La macchina del tempo

Ho disdetto infine l’iscrizione alla palestra pretenziosa-fighetta. Più pretenziosa che altro, veramente. Non ci sono quasi mai andata e mi è costata quanto un bel viaggetto, se avessi avuto l’occasione di farne uno. Benefico raptus dopo mesi di inutili rimuginazioni. Ho odiato quella palestra dopo la prima volta. L’ho odiata per gli spogliatoi. Legno, specchi, armadietti per cui devi comprarti un lucchetto, grandi docce, phon appesi ovunque. E tutte queste donne nude, inutilmente nude, di ogni età, di ogni stazza, che non hanno motivo di denudarsi integralmente e di aggirarsi fra gli stazzi se non forse perchè è tutto pieno di specchi e perchè così adesso usa.

Erano anni che non entravo più in una palestra, non moltissimi, mi sembra, 8 o 9 al massimo. Non così tanti, mi sembra. Insomma. L’ultima era stata quella del grande dopolavoro storico della grande fabbrica storica, in fondo alla discesa di casa, due km più giù di qui. Forse è stato lì che mi presi quel fungo al dito o forse no. Fatto sta che dal fungo trascurato e malcurato mi cadde l’unghia e poi mi vennero dolori al braccio (ma il fungo però non c’entrava, mi disse la dermatologa che finalmente trovò la cura, noiosa – noiosa la cura ma anche la dermatologa, veramente, antipaticissima, più degli altri tre di quella stagione di ambulatori – quanto il fungo ma più forte di lui), e dopo il braccio l’ascella e il seno e finii con violenti attacchi di un’ipocondria che si è cronicizzata. In palestra, insomma, non andai più.

L’autunno scorso decisi, invece, un ritorno alla grande. Nessuna mi salutò in quello spogliatoio, nonostante il mio buonasera. All’uscita dissi ciao ed ebbi la sensazione di un flebile grugnito alle mie spalle. Non usa salutarsi, solamente  denudarsi, integralmente, lavarsi, pettinarsi, truccarsi, rimanendo nude il più possibile, nelle proprie pance, nei propri tatuaggi, in ciabattine, in biancheria più o meno yamamay ma anche intimissimi, ma solo un pezzo, o il disotto o il disopra. Chiacchierano soltanto quelle che vengono già insieme e lo fanno guardandosi sempre e solo in faccia, ostentando indifferenza per il resto del corpo e dei corpi come se tutte quante avessero trascorso la vita in un campo di naturisti scandinavi.

Non proprio tutte si spogliano nude. Ci sono pure quelle che arrivano già vestite da palestra (fitness), come me. Ma io sotto i pantalonacci della tutaccia avevo una vecchia maglietta e un’altra tutaccia più sottile, loro marchi scritte e stelline, sbrilluccichii e colori fluo, scollature e aderenze, scarpe piene di stringhe toppe professionali e suole deformi, una bottiglia d’acqua e muscoletti. Si esce dallo spogliatoio in silenzio e con aria determinata, si sale una scala a chiocciola metallica che si avvolge in mezzo al vocio di sotto, all’eco dell’acqua della piscina che trasuda oltre grandi vetrate e al rumorio da fabbrica diffusa del piano di sopra. Oltre la catena di montaggio dei macchinari, portelloni con oblò di vetro che si aprono sbattendo come porte di un saloon, ad ogni apertura sbuffi di musica e di urla dei trainers che scandiscono tempi e azioni come il battitore sulla galera hollywoodiana di Ben Hur.

Macchinari e cartapesta, sacchi da savate e cartapesta, sudori di cartapesta.

Non ce l’ho fatta. Non sono adatta. Ho persino pensato: ora torno dove forse mi ero beccata il fungo. Ma forse è cambiato tutto anche lì. Forse è cambiato tutto anche nelle altre palestre. Non so. Peccato solo perchè lì, nella palestra-fighetta, hanno un grande posteggio. E io in palestra ci devo andare in auto.

Non mollavo l’iscrizione per pigrizia e per vacua speranza. Forse, se mi adatto a questo mondo non sono ancora troppo vecchia. Forse ritrovare l’elasticità del corpo mi permetterà di essere più elastica con questo mondo. Ho speso tanto, in questi mesi, sapendolo senza accorgermene. I soldi non li vedevo neppure, è tutto così easy, scivolano in silenzio via dal conto, senza disturbare, una traccia elettronica diafana come bava di lumaca. Non ho smesso per economia, non sono ancora abbastanza povera da pensare ai soldi. Non mi vergogno nemmeno, di questo, nemmeno adesso, di questi tempi. Mi vergogno del vizio della dissipazione. Scialacquatrice. Il peccato della società liquida.

Quando tutto un mondo muore in liquame, bisognerebbe avere venti oppure ottanta anni per poterlo sopportare. Tutte le altre età subiscono il contagio e ne soffrono, ciascuna a suo modo.

Nella coda del rientro, dopo il giro illusorio dentro al centro commerciale che circonda la grande palestra che affianca le salegiochi le multisale i sushibar (qua un tempo era tutta fabbrica, signora mia, e fumo e metallo e guerra aperta, dichiarata, di ferro, di fuoco, di carriarmati e proiettili e locomotive lanciate a bomba contro … contro), mi ritrovo ferma dietro a una Fiat Uno rosso-quasi-amaranto. Un tempo la guidavo anch’io, una così, ma non era metallizzata, non aveva quattro porte e non era della strana e inaudita serie: EleganZa. Con una Zeta che sembra il filo di un palloncino che sale lungo il cofano. Non capisco subito se a colpirmi è quanto riconosco di simile o quanto mi disorienta di diverso. Nel blocco del fermo immagine del traffico immobile fisso lo sguardo su una targa vecchio stile, lo sfondo bianco, una lettera e i numeri neri e la sigla di questa città. Ma è una targa rifatta che non si adatta perfettamente al telaio. Dice wikipedia che queste targhe furono in uso fra l”85 e il ’93 del secolo scorso. Non me lo ricordavo bene, il periodo. A sinistra della targa c’é una piccola decalcomania – lo so che già in quegli anni si chiamavano adesivi  ma è decalcomania la parola che mi viene in mente, quella che imparai da bambina ad attaccare al parabrezza con l’acqua che scivola via insieme alla pellicola leggermente collosa. La D dorata di Deutschland circondata da 12 stelline dorate. E’ allora che leggo nel bordo inferiore del telaio della targa ROESCHER – Reutlingen. Su wikipedia vedo Stadt Reutlingen, cittadina storica del BadenWuerttenberg, prefisso telefonico 07121.

Alla guida c’è un uomo che dalla nuca mi sembra un poco, ma poco, più vecchio di me. Mi chiedo se é lui ad aver conservato la macchina italiana comprata quando lavorava in Germania da operaio.

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4 risposte a La macchina del tempo

  1. adriana zannini ha detto:

    Se non ti piace l’odore, devi rinunciare. Sempre, quando puoi. Muffe, grassi, gas; chiuso, stantio. Se ami gli spazi siderali, se ti rifugi dentro gabbie protettive, ma lo fai solo per accedere a nuove esperienze, per muoverti liberamente in regioni ignote e potenzialmente pericolose, allora non puoi restare confinato in luoghi angusti. Per lo più maleodoranti. Hai fatto bene cara Erika. A lasciare la palestra pretenziosa-fighetta, anzi solo pretenziosa.
    Inoltre: tutte quelle facce uguali, e quei corpi destituiti di individualità e valore, perché nessuno li guarda. Hai due opzioni: o sentirti così anche tu, povera cosa uguale ad altre povere cose, oppure, ancora peggio, sentirti non abbastanza cosa, comunque fuori posto.
    Ma tutto questo ragionamento è plausibile se sei abituato a cercare un senso sempre, ad ogni passo della vita, e se non ti basta mai quello che vivi. Se ogni volta qualunque esperienza ti mostra i suoi difetti. Se ogni volta ne scopri l’inadeguatezza.
    Io vado in piscina per lottare contro la tendenza alle vene varicose (mio padre ne era pieno)- e ce l’ho fatta-, per riattivare la circolazione linfatica dopo un’operazione al seno – e ce la sto facendo- e per contrastare un’ incipiente artrite al ginocchio sinistro – e sta andando benino. Quanto ai corpi nudi e tutto il resto, sono cose che vedo, ma passano in subordine. Sono convinta che la vita è costruita da equilibri: il vecchio Eraclito parlava di caos e cosmo, la fisica parla di forza centrifuga e centripeta. Se qualche sfortuna ti tocca, puoi ricavarne un bene. Dirai che sono un’inguaribile ottimista. Non so se lo sono. Cerco solo di adattarmi.
    Quanto al vizio della dissipazione, concordo senz’altro. E’ proprio una società “liquida” la nostra, dove tutto trascorre e quasi non lascia orma. Afferri qualcosa e già ti si dissolve nel pugno. Anche il web sembra così. Quanto si riuscirà a conservare? Ma il problema più grave è la nostra memoria: quanto deboli le tracce degli eventi nel nostro interno hard-disk? Società dell’oblio. Mi pare molto vero quello che dici:
    “Quando tutto un mondo muore in liquame, bisognerebbe avere venti oppure ottanta anni per poterlo sopportare. Tutte le altre età subiscono il contagio e ne soffrono, ciascuna a suo modo”.
    Il problema è che se i giovani non ne soffrono è perché sono già assuefatti o meglio affetti dalla regola del consumo e si trovano come dire già annegati o comunque galleggianti nel liquame.
    Cara Erika, sono contenta di averti conosciuto qualche giorno fa su face book, e di averti ritrovato. Adriana Zannini

  2. mauro ha detto:

    questo discorso sulla Fiat Uno non sono sicuro d’averlo capito bene, ma saper individuare un’età dalla nuca dev’essere un’abilità non da poco!
    ciao ;-)

  3. Enrica Garzilli ha detto:

    anche io vado in una palestra fighetta (ho scritto diversi post con il titolo Skorpion) ma per le mie esigenze mi trovo benissimo, vado, faccio e me ne torno via. E poi io posso andare solo al mattina e l’abbonamento è davvero molto economico rispetto alle altre e c’è la piscina, ci vado apposta.

    Ma quanto è vero che “chiacchierano soltanto quelle che vengono già insieme e lo fanno guardandosi sempre e solo in faccia, ostentando indifferenza per il resto del corpo e dei corpi”: sembra che o fai parte del clan, o niente. O sei “del gruppo” o niente: sembra di essere tornati al liceo.

  4. elena ha detto:

    Ciao Caracaterina, arrivo qua per caso e leggo questa cosa sulla palestra. L’è vera eh, le palestre son proprio così, anche qui.
    Infatti cerco le più intime, quelle dove alla fine la gente, le donne (quanto sanno essere stronze le donne, a volte) (ma sicuramente avverranno altre cose, più o meno uguali, o diverse, anche negli spogliatoi maschili) non riescono ad essere così odiose, perché l’ambiente meno figo, meno asettico, meno in linea con la figaggine del momento, non invita all’idiozia contemporanea e, allo stesso tempo, essendo però più curato, non invita neanche il fungo.
    Insomma una fatica anche trovare la palestra giusta.:))

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