Le voci degli altri

3 settembre 2008

Mi è proprio piaciuto, tanto che l’ho linkato anche su quell’altro blog, quello delle scritture femminili, molto trascurato, ahimé (letteralmente: ahi ME):

Tra l’altro riconosco una certa vocazione narrativa  proprio alle donne, anche se raramente, almeno qui da noi, dopo aver scritto un buon romanzo di grande leggibilità facendo ricorso a tutte le loro competenze familiari, psicologiche e anche storiche, riescono a farne un secondo altrettanto buono.
E perché?

Perché non hanno molte idee su cosa sia la letteratura, ma molte e intimamente vissute di cosa sia il raccontare, la cura, l’attenzione sensibile e sentimentale al mondo che le circonda. Del resto anche nelle famiglie i racconti sono demandati alle donne, vere custodi delle genealogie. Ma una volta detto tutto, e in questi romanzi di esordio si dice quasi tutto, non resta quasi più niente da dire.
Parlo soprattutto per le nostre scrittrici, che nei paesi di tradizione più narrativa sono anche più professionali e prolifiche.
Generalizzo un po’, o anche molto, mi rendo conto, ma le eccezioni qui mi interessano poco.
Cosa manca, di solito, a questi libri per essere definiti letteratura?
La riflessione sulla forma, che è riflessione sul mondo.
Quando si applica a una narrazione una vecchia forma sicura, garantita, aproblematica, si possono fare buoni malloppi, ma se uno cerca l’idea, e non dico la grande idea, che è data a pochi, ma una buona idea, e non solo un buon congegno narrativo, non la si trova. Il libro resta un prodotto che segna il passo da un punto di vista conoscitivo, e l’aspetto conoscitivo, e non semplicemente conoscitivo di piccole esperienze familiari, ma conoscitivo del mondo, viene a mancare, e così anche le menti segnano il passo.
Tutti questi prodotti editoriali ben fatti servono solo a riempire gli interstizi del tempo libero, non smuovono niente, non producono niente se non se stessi, cosa che la letteratura invece non fa, perché accompagna il suo tempo criticamente, anche quando scrive di cose passate, ma le filtra, cercando e nei casi migliori trovando un nuovo punto di vista, un nuovo linguaggio, una angolazione illuminante, non la ripetizione di un punto di vista stantio, di un linguaggio banale e consunto, di un’angolazione sempre uguale e passivamente rivisitata.

 

14 agosto 2008

1. A quanto ricordo da certe letture passate i due non si sopportano poi molto. Ma io li accomuno per la lucidità che hanno nel guardare il rapporto morte/consolazione. Lo so, i termini del rapporto non sono esatti esatti, sono generalizzanti. Ma ho poco tempo. (Si dice sempre così)

http://anfiosso.wordpress.com/2008/08/07/196-il-corvo/#comments

http://tashtego.splinder.com/post/18049243/Tracce+di+pre-storia

2. Quanto è lontana l’Ossezia? Quanto è lontana  la Rete?

http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/scoperta-ossezia/scoperta-ossezia.html

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&ID_articolo=732&ID_sezione=3&sezione=

(Oggi si va di due in due, a quanto pare)

 

16 luglio 2008

L’ANALISI

I giudici ciechi di Bolzaneto

di GIUSEPPE D’AVANZO 

Non era la “punizione” degli imputati il cuore del processo per le violenze di Bolzaneto. Quel processo doveva dimostrare (e ha dimostrato in modo inequivocabile, a nostro avviso) che può nascere senza alcuna avvisaglia, anche in un territorio governato dalla democrazia, un luogo al di fuori delle regole del diritto penale e del diritto carcerario, un “campo” dove esseri umani – provvisoriamente custoditi, indipendentemente dalle loro condotte penali – possono essere spogliati della loro dignità; privati, per alcune ore o per alcuni giorni, dei loro diritti e delle loro prerogative. Nelle celle di Bolzaneto, tutti sono stati picchiati. Questo ha documentato il dibattimento. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. Tutti sono stati insultati: alle donne è stato gridato “entro stasera vi scoperemo tutte”. Agli uomini, “sei un gay o un comunista?”. Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini. C’è chi è stato picchiato con stracci bagnati. Chi sui genitali con un salame: G. ne ha ricavato un “trauma testicolare”. C’è chi è stato accecato dallo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi ha patito lo spappolamento della milza. A. D. arriva nello stanzone della caserma con una frattura al piede. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano “di rompergli anche l’altro piede”.

C’è chi ha ricordato in udienza un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di “non picchiarlo sulla gamba buona”. I. M. T. ha raccontato che gli è stato messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello.

Ogni volta che provava a toglierselo, lo picchiavano. B. B. era in piedi. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: “Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?”. Percuotono S. D. “con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi”. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: “Troia, devi fare pompini a tutti”. S. P. viene condotto in un’altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano.


J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e “a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania”. Queste sono le storie ascoltate, e non contraddette, nelle 180 udienze del processo. È legittimo che il tribunale abbia voluto attribuire a ciascuno di questi abusi una personale, e non collettiva, responsabilità penale. Meno comprensibile che non abbia voluto riconoscere – tranne che in un caso – l’inumanità degli abusi e delle violenze. Era questo il cuore del processo.

Alla sentenza di Genova si chiedeva soltanto di dire questo: anche da noi è possibile che l’ordinamento giuridico si dissolva e crei un vuoto in cui ai custodi non appare più un delitto commettere – contro i custoditi – atti crudeli, disumani, vessatori. È possibile perché è accaduto, a Genova, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 “fermati” e 252 arrestati.

È questo “stato delle cose” che il blando esito del giudizio non riconosce. È questa tragica probabilità che il tribunale rifiuta di vedere, ammettere, indicarci. Nessuno si attendeva pene “esemplari”, come si dice. Il reato di tortura in Italia non c’è, non esiste. Il parlamento non ha trovato mai il tempo – in venti anni – di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Agli imputati erano contestati soltanto reati minori: l’abuso di ufficio, l’abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell’indulto (nessuna detenzione, quindi). Si sapeva che, in capo a sei mesi (gennaio 2009), ogni colpa sarebbe stata cancellata dalla prescrizione.

Il processo doveva soltanto evitare che le violenze di Bolzaneto scivolassero via senza lasciare alcun segno visibile nel discorso pubblico.

Il vuoto legislativo che non prevede il reato di tortura poteva infatti consentire a tutti – governo, parlamento, burocrazie della sicurezza, senso comune – di archiviare il caso come un imponderabile “episodio” (lo ripetono colpevolmente oggi gli uomini della maggioranza). Un giudizio coerente con i fatti poteva al contrario ricordare che la tortura non è cosa “degli altri”. Il processo doveva evitare che quel “buco” permettesse di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che – per tre giorni – ci è già appartenuta.

I pubblici ministeri sono stati consapevoli dell’autentica posta del processo fin dal primo momento. “Bolzaneto è un “segnale di attenzione””, hanno detto. È “un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell’uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere”.

I magistrati hanno chiesto, con una sentenza di condanna, soprattutto l’ascolto di chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia, l’attenzione di chi ostinatamente rifiuta di ammettere che, creato un vuoto di regole e una condicio inhumana, “tutto è possibile”. Bolzaneto, hanno sostenuto, insegna che “bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l’ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi”. È questa responsabile invocazione che una cattiva sentenza ha bocciato.

Il pubblico ministero, con misura e rispetto, diceva alla politica, al parlamento, alle più alte cariche dello Stato, alla cittadinanza consapevole: attenzione, gli strumenti offerti alla giustizia per punire questi comportamenti non sono adeguati. Non esiste una norma che custodisca espressamente come titolo autonomo di reato “gli atti di tortura”, “i comportamenti crudeli, disumani, degradanti”. E comunque, il pericolo non può essere affrontato dalla sola macchina giudiziaria: quando si muove, è già troppo tardi. La violenza già c’è stata. I diritti fondamentali sono stati già schiacciati. La democrazia ha già perso la partita. I segnali di un incrudelimento delle pratiche nelle caserme, nelle questure, nelle carceri, nei campi di immigrati – dove i corpi vengono rinchiusi – dovrebbero essere percepiti, decifrati e risolti prima che si apra una ferita che non sarà una sentenza di condanna a rimarginare, anche se quella sentenza fosse effettiva (come non era per gli imputati di Bolzaneto).

L’invito del pubblico ministero e una sentenza più coerente avrebbero potuto e dovuto indurre tutti – e soprattutto le istituzioni – a guardarsi da ogni minima tentazione d’indulgenza; da ogni volontà di creare luoghi d’eccezione che lasciano cadere l’ordinamento giuridico normale; da ogni relativizzazione dell’orrore documentato dal processo. Al contrario, la decisione del tribunale ridà fiato finanche a Roberto Castelli, ministro di giustizia dell’epoca: in visita nel cuore della notte alla caserma, bevve la storiella che i detenuti erano nella “posizione del cigno” contro un muro (gambe divaricate, braccia alzate) per evitare che gli uomini molestassero le donne.

“Bolzaneto” è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sostengono. È soprattutto una sentenza imprudente e, forse, pericolosa. Nel 2001 scoprimmo, con stupore e sorpresa, come in nome della “sicurezza”, dell'”ordine pubblico”, del “pericolo concreto e imminente”, della “sicurezza dello Stato” si potesse configurare un’inattesa zona d’indistinzione tra violenza e diritto, con gli indiscriminati pestaggi dei manifestanti nelle vie di Genova, il massacro alla scuola Diaz, le torture della Bixio.

Oggi, 2008, quelle formule hanno inaugurato un “diritto di polizia” che prevede – anche per i bambini – lo screening etnico, la nascita di “campi di identificazione” che spogliano di ogni statuto politico i suoi abitanti. Quel che si è intuito potesse incubare a Bolzaneto, è diventato oggi la politica per la sicurezza nazionale. La decisione di Genova ci dice che la giustizia si dichiara impotente a fare i conti con quel paradigma del moderno che è il “campo”. Avverte che in questi luoghi “fuori della legge”, dove le regole sono sospese come l’umanità, ci si potrà affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie e non al diritto. Non è una buona cosa. Non è una bella pagina per la giustizia italiana.

http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/g8-genova-3/giudici-ciechi/giudici-ciechi.html

15 luglio 2008

Lei scrive e, silenziosamente, io annuisco:

sono tornata da una settimana e quello che ho ri-trovato, quello che vedo intorno o che ascolto alla radio e leggo sui giornali, mi piace sempre meno / oltre le infamie del governo e l’insignificanza dell’opposizione, avverto un malessere diffuso, l’assenza incalzante di fiducia nell’altro, nel fuori, nell’intorno – un orizzonte umano e sociale che non dà conforti
quando posso mi rifugio nella gentilezza di chi incontro più o meno casualmente, ma basta una parola, un accento, e spesso mi accorgo che anche dietro tale gentilezza il razzismo è in agguato e l’intolleranza più bieca è pronta per chi non possiede i requisiti, o chi minaccia anche solo idealmente di intaccare il piccolo budget a disposizione, i privilegi di diritto che dovrebbe garantire la presunta italianità – …parola che oramai mi fa quasi ridere (anzi, ghignare isterica), mentre la mente vaga fuggitiva a tentare di refrigerarsi altrove, in un’altra realtà o in un’altra vita – oppure, ancora meglio – in nessuna – perseverando nei suoi tentativi di sparizione

in simili condizioni diventa problematico, intessere relazioni
ho paura di dovermi scontrare inevitabilmente con qualche forma di intolleranza, di dover ascoltare parole che esprimono chiusura o entusiasmo riformista di stampo berlusconiano / ho paura finanche delle friabili banalità di chi si oppone allo stato delle cose / sono consapevole di covare una rabbia pronta ad esplodere, ed al contempo mi rendo conto di non avere il reale coraggio delle mie opinioni, di non avere solide radici, e di reagire più sulla base di una disperazione incontrollabile, che provoca una sbando verbale, dissolve i costrutti e inibisce o penalizza qualsiasi forma di dialogo
( ma – è ancora possibile, dialogare? )

ho letto ed ascoltato cose che non mi piacciono
ogni tanto mi chiedo dove siano gli artisti, i geni di questo bel paese che una volta, in un tempo lontano, mettevano a disposizione della storia (nel bene e nel male) la loro immaginazione, la loro fulgida creatività / ora tutto tace – saranno intenti a farsi le seghe, gli artisti – oppure a sfogliare riviste mondane da venti sterline traboccanti di immagini prive di compromesso / oppure se ne saranno andati altrove, a rigenerare il cuore e lo spirito deliziandosi con le meraviglie del mondo, dimenticando lo spesso strato di merda che le ricopre
( …non faccio forse anch’io così, in continuazione? )
mentre chi rimane, gli intellettuali inveneniti, paiono bambini che si litigano un giocattolo, senza controllo e senza stile – senza forza / dolorosamente noiosi e il più delle volte inutili

ieri ho aperto il giornale e ho letto dell’azienda padovana che impiegava extracomunitari a mani nude per raccogliere i rifiuti / ho letto ed ho taciuto, con la lingua dura come marmo e appiccicosa, e la nausea e la paura di uscire di casa e vedere ancora quello che non succede, che è quasi peggio di quello che invece ci sta capitando / paura di perdermi ancora nei supermercati a sfogliare canovacci in svendita e provare gonnelline da adolescenti sottili come una piuma (la 48 non esiste, mi han detto quando tentavo di entrare in un paio di pantaloni classici in gabardine estivo, questa ditta non la produce), in camerini dove la musica risuona troppo alta / è alta dappertutto la musica: nei bar, sugli autobus, alla stazione, tra poco ce l’avremo anche a scuola e negli uffici – aiuta a non pensare, a rimanere immersi catatonicamente in questo meccanismo che ci vede a spendere e consumare senza godimento / perché godere significa affrontare, significa essere – godimento implica una scelta decisa, totale /

invece siamo solo isterici, istericamente provochiamo contrazioni che assimiliamo al piacere ma che in realtà sono la morsa feroce di un’animalità in agguato, l’allontanamento progressivo dalla civiltà, dalla gentilezza, dalla generosità appassionata insita nell’abbandono all’altro /

 

9 luglio 2008

1. Questo commento, di un tal Vittorio che ho scoperto avere un blog recente e pieno di riflessività, non mi convince fino in fondo ma mi stimola a pensare molto perchè contiene qualcosa di sostanziale:

“Qual è stato, secondo voi, lo strumento principale del successo del bossismo e del berlusconismo? Secondo me non le TV, non la pubblicità: è stato uno strumento puramente “linguistico”. Il bossismo prima e il berlusconismo (così come la sottovariante finiana di quest’ultimo) poi hanno usato, come principale strumento di lotta politica, l’allargamento sempre più esasperato, e del tutto inconcepibile nella prima repubblica, di ciò che un politico può dire. Lo strumento del bossismo e del berlusconismo è l’allargamento dell’area di dicibilità della politica. “Meglio frocio che comunista”, “giudici metastasi della società”, “feccia islamica”, “li andremo a prendere casa per casa”, “Mancuso è un eroe”, sono espressioni inconcepibili negli anni 70, che questi due geni del linguaggio hanno a poco a poco introdotto nel dibattito politico, insieme ai propri sodali e tentato, finora senza successo, di rendere “normali”. Ora, voi dite “dobbiamo usare le stesse armi”. No.
È qui che io dissento radicalmente. L’uso delle stesse armi fa il gioco di Berlusconi perché da un lato legittima la principale arma della sua politica, la “sdogana”, la rende finalmente “normale”, il desiderio più anelato di Berlusconi!, la rende patrimonio condiviso dall’opposizione, e quindi non più criticabile; dall’altro introduce un elemento di lotta che, se ormai è ampiamente accettato dall’elettorato di Berlusconi, non lo è ancora, per fortuna!, da quello di tutti i partiti di opposizione, da Casini a Ferrando. Il crinale che separa Berlusconi dei suoi avversari è molto più linguistico che etico, e questo giochino di Grillo, di Di Pietro e di Guzzanti, gratificante lì per lì ma, secondo me, disastroso nel lungo termine, lo sta cancellando. Su quel terreno perderemo sempre. Sempre, perché non è il nostro.
Ripeto quello che ho detto l’altro giorno, commentando il post di Cristiana sul marketing: non vinceremo mai se non riusciremo a far passare un’idea alternativa di società, se non daremo visibilità e speranza e dignità alle marginalità sociali, economiche, sessuali, se non sapremo rimettere in moto il motore civile di questo Paese, con coraggio e senza la paura che la società non sia pronta a seguirci. Una politica regressiva non vincerà mai, perché a politiche regressive sono più bravi loro. Per far questo, anche noi dobbiamo partire anzitutto dal linguaggio, come ha fatto lui: dobbiamo cominciare a cambiare il modo in cui le persone si fanno le domande, bisogna insegnare a chiedersi “è giusto che lo Stato impedisca a due persone che vogliono sposarsi di farlo?”, invece che “è giusto permettere ai gay di sposarsi?”, o “è giusto prendere le impronte a un bambino?” invece che “è giusto prendere le impronte a un bambino zingaro?”. Ora, secondo me, rispetto a questo lavoro linguistico, difficilissimo (probabilmente impossibile, vista la classe dirigente che ci ritroviamo) e non più rimandabile, le affermazioni di Grillo e di Guzzanti non sono neutre, ma sono un ulteriore ostacolo. Portano la nostra gente ancora più lontano da questo lavoro, e tolgono agli elettori di Berlusconi per bene i residui imbarazzi a sentire il loro leader che parla di cancri e di scopate.”

Il commento sta dentro a questo post:

http://wordwrite.wordpress.com/2008/07/09/in-difesa-di-sabina-guzzanti/

(interessasse a qualcuno: non difendo Sabina Guzzanti)

8 luglio 2008

1. Il re è nudo.

http://www.corriere.it/esteri/08_luglio_07/materiale_insultante_bush_berlusconi_bb112d28-4c53-11dd-85a4-00144f02aabc.shtml

http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=1964024

http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?art_id=592144

http://wildgretapolitics.wordpress.com/2008/07/07/gaffe-usa-%c2%abberlusconi-politico-dilettante-in-un-paese-corrotto%c2%bb-bush-si-scusa/

Su google italiana vari altri

2. E poi c’è questo:

http://lalucedimizar.splinder.com/post/17724713#comment

In particolare: “Sostenere che i comportamenti individuali non sono politici vuol dire sedersi sul ciglio della strada e commentare la situazione, aspettando che un altro faccia una mossa per decidere se seguirlo o meno. ”

(Forse potrei fare così: dare un titolo a gruppi di citazioni e link, paragrafare. Taggare? Non so nemmeno come si fa. E poi è faticoso. Ma per questi due qui sopra mi viene:

La goccia scava la roccia

E’ uno dei miei detti preferiti, interessasse)

24 maggio 2008

1. Avrei voluto, a suo tempo, essere chiara e didascalica come è rosalux in questo post in cui chiarisce come l’astensionismo, soprattutto in una democrazia in pericolo, sia (sia stato) un errore.

Comunque. I mal di pancia che mi sta dando il PD in questo periodo non so proprio come farmeli passare. Per questo sto d’accordo anche coi commenti.

http://rosalucsemblog.blogspot.com/2008/05/rachel-barnacle-in-un-commento-ad-un.html#links

 

21 maggio 2008.

1. Un po’ di storia d’Italia.  Qui.

L’assassinio di Moro è, con molta probabilità, il mio primo ricordo “adulto” – insieme all’affondamento della Amoco Cadiz. All’epoca avevo 8 anni e vivevo con i miei nonni in un minuscolo paesino della Lucania. La nostra tv sintonizzava un solo canale ed era in bianco e nero, percìo la R4 me la ricordo grigia. L’esecuzione in sè non mi turbò più di tanto e sarebbe passata su di me come tante altre tragedie avvenute in quegli anni, e che non ricordo, ma una cosa mi colpì quella sera: mio nonno espresse “soddisfazione” per il fatto e a mia nonna, che gli rammentava i suoi doveri di buon cattolico, rispose che Moro se l’era cercata per essersi accordato con i Comunisti. Beh, c’ho rimuginato sopra per anni. Perchè una persona gentile come mio nonno aveva quantomeno approvato il fatto?
Io non sono bravo a giudicare le persone, me la cavo molto meglio con i computer, è un mio limite, ormai ci convivo. La figura di Moro, come statista, non riesco ancora a decifrarla ma un libercolo, qualche articolo e un po’ di altre pagine mi fanno quantomeno interrogare sulle sue capacità. Il libercolo è “L’affaire Moro” nel quale Sciascia non mi pare giudichi Moro un’eccellenza, ma forse aveva i suoi buoni motivi. Inoltre il contesto – niente virgolette – mi porta a pensare che una persona potente, davvero in gamba, fosse perlomeno invisa a molti fra i “controllori” dello Stato. Tenere la DC iper-divisa giovava a qualchedun’altro e forse i personaggi di primo piano, non erano necessariamente quelli con il potere reale (che dire della descrizione di Zaccagnigni in un angolo che lo stesso Moro tinteggia?)
Tutto ciò mi fa credere che Moro non sarebbe stato in grado di salvare Mussolini.
E arriviamo anche al 25 Aprile: sono cresciuto con il mito dei Partigiani – a scuola – ma non a casa. Non che la mia famiglia fosse fascista – almeno non penso – ma la Liberazione da noi era avvenuta in un attimo nel ’43. Non penso si possa parlare di partigiani se si sta sotto la Gotica … va beh facciamo la Gustav, ma sotto quest’ultima le persone non hanno visto niente di ciò che è successo a nord. Tanto è vero che le case al sud sono piene di bandiere del ventennio, pronte per essere ritirare fuori a mo’ di parata funebre appena il tempo permette (e se tanto mi dà tanto, chissà che il rosso del tricolore non venga sostituito dal nero: verde al nord, bianco al centro e il resto a noi). In compenso avevano ben altri problemi – non per nulla in Lucania si mandavano i confinati.
Questo ha fatto in modo che il nerbo del regime fascista passasse tal quale (o quasi) nella struttura dello Stato nel più assoluto silenzio. Il regime classista fascista – dell’ordine costituito – vive ancora dalle mie parti e si rispecchia in un fatalismo tipicamente meridionale. Mia nonna usava ripetere che se sei martello batti, se sei incudine statti. Ancora oggi sento che i nuovi laureati volgiono un posto di lavoro(!), nessuno che chieda delle decenti condizioni al contorno in grado di metterlo nella possibilità di crearsi autonomamente una propria strada, no! solo “u post'”.
Alla fine la cosa non dovrebbe neanche interessarmi molto; sono stato trapiantato in quel di Zurigo nel lontano 1980 – già … si viaggiava sui treni e le bombe esplodevano, altra storia – e quando ritorno al paesello, uso spesso misurarmi con i miei compagni di giochi dell’epoca; non ero proprio una cima, anzi abbastanza fessacchiotto, eppure l’ambiente ha fatto tanto per me, mi ha dato la possibilità di sviluppare le mie capacità, cosa che è stata negata ad altra gente – forse più in gamba di me.
Mi ripropongo, dunque, di festeggiare il 25 Aprile il giorno che il mio paese sarà liberato, e forse quel giorno potremmo anche cambiare le Università e … le fontane.

un grazie per l’appassionato lavoro da voi svolto
rocco

[ Comment by lupig69 :: 26 Apr : 18:47 ]

5 maggio 2008.

1. Di Ilvo Diamanti io ricopierei sempre tutto o quasi. Oggi taglio e incollo questo:

“Questi “figli di” buona famiglia, tecnologicamente attrezzati ed esperti. Per fortuna: sono nati in tempi molto diversi e lontani da quel maledetto 1968, di cui si celebrano i nefasti, a quarant’anni di distanza. L’eredità di illusioni mancate e di violenze mantenute.

Questi giovani di buona famiglia, invece, non guardano lontano. Non cercano figure e utopie di altri mondi. Il comunismo, Mao, Che Guevara… Semmai – alcuni di essi – guardano più indietro. Riscrivono storie da cui isolano ciò che interessa loro. Il mito della forza. Il seme della violenza. Che coltivano, quotidianamente, esercitando l’odio contro gli altri. Poveracci, accattoni, zingari e stranieri. Clandestini e non.

Perché non conta distinguere, ma categorizzare e colpire “l’altro”. Lo stesso che fa paura alla gente comune. Quella che mai si sognerebbe di bruciare un campo nomadi, tantomeno di ammazzare di botte un ragazzo perché non ti dà una sigaretta. Potrebbe essere loro figlio, l’aggredito. E gli aggressori potrebbero essere loro figli.

Giovani di buona famiglia. Quelli abituati a sfogarsi il sabato sera, in discoteca, o nei bar del centro. Nelle piazze e nelle strade. Molti bicchieri e qualche pasticca per tenersi su di giri. Per ammazzare il tempo insieme alla noia. E l’angoscia che ti prende, in questa vita normale, in questa società normale, in questa città normale. Dove i divieti sono comunisti e le regole imposizioni inaccettabili. Dove dirsi “buoni” è un’ammissione di colpa. E la debolezza un vizio da punire.

Giovani di buona famiglia. Genitori che deprecano questa società senza autorità, senza divieti e senza punizioni. E poi si indignano: di fronte ai divieti e alle punizioni. Alle autorità autoritarie. Quando colpiscono loro e i loro figli. Sempre gli ultimi a sapere. Cadono dalle nuvole, se scoprono cosa combinano, quei loro figli, a cui hanno dato tutto. Senza chiedere nulla. Senza sapere nulla di loro.

Questi genitori di buona famiglia. Ce l’hanno contro questa scuola senza voti. Contro i professori che non si fanno rispettare. Contro i maestri che non sanno comandare. Non sanno punire. Questi genitori. Non capiscono e non accettano: i professori che impongono rispetto, comandano e puniscono. E magari bocciano. I loro figli.

Giovani di buona famiglia. Figli di buona famiglia. Figli di. ”

Il resto:
http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/figli-dui-buona-famiglia/figli-dui-buona-famiglia.html

30 aprile 2008.

1. Adesso non ci resta che provare a ragionare non senza prima aver osservato. Assicurarsi di guardare bene.  Descrivere il mondo che cambia, dobbiamo imparare il linguaggio che serve a descrivere il mondo che cambia.

su Liberazione:

Girolamo De Michele
«Come è stato possibile che chi sapeva tutto della fabbrica, della catena di montaggio, del rapporto fabbrica-territorio negli anni Settanta e Ottanta, a un certo punto si sia trovato completamente spiazzato di fronte al cambiamento?»
Questo interrogativo potrebbe, da solo, valere la fatica di leggere le densissime pagine dell’ultima opera di Aldo Bonomi, Il rancore. Alle radici del malessere del nord (Feltrinelli, pp. 158, euro 12): un libro che bisognerebbe leggere in parallelo coi recenti Paura liquida di Zygmunt Bauman (Laterza, pp. 234, euro 15) e Spinoza: individuo e moltitudine , a cura di R. Caporali, V. Morfino e S. Visentini (Il Ponte Vecchio, pp. 408, euro 25) per comprendere le passioni della società nella quale siamo immersi, e progettare una via d’uscita per una sinistra che, in modo paradossale, non ha saputo cogliere le specificità dei cambiamenti in corso negli anni Ottanta e Novanta ed ha rimosso o sublimato le espressioni di questi mutamenti dietro esorcismi verbali o supponenze teoriche: «aver concentrato lo sguardo in alto, nel cielo della politica, ignorando ciò che nel frattempo accadeva in basso, sul territorio». Una sinistra che, con la scuola teorica dei Quaderni Rossi , «fu capace di leggere i grandi cambiamenti delle prime fasi dell’industrializzazione, di individuare nell’operaio massa fordista il cuore di una nuova composizione sociale affluente». Mentre nell’accademia erano di moda squisite discussioni salottiere sul disincanto, la secolarizzazione e l’oblio dell’essere, la Valcamonica conosceva quella concreta forma di disincanto derivante non dall’esegesi ermeneutica, ma dall’essere attraversati dalla ristrutturazione di un’economia a monocultura siderurgica: un effettivo «non ritrovare quelle condizioni effettuali dalle quali si era partiti», al cui termine si manifestava «un sordo rancore che coniugava modernamente arcaismi ed etnoecologia, la magica esaltazione del vivere la “montagna incantata” come luogo di salvezza dai cambiamenti tumultuosi che bussavano alle porte». Se si fosse applicato a questi mutamenti il metodo dell’operaismo, della ricerca sul campo, «sarebbe stato relativamente facile capire quello che stava succedendo. Ma così non è stato». Dove abbia portato questa idea di cultura tutta teoria, che sorvola i luoghi reali per calarsi in festival e circoli letterari buoni per blandire il Principe, ma senza alcun rapporto con i luoghi in trasformazione, è sotto gli occhi di tutti.
Per chi voglia invece tenersi distante dai cieli del sublime e dell’effimero e continuare a sporcarsi le mani sul terreno della prassi, conviene far tesoro non solo del metodo di Bonomi, ma anche della sua narrazione. Che è narrazione, in primo luogo, di passioni: una vera e propria fenomenologia delle passioni, unificate appunto dal «sordo rancore quale reazione alla frustrazione di un ruolo sociale perduto» che accomuna la “paura operaia” alla “paura della scarsità”, del non avere accesso a sufficienti risorse. In secondo luogo, è narrazione plurale e multiforme di conflitti: non solo quelli identificabili come conflitti di classe, ma anche di tipo inedito, di non sempre facile decifrazione. Al conflitto di matrice fordista, la presunta fine del quale giustificherebbe l’idea di una società mite e pacificata, si affiancano i conflitti tra il locale e il globale; tra le piattaforme produttive e i luoghi di confine; tra flussi e luoghi; tra le nuove identità, ritrovate o inventate, e i nuovi stranieri; tra il bisogno di comunità come ritorno all’origine e la dimensione globale che dissolve le comunità. Lungi dal tendere al mite e all’omogeneizzazione, il sociale si sfrangia e moltiplica i punti di frizione, ciascuno dei quali richiede un lavoro di ricostruzione sul campo e di messa in opera di strategie di narrazione.
Bonomi insiste molto su questa dimensione del narrare, e a giusta ragione: all’incapacità della sinistra tradizionale di narrare la società dell’ultimo quindicennio (della quale il nord costituisce, per certi versi, il laboratorio) corrispondono strategie narrative opposte ed efficaci, a dispetto dell’apparente rozzezza. Dietro la retorica berlusconiana del nuovo miracolo italiano «si celava il racconto del lavoro autonomo come ricaduta della deindustrializzazione e di un processo di fabbrica diffusa» che in modo differenziato si era dispiegato lungo un arco che, dal lavoro autonomo come forma flessibile di ristrutturazione e selezione (la Fiat Torino) alla trasformazione di una marca di frontiera in limes di attraversamento (l’autoporto di Gorizia), passando per l’affermarsi del polo lombardo del fare televisione (Milano) e del tentativo di riposizionarsi nella competizione, attraverso la rivendicazione di infrastrutture, di realtà come Brescia e Vicenza. In modo analogo, l’elaborazione della categoria dello “straniero” viene narrata all’interno di una produzione simbolica stereotipata, ma dotata di senso e con capacità di produrre effetti pratici, che reagisce alla frantumazione dell’identità tradizionale riposizionandola su modelli di identità perduta, non importa se realmente radicati in una passata tradizione o frutto di quella che Hobsbawm chiama “l’invenzione della tradizione”. Straniero è quindi solo in ultima battuta il rom di Opera: prima di questi sono stati narrati, cioè raffigurati (con la capacità tipica della retorica, fatta propria dalla Lega, di identificare in modo riconoscibile il proprio avversario) lo “straniero di provenienza”, estraneo alla società locale (dal meridionale all’extracomunitario); allo “straniero di professione”, che ricopre ruoli riconosciuti come parassitari o improduttivi dalla comunità locale; ma anche, è straniero chi si pone al di fuori della sottocultura del lamento. Come ha notato Bauman, la tradizionale duplice strategia di assimilazione/rifiuto della straniero diviene impraticabile nell’età della globalizzazione, con effetti devastanti in termini di percezione sociale del sé e dell’altro. Ciò che nel concreto osserva Bonomi è che questa strategia si coniuga, inevitabilmente, ad un grumo sedimentato di rancore che viene percepito come conflitto interiore (il rivendicare un’identità nell’epoca della frantumazione delle identità), soffocato al proprio interno e proiettato all’esterno, sul territorio occupato dagli avversari, dai competitori, dagli “altri”: «i rom, in questo senso, rappresentano il limite, il nostro possibile futuro di uomini sradicati da processi che ci paiono al di fuori delle possibilità di controllo». Le grigliate di Opera, dove un’intera comunità assedia poche decine di nomadi, sono espressione di una voglia di comunità figlia dell’apocalisse culturale (nel senso di De Martino: del non sapersi più riconoscere), della “solitudine della metropoli” come «condizione in cui qualunque allarme sociale manda in crisi il nostro modello di comunità originaria». Ma Opera è anche l’emblema di un conflitto tra luoghi e flussi che li attraversano: come la Val di Susa, «una comunità locale che si sente attraversata da un flusso e si mette di traverso»; come la base Dal Molin di Vicenza, un enorme flusso «che atterra in un luogo senza mediazioni, suscitandone la reazione virulenta» (e dove, aggiungiamo, praticando il conflitto trasversalmente si è pur vinto, strappando alla destra un caposaldo storico del Veneto). Più in generale, nel conflitto tra flussi e luoghi c’è, ammonisce Bonomi, «qualcosa di malato che avanza», e che, in assenza di una capacità di governo di questi conflitti, rischia di produrre “comunità maledette”, generatrici di risentimento, “sangue e suolo”.
La ristrutturazione selvaggia, il devastante impatto dei processi di globalizzazione, accompagnati da una crisi senza precedenti di legittimità delle istituzioni incapaci di fornire risposte e rassicurazioni (la crisi della “governance” studiata negli anni Ottanta da Foucault) ha prodotto per un verso un impasto di figure sociali, una nuova plebe (nell’accezione di Hannah Arendt) – gli “spaesati”, gli “stressati”, i “naufraghi del fordismo” – che costituisce uno dei serbatoi elettorali della Lega. Per altro verso, queste comunità in crisi sono attraversate da uno spostamento emotivo dalla passione calda della politica verso le piccole, fredde passioni degli interessi: col conseguente proliferare di figure radicate nell’individualismo proprietario, nell’ambivalenza del sentimento egoistico che se alimenta sentimenti di chiusura e ripulsa, non di meno «esalta il farsi da sé, il contare sulle proprie forze». Si tratta di una moltitudine rabbiosa, identitaria, socialmente invidiosa, che si contrappone nei fatti a quelle nuove identità radicate nel globale, siano esse portatrici delle passioni calde della critica alla globalizzazione o protagonisti di quell’economia dei flussi globali che sorvola i luoghi praticando la deresponsabilizzazione etica e la tecnocrazia come unico criterio decisionale.
Rispetto a questo quadro, la proposta di Bonomi è nel “mettersi nel mezzo” tra flussi e luoghi, nel “fare società”: «nessuna crescita economica da sola potrà garantire sviluppo della società, convivenza tra soggetti diversi e nemmeno livelli soddisfacenti di benessere. E pur non essendo sempre facile delineare una linea di separazione tra ciò che è artificiale, definito funzionalmente, e ciò che è contestuale, definito antropologicamente, la funzionalità deve saper recuperare anche quest’ultima dimensione a essa estranea». In altri termini, si tratta di uscire dalla narrazione di un’emergenza continua (dietro la quale c’è un nefasto impasto di scarsità di saggezza e mancanza di esperienza) e di costruire, anche a partire dalla narrazione di esperienze reali esistenti, o recuperabili dal passato – narrazioni sagge, dunque – «un’identità da società di mezzo, cioè quella dimensione intermedia tra società ed economia»: una dimensione che rimanda alle autonomie locali, ai percorsi di rappresentanza e di rappresentazione, alle autonomie funzionali. Una dimensione autopoietica.

Commento al post in Lipperinia, dove, anche lì, è ricopiato:

bonomi rilegge da tempo e in modo meritorio le analisi del postoperaismo sulla trasformazione produttiva seguita agli anni 70 (bologna e fumagalli su tutti, e in parte negri per via di lazzarato), analisi che circolano da almeno 15 anni peraltro. Purtroppo gli eredi del pci, sia in direzione riformista che rifondante, le hanno sempre ignorate (più i secondi dei primi, a dire il vero), coi bei risultati che vediamo. Anche in area “antagonista” si è preferito utilizzarne solo la fraseologia piuttosto che capire cosa cacchio volessero dire (esemplari l’apporto militaresco di casarini o quello fantasmagorico di bifo, in questo senso).

bene l’analisi di bonomi dunque, per quanto trovo ancora debole e meccanicistica tutta la parte in cui dall’analisi materiale si passa a quella “sentimentale”, identificando nella paura identitaria l’origine dei problemi e non, più semplicemente e oggettivamente, nell’assenza di qualsivoglia governance dei processi, o persino riconoscimento della loro legittimità ed esistenza, i quali processi di conseguenza non potevano che marcire lì sul posto.
(faccio anche notare che paura e rancore non sono sentimenti contigui, semmai paura e sottomissione, e che più che rancore si dovrebbe rintracciare l’odio, è che quest’ultimo non è necessariamente di destra anche se a volte si mostra come tale).

Sottolineo anche che il richiamo iniziale del post al metodo della conricerca o inchiesta dei quaderni rossi e successivi, dovrebbe alludere anche all’importanza di letture dei processi sociali che non rinuncino per principio a rintracciare in essi, anche nei più sporchi, tracce d’altri “sentimenti” e in particolare i germi del desiderio, delle “macchine desideranti”. Perché non esiste strategia di sinistra (di emancipazione) che non ci si debba basare in positivo sulle spinte del desiderio, e se si pensa che non ve ne siano tanto vale il suicidio politico (il fatto che i sentimenti dominanti del popolo di sinistra siano da tempo la tristezza cosmica e la percezione di lontananza dal proprio tempo, di stranieri in questo mondo, piuttosto che la gioia e la passione, la dice lunga sull’abbandono delle “sane radici materialistiche” a favore di un atteggiamento di estenuato, nobile e aristocratico disincanto da mitteleuropa, una vera e propria ripulsa e nausea di fronte al diverso che dovrebbe un pochetto far riflettere, magari).

Anche perché diversamente si finisce nel solito cul de sac: non si può far politica dicendo semplicemente “è un mondo di zombie sfigati e di stronzi”, ma sostituire quell’atteggiamento suicida con “le trasformazioni sociali hanno prodotto un mondo di zombie sfigati e di stronzi” non ci fa avanzare granché nella comprensione dei processi, né delle strategie alternative, pratiche, da offrire a quegli zombie.

Postato Mercoledì, 30 Aprile 2008 alle 12:43 pm da solito g

27 aprile 2008. 

1. Apro questa pagina importando qui il mio vecchio tumblr, non aggiornato per pigrizia e per indubitabile incapacità di tenere più siti.

2. Mi infastidisce Grillo  da una notte di San Sivestro chenonmiricordo ma è più di dieci anni fa. Quello che attualmente è il Palazzo della Regione in Piazza De Ferrari era ancora vuoto perchè abbandonato da tempo da una grande compagnia di navigazioni, ma glielo avevano prestato per la festa cittadina di San Silvestro, appunto. C’era un gran bel balcone, lassù, all’ultimo piano e da lì lui si mise a fare il profeta, con qualunquismi a cui pochi di noi che stavamo in piazza ridevano e per cui molti si imbarazzavano. Una verticale perdita di credibilità.  Uno avrebbe potuto pensare Nemo propheta in patria  ma poi lui ha aperto il blog e si è messo a fare quel che fa.  (Apro parentesi: nutro seri timori anche per Crozza, fra l’altro. Chiudo parentesi)

Comunque: se il primo V-day l’ho detestato, questo secondo mi ha un po’ più incuriosito ma non doveva, non doveva proprio usare il 25 aprile. No.

http://sandronedazieri.nova100.ilsole24ore.com/2008/04/ciccio-ciccio.html?cid=112155480#comment-112155480

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