nella dimora dell’Ade c’é uno spirito, un fantasma, ma dentro non c’é più la mente

(ein Aìdao dòmoisi psiché kaì eìdolon, atàr frènes ouk èni pàmpan) ILIADE, XXIII, 103-104

Buone letture, era l’augurio di un collega che mi salutava giorni fa, all’inizio del mio periodo di malattia. E invece niente. O almeno assai poco. Bloccata e ostacolata dal gambone, accentuo la mia inettitudine e, scivolando da vizio in vizio – pur con paura-, scendo in visita a luoghi di cui ho sempre e solo intravisto appena le ombre, in un oltremondo saputo ma personalmente sconosciuto. Eppure sono posti fittamente abitati, e mica poi da un popolo del sottosuolo tipo quello di H.G.Wells o di Fritz Lang. Mi vergognerei ad ammetterlo. E’ la mia gente, quella lì, ci vediamo tutti i giorni, abitiamo insieme, fianco a fianco, dico di pensare. E invece no. Come ai tempi di Wells e di Fritz Lang, il popolo continua ad abitare là sotto, ma è un underground solamente rispetto a quanto sento in me, mentre in realtà questo habitat è la superficie del mondo, che io, evidentemente, non riesco a toccare, così che resto a sgambettare a mezz’aria, senza nemmeno volare, a bordo di un’antiquata mongolfiera zavorrata, coi miei vestiti secolari e gli occhialini. Quella superficie per me sotterranea è costituita dai corridoi, claustrofobici, labirintici, ipnotici, illuminati e insopportabilmente imbellettati della tv del pomeriggio.

Ci sono entrata come i protagonisti dei film americani ambientati nelle casone della prateria entrano ignari nelle loro cantine, aprendo “quella porta” e scendendo la scala. Aaaaaghhh!!!

Giorni fa qualcosa di Forum e della sua noia mortifera e ambigua (oh, il dolore che devono vivere il padre ed il fratello di cotanta Rita!) e poi l’orrore della De Filippi, che meriterebbe tomi di antropologia o almeno un Umberto Eco di oggi per essere un minimo indagata nella sua fenomenologia di maitresse, apansè naturalmente – e lo dico senza alcuna ironia. Anzi, per dirla tutta, uno dei grandi limiti del pur lodevole L’egemonia sottoculturale di Panarari sta nel non averla presa in adeguata considerazione mentre dedica i giusti capitoli ai vari Signorini, Ricci e Minzolini. E la Maria? Che se il nome non fosse suo (ma è suo, poi?) avrebbe dovuto sceglierselo come nome d’arte, data l’innegabile carica cristologica e popolare insieme che ne destinava il successo.

Ci sarà mai da qualche parte almeno una studiosa che si incarichi di investigare il ruolo che hanno avuto le donne “dominatrici” nel mondo mediasettizzato? E la Maria prima di tutto. O dovremo continuare a occuparci sempre e solamente delle servette, delle odalische e delle olgettine?

Non è propriamente una divagazione. E’ che devo arrivare al punto, ovvero, niente di meno che: “l’educazione sentimentale delle masse”. “Sentimentale”, in tutto e per tutto, non semplicemente amorosa, ma che riassume tutto quanto sta fra Eros e Thanatos, l’enorme bacino inesauribile del “sentire”, per quanto inquinato, ostruito, ammalato sia. Roba da letteratura, per lo più, e ancora adesso, nonostante i più di due secoli trascorsi fino a noi da quando Kant e da quando Rousseau.

Fra Eros e Thanatos, dunque. E qui arrivo a oggi e alla trasmissione dei funerali. Di tal Simoncelli. Va bene, ammetto, non lo conoscevo, e mi ero interrogata solo di sfuggita e superficialmente su quel Sic frapposto fra il nome e il cognome di un mio studente un po’ sciocco di cui spio spesso la bacheca su Fb. D’altronde, la sua passione per le moto e i motori non sembra poi molto spiccata, dopotutto, come, a quanto pare, nessun’altra passione. (L’amore, per esempio, è di assai sparute parole, come noto nelle bacheche di tanti altri ragazzi e ragazze, afasici, per lo più. Ma, anche qui, aspettiamo i tomi degli indagatori, se mai arriveranno). C’è poi l’altra, la studentessa, che invece è sfegatata nel suo postare continuamente due ruote e nascondersi dietro fotine di eroici centauri, come nessuno di noi insegnanti sospetterebbe, vedendola in classe così ligia e un po’ secchiona. Sono giorni che linka necrologi e commenti tutti uguali, grondanti eppure striminziti, patetici di un pathos ordinario tuttavia insistente, come a cercare uno sfogo, un pertugio, una via d’uscita, d’espressione: le parole per dirlo.

Se c’è una cifra che accomuna tutta questa scuola delle emozioni che è la tv pomeridiana mi sembra possa essere la petulanza. Una ridondanza ossessiva, fastidiosa, senza fine. Uno strillare asfittico, un “rivo strozzato che gorgoglia” ma che viene voglia di arginare del tutto, zittire, che si faccia lago, artificiale e fermo, una buona volta, e che la smetta.

E petulanti erano gli applausi, continui, noiosi, a onde, che accompagnavano il lungo percorso della bara; petulante l’omologazione delle magliette, del 58 ripetuto come se ci fosse un errore di stampa nel rullo dei numerini distribuiti nella fila dal salumiere.

La petulanza è uno dei modi di autorappresentazione della miseria, che è prima di tutto miseria di sè, mancanza di padronanza. Un sentirsi bisognoso che diventa identitario e si trasforma in autoaffermazione di sè, in rivendicazione del diritto di stare al mondo da protagonista e invasore di campi altrui proprio in quanto bisognoso.

Ma di che cosa hanno bisogno tutti questi petulanti che si sono riversati a Coriano o hanno tracimato dalle pagine internettiche piangendo per un ragazzino – a vederlo sembrava pure lui un poco sciocco – morto spettacolarmente mentre azzardava la vita in tutta consapevolezza?

C’è chi si è indignato di questo spropositato lutto mediatico con argomenti conosciuti e razionali. Chi ha contrapposto questa morte da ricco con quelle atroci e nascoste dei poveri cristi. Chi ci ha speculato e chi ha stigmatizzato chi ci speculava. Eccetera eccetera.

Io continuo a chiedermi il senso profondo di questa straordinaria (e petulante) partecipazione popolare. Di quest’esagerazione che deve essere sintomo di qualcosa che la mente non afferra ma che da qualche parte deve stare, sia pure nello scantinato delle ombre.

Quali parole sono nascoste nel gorgoglìo di questo rivo?

Ho ripreso l’Iliade, allora, libro XXIII, i funerali di Patroclo. Perchè nell’eco prodotto dalla morte di Simoncelli ho creduto di intravedere una similitudine (cavalli, seppure motore, corazze, gloria, rischio, rivalità, l’epica dello sport di massa, insomma, e proprio di “questo” sport, aggressivo, mortale e corso a cavallo. Cosa? Ah, ma là, a Troia, non contavano i milioni di ingaggio? Ma ne siamo poi così sicuri?). Le epiche onoranze tributate all’eroe, morto giovane perchè caro agli dei, morto in “guerra”, spietata ma cavalleresca, morto in cerca di onore, morto in nome dell’amico, sono davvero così distanti dalla celebrazione mediatica a cui ho assistito (a dir la verità per non più di venti minuti – aggiunti ad altro che ho visto e letto mi è sembrato bastevole)? C’è chi dice SI’, naturalmente. E c’è “chi dice NO” (che ci sta proprio a fagiuolo).

Patroclo Simoncelli (scommetto che qualche avo con un nome così ci deve essere stato, in quelle terre) è venuto dall’Ade in “psiché” ed “eidolon” a visitare il sonno di quest’umanità achillide, non epica nè eroica, certo, perchè priva di nobiltà e di divinità, ma certamente spietata, veloce, aggressiva e ossessionata dalla popolarità e dall’avidità. (La verità: Achille non l’ho mai potuto soffrire, da quando, alle elementari, lo conobbi nelle pagine di Vita meravigliosa, e non vedevo l’ora che qualcuno gli infilzasse quel suo maledetto tallone).

Nel XXIII libro é l’ombra della morte che, finalmente, sfiora Achille e lo ridimensiona. La vicinanza dei due giovani, la loro antica familiarità, la loro comune fame di areté si tramuta, dopo tanta inconsapevolezza, nell’idea di una comunanza del morire. Achille, che ha dato con gusto la morte a millemila creature senza punto preoccuparsene – anzi-, pensa per la prima volta che capiterà a lui pure.

Allo stesso modo oggi, dopo tante morti terribili ma finte e/o lontane, la televisione ha restituito alla gente, che sa che si muore ma non sa più morire, una morte “vera”. “Vero”, “autentico”, sono gli aggettivi che più si sono sprecati nelle bocche e nelle tastiere a commento. Usati come attributi di Simoncelli, in realtà erano parole proiettive. E’ del proprio “vero” destino che la gente intende parlare, senza saperlo fare. Come non lo sa fare Achille, d’altronde, l’eroe più proiettivo della cultura occidentale, l’eroe del “fare”.

L’umanità achillide, visitata dal proprio stesso spettro, gli ha risposto proprio come fa il Pelide, agitandosi come un demonio a ergere cataste dopo aver disfatto boschi, a scannare animali e uomini da sacrificare, a divorare e ungere di grasso e, infine, a indire giochi arditi con ricchi premi e cotillons: chè, se oggi al posto degli Olimpici è Mammona l’unico dio, non per questo allora la rozza materialità della ricchezza veniva disdegnata, essendo anzi considerata, altrettanto quanto lo è adesso, feticcio per antonomasia di merito e virtù.

Figura-simbolo di questa umanità achillide è proprio l’amico fraterno di Patroclo Simoncelli, quell’Achille Valentino che, a tutta prima, pensa di “suicidarsi”, sportivamente parlando, (ma in che altro risiede l’identità di Valentino Rossi, se non nel suo ruolo di motociclista?) a causa del dolore per l’amico morto e, per di più, suppone, per causa sua ma, poi, tagliati i ricci, si rassegna con molto onore a un sontuoso funerale.

Cosa manca, in tanta similitudine, a questa società achea dei tempi nostri perchè non si percepisca stonata ed esagerata questa vicinanza all’Iliade?

Mancano le “parole per dirlo”, quelle che Omero aveva in abbondanza e che, invece, per adeguarsi ai tempi, sono state miserevolmente tolte da Baricco: manca il senso del sacro (quello che perfino Troy prova a scimmiottare, sembra così esotico e avventuroso, il sacro, fa cassetta). Che poi non è altro che il senso della propria insufficienza, del limite umano. Non c’è bisogno di scomodare dio, dei, e religioni varie.

E, in questo vuoto di sacralità, si infilano le ore di diretta tv e i blabla degli opinionisti, mentre i miseri inconsapevoli di esserlo blaterano con petulanza di buoni e lacrimevoli sentimentalismi, linkano addii <3 per non dimenticare <3, disegnano stelline, liberano palloncini e abbracciano piagnucolando il simulacro sentimentale di turno (per non parlare dei baci e abbracci a Maria).

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in diagonali e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

11 risposte a nella dimora dell’Ade c’é uno spirito, un fantasma, ma dentro non c’é più la mente

  1. Pingback: nella dimora dell’Ade c’é uno spirito, un fantasma, ma dentro non c’é più la mente Streaming

  2. pessima ha detto:

    La tua passione per la sociologia applicata non ti abbandona, vedo. Ricordo anni fa che consigliasti un libro, I nuovi ceti popolari. Ma non c’entra molto. Non riesco ad avere questa tua capacità di analisi, neanche nei confronti degli studenti, che pure frequento tutti i giorni. Mi fermo alla superficie, non riesco ad entrare nelle loro vite. Ma questo non c’entra molto con quello che hai detto, che è da rimasticare tuttavia. Mi piace- ti dirò- quello spunto sulla fenomenologia delle donne mediatizzate, sarebbe bello svilupparlo. Si potrebbe anche provare. ma anche questo mi pare che c’entri poco.
    Sui funerali, disordinatamente: dove io insegno, che è un paesone limitrofo alla città, una periferia, una ex-cittadella operaia con tanto di ex-manifattura trasformata in biblioteca, c’è un gran culto dei funerali, anche tra i giovani, che vi partecipano in massa, a quelli dei loro coetanei che muoiono di tumore sempre più spesso o di incidenti, a quelli dei padri e delle madri, dei nonni. Una grande e commossa partecipazione dolente che mi ha sempre molto colpito, sarà perché sono refrattaria a queste manifestazioni di dolore che mi sembrano sempre un po’ esibite quando sono aperte al pubblico in questa forma quasi spettacolare. Non riesco a capire, a sentire se si tratta davvero di una specie di solidarietà, di una sorta di fratellanza che è- per me- così primordiale che non riesco ad afferrarla con strumenti razionali e che mi sembra coinvolga più i giovani, come se da una parte traboccassero emozioni che finalmente possono uscire, dall’altra però e contemporaneamente queste emozioni fossero omologate, tutte uguali, preconfezionate. E così mi viene da dire che forse non soffrono davvero, che forse devono soffrire perchè in queste occasioni si soffre, ma poi mi sento quasi cattiva a pensarla così.

  3. caracaterina ha detto:

    Mi vien da dire: ma i funerali (come i matrimoni) sono per definizione tutti uguali, omologati. Sono codificati. Sono riti. E’ sempre stato così. Le emozioni vengono rappresentate per poter essere socializzate.Le differenze stanno nei diversi codici che le varie società, differenti nei luoghi e nei tempi, elaborano. Nel diverso significato dei segni. A me sembra che nei codici odierni prevalga l’impossibilità di dire. E quindi il ritorno del rimosso. Ciò che è stato rimosso, il ne-fas, riappare in forme sgorbiate, fastidiose, petulanti. Vuole uscire e gnafà. Prendi l’applauso ai funerali, ad esempio. Orribile. Ma quello che ascoltavo oggi, improvvisamente, mi ha colpito, forse perchè era così tanto, eccessivamente prolungato e ha fatto intravedere un cambio di segno: da abitudine tipica di una società dello spettacolo fatta di passività e incapacità di essere protagonisti (per quanto ci si sforzi alla ricerca del proprio quarto d’ora), per un attimo è sembrato diventare un rito comunitario arcaico, tipo quello dei mammutones sardi, un esorcismo per scacciare la morte, il che significa una presa di coscienza del sacro, del limite, un’ammissione di paura e un tentativo di prendersela in carico. Qualcosa di molto diverso dal non sentirla, non saperla, non riconoscerla. Se c’è qualcosa di cui i ragazzi hanno bisogno è proprio di un apprendimento dei riti costruttivi con cui prendere in carico la propria paura. L’educazione sentimentale inizia proprio da questo. E’ l’educazione al rapporto con l’Altro. E cosa c’è di più “altro” della morte? E invece li lasciamo ai loro filmacci, ai loro wargames, ai loro stordimenti, ai loro stadi, alle strade diurne e notturne. Alla De Filippi. Vanno ai funerali perchè “vogliono sapere” e noi adulti lasciamo loro dei codici vuoti, sono i gusci della tradizione a cui pure gli adulti si aggrappano, ma dentro non c’è più niente.

    • pessimas ha detto:

      Sì, forse è questo: il bisogno di riappropriarsi, anzi appropriarsi di qualcosa che noi adulti non abbiamo saputo/voluto trasmettere. Di farlo proprio nelle loro modalitàe col loro sentire. Mi diceva una psicanalista che il problema di oggi sono gli adulti che non vogliono essere tali ( e non c’era bisogno di una psicanalista per saperl, ma insomma). E davvero è così: i padri ( e le madri) sono scomparsi ( vedi anche il libro di Recalcati, La scomparsa del padre). Ci torno su, ora campanella.

  4. caracaterina ha detto:

    La De Filippi mi procura vero orrore che tuttavia riuscirei ad affrontare se avessi un anno sabbatico ben pagato e un committente serio. Mi ci metterei io farci uno studio antropologico. :-)

  5. untitled io ha detto:

    “morto giovane perchè caro agli dei”
    ma anche kate: “le persone perfette non possono stare con i comuni mortali”, http://www.youtube.com/watch?v=RdX1nCmmCLc

  6. mauro ha detto:

    ne ho scritto (un po’ così perchè io parlo sempre d’altro, in genere). Ho letto qui, poi su Repubblica … Avevo cercato di capire anche se non capivo in realtà. Napolitano manda un messaggio?!! il vescovo: peccato che non ho fatto in tempo a conoscerlo?!!
    cose da pazzi
    e quella povera ragazza che dice: era perfetto …
    capsco il doversi consolare, ma c’è un limite a tutto. Le parole hanno un senso, perfetto ha un significato unico e solo.
    siamo in un altro mondo.
    Io – sto in un altro mondo.

  7. caracaterina ha detto:

    Mauro, Il vescovo e Napolitano c’hanno i loro perchè che non riguardano noi, qui, noi che tutti stiamo in un altro mondo. In un mondo che non ha bisogno di questi riti. Ma, personalmente, non mi sento autosufficiente e con quel mondo che, invece, ha certi bisogni ho voglia di interagire. E’ un mondo di pazzi, o di impazziti, non so ma non riesco a limitarmi a scuotere la testa.

  8. angie ha detto:

    mia madre piangeva sui biscotti, mentre celebravano il rito… più che la petulanza (quella dei commentatori era insopportabile) mi sorprendono, sempre, i tempi e i modi televisivi che tutti hanno introiettato, senza regia, fanno tutto da soli, “spontaneamente”; quanto alla frase sulla perfezione, della fidanzata, ho pensato: i danni collaterali di internet ;)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...