Lavoro sporco lavoro culturale

E’ da quando, tempo fa, lessi la recensione che vorrei comprare questo libro di Edoardo Nesi del quale ignoravo quasi tutto fino a poco fa, prima di gugolare. [Ma io, dove vivo? Come faccio a non sapere così tante cose che potrebbero/dovrebbero interessarmi, per gusto, educazione, lavoro? Fra le tante paturnie, mettiamoci pure lo sgomento continuo per la mia ignoranza. Superfluo e doveroso].  Non ho ancora comprato il libro ma ieri ho letto un articolo di Nesi sulla solita Repubblica. E non avevo mica collegato, no, che lo scrittore fosse lo stesso, perché ‘sto Nesi mi scivola continuamente dai pensieri. Vabbuo’.  Ma non è questo, non è questo che. E’  che glielo potevo dire io [certo che non ci usciva un film, però], che la ggente dice sempre che la cultura, uuhhh sì, la cultura, altrochè se è importante, ma di libri non ne legge eccetera.  Ma non è questo, non è questo che. E’ quando scrive: “mi rimproveravo, perché in quelle notti lunghissime mi sembrava d’ aver sempre scritto solo minuetti, esercizi di stile più o meno riusciti, operette inoffensive e godibili da leggere all’ ombra del palazzo del Principe, quando invece potevo provare a combattere, seppur con le mie povere armi spuntate, lo stato di cose insostenibile e indegno”  che poi sarebbe il fatto che gli italiani non leggano e, aggiungo io, che non sappiano proprio leggere e, aggiungo poi, che non gliene importi un fico secco che tanto, come dicono i miei studenti, c’è tutto su Internet.

Ecco, è questo: invece potevo provare a combattere.

Anni che combatto, mi son detta e continuo a dirmi, anni di trincea ché questo è stare a scuola, e non un intellettuale, non uno scrittore che se ne accorga. Non di me, claro, ma della scuola. Come se la scuola non avesse niente a che fare con il “lavoro culturale” in cui tanti, che “lavorano” – eccome! – con le parole sono profondamente impegnati. A parole. A opere, sì. E a omissioni. Certo, ci sono pure quelli che nelle scuole ci fanno i loro giretti, le loro passerelle, non mancano gli istituti che li chiamano per la turnè che di motivi didattici per farlo ce ne sono a iosa.  E gli intellettuali, pardòn, gli scrittori,  talvolta accettano e poi si compiacciono pure di quante belle cose scoprono, di quanto gli studenti siano “più oltre”. Grazie, arrivederci, è stato un piacere. Speriamo che leggano, adesso. Potrei scrivere: che leggano i loro libri ma sarei profondamente ingiusta, gli scrittori fanno appunto il loro lavoro, le loro presentazioni, è giusto che ne sperino quel misero ritorno. Ma, appunto, il loro lavoro, culturale,  non è “scendere in trincea” e, se lo fanno, se “combattono”, se si accapigliano, se pensano alla “responsabilità dello scrittore”,  mai – sì , l’iperbolico mai va bene – si occupano della scuola anzi, dato che è degli scrittori che parlo, dello stato delle Lettere a scuola.

Poi fanno i film e i documentari e “scoprono” che davvero, della kultura alla gente non importa, che per leggere tempo non ce n’è.

E mica solo la scopre Nesi, natuerlich, l’ irrilevanza della cultura nel formarsi delle più o meno libere opinioni della stragrande maggioranza delle persone, come sa bene chi frequenta, ad esempio, Nazione Indiana. E la frequenta, l’irrilevanza di certe battaglie nonostante.

Ora si dirà che no, non è vero, e quello e questo e quell’altro insegnano pure e questo e quello e quell’altro hanno firmato antologie scolastiche e magari si sono fatti pure un pochino di mazzo vabbè.  Lo so. Non so tutto ma parecchio di questo lo so.

Ma una cosa non so. LA cosa. Perché la questione-scuola non appassioni, non sollevi questioni, non susciti  centinaia di commenti nei giornali, riviste, blog, in quelli letterari certo, visto che è di scrittori che parlo. Ma anche no.

E adesso mi do la zappa sui piedi. Perchè io stessa mi annoio se parlo di scuola, in fondo. Come mi annoierebbe sentir parlare di astrofisica. Per anni, in rete, non ho mai parlato del mio lavoro. Giusto dieci anni fa, quando in rete entrai e mi emozionai come un esploratore nel Mondo Nuovo, ero in crisi profonda con il mio lavoro, che non so abbandonare. Il discredito sociale in cui è precipitato e di cui percepivo i segni ovunque, pure in rete, appunto, mi feriva talmente da farmi nascondere. Anche fra gli insegnanti circola la battuta, quella che mia mamma non sa che faccio l’insegnante, non gliel’ho detto, lei crede che faccia la puttana (o il pappone, ladro, pusher , a scelta). Dire a qualcuno che non conosci che fai l’insegnante modifica immediatamente l’assetto della relazione, succede nella realtà 3D come in quella virtuale. L’altro si irrigidisce, a contenere una massa di emozioni contraddittorie e poco piacevoli da cui si sente investito e che, per educazione, coscienza, senso dell’opportunità non ti rovescia addosso. Un po’ di aggressività (a quanto pare tutti, a scuola, hanno avuto qualche insegnante con cui non hanno ancora fatto i conti e che tu gli ricordi immediatamente), un po’ di pietà (certo che siete messi male, veh), un po’ di vergogna di provare questi disdicevoli sentimenti proprio davanti a te che non ne puoi niente, un po’ di senso civico-politico (la scuola dovrebbe essere una priorità per ogni governo che si rispetti! ne va del nostro futuro!). Trallallà.  E queste sono le reazioni di chi “ci vuole bene”.  

[Che poi chi si fila i precari, per dire, questi morti di fame? E se non fanno audience loro, coi loro corpi stenti, da sfigati della screditata P.A., che attenzione potrebbe mai raccogliere una discussione sui contenuti della “storica riforma” che sta partendo? E sul linguaggio che ammorba le centinaia di pagine dei documenti ufficiali ?]

Ma, naturalmente, a queste “offese”  si possono contrapporre l’orgoglio, la capacità di non farsi condizionare, la passione. Ho in mente tante  persone capaci di lottare contro questa mancanza di riconoscimento sociale, contro questa deriva che trascina chi fa un “lavoro culturale” privo di luci da palcoscenico.

Ma a me tutta questa grinta individuale non basta. Non mi bastano gli interstizi e le individualità.  Il disastro socio-politico mi sovrasta.  Una perdita di serenità che è perdita di saggezza, probabilmente, la mia.  Mi viene in mente che già  anni fa avevo scritto un post su questo isolamento del lavoro culturale dell’insegnante. Cerco e scopro che sono passati solo tre anni  e che il blog è proprio questo mentre mi sembrava di ricordare che fosse quello vecchio. Rileggo e provo un moto di nostalgia. Che bella discussione cazzo! Di quelle che non ce ne sono più. Unts che mi chiedeva a chi mi rivolgevo, allora. Domanda diretta che non ebbe una risposta diretta. A noi, mi rivolgevo, a tutti. Adesso, che parlo con una voce così diversa e che mi rivolgo, nel post mica nella realtà 3D,  agli intellettuali,  sembra che sia più lucida  ma, in realtà, ci vedo ancora meno.

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19 risposte a Lavoro sporco lavoro culturale

  1. mauro ha detto:

    Beh! ma proprio mai?
    E Marco Lodoli allora? (ma mi viene così, magari ce ne sono altri).
    Non so nulla di Nesi, ma ho seguito il tuo link e penso che il suo libro mi potrebbe piacere. Tempo fa, invece, lessi Il paese delle vocali, un bel libro di Laura Pariani, un racconto (fra i tanti possibili, che m’è tornato in mente leggendoti. Racconta d’un tempo lontano, quando il maestro non era solo il deamicisiano Perboni, figura stimabile al pari dell’ingegnere delle ferrovie. Fare il maestro (la maestra, dice la Pariani) era professione difficilissima, contrastata e priva di prestigio sociale.
    Vi è, quindi, una lunga tradizione -caracate- di svalutazione del lavoro culturale svolto nelle aule. Perchè anche negli anni della nostra formazione che, pure in un’assoluta continuità di ministri democristiani, parvero – ed erano, anche- così diversi da ora, in realtà quelli erano gli anni del Maestro di Vigevano, mica soltanto Rodari, Lodi, don Milani, MCE …
    Oggi, se togli dal mazzo le archistar, l’astrofisica, ecc…, un insegnante gode della stessa considerazione sociale di un postino (e come tale viene trattato nell’indifferenza generale). Poi ci sono i momenti di emergenza come l’attuale, ma valgono qui le considerazioni fatte per “l’altra questione” : bisogna salire su un carroponte, bruciare in un capannone, o essere reintegrati a forza (di legge) da un pretore. Poi la prima pagina passa ad altre questioni.
    C’è un’ultima cosa che non mi convince nel tuo post, l’uso indifferenziato che tu fai dei termini scrittore e intellettuale. Io credo che il numero di intellettuali italiani sia diminuito drasticamente, inversamente alla crescita del numero degli scrittori.
    ;-)

  2. pessima ha detto:

    Azz. Mi sono riletta anche io, laggiù. Ero io quella che scriveva? dimmi, ero io? No, non ero io. Ma questo importa, dimmi? Bhe, io credo di sì, mi sembra di sì, che importi com’ero io e che laggiù 53 commenti, la cosa ci interessava, parecchio, a noi tutti. Oggi mica tanto, ci interessa della scuola e degli intellettuali e degli scrittori. Non qui, caracat, non qui. Non intendo il tuo posto, intendo qui sui blog. E forse anche fuori, però.
    Una volta, tanti anni fa, ci fu un collegio docenti, nella scuola della città di Nesi dove prima insegnavo, una Stalingrado, allora, ora c’è un sindaco di destra, per la prima volta dopo non so quanti anni. Ma che importa, questo, che lagna è? Insomma a questo collegio, io, credendo di fare cosa ganza, feci un intervento per dire che cosa credevamo di essere noi insegnanti, eravamo solo impiegati dello stato, niente di più che dei travet ( si scrive così, no?). Lì è cominciata la mia decadenza, mi pare, la mia sfiducia in quello che faccio. Che poi non è sfiducia, a dire il vero, è che mi pare che la vita non passi più di lì, la mia e quella dei ragazzi che mi trovo davanti, che le cose che insegno non servano più a molto. E sbaglio, perchè dovrei capire allora quali sono le cose che servono per una vita che IO ritengo migliore di quella che insegnano a vivere fuori di lì. Fuori/dentro, ancora a questo punto siamo.
    Non so cosa volevo dirti, stasera, in realtà mi sembra di aver fatto una di quelle tempeste del cervello che adesso vanno tanto di moda. Aurevoir.

  3. pessima ha detto:

    C’era anche Effe. Che effetto straniante leggersi così. Incredibile. Quanta gente.

  4. caracaterina ha detto:

    Il sostantivo “intellettuale” , mauro, a dir la verità non lo sopporto più, non so proprio cosa vuol dire e, se ci penso bene, non l’ho davvero mai saputo, pur dando per scontato di saperlo. Non mi sono riletta ma credo di aver usato “scrittori” per circoscrivere un sottoinsieme di “intellettuali”, qualunque cosa voglia dire. Come aggettivo, invece, mi sento di usarlo più disinvoltamente, forse proprio perchè lo associo al termine “lavoro”. Della proletarizzazione del lavoro intellettuale sentii parlare la prima volta all’università, nel ’76, credo. Mi aggregavo ma non capivo, lo confesso. A me sembrava molto diverso essere un proletario ed essere un “intellettuale”. E me lo sembra ancora. Ma è pur vero che l’opacità, l’invisibilità della massa dei “lavoratori intellettuali” è pari all’invisibilità degli operai. E dei travet. Ma sono discorsi troppo importanti per le mie forze “intellettuali”, certamente stasera, probabilmente sempre :) E comunque forse ha proprio ragione, almeno in parte, pessima: siamo invisibili perchè “la vita non passa più di lì”. Non siamo vitali, non come singoli ma come sistema. Esattamente come gli operai. Ma, nello stesso tempo, siamo essenziali, esattamente come gli operai. Infatti ci fanno a pezzi. A me, la Gelmini che fa la faccetta ed esprime “solidarietà” ai precari intanto che sporge il broncio e dice che non ci può fare proprio niente e che vadano a … fa venire in mente (fatte salve le incommensurabili differenze di intelligenza e capacità) il discorso di Marchionne : “Gestire l’azienda in questo modo ci dà la possibilità di reagire
    in modo opportuno ai movimenti dei mercati.
    Non possiamo ignorare, però, che ci sono dei fattori fuori dal
    controllo e dalla responsabilità individuale che possono
    generare situazioni di grande difficoltà.
    Come ho già avuto modo di dire altre volte, personalmente
    credo in un sistema che si faccia carico di riparare le
    conseguenze del funzionamento dei mercati e di sostenere
    coloro che sono colpiti dal cambiamento.”
    (ho scaricato il pdf e ogni tanto me lo studio: è da manuale)
    Chiedersi cosa possiamo insegnare che serva a “fuori di lì” (cosa e “come” possiamo insegnare) significa, per me, cercare qualcosa che renda tutti noi, attualmente così invisibili e schiacciabili, abbastanza vitali. Fondamentalmente si tratta di “rispetto”.
    Basta: ho troppo sonno.

    • pessima ha detto:

      E prima di tutto per se stessi. E poi- in questa italia così grigia in certi momenti- a me piace insegnare a ridere, di sè e di quello che c’è intorno. Non sempre mi riesce, non sempre sono allegra, non sempre c’è il sole, ma rimane importante non prendersi troppo sul serio, alleggerire e alleggerirsi. Che poi è una forma di rispetto. Oppure ancora su questo c’è da discutere? Do you remember Calvino?

  5. caracaterina ha detto:

    Mah, non riesco ad amare la “leggerezza”. Trovo che sia un concetto equivoco, sospetto, che rischia di rivoltartisi contro. Mi fa sforzo, la leggerezza, il che è ovviamente un nonsenso. Altra cosa è la serenità e persino l’allegria. Ecco, mi piacerebbe un’allegria “pesante”. Il che è probabilmente un nonsenso.

  6. ange ha detto:

    Se si mollasse un po’ di zavorra, verrebbe più semplice la leggerezza.

  7. caracaterina ha detto:

    Sì, ange. Lo so. Ma: specificare “zavorra”, please.

      • caracaterina ha detto:

        Ah sì, l’ho letto oggi in cartaceo. Insieme a quelli di Chiara Saraceno e Marco Lodoli. Ma davvero, ange, non capisco dove vuoi arrivare. A veder confermato – che già lo so da un po’ – che è sempre stato così e che non c’è niente da fare, anzi, che sto sul Titanic, dovrebbe farmi sentire meglio e indurmi a svolazzare leggera? Uh uh, guardami: sto già ridendo.

      • ange ha detto:

        :D
        Faccio un esempio: ho potuto frequentare il liceo e poi l’università, – con grande sacrificio dei miei – perchè mio padre era convinto che quello fosse l’unico modo per riscattarsi dal potere patronale e per il progresso, un figlio “ha l’obbligo” di andare più avanti del padre. Il potere ti frega con la conoscenza delle parole, dei saperi, diceva, perchè a lui il ragionamento critico non ha mai fatto difetto. Ecco, secondo me l’insegnamento nel tempo si è arricchito (?) di fini, significati, riunioni, (la zavorra) ma ha perso di vista la precisione e la determinazione, come scriveva Calvino e così mi riaggancio al commento di pessima :)

  8. mauro ha detto:

    la leggerezza l’abbiamo già sperimentata, si chiama Fazio, Dandini, Paolo Nori, Guzzanti, Bignardi (non l’Irene)….
    Io, per es., rivorrei Volontè al posto di Silvio Orlando.

  9. pessima ha detto:

    Com’è che diceva: bisogna essere duri senza mai perdere la propria tenerezza? ecco una cosina del genere potrebbe andare. Sostituisci con seri/pesanti/pensanti (che è meglio, pesanti, annàpera com’è peso) e con leggerezza e trovi una (possibile) formula. Insomma bisogna ripensarci su. Non si può pensare che basti tornare indietro e oplà tutto a posto. No, Dandini, Orlando, Guzzanti e Nori, ci son piaciuti anche a noi, eccome se ci son piaciuti, non facciamo i moralisti adesso.

  10. mauro ha detto:

    sì, quando siamo in pantofole seduti sul divano.
    Poi, però, bisogna mettersi le scarpe (non so se quelle rotte…) e andare.
    andare avanti, certamente
    non con loro, però

  11. pessima ha detto:

    Perchè noi siamo i duri e puri? (facemo lo foco intanto che qui la cosa si prolunga…)

  12. mauro ha detto:

    @unts Grazie!

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