L’armistizio

L’anziano racconta in televisione il suo 8 settembre, all’ora di pranzo su Rai3. E’ stato ufficiale e poi è stato prigioniero. E’ così pieno il suo racconto, così pieno, nudo e ricco. Dentro lo studio tv e in cucina tutti ascoltiamo attenti, noi grandi consapevoli, i giovani, anche se ormai pure loro molto grandi, solo commossi. Quello lì avrà la mia età, dice mia madre che ha già mangiato, a me, che mangio, dopo la scuola, il pollo e patate che mi ha preparato. Fra noi due è mia madre la badante. Guarda, come se fosse adesso. Era verso sera, beh, no, non proprio, la tarda bassora. Con la sua “o” chiusa, lombarda. Tutte lì nella corte, a cantare una di quelle canzoni, quelle lì, tedesche. Com’era? C’eran tedeschi dappertutto, una cosa normale, si fermavano sempre sull’aia passando sulla statale, la corte era grande. Non mi ricordo: che canzone era? Loro mangiavano, giravano avanti e indietro. Sai, noi ragazze … Dentro e fuori la casa, sai. Facevano quello che volevano, quando arrivavano era così, la casa era loro. Mettevano la fureria, entravano in cantina, in granaio. Non è che parlassimo tanto, qualcosa, alle volte, c’erano dei bei giovanotti davvero. Era sempre così. Arrivavano. Con macchine, i carri. Con le bestie. Andavano nella stalla e prendevano il fieno. Il nostro fieno era loro. Muli, maiali, cavalli, vitelli. Si mettevano nell’aia e facevano cucina. Una volta si son messi a bollire riso e albicocche, insieme. Noi ridevamo. Quel pomeriggio lì, mi ricordo, sì insomma stavamo cantando e lì vicino era distesa una barella. Avevano scaricato barelle, tutte coperte da tele cerate. C’eravamo solo noi ragazze e loro un pochino più in là. Non è che proprio… fraternizzassimo, sai. Non era mica bello. Ma cos’è che cantavamo? Beh, a un certo punto loro, tutti a mucchio e alla svelta si sono alzati e via che cominciano a partire. Non era una cosa strana, succedeva spesso così, che magari mentre stavano mangiando tutt’a un tratto dovessero piantar lì e via, correre a impacchettare, accendere i motori e andare, tutta la carovana e magari erano cento e cento, e più. Però mai, mai, nello stesso momento in cui quelli se ne andavano erano arrivati di corsa e con le facce spaventate mio padre e il suo amico, Pirìn, il fattore, a farci segno, a urlare piano, a girare gli occhi di sotto in su per dirci di smettere, per carità di smetterla subito di cantare. Di stare zitte, subito, basta!!! Con le mani così, che si alzavano e abbassavano ma un po’ di nascosto. Me lo ricordo come se fosse adesso. Cosa ne sapevamo noi? Il perchè di tutto quell’allarme, quello spavento. Non ci hanno mica detto niente, eravamo ragazze, noi, non sapevamo di politica, gli uomini con noi non parlavano di queste cose qui. Solo dopo un po’ abbiamo sentito quella parola. Armistizio! E si vedevano, poi, i giorni dopo, in campagna passare, tutti sbrindellati e sbandati, quei ragazzi, poveretti, che si guardavano attorno, da soli, pieni di paura. Passavano in campagna, sai, nei fossi, mica sulla strada.

Ho finito di mangiare e anche la trasmissione tv è finita. Telegiornale adesso, mentre lei lava i piatti. Erano tanti anni che non lo raccontava più. Stavolta ci ha aggiunto ancora qualcosa. Di uno scappato dai treni, dai carri bestiame che rallentavano a volte passando là, nella valle, uno alto e magro, che non diceva mai niente e a cui mio nonno, alto e magro anche lui, e fascista pure, della prim’ora, aveva regalato dei vestiti. Veniva a lavorare, quello, ma non parlava mai, non diceva mai niente, non sapevamo niente, solo si capiva, dall’accento di qualche parola, che era della Bassa Italia. L’aveva preso in casa il falegname del paese e veniva lì a farci le finestre, quelle della casa a fianco al fienile, che a cercare di sistemarla, in tempo di guerra, ci voleva l’inferno a trovare i materiali.

Il tiggì è deprimente. Anche mio padre raccontava il suo 8 settembre, alle volte. I suoi vestiti borghesi presi in casa di una ragazza, con giacca e cravatta e una cartella di pelle da sembrare un funzionario che va dritto su e giù dai treni come se avesse un compito importante da fare. Ma con mia madre taccio, fumando sul balcone.

Vien fuori ancora col piatto in mano, sgocciolante. Adesso mi ricordo che canzone era! Rosamunda.

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9 risposte a L’armistizio

  1. mauro ha detto:

    Non c’entra nulla con l’otto settembre, ma diciamo ch’è un omaggio a chi ti prepara ancora il pollo con le patate!

  2. caracaterina ha detto:

    Grazie da parte sua, mauro. Le piacerà. Ci sono scene di Novecento che sono state girate a tre km dalla corte dove viveva mia madre. (Qui ho proprio confermato quello che diceva z. in un commento all’altro post)

  3. sistercesy ha detto:

    ricordi sentiti e risentiti e ogni volta si allungavano sempre più, ma mai banali, sempre verità da trasmettere,
    grazie

  4. untitled io ha detto:

    così lontana dalle tue terre! (dal mantovano, dal trentino)
    e genova poi…
    ci sono volte che mi sembra che puoi morirci asfissiata, in questo inchioppo di culture, altre volte che sembri respirare da tutti i lati.

    “la storia siamo lei”

  5. Ci ritrovo non solo la bassora, ma anche i racconti.
    Mio padre, arrivato da Udine il 17 febbraio del ’43, fresco fresco di Russia, fu mandato direttamente a Sparanise, in provincia di Caserta. Lì giunse come una bomba la notizia dell’armistizio.
    “In nove, io e Cornacchini, un toscano, due mantovani, un emiliano e tre veneti decidemmo di tornare a casa convinti che, andando verso nord, i tedeschi, forse, non ci avrebbero ostacolato più di tanto. Fu un viaggio lungo, faticoso e pericoloso, col rischio incombente di cattura e deportazione; a mezzogiorno del 12 settembre, con lo zaino in spalla, arrivai a casa, a Borgofranco, mentre la gente usciva dalla messa.”
    A piedi, da Caserta al mantovano, anni 23.

  6. caracaterina ha detto:

    unts, non mi sono mai sentita inchioppata (?) per le diverse appartenenze, per la mia generazione qui, in questa città, è stato naturale crescerci dentro: alle elementari e alle medie forse neanche un quinto della classe era di genovesi “pure”, eravamo tutte “foreste”, come si dice qui, e per lo più rimescolate (padre pugliese madre piemontese, padre sardo, madre toscana, padre pugliese madre romagnola, padre genovese madre calabrese, e poi c’erano le sarde pure, le calabresi pure, le friulane pure, le siciliane pure). per molti non sarà stato facile, sicuramente (anche se io, a dir la verità, non me ne sono mai accorta), per tutti è stato una ricchezza che qui, ancora, non è del tutto perduta.
    zena: anni 23 pure il mio, di papà. erano uomini, ben ben cresciuti. quando penso che Rigoni Stern era ancora più giovane di loro a guidare a baita i suoi alpini attraverso l’orrore. (e chissà mai che tuo padre e mia madre non si siano pure incrociati, lungo il fosso della carradela).

  7. mauro ha detto:

    io passo sempre, ma immagino che il prossimo post sarà sul 25 aprile :-)
    O no?

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