Enterprise

Grande silenzio, qui. Il mondo dei blog è in contrazione. Tutto va giù veloce per l’autostrada FB e chi discute della Grande Trasformazione ne fa un problemino salottiero purparlè, la sera dopo il cinema. Riprendere la parola è sempre più difficile quanto più stringente si fa l’urgenza di agire, di rendere la parola davvero prassi efficace, non rumore, non vaniloquio, non inconsistenza. Ho un lavoro di parola, lavoro con la parola, per mezzo di. L’impegno a renderla efficace per tutto il tempo dell’oper-azione mi prosciuga, al punto che, poi, varcata la porta a vetri, superato il cancello, non riesco più a parlare del mio lavoro. Ci ho provato varie volte, qui dentro e, poco tempo fa, anche qui. Forse, mi sono detta, se usassi il blog per mostrarne qualche spiraglio, chissà.

Domani prima prova di scrittura in quarta. Si segue la falsariga dell’esame di stato, ovviamente. Si punta verso il bersaglio finale. Illusorio e necessario allo stesso tempo. Domani due ore, più un’ora il giorno dopo, forse, se avranno finito di fare le elezioni per i rappresentanti del consiglio di classe. Veramente, non sarebbe regolare farli eleggere in quattro e quattr’otto per farli scrivere il resto dell’ora. Ma i decreti delegati sono del 1974 e più nessuno lo sa nè a nessuno più importa saperlo. Riti stanchi e, se presi sul serio, ridotti a una ottusa e protocollare burocrazia. Nessuna riforma scolastica ci ha più messo mano. Mi vengono in mente i fazzoletti da naso di tela: tutti li abbiamo in un cassetto e, qualche volta, capita di usarli, magari come straccetto d’occasione, ma è ovvio che si va di carta e non se ne discute più. Ecco, gli istituti dei DD sono come i fazzoletti di tela.

Dunque: moltissimi dicono ancora: tema. Tutte le volte a spiegare che no, non è così. Ma qui è più pratico lasciar perdere.

Dovrebbe servire a verificare. Nonostante sia improbo io mi ostino a farci “politica” attraverso, alla faccia della Gelmini e del pensiero (del non-pensiero) dominante. Avanzo nello spazio interstellare con l’Enterprise. D’altronde, quest’anno si fanno il Sei, il Sette e l’Ottocento, in storia e in italiano. Va assolutamente sfruttata l’occasione di dissodare a fondo, arare, seminare. Non ho resistito alla tentazione, stamattina, parlando del Re Sole e di Versailles, della gabbia dorata dell’aristocrazia parassita e depotenziata, di infilare  dentro al suono della campana del cambio d’ora le parole “Palazzo Grazioli” e “Villa Certosa”. Tant’é.

Ecco su cosa dovranno sudare, domani.

PROVA DI ITALIANO

Svolgi la prova, scegliendo una delle tipologie proposte.

TIPOLOGIA B – REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE

(Puoi scegliere uno degli argomenti relativi agli ambiti proposti)

CONSEGNE Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano. Se scegli la forma del “saggio breve”, interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio. Da’ al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro). Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo. Se scegli la forma dell’ “articolo di giornale”, individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo ‘pezzo’. Da’ all’articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro). Per attualizzare l’argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo). Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

AMBITO SOCIO-ECONOMICO

ARGOMENTO: Sistema economico mondiale e schiavitù vecchie e nuove.

DOCUMENTI

  1. La schiavitù è un fenomeno antichissimo. […] L’Atene dell’età classica, ad esempio, modello eccelso di civiltà e democrazia, non sarebbe esistita senza il supporto economico garantito dal lavoro degli schiavi, che ammontavano al 30-40% della popolazione totale. Anche l’economia del mondo romano si basava sul lavoro degli schiavi, il cui numero al tempo dell’impero crebbe enormemente. F. CEREDA, V. REICHMANN, Le sfide della storia, Vol. 1, tomo B p. 323

2.

3. Ma per grande che sia il guadagno, che queste tre specie di derrate [oro, avorio, cera] apportano agl’Inglesi, il vantaggio ch’eglino ne ricavano, non si accosta neppure a quello che loro arrecano i Negri, i quali prendono su il fiume Gambia, nella costa dell’Oro, ed in altre Scale, ove trafficano. Il numero di questi Schiavi che trasportano nell’America, sì per le colonie Inglesi e Francesi, come per servizio degli Spagnuoli, si suppone che ordinariamente monti, quando il Commercio non è interrotto, a trenta o quaranta, ed anche cinquanta mila per anno. […] L’utile che i Negri apportano, non si restringe solamente a quello che si ricava dalla vendita di quelli Schiavi. Loro si deve attribuire tutto il denaro che le produzioni naturali della Colonie Inglesi nel nuovo Mondo, fanno entrare in Inghilterra, o che impediscono di uscire; e ‘l giro che cagiona in questo Regno il Commercio, che esercita colle sue Colonie. “ ( testo di ANTONIO GENOVESI, che traduce nel 1757 un trattato di commercio dell’inglese John Cary)

4.

5.

Rosarno si è svuotata, la “cacciata dei negri” ha avuto successo, con buona pace di quella turba anonima di cittadini che ha vomitato il proprio razzismo sulla disperazione e sullo sfruttamento dei lavoratori migranti. Gli aranceti, quest’anno, non avranno più mani africane a raccogliere arance e mandarini a 25 euro al giorno, senza garanzie, in mano a caporali e mafiosi, senza guanti e stivali, in mezzo all’acqua ed al freddo. Gli unici rimasti sono i nordafricani, che adesso lavorano alle stesse condizioni e spesso anche per metà paga, e i rumeni, gli europei dell’est. I migranti dalla pelle nera (ghanesi, gambiani, ivoriani, maliani, senegalesi, ecc.) sono andati via, hanno scelto di mettersi in viaggio verso altri luoghi, verso altri “padroni” pronti a sfruttare il loro bisogno di lavoro. Roma, Milano, Napoli, Foggia, Brescia, Siracusa, ognuno ha scelto la propria destinazione, in base a ciò che già conosce o a ciò che gli viene suggerito. Perché non c’è tempo da perdere: la stagione agricola continua e, dopo Rosarno, c’è da pensare ad altre colture, ad altri cicli.

A Cassibile, frazione agricola di Siracusa, da fine febbraio a giugno ci sarà la raccolta delle patate, dei fagiolini e delle fragole. Ci sono campi che attendono braccia forti e sguardi stanchi, ci sono caporali che attendono i loro schiavi a cui sottrarre 10-15 euro al giorno, ci sono i datori di lavoro, i proprietari terrieri, che con la scusa della crisi pensano di giustificare uno sfruttamento inaccettabile, in nome di un settore agricolo “dimenticato dallo Stato”, consueta irritante lamentela di chi, ipocritamente, finge di non sentire il puzzo della propria coscienza e il peso della propria responsabilità.

Sono invisibili, masse di invisibili che scompaiono per dieci o dodici o quattordici ore dietro gli alberi, tra le colture, in mezzo ai terreni agricoli, per poi riapparire la sera, ai bordi della strada, sfiancati, avviliti, ma pronti a ricominciare, perché domani è un’altra giornata e non ci si può fermare, perché bisogna vivere e mandare qualche soldo in patria. Sono invisibili che, alle 3 o 4 di notte, si ritrovano nella piazza centrale di Cassibile per essere “scelti” dai caporali: “Tu oggi lavori, tu no, tu sì, tu no”. Una parola, una decisione inappellabile (se non a rischio di beccarti ceffoni e pugni) che stabilisce se oggi guadagni da schiavo oppure stai fermo, sempre da schiavo, in una frazione di 5800 abitanti che, di giorno, ti guardano male quando passi in quella stessa piazza dove la notte ti usano per il loro profitto   (M.PERNA, 2 febbraio 2010, in www.liberainformazione.org

AMBITO TECNICO-SCIENTIFICO

ARGOMENTO: Sensate esperienze» e «dimostrazioni certe»: la nascita della scienza moderna.

DOCUMENTI

  1. «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.»
    G. GALILEI, Il Saggiatore, 1623

2. “La tesi che intendo sviluppare è che il calmo sviluppo della scienza ha virtualmente dato un nuovo stile alla nostra mentalità, così che modi di pensare eccezionali in altri tempi sono ora diffusi in tutto il mondo civile. Ma il nuovo stile ha dovuto progredire lentamente per vari secoli tra i popoli europei prima di sbocciare nel rapido sviluppo della scienza, che quindi, con le sue sempre più esplicite applicazioni, lo ha ulteriormente consolidato. “A. N. WHITEHEAD, La scienza e il mondo moderno, 1926

3.«…fare della fisica nel nostro senso del termine…vuol dire applicare al reale le nozioni rigide, esatte e precise della matematica e, in primo luogo, della geometria. Impresa paradossale, se mai ve ne furono, poiché la realtà, quella della vita quotidiana in mezzo alla quale viviamo e stiamo, non è matematica…Ne risulta che volere applicare la matematica allo studio della natura è commettere un errore e un controsenso. Nella natura non ci sono cerchi, ellissi, linee rette. È ridicolo voler misurare con esattezza le dimensioni di un essere naturale: il cavallo è senza dubbio più grande del cane e più piccolo dell’elefante, ma né il cane, né il cavallo, né l’elefante hanno dimensioni strettamente e rigidamente determinate: c’è dovunque un margine di imprecisione, di “giuoco”, di “più o meno”, di “pressappoco”…Ora è attraverso lo strumento di misura che l’idea dell’esattezza prende possesso di questo mondo e che il mondo della precisione arriva a sostituirsi al mondo del “pressappoco”.»
A. KOYRÉ, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Torino, 1967

4. «L’interrogazione della natura ha preso le forme più disparate…La scienza moderna è basata sulla scoperta di una forma nuova e specifica di comunicazione con la natura, vale a dire, sulla convinzione che la natura risponde veramente all’interrogazione sperimentale…In effetti, la sperimentazione non vuol dire solo fedele osservazione dei fatti così come accadono e nemmeno semplice ricerca di connessioni empiriche tra i fenomeni, ma presuppone un’interazione sistematica tra concetti teorici e osservazione…Arriviamo così a ciò che costituisce secondo noi la singolarità della scienza moderna: l’incontro fra tecnica e teoria…Il dialogo sperimentale con la natura, che la scienza moderna ha scoperto, non suppone un’osservazione passiva, ma una pratica. Si tratta di manipolare, di «fare una sceneggiatura» della realtà fisica, per conferirle un’approssimazione ottimale nei confronti di una descrizione teorica…La relazione fra esperienza e teoria viene dunque dal fatto che l’esperimento sottomette i processi naturali a un interrogatorio che acquista significato solo se riferito a un’ipotesi concernente i principî ai quali tali processi sono assoggettati.»
I. PRIGOGINE e I. STENGERS, La nuova alleanza, metamorfosi della scienza, Torino, 1981

5. «Viviamo in un mondo che ci disorienta con la sua complessità. Vogliamo comprendere ciò che vediamo attorno a noi e chiederci: Qual è la natura dell’universo? Qual è il nostro posto in esso? Da che cosa ha avuto origine l’universo e da dove veniamo noi?…quand’anche ci fosse una sola teoria unificata possibile, essa sarebbe solo un insieme di regole e di equazioni. Che cos’è che infonde vita nelle equazioni e che costruisce un universo che possa essere descritto da esse? L’approccio consueto della scienza, consistente nel costruire un modello matematico, non può rispondere alle domande del perché dovrebbe esserci un universo reale descrivibile da quel modello. Perché l’universo si dà la pena di esistere?…Se però perverremo a scoprire una teoria completa, essa dovrebbe essere col tempo comprensibile a tutti nei suoi principi generali, e non solo a pochi scienziati. Noi tutti – filosofi, scienziati e gente comune – dovremmo allora essere in grado di partecipare alla discussione  del problema del perché noi e l’universo esistiamo. Se riusciremo a trovare la risposta a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana: giacché allora conosceremmo la mente di Dio». S. HAWKING, Dal Big Bang ai buchi neri, 1988

AMBITO STORICO – POLITICO

ARGOMENTO: La necessità storica che il potere sia sottoposto al vincolo delle leggi.

DOCUMENTI

  1. [Le leggi] sono sopra di voi, signore, e invero vi è anche qualcosa che è sopra di esse, e che ne è il padre e l’autore, e questo è il popolo d’Inghilterra. Infatti, signore, siccome è lui che, da principio, sugli esempi degli altri Paesi, s’è scelto per sé questa forma di governo per amore della giustizia, essa s’amministri in modo tale che la pace possa conservarsi, egli ha perciò, signore, dato delle leggi ai suoi governanti conformemente alle quali essi devono governarlo, a condizione, tuttavia, che se dovessero risultare difettose e pregiudizievoli per il pubblico, egli avrebbe un potere riservato e innato in lui di cambiarle ove giudicasse che ve ne sia bisogno. Alcuni del vostro partito, signore, hanno giustamente detto che un re non ha eguali nel suo regno. Anche la Corte vi concederà che, mentre siete re, non avete eguali in un certo senso, poiché siete più importante di qualunque vostro suddito, ma sosterrà altresì che siete minore d’essi tutti insieme […]

dagli Atti del processo a Carlo I Stuart, 1649

2. […] il Bill of rights rappresenta il modello di quel particolare equilibrio tra potere del re, limitazione di esso sulla base di un testo “costituzionale” e poteri del parlamento che va sotto il nome di monarchia costituzionale (e poi parlamentare). Il valore dei principi stabiliti nel Bill of rights non è confinato però alle monarchie. Ritroviamo alcuni di essi anche nelle costituzioni repubblicane come per esempio quella italiana del 1948, attualmente in vigore. Nell’art. 1 della Costituzione, si afferma per esempio che la sovranità (in questo caso del popolo) si esercita nelle forme stabilite dalla Costituzione. Anche ora che la sovranità appartiene al popolo, infatti, non è venuta meno l’esigenza […] di regolare e porre limiti all’esercizio del potere; e ciò soprattutto dopo la tragica esperienza di regimi del Novecento come fascismo, comunismo staliniano, nazismo […]

AA.VV. Passato Presente, vol. 1, pag. 442

3. […] “un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni; obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non diventa servo degli uomini”.

.J. ROUSSEAU, Lettres écrites de la montagne, trad. it in Scritti politici, Torino 1979

4. Professor Viroli, partiamo dalla «libertà dei servi», il titolo del suo libro, a cui lei oppone quella dei cittadini. Qual è la differenza?

Il  concetto di libertà dei servi ha una lunga storia nel pensiero politico, antico e moderno. Abbiamo la libertà dei servi quando gli individui sono sottoposti al potere arbitrario o enorme di un uomo. Perché se sei sottoposto al potere arbitrario ed enorme di un uomo che può fare ciò che vuole non sei libero come cittadino, ma hai la libertà dei servi, che consiste spesso nel poter fare ciò che vuoi, ma sempre sottoposto alla volontà di qualcun altro. La libertà del cittadini è diversa, non è sottoposta al potere arbitrario o enorme di un uomo, ma soltanto alla Costituzione, alle leggi e ai principi morali. Tutto questo si intende bene se consideriamo una frase di Cicerone: “La libertà non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto”. […]

Dunque quando si smette di essere cittadini e si diventa sudditi?

«Non parlerei tanto di sudditi, quanto proprio di servi, perché la sudditanza dipende dalla forza, mentre la servitù è costruita sulla persuasione… Ad ogni modo la libertà del cittadino termina nel momento in cui all’interno della res publica si forma un potere arbitrario o enorme, come dicevamo. Ma bisogna aggiungere che è del tutto irrilevante chi abbia tale potere, e neppure conta come venga utilizzato. Il problema è la semplice esistenza di un potere, che imponendo la propria volontà fa sì che non si possa parlare più di libertà dei cittadini, ma di libertà dei servi. È importante avere chiaro che, come hanno sempre sottolineato gli autori di commedie nella Roma antica, i servi sottoposti al potere di un uomo possono essere felici, e spesso lo sono, perché sono in condizioni di fare più o meno ciò che vogliono. Ciò nonostante, il semplice fatto di essere sottoposti a un potere non li rende liberi nel senso della libertà del cittadino. “

Da un’intervista a MAURIZIO VIROLI, docente di Teoria politica all’Università di Princeton, e autore del libro La libertà dei servi, 2010

TIPOLOGIA D: TEMA DI ORDINE GENERALE

La violenza lacera quotidianamente la società, circonda la nostra vita, coinvolge la nostra coscienza, sollecita la nostra riflessione morale, culturale e politica. Nella tua esperienza giovanile non avrai certo mancato di interrogarti su questo aspetto drammatico della società del nostro tempo e di maturare personali considerazioni.

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6 risposte a Enterprise

  1. pessima ha detto:

    Se questo un po’ ti consola, non sei la sola a infilare qua e là Palazzo Grazioli e il nostro caro Presidente del consiglio. Loro ridacchiano, alcuni sembrano come liberati nel ridere. Chissà. Ma qui sono in terra rossa, e pure da te, mi sa, il terreno è ancora abbastanza fertile. Sacche di resistenza, si chiamano. Come i blog, del resto, per quel che mi riguarda, sotto aspetti molto diversi. Fb non serve alla resistenza, troppo dispersivo: lì sì che non ti vede nessuno, sei come una goccia nell’oceano. Non che mi interessi essere un secchio d’acqua o una bocchetta antincendio. Bisogna avere pazienza, comunque. Del tipo: ben scavato, vecchia talpa. Buon lavoro, belli i temi.

  2. caracaterina ha detto:

    Credo anch’io che il blog sia resistenza. Infatti mi stanno mancando le forze.

  3. mauro ha detto:

    uniamole! ;-)
    – prof, ma che significa “che libito fé licito in sua legge”?
    – Eh! … hai presente Ruby?
    (quassù terra arida, comunque)

  4. Caracaterina, io continuo a credere che il blog sia dalla parte delle parole libere. Cerchiamo di non perderle, le forze, nonostante la stanchezza. E la contrazione del tempo.

  5. michele ha detto:

    ciao prof, ti rubo una delle tracce

    mics

  6. caracaterina ha detto:

    provo il cell nuovo

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