Mehmet Gayuk

Un poeta sconosciuto. Che Guido Ceronetti non ne sia solo il traduttore e curatore è più che un sospetto.  Nella memoria gugolica del web le uniche notizie rimandano solo a questo piccolo libro Adelphi.  Se apocrifo è, che importa? E’ un apocrifo meraviglioso.

I – In perpetua afflizione giriamo attorno   Alle mura altissime del Gineceo  Tra le donne qualcuna c’è che canta    Indoviniamo le loro abluzioni di lacrime I loro occhi dalle grate ci spiano   Le loro mani ci gettano ritagli d’unghie  Torsoli di mela monete dentini guasti   Gusci di arachide ditali fili Pezzetti di carta con macchie e graffi   Dove nulla è leggibile e dove tutto    Illumina 

VII – Hanno installato una radio, grande, vera!   Un impianto per satrapi, tedesco,   Che le arie tzigane e le captive   Voci fa giungere dal Gineceo   Fino a noi tra le montagne anatoliche,   Nelle tebaidi dell’Antitauro,   Qui nelle case che ogni notte tremano.  Vecchi impietriti e giovani eccitati   Hanno l’orecchio alla bocca che ci parla   Di corpi vivi che non hanno volto. Tutte lamentano lune saltate   Diarree pruriti aborti mai finiti   Rughe sconce superfluo grasso capelli grigi   Denti ballanti insonnie convulsioni,   Ma un flacone odoroso dai Parisi   Gli arrivi o in qualche vecchio foglio   Le illustrazioni di Achille Beltrame   O un martellìo di piedi da Granada   Un’ondata di gioia le sommerge.   Allora sulla guzla solitaria   Una voce si leva e sia pur dolore   Tema del canto noi ci disfacciamo   In quell’umido incanto che fluisce   Da un bauletto con pile.  

XIII –  Urlo. Urlo. Silenzio. Via tra i fucili.   Il villaggio non ha più suoni.   Il muezzin si è coperto. Le vedemmo ammucchiate, orfane d’uomo,   Per lo stupro la tratta la mitraglia   Portare via …   Nei pozzi asciutti marcire oscene.   Lungo il cammino messe all’incanto,   Bocconi da iene kurde.   E gli occhi, ancora, di macellate,   Pietà – implorare – terra anatolica!   Malvagia come il turco non le copriva.  Oh chiavellate su tutti i ligni   Armene Armene spolpate dall’Eufrate   Treni di Trebizonda e di Erzerùm   Cilicia di terrore Aleppo di sciagura …  Oh Armene Armene Armene Armene Armene!    Come chiodi di sangue resteranno   I giorni dell’infamia, i telegrammi sudici   Dei becchini unionisti, i macabri deliri,   Conficcati nel ventre del respiro!  Oh corpi delle martiri! E’ oscurata   La visione turanica dei puri.   Vi guardo e anche l’ombra scurrile   Del Karagoz tra i tavoli è di sangue,    Piange dietro il lenzuolo che ride,   Ecube armene al palo dell’Assiro! In sciarpe e impermeabili wellsiani   Come un pudendo celiamo il viso   Perchè qui, a Galata, nella stazione,   Tra i binari e i vagoni nella pioggia dell’alba   Campana sono i rantoli di Armene   E i loro occhi di Sofie squartate   Di Ipazie senza nome ci osservano,   Le udiamo dirci: mai ci placheremo. 

2 risposte a Mehmet Gayuk

  1. wetherby ha detto:

    che bello trovare un fan di gayuk e del suo gineceo!

  2. caracaterina ha detto:

    siamo mosche bianche, eh ;)

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