Exitus

Disposta alla commozione. Da qualche giorno in qua, noto adesso e scrivo subito – evidentemente mi sembra così rilevante per me da non lasciarmelo scappare – mi capita di piangere davanti a qualche notizia che sa di forza e di dolore estremo, di morte e di amore – che detto così sembra il solito topos tragico e sentimentaloide e invece, qui, io lo voglio intendere come bellezza della dignità. Mi sono appena commossa, ad esempio, proprio un attimo fa (vabbe’, non ho mica pianto eh, non per questo, solo un poco di benefico friccicore al core), a scoprire, seppure in ritardo, la lettera d’amore che Moresco aveva scritto agli occhi di Liz Taylor. Ma costa poco, anzi niente. Mentre questa faccenda della dignità e della sua bellezza preziosa ha raggiunto attualmente costi altissimi, è merce assai rara e di enorme valore che assai pochi si possono pemettere e, sbaglierò, ma mi sembra che il suo prezzo sia pagabile ormai solo dai vecchi.  Va da sè, lo sappiamo purtroppo assai bene: pochissimi pure fra i vecchi quelli  in grado di pagarne il prezzo, tanto più se così impotenti da confidare in nient’altro che nel denaro.

L’uomo era stato partigiano. L’uomo era stato maestro. L’uomo ha amato a lungo, per decenni e decenni, la moglie, la figlia e molti molti cani.  L’altro ieri, nell’appartamento signorile davanti al quale sono passata per tanti anni  fra il vecchio cinema e i ricchi giardini, quell’uomo ha compiuto la sua ultima azione di una guerra di liberazione e d’amore durata tutta la vita. Su fogli di carta di una risma nuova ha lasciato scritta la sua ultima lezione, preparata da settimane in ogni dettaglio perchè tutto andasse bene e nessun particolare fosse lasciato al caso. La immagino, la sua scrittura. Rotonda e chiara, come quella lasciata col gesso sulla lavagna per i piccoli che un tempo accompagnava a scoprire la libertà degli alfabeti. Immagino la sua attenzione, delicata e precisa, dolorosa e compresa dell’altezza dell’Ananke, come quando prendeva la mira con la mitraglia da dietro il riparo di un cespuglio in montagna.  Immagino il suo vecchio cuore, esercitato alla paura e alla determinazione, al dolore e alla lucidità, conscio sopra ogni cosa del valore del futuro degli altri.  Con gesti forti, necessari e terribili –  necessariamente e terribilmente ripetuti più volte perchè la forza, ormai, aveva lasciato da anni il suo corpo per rifugiarsi, compressa e memore, tutta quanta solamente nell’animo, ha liberato la sua compagna di una vita, il loro cane e se stesso dalla servitù e dalla tirannia. Si dice: “l’ora suprema”.  Quanta retorica. Però, se penso a lui, vedo passare il tempo nelle lancette , tutto il tempo che gli ci è voluto, immagino, per impegnare tutto se stesso a liberare le ossa deformate, annientare l’Alzheimer, riscattare fino in fondo la miseria dell’umiliazione. Chissà se, in quell’ora, ha rivissuto la guerra e l’orrendo strazio che è costata la libertà. Chissà se è riuscito a pensarsi ancora giovane, per raccogliere la forza di costringersi ad andare fino in fondo. Si dice: “la forza della disperazione” e io non so, non conosco niente che le si avvicini. Nella mia ignoranza del mondo mi sembra che certi gesti si possano compiere solo se si ritrova ciò che ci ha fatto  giovani, la speranza.

Ma forse me la racconto a questo modo solamente perchè, da qualche giorno – saran gli ormoni, va’ a sapere -, mi sento così, disposta alla commozione.

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