su fogli di carta di una risma nuova ha lasciato scritta la sua ultima lezione, preparata da settimane in ogni dettaglio perchè tutto andasse bene e nessun particolare fosse lasciato al caso. La immagino, la sua scrittura. Rotonda e chiara, come quella lasciata col gesso sulla lavagna per i piccoli che un tempo accompagnava a scoprire la libertà degli alfabeti. Immagino la sua attenzione, delicata e precisa, dolorosa e compresa dell’altezza dell’Ananke, come quando prendeva la mira con la mitraglia da dietro il riparo di un cespuglio in montagna.  Immagino il suo vecchio cuore, esercitato alla paura e alla determinazione, al dolore e alla lucidità, conscio sopra ogni cosa del valore del futuro degli altri.  Con gesti forti, necessari e terribili –  necessariamente e terribilmente ripetuti più volte perchè la forza, ormai, aveva lasciato da anni il suo corpo per rifugiarsi, compressa e memore, tutta quanta solamente nell’animo, ha liberato la sua compagna di una vita, il loro cane e se stesso dalla servitù e dalla tirannia. Si dice: “l’ora suprema”.  Quanta retorica. Però, se penso a lui, vedo passare il tempo nelle lancette , tutto il tempo che gli ci è voluto, immagino, per impegnare tutto se stesso a liberare le ossa deformate, annientare l’Alzheimer, riscattare fino in fondo la miseria dell’umiliazione. Chissà se, in quell’ora, ha rivissuto la guerra e l’orrendo strazio che è costata la libertà. Chissà se è riuscito a pensarsi ancora giovane, per raccogliere la forza di costringersi ad andare fino in fondo. Si dice: “la forza della disperazione” e io non so, non conosco niente che le si avvicini. Nella mia ignoranza del mondo mi sembra che certi gesti si possano compiere solo se si ritrova ciò che ci ha fatto  giovani, la speranza.

Ma forse me la racconto a questo modo solamente perchè, da qualche giorno – saran gli ormoni, va’ a sapere -, mi sento così, disposta alla commozione.

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Omepatica

Tornare a scrivere. Solo qualche linea, di nuovo, ogni giorno. Scacciare il disgusto col disgusto. E’ possibile? Ha senso?

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Enterprise

Grande silenzio, qui. Il mondo dei blog è in contrazione. Tutto va giù veloce per l’autostrada FB e chi discute della Grande Trasformazione ne fa un problemino salottiero purparlè, la sera dopo il cinema. Riprendere la parola è sempre più difficile quanto più stringente si fa l’urgenza di agire, di rendere la parola davvero prassi efficace, non rumore, non vaniloquio, non inconsistenza. Ho un lavoro di parola, lavoro con la parola, per mezzo di. L’impegno a renderla efficace per tutto il tempo dell’oper-azione mi prosciuga, al punto che, poi, varcata la porta a vetri, superato il cancello, non riesco più a parlare del mio lavoro. Ci ho provato varie volte, qui dentro e, poco tempo fa, anche qui. Forse, mi sono detta, se usassi il blog per mostrarne qualche spiraglio, chissà.

Domani prima prova di scrittura in quarta. Si segue la falsariga dell’esame di stato, ovviamente. Si punta verso il bersaglio finale. Illusorio e necessario allo stesso tempo. Domani due ore, più un’ora il giorno dopo, forse, se avranno finito di fare le elezioni per i rappresentanti del consiglio di classe. Veramente, non sarebbe regolare farli eleggere in quattro e quattr’otto per farli scrivere il resto dell’ora. Ma i decreti delegati sono del 1974 e più nessuno lo sa nè a nessuno più importa saperlo. Riti stanchi e, se presi sul serio, ridotti a una ottusa e protocollare burocrazia. Nessuna riforma scolastica ci ha più messo mano. Mi vengono in mente i fazzoletti da naso di tela: tutti li abbiamo in un cassetto e, qualche volta, capita di usarli, magari come straccetto d’occasione, ma è ovvio che si va di carta e non se ne discute più. Ecco, gli istituti dei DD sono come i fazzoletti di tela.

Dunque: moltissimi dicono ancora: tema. Tutte le volte a spiegare che no, non è così. Ma qui è più pratico lasciar perdere.

Dovrebbe servire a verificare. Nonostante sia improbo io mi ostino a farci “politica” attraverso, alla faccia della Gelmini e del pensiero (del non-pensiero) dominante. Avanzo nello spazio interstellare con l’Enterprise. D’altronde, quest’anno si fanno il Sei, il Sette e l’Ottocento, in storia e in italiano. Va assolutamente sfruttata l’occasione di dissodare a fondo, arare, seminare. Non ho resistito alla tentazione, stamattina, parlando del Re Sole e di Versailles, della gabbia dorata dell’aristocrazia parassita e depotenziata, di infilare  dentro al suono della campana del cambio d’ora le parole “Palazzo Grazioli” e “Villa Certosa”. Tant’é.

Ecco su cosa dovranno sudare, domani.

PROVA DI ITALIANO

Svolgi la prova, scegliendo una delle tipologie proposte.

TIPOLOGIA B – REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE

(Puoi scegliere uno degli argomenti relativi agli ambiti proposti)

CONSEGNE Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano. Se scegli la forma del “saggio breve”, interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio. Da’ al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro). Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo. Se scegli la forma dell’ “articolo di giornale”, individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo ‘pezzo’. Da’ all’articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro). Per attualizzare l’argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo). Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

AMBITO SOCIO-ECONOMICO

ARGOMENTO: Sistema economico mondiale e schiavitù vecchie e nuove.

DOCUMENTI

  1. La schiavitù è un fenomeno antichissimo. […] L’Atene dell’età classica, ad esempio, modello eccelso di civiltà e democrazia, non sarebbe esistita senza il supporto economico garantito dal lavoro degli schiavi, che ammontavano al 30-40% della popolazione totale. Anche l’economia del mondo romano si basava sul lavoro degli schiavi, il cui numero al tempo dell’impero crebbe enormemente. F. CEREDA, V. REICHMANN, Le sfide della storia, Vol. 1, tomo B p. 323

2.

3. Ma per grande che sia il guadagno, che queste tre specie di derrate [oro, avorio, cera] apportano agl’Inglesi, il vantaggio ch’eglino ne ricavano, non si accosta neppure a quello che loro arrecano i Negri, i quali prendono su il fiume Gambia, nella costa dell’Oro, ed in altre Scale, ove trafficano. Il numero di questi Schiavi che trasportano nell’America, sì per le colonie Inglesi e Francesi, come per servizio degli Spagnuoli, si suppone che ordinariamente monti, quando il Commercio non è interrotto, a trenta o quaranta, ed anche cinquanta mila per anno. […] L’utile che i Negri apportano, non si restringe solamente a quello che si ricava dalla vendita di quelli Schiavi. Loro si deve attribuire tutto il denaro che le produzioni naturali della Colonie Inglesi nel nuovo Mondo, fanno entrare in Inghilterra, o che impediscono di uscire; e ‘l giro che cagiona in questo Regno il Commercio, che esercita colle sue Colonie. “ ( testo di ANTONIO GENOVESI, che traduce nel 1757 un trattato di commercio dell’inglese John Cary)

4.

5.

Rosarno si è svuotata, la “cacciata dei negri” ha avuto successo, con buona pace di quella turba anonima di cittadini che ha vomitato il proprio razzismo sulla disperazione e sullo sfruttamento dei lavoratori migranti. Gli aranceti, quest’anno, non avranno più mani africane a raccogliere arance e mandarini a 25 euro al giorno, senza garanzie, in mano a caporali e mafiosi, senza guanti e stivali, in mezzo all’acqua ed al freddo. Gli unici rimasti sono i nordafricani, che adesso lavorano alle stesse condizioni e spesso anche per metà paga, e i rumeni, gli europei dell’est. I migranti dalla pelle nera (ghanesi, gambiani, ivoriani, maliani, senegalesi, ecc.) sono andati via, hanno scelto di mettersi in viaggio verso altri luoghi, verso altri “padroni” pronti a sfruttare il loro bisogno di lavoro. Roma, Milano, Napoli, Foggia, Brescia, Siracusa, ognuno ha scelto la propria destinazione, in base a ciò che già conosce o a ciò che gli viene suggerito. Perché non c’è tempo da perdere: la stagione agricola continua e, dopo Rosarno, c’è da pensare ad altre colture, ad altri cicli.

A Cassibile, frazione agricola di Siracusa, da fine febbraio a giugno ci sarà la raccolta delle patate, dei fagiolini e delle fragole. Ci sono campi che attendono braccia forti e sguardi stanchi, ci sono caporali che attendono i loro schiavi a cui sottrarre 10-15 euro al giorno, ci sono i datori di lavoro, i proprietari terrieri, che con la scusa della crisi pensano di giustificare uno sfruttamento inaccettabile, in nome di un settore agricolo “dimenticato dallo Stato”, consueta irritante lamentela di chi, ipocritamente, finge di non sentire il puzzo della propria coscienza e il peso della propria responsabilità.

Sono invisibili, masse di invisibili che scompaiono per dieci o dodici o quattordici ore dietro gli alberi, tra le colture, in mezzo ai terreni agricoli, per poi riapparire la sera, ai bordi della strada, sfiancati, avviliti, ma pronti a ricominciare, perché domani è un’altra giornata e non ci si può fermare, perché bisogna vivere e mandare qualche soldo in patria. Sono invisibili che, alle 3 o 4 di notte, si ritrovano nella piazza centrale di Cassibile per essere “scelti” dai caporali: “Tu oggi lavori, tu no, tu sì, tu no”. Una parola, una decisione inappellabile (se non a rischio di beccarti ceffoni e pugni) che stabilisce se oggi guadagni da schiavo oppure stai fermo, sempre da schiavo, in una frazione di 5800 abitanti che, di giorno, ti guardano male quando passi in quella stessa piazza dove la notte ti usano per il loro profitto   (M.PERNA, 2 febbraio 2010, in www.liberainformazione.org

AMBITO TECNICO-SCIENTIFICO

ARGOMENTO: Sensate esperienze» e «dimostrazioni certe»: la nascita della scienza moderna.

DOCUMENTI

  1. «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.»
    G. GALILEI, Il Saggiatore, 1623

2. “La tesi che intendo sviluppare è che il calmo sviluppo della scienza ha virtualmente dato un nuovo stile alla nostra mentalità, così che modi di pensare eccezionali in altri tempi sono ora diffusi in tutto il mondo civile. Ma il nuovo stile ha dovuto progredire lentamente per vari secoli tra i popoli europei prima di sbocciare nel rapido sviluppo della scienza, che quindi, con le sue sempre più esplicite applicazioni, lo ha ulteriormente consolidato. “A. N. WHITEHEAD, La scienza e il mondo moderno, 1926

3.«…fare della fisica nel nostro senso del termine…vuol dire applicare al reale le nozioni rigide, esatte e precise della matematica e, in primo luogo, della geometria. Impresa paradossale, se mai ve ne furono, poiché la realtà, quella della vita quotidiana in mezzo alla quale viviamo e stiamo, non è matematica…Ne risulta che volere applicare la matematica allo studio della natura è commettere un errore e un controsenso. Nella natura non ci sono cerchi, ellissi, linee rette. È ridicolo voler misurare con esattezza le dimensioni di un essere naturale: il cavallo è senza dubbio più grande del cane e più piccolo dell’elefante, ma né il cane, né il cavallo, né l’elefante hanno dimensioni strettamente e rigidamente determinate: c’è dovunque un margine di imprecisione, di “giuoco”, di “più o meno”, di “pressappoco”…Ora è attraverso lo strumento di misura che l’idea dell’esattezza prende possesso di questo mondo e che il mondo della precisione arriva a sostituirsi al mondo del “pressappoco”.»
A. KOYRÉ, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Torino, 1967

4. «L’interrogazione della natura ha preso le forme più disparate…La scienza moderna è basata sulla scoperta di una forma nuova e specifica di comunicazione con la natura, vale a dire, sulla convinzione che la natura risponde veramente all’interrogazione sperimentale…In effetti, la sperimentazione non vuol dire solo fedele osservazione dei fatti così come accadono e nemmeno semplice ricerca di connessioni empiriche tra i fenomeni, ma presuppone un’interazione sistematica tra concetti teorici e osservazione…Arriviamo così a ciò che costituisce secondo noi la singolarità della scienza moderna: l’incontro fra tecnica e teoria…Il dialogo sperimentale con la natura, che la scienza moderna ha scoperto, non suppone un’osservazione passiva, ma una pratica. Si tratta di manipolare, di «fare una sceneggiatura» della realtà fisica, per conferirle un’approssimazione ottimale nei confronti di una descrizione teorica…La relazione fra esperienza e teoria viene dunque dal fatto che l’esperimento sottomette i processi naturali a un interrogatorio che acquista significato solo se riferito a un’ipotesi concernente i principî ai quali tali processi sono assoggettati.»
I. PRIGOGINE e I. STENGERS, La nuova alleanza, metamorfosi della scienza, Torino, 1981

5. «Viviamo in un mondo che ci disorienta con la sua complessità. Vogliamo comprendere ciò che vediamo attorno a noi e chiederci: Qual è la natura dell’universo? Qual è il nostro posto in esso? Da che cosa ha avuto origine l’universo e da dove veniamo noi?…quand’anche ci fosse una sola teoria unificata possibile, essa sarebbe solo un insieme di regole e di equazioni. Che cos’è che infonde vita nelle equazioni e che costruisce un universo che possa essere descritto da esse? L’approccio consueto della scienza, consistente nel costruire un modello matematico, non può rispondere alle domande del perché dovrebbe esserci un universo reale descrivibile da quel modello. Perché l’universo si dà la pena di esistere?…Se però perverremo a scoprire una teoria completa, essa dovrebbe essere col tempo comprensibile a tutti nei suoi principi generali, e non solo a pochi scienziati. Noi tutti – filosofi, scienziati e gente comune – dovremmo allora essere in grado di partecipare alla discussione  del problema del perché noi e l’universo esistiamo. Se riusciremo a trovare la risposta a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana: giacché allora conosceremmo la mente di Dio». S. HAWKING, Dal Big Bang ai buchi neri, 1988

AMBITO STORICO – POLITICO

ARGOMENTO: La necessità storica che il potere sia sottoposto al vincolo delle leggi.

DOCUMENTI

  1. [Le leggi] sono sopra di voi, signore, e invero vi è anche qualcosa che è sopra di esse, e che ne è il padre e l’autore, e questo è il popolo d’Inghilterra. Infatti, signore, siccome è lui che, da principio, sugli esempi degli altri Paesi, s’è scelto per sé questa forma di governo per amore della giustizia, essa s’amministri in modo tale che la pace possa conservarsi, egli ha perciò, signore, dato delle leggi ai suoi governanti conformemente alle quali essi devono governarlo, a condizione, tuttavia, che se dovessero risultare difettose e pregiudizievoli per il pubblico, egli avrebbe un potere riservato e innato in lui di cambiarle ove giudicasse che ve ne sia bisogno. Alcuni del vostro partito, signore, hanno giustamente detto che un re non ha eguali nel suo regno. Anche la Corte vi concederà che, mentre siete re, non avete eguali in un certo senso, poiché siete più importante di qualunque vostro suddito, ma sosterrà altresì che siete minore d’essi tutti insieme […]

dagli Atti del processo a Carlo I Stuart, 1649

2. […] il Bill of rights rappresenta il modello di quel particolare equilibrio tra potere del re, limitazione di esso sulla base di un testo “costituzionale” e poteri del parlamento che va sotto il nome di monarchia costituzionale (e poi parlamentare). Il valore dei principi stabiliti nel Bill of rights non è confinato però alle monarchie. Ritroviamo alcuni di essi anche nelle costituzioni repubblicane come per esempio quella italiana del 1948, attualmente in vigore. Nell’art. 1 della Costituzione, si afferma per esempio che la sovranità (in questo caso del popolo) si esercita nelle forme stabilite dalla Costituzione. Anche ora che la sovranità appartiene al popolo, infatti, non è venuta meno l’esigenza […] di regolare e porre limiti all’esercizio del potere; e ciò soprattutto dopo la tragica esperienza di regimi del Novecento come fascismo, comunismo staliniano, nazismo […]

AA.VV. Passato Presente, vol. 1, pag. 442

3. […] “un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni; obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non diventa servo degli uomini”.

.J. ROUSSEAU, Lettres écrites de la montagne, trad. it in Scritti politici, Torino 1979

4. Professor Viroli, partiamo dalla «libertà dei servi», il titolo del suo libro, a cui lei oppone quella dei cittadini. Qual è la differenza?

Il  concetto di libertà dei servi ha una lunga storia nel pensiero politico, antico e moderno. Abbiamo la libertà dei servi quando gli individui sono sottoposti al potere arbitrario o enorme di un uomo. Perché se sei sottoposto al potere arbitrario ed enorme di un uomo che può fare ciò che vuole non sei libero come cittadino, ma hai la libertà dei servi, che consiste spesso nel poter fare ciò che vuoi, ma sempre sottoposto alla volontà di qualcun altro. La libertà del cittadini è diversa, non è sottoposta al potere arbitrario o enorme di un uomo, ma soltanto alla Costituzione, alle leggi e ai principi morali. Tutto questo si intende bene se consideriamo una frase di Cicerone: “La libertà non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto”. […]

Dunque quando si smette di essere cittadini e si diventa sudditi?

«Non parlerei tanto di sudditi, quanto proprio di servi, perché la sudditanza dipende dalla forza, mentre la servitù è costruita sulla persuasione… Ad ogni modo la libertà del cittadino termina nel momento in cui all’interno della res publica si forma un potere arbitrario o enorme, come dicevamo. Ma bisogna aggiungere che è del tutto irrilevante chi abbia tale potere, e neppure conta come venga utilizzato. Il problema è la semplice esistenza di un potere, che imponendo la propria volontà fa sì che non si possa parlare più di libertà dei cittadini, ma di libertà dei servi. È importante avere chiaro che, come hanno sempre sottolineato gli autori di commedie nella Roma antica, i servi sottoposti al potere di un uomo possono essere felici, e spesso lo sono, perché sono in condizioni di fare più o meno ciò che vogliono. Ciò nonostante, il semplice fatto di essere sottoposti a un potere non li rende liberi nel senso della libertà del cittadino. “

Da un’intervista a MAURIZIO VIROLI, docente di Teoria politica all’Università di Princeton, e autore del libro La libertà dei servi, 2010

TIPOLOGIA D: TEMA DI ORDINE GENERALE

La violenza lacera quotidianamente la società, circonda la nostra vita, coinvolge la nostra coscienza, sollecita la nostra riflessione morale, culturale e politica. Nella tua esperienza giovanile non avrai certo mancato di interrogarti su questo aspetto drammatico della società del nostro tempo e di maturare personali considerazioni.

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Golpe 3.0

C’é una tale sproporzione fra dati cause pretesto da una parte e accanimento impegnativamente persecutorio dall’altra che la situazione è divenuta abnorme e monstre. Tanti si scazzano e minimizzano: ma che c’importa di un appartamentino, ma che ci frega di due politici egolatri che si scannano?

Con tutte le angosce reali in cui siamo immersi fin sopra i capelli, pare davvero insensato questo stare appesi all’attesa di videoconferenze, a cartacce caraibiche, a spy stories di quart’ordine, a figuranti improbabili,  a comprimari  di vicende squinternate che, se fosse un romanzetto inviato a una casa editrice, il lettore di turno avrebbe già scaraventato il manoscritto fuori dalla finestra. Prendi solo il fatto che, a pag. 7, appare uno che fa il direttore dell’Avanti!, anzi no, ne è proprio il padrone, ma solo da quando un premier di destra di un significativo paese mediterraneo, componente del G8, si è comprato il giornale e, non sapendo che farne, lo ha regalato proprio a lui, a questo giovanotto che però, da parte sua, fa il commerciante di pesce in Brasile. Scrash! Gulp! Come far rivoltare in un colpo solo Nenni Pertini e Ian Fleming tutti quanti insieme nella tomba. O lo scrittore è un cretino, e le circostanze in cui il romanzo è stato scritto lo escludono, o è un pazzo. Il che è più probabile ma fortemente inquietante. I folli col potere di scrivere la storia vanno bene per una tragedia shakespeariana da vedere a teatro, molto ma molto meno catartico trovarseli fra i piedi nella realtà.

Il fatto è che questa trama delirante e mal congegnata ben rappresenta i cascami della Storia sopra un pianeta stretto, globalizzato, attraversato da flussi di denaro, aerei e bytes.  Restano fissi i luoghi dell’avventura, datosi che, per adesso, sempre e solo questa Terra abbiamo per riscrivere le nostre storie: nei secoli dei secoli romanzeschi, sul Mediterraneo si affacciano i principeschi potentati e ai Caraibi ci stanno i pirati. Solo che adesso si naviga nel web. Sebbene non solo, naturalmente.

E i cattivi che fanno? Dopo aver messo le mani sul tesoro vogliono il potere, ovcors. Tutto quanto e ancor di più. Ma nell’età del 3.0 (o non siamo già al 4?) non è più tempo, non si dice di scimitarre daghe e cannoni che sparano da babordo e tribordo, ma nemmeno di carri armati e fortezze volanti. Non si gettano manipoli a bivaccare in aule sorde e grigie, non si incendiano parlamenti, non si spara dentro a case rosade. Niente di così greve e materiale e lento nell’età della leggerezza veloce e immateriale. Definitivamente saltate in aria le stazioni e caduti i muri di pietra, nel Vecchio Continente che conosce il cambiare della Storia non c’è neppure bisogno di voli tragici ma ancora troppo pesi che vanno a infrangersi nel liquido del mare o nella trasparenza alta del vetro. Qui da noi i golpe si fanno sul venticello leggero della calunnia, che adesso si chiama gossip e brucia alla temperatura della carta oppure si fa pixel su schermi lontani, su teleschermi.  Perché di questo si tratta, di un golpe. Postmoderno e telematico, col sapore da chewing-gum dell’esotico da viaggio-premio-tutto compreso all’acquisto di un gratta e vinci.

Non si mette in campo un romanzo popolare del genere, un new model army di tali proporzioni per liberarsi di un uomo, di una persona, e neppure di  altre trenta. Qui ci si vuole liberare di un’istituzione. Fatta fuori la Presidenza della Camera, ovvero il Parlamento, sarà la volta della Presidenza della Repubblica.

Sbagliato minimizzare: sono i mezzi ad essere minimi e banalmente piccoloborghesi (appartamentini in borghi principeschi seppur privi di vista mare, commercianti di pesce congelato, cognati col ciuffo da fumetto, ministri neri da corrierino dei piccoli, ex dirigenti di football club di provincia), il fine resta sempre quello, il Principato.

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L’armistizio

L’anziano racconta in televisione il suo 8 settembre, all’ora di pranzo su Rai3. E’ stato ufficiale e poi è stato prigioniero. E’ così pieno il suo racconto, così pieno, nudo e ricco. Dentro lo studio tv e in cucina tutti ascoltiamo attenti, noi grandi consapevoli, i giovani, anche se ormai pure loro molto grandi, solo commossi. Quello lì avrà la mia età, dice mia madre che ha già mangiato, a me, che mangio, dopo la scuola, il pollo e patate che mi ha preparato. Fra noi due è mia madre la badante. Guarda, come se fosse adesso. Era verso sera, beh, no, non proprio, la tarda bassora. Con la sua “o” chiusa, lombarda. Tutte lì nella corte, a cantare una di quelle canzoni, quelle lì, tedesche. Com’era? C’eran tedeschi dappertutto, una cosa normale, si fermavano sempre sull’aia passando sulla statale, la corte era grande. Non mi ricordo: che canzone era? Loro mangiavano, giravano avanti e indietro. Sai, noi ragazze … Dentro e fuori la casa, sai. Facevano quello che volevano, quando arrivavano era così, la casa era loro. Mettevano la fureria, entravano in cantina, in granaio. Non è che parlassimo tanto, qualcosa, alle volte, c’erano dei bei giovanotti davvero. Era sempre così. Arrivavano. Con macchine, i carri. Con le bestie. Andavano nella stalla e prendevano il fieno. Il nostro fieno era loro. Muli, maiali, cavalli, vitelli. Si mettevano nell’aia e facevano cucina. Una volta si son messi a bollire riso e albicocche, insieme. Noi ridevamo. Quel pomeriggio lì, mi ricordo, sì insomma stavamo cantando e lì vicino era distesa una barella. Avevano scaricato barelle, tutte coperte da tele cerate. C’eravamo solo noi ragazze e loro un pochino più in là. Non è che proprio… fraternizzassimo, sai. Non era mica bello. Ma cos’è che cantavamo? Beh, a un certo punto loro, tutti a mucchio e alla svelta si sono alzati e via che cominciano a partire. Non era una cosa strana, succedeva spesso così, che magari mentre stavano mangiando tutt’a un tratto dovessero piantar lì e via, correre a impacchettare, accendere i motori e andare, tutta la carovana e magari erano cento e cento, e più. Però mai, mai, nello stesso momento in cui quelli se ne andavano erano arrivati di corsa e con le facce spaventate mio padre e il suo amico, Pirìn, il fattore, a farci segno, a urlare piano, a girare gli occhi di sotto in su per dirci di smettere, per carità di smetterla subito di cantare. Di stare zitte, subito, basta!!! Con le mani così, che si alzavano e abbassavano ma un po’ di nascosto. Me lo ricordo come se fosse adesso. Cosa ne sapevamo noi? Il perchè di tutto quell’allarme, quello spavento. Non ci hanno mica detto niente, eravamo ragazze, noi, non sapevamo di politica, gli uomini con noi non parlavano di queste cose qui. Solo dopo un po’ abbiamo sentito quella parola. Armistizio! E si vedevano, poi, i giorni dopo, in campagna passare, tutti sbrindellati e sbandati, quei ragazzi, poveretti, che si guardavano attorno, da soli, pieni di paura. Passavano in campagna, sai, nei fossi, mica sulla strada.

Ho finito di mangiare e anche la trasmissione tv è finita. Telegiornale adesso, mentre lei lava i piatti. Erano tanti anni che non lo raccontava più. Stavolta ci ha aggiunto ancora qualcosa. Di uno scappato dai treni, dai carri bestiame che rallentavano a volte passando là, nella valle, uno alto e magro, che non diceva mai niente e a cui mio nonno, alto e magro anche lui, e fascista pure, della prim’ora, aveva regalato dei vestiti. Veniva a lavorare, quello, ma non parlava mai, non diceva mai niente, non sapevamo niente, solo si capiva, dall’accento di qualche parola, che era della Bassa Italia. L’aveva preso in casa il falegname del paese e veniva lì a farci le finestre, quelle della casa a fianco al fienile, che a cercare di sistemarla, in tempo di guerra, ci voleva l’inferno a trovare i materiali.

Il tiggì è deprimente. Anche mio padre raccontava il suo 8 settembre, alle volte. I suoi vestiti borghesi presi in casa di una ragazza, con giacca e cravatta e una cartella di pelle da sembrare un funzionario che va dritto su e giù dai treni come se avesse un compito importante da fare. Ma con mia madre taccio, fumando sul balcone.

Vien fuori ancora col piatto in mano, sgocciolante. Adesso mi ricordo che canzone era! Rosamunda.

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Lavoro sporco lavoro culturale

E’ da quando, tempo fa, lessi la recensione che vorrei comprare questo libro di Edoardo Nesi del quale ignoravo quasi tutto fino a poco fa, prima di gugolare. [Ma io, dove vivo? Come faccio a non sapere così tante cose che potrebbero/dovrebbero interessarmi, per gusto, educazione, lavoro? Fra le tante paturnie, mettiamoci pure lo sgomento continuo per la mia ignoranza. Superfluo e doveroso].  Non ho ancora comprato il libro ma ieri ho letto un articolo di Nesi sulla solita Repubblica. E non avevo mica collegato, no, che lo scrittore fosse lo stesso, perché ‘sto Nesi mi scivola continuamente dai pensieri. Vabbuo’.  Ma non è questo, non è questo che. E’  che glielo potevo dire io [certo che non ci usciva un film, però], che la ggente dice sempre che la cultura, uuhhh sì, la cultura, altrochè se è importante, ma di libri non ne legge eccetera.  Ma non è questo, non è questo che. E’ quando scrive: “mi rimproveravo, perché in quelle notti lunghissime mi sembrava d’ aver sempre scritto solo minuetti, esercizi di stile più o meno riusciti, operette inoffensive e godibili da leggere all’ ombra del palazzo del Principe, quando invece potevo provare a combattere, seppur con le mie povere armi spuntate, lo stato di cose insostenibile e indegno”  che poi sarebbe il fatto che gli italiani non leggano e, aggiungo io, che non sappiano proprio leggere e, aggiungo poi, che non gliene importi un fico secco che tanto, come dicono i miei studenti, c’è tutto su Internet.

Ecco, è questo: invece potevo provare a combattere.

Anni che combatto, mi son detta e continuo a dirmi, anni di trincea ché questo è stare a scuola, e non un intellettuale, non uno scrittore che se ne accorga. Non di me, claro, ma della scuola. Come se la scuola non avesse niente a che fare con il “lavoro culturale” in cui tanti, che “lavorano” – eccome! – con le parole sono profondamente impegnati. A parole. A opere, sì. E a omissioni. Certo, ci sono pure quelli che nelle scuole ci fanno i loro giretti, le loro passerelle, non mancano gli istituti che li chiamano per la turnè che di motivi didattici per farlo ce ne sono a iosa.  E gli intellettuali, pardòn, gli scrittori,  talvolta accettano e poi si compiacciono pure di quante belle cose scoprono, di quanto gli studenti siano “più oltre”. Grazie, arrivederci, è stato un piacere. Speriamo che leggano, adesso. Potrei scrivere: che leggano i loro libri ma sarei profondamente ingiusta, gli scrittori fanno appunto il loro lavoro, le loro presentazioni, è giusto che ne sperino quel misero ritorno. Ma, appunto, il loro lavoro, culturale,  non è “scendere in trincea” e, se lo fanno, se “combattono”, se si accapigliano, se pensano alla “responsabilità dello scrittore”,  mai – sì , l’iperbolico mai va bene – si occupano della scuola anzi, dato che è degli scrittori che parlo, dello stato delle Lettere a scuola.

Poi fanno i film e i documentari e “scoprono” che davvero, della kultura alla gente non importa, che per leggere tempo non ce n’è.

E mica solo la scopre Nesi, natuerlich, l’ irrilevanza della cultura nel formarsi delle più o meno libere opinioni della stragrande maggioranza delle persone, come sa bene chi frequenta, ad esempio, Nazione Indiana. E la frequenta, l’irrilevanza di certe battaglie nonostante.

Ora si dirà che no, non è vero, e quello e questo e quell’altro insegnano pure e questo e quello e quell’altro hanno firmato antologie scolastiche e magari si sono fatti pure un pochino di mazzo vabbè.  Lo so. Non so tutto ma parecchio di questo lo so.

Ma una cosa non so. LA cosa. Perché la questione-scuola non appassioni, non sollevi questioni, non susciti  centinaia di commenti nei giornali, riviste, blog, in quelli letterari certo, visto che è di scrittori che parlo. Ma anche no.

E adesso mi do la zappa sui piedi. Perchè io stessa mi annoio se parlo di scuola, in fondo. Come mi annoierebbe sentir parlare di astrofisica. Per anni, in rete, non ho mai parlato del mio lavoro. Giusto dieci anni fa, quando in rete entrai e mi emozionai come un esploratore nel Mondo Nuovo, ero in crisi profonda con il mio lavoro, che non so abbandonare. Il discredito sociale in cui è precipitato e di cui percepivo i segni ovunque, pure in rete, appunto, mi feriva talmente da farmi nascondere. Anche fra gli insegnanti circola la battuta, quella che mia mamma non sa che faccio l’insegnante, non gliel’ho detto, lei crede che faccia la puttana (o il pappone, ladro, pusher , a scelta). Dire a qualcuno che non conosci che fai l’insegnante modifica immediatamente l’assetto della relazione, succede nella realtà 3D come in quella virtuale. L’altro si irrigidisce, a contenere una massa di emozioni contraddittorie e poco piacevoli da cui si sente investito e che, per educazione, coscienza, senso dell’opportunità non ti rovescia addosso. Un po’ di aggressività (a quanto pare tutti, a scuola, hanno avuto qualche insegnante con cui non hanno ancora fatto i conti e che tu gli ricordi immediatamente), un po’ di pietà (certo che siete messi male, veh), un po’ di vergogna di provare questi disdicevoli sentimenti proprio davanti a te che non ne puoi niente, un po’ di senso civico-politico (la scuola dovrebbe essere una priorità per ogni governo che si rispetti! ne va del nostro futuro!). Trallallà.  E queste sono le reazioni di chi “ci vuole bene”.  

[Che poi chi si fila i precari, per dire, questi morti di fame? E se non fanno audience loro, coi loro corpi stenti, da sfigati della screditata P.A., che attenzione potrebbe mai raccogliere una discussione sui contenuti della “storica riforma” che sta partendo? E sul linguaggio che ammorba le centinaia di pagine dei documenti ufficiali ?]

Ma, naturalmente, a queste “offese”  si possono contrapporre l’orgoglio, la capacità di non farsi condizionare, la passione. Ho in mente tante  persone capaci di lottare contro questa mancanza di riconoscimento sociale, contro questa deriva che trascina chi fa un “lavoro culturale” privo di luci da palcoscenico.

Ma a me tutta questa grinta individuale non basta. Non mi bastano gli interstizi e le individualità.  Il disastro socio-politico mi sovrasta.  Una perdita di serenità che è perdita di saggezza, probabilmente, la mia.  Mi viene in mente che già  anni fa avevo scritto un post su questo isolamento del lavoro culturale dell’insegnante. Cerco e scopro che sono passati solo tre anni  e che il blog è proprio questo mentre mi sembrava di ricordare che fosse quello vecchio. Rileggo e provo un moto di nostalgia. Che bella discussione cazzo! Di quelle che non ce ne sono più. Unts che mi chiedeva a chi mi rivolgevo, allora. Domanda diretta che non ebbe una risposta diretta. A noi, mi rivolgevo, a tutti. Adesso, che parlo con una voce così diversa e che mi rivolgo, nel post mica nella realtà 3D,  agli intellettuali,  sembra che sia più lucida  ma, in realtà, ci vedo ancora meno.

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Ombelichi

Mi sono tolta il casco e ho messo come gravatar (brrr!) una foto in cui ci sono io ancora nella pancia di mia madre. L’ho fatto già da qualche giorno, probabilmente negli stessi giorni o piuttosto poche settimane dopo il periodo dell’anno in cui fu scattata questa foto. Facendolo non ci ho pensato, me lo chiedo adesso: desiderio di rinascita o di regressione? Bah, probabilmente non c’è alcuna differenza e il puntiglio analitico è solo una perdita di tempo. Però, tout se tient: mi sono registrata nell’orrendo Fb , spicchio-specchio del mondo – con il mio vero nome. D’altra parte sono pure sull’elenco telefonico e l’altra sera, a portarmi la pizza a casa è stato, e la cosa non mi è affatto piaciuta, un mio ex studente. Di lui mi fido abbastanza, non così di altri ex o attuali studenti di cui è amico. Ma qualcosa vuole uscire (a fatica) per poter procedere (a fatica) nel mondo. 

[Ho appena adesso scritto la parola “ombelicale”, di là] [Tagliare il cordone ombelicale, rinunciare a identificarsi con l’omphalos, il centro del mondo, uh uh].

Mia madre ha conservato per diversi anni quel vestito bianco a pois e glielo ricordo bene addosso. Il prendisole, lo chiamava.

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In ordine

Sto mettendo in ordine i link. E’ una cosa che mi sembra senza senso, eppure la faccio. Vado in ordine alfabetico e sono arrivata alla “p”.  Non scrivo più (e leggo a malapena. Ogni tanto faccio scoperte tristi e troppo in ritardo. Tolgo i blog inattivi da anni ormai e li metto fra parentesi quadre, sotto. (Ho visto però che dovrò anche fare l’inverso, qualcuno ogni tanto riprende). Tutto questo lavorìo non solo perché non ho altro da fare – avrei sempre altro da fare. Forse mi dedico alla pulitura di queste foglie secche perché ormai da tanto non vado più a mettere in ordine la tomba di mio padre. Potrei togliere le foglie secche dal giardino, magari è più vitale, ma nel giardino volano zanzare vespe e soprattutto calabroni e a starci sola non mi fido. Oggi c’è il sole, finalmente. Questa è’ l’estate più malinconica che, a mia memoria, abbia mai passato. Più di quella di quando morì mio padre perché la morte vera non dà malinconia. Ho paura di molti dei miei pensieri. Figurarsi delle azioni.  Sono solissima e non c’è un motivo chiaro che mi riduce all’isolamento ma non rispondo nemmeno più alle mail. Però, ogni tanto, sento il bisogno di riprendere un apparente controllo. Così. Un riordino spudorato. Ieri mi son fatta tagliare un po’ i capelli, la frangia soprattutto.

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Smettere

Ho appena letto il post di tashtego ( ma si usa ancora dire “post”? e chiamare “tashtego” uno di cui tutti in rete  sanno il nome anagrafico? sono abitudini da perdere, anche queste?) sul fumo e, naturalmente, mi è venuta voglia di fumare. Sto fumando.  Eppure a questo punto sarebbe arrivato davvero il momento di smettere. Ho schiacciato la cicca nel portacenere, un tempo nemmeno troppo lontano ci avrei fatto ancora due tiri.  Scrive, lui, della prima sigaretta mattutina. Concordo. Totalmente.

E’ che il mattino è l’inizio. Smettere è la fine.

Se smetto è perchè sono alla fine. E’ questo il pensiero – sentito, non pensato – che mi impedisce, appunto, di smettere di fumare. Il pensiero pensato è più ottimista, ma è un pensiero debole. E’ l’ottimismo della ragione, non della volontà.

Pensarmi ragionevolmente cambiata, pensare il cambiamento come un altro inizio, alla mia età, mi fa ridere, anzi, sogghignare.

Smettere non per cambiare ma per rallentare l’entropia e, proprio perchè forzatamente al rallentatore, continuare a vederla, osservarla svolgersi, inevitabilmente, senza porterla mai, mai, dimenticare.

Si diceva, l’altro ieri, con l’amico dottore, che ho questo brutto vizio della paura piena e vigile della morte. Tutti hanno paura della morte ma moltissimi sono capaci di dimenticarsene, di mascherarla. Io no, diceva lui, riferendosi a me. Non è vero. La mia maschera è fumare.

Per smettere dovrei trovarne un’altra altrettanto efficacemente inutile.

Una volta ne avevo una, era la lettura. Poi, con la rete, è arrivata la scrittura e la maschera del fumo si è moltiplicata.

Ho un sacco di libri da leggere. Comprati e messi lì, intonsi. Non mi basterebbe sicuro la vita che mi resta per leggerli tutti, anche se, per ipotesi dell’irrealtà, fosse lunga quanto quella che ho trascorsa. Ogni libro  un inizio. Ogni libro finito un altro, tantissimi altri, da cominciare. Cominciarne uno, due tre, molti e non finirne neppure uno. Mai smettere. Mi viene da ridere. Anzi, da sghignazzare.

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E’ cosa notabile che, in tanto eccesso di stenti,

in una tanta varietà di querele, non si vedesse mai un tentativo, non iscappasse mai un grido di sommossa: almeno non se ne trova il minimo cenno. Eppure, tra coloro che vivevano e morivano in quella maniera, c’era un buon numero d’uomini educati a tutt’altro che a tollerare [ … ] Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile.

A. MANZONI, I promessi sposi, cap. XXVIII

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