Lo cunto de li cunti

Non è uno scandalo che sia andata in finale una canzone brutta, inascoltabile. E nemmeno che ci stia dietro tutto il canovaccio segreto di Pulcinella degli accordi e delle spartizioni di fette di mercato. E’ tutta roba praticamente inscritta a statuto in ogni festival di Sanremo.

Non è uno scandalo che il pacchetto-Sanremo sia confezionato da sempre a forma di specchio della cultura nazional-popolare (Baudo docet, actoritas maior, altro che Gramsci) in cui er poppolo deve essere indotto a specchiarsi e a riconoscersi con dolce e condivisa violenza.

Ma se la DC è sempre stata maestra di applicazioni tecniche in questi corsi d’onore, la cricca degenerata che ne è erede la supera per impudenza e per cialtroneria. Forse bisogna pure compatirla, poveretta, questa cricca: la materia è sempre più difficile, i fili da intrecciare sempre più sottili e numerosi, gli appetiti più grandi, i costi sempre più levitanti, l’abito d’Arlecchino con cui rivestire il popolo servitore di due o più padroni sempre più difficilmente riesce a nascondere gli sbreccoli delle cuciture fra le toppe. E’ una vera fatica, ragazzi, credete. Fanno del loro meglio, dopotutto. Negli anni ’50 era facile ma adesso, con tutte ‘ste complicazioni.

La brutta canzone deve entrare nella terzina finale, oohh: non è più questione di accordi fra case discografiche ma fra televisioni, lo si sa da anni che questi sono i soggetti attivi sul mercato. Il Pupu Re è in quota RAI ed è “raccomandato” e tanto basti a picchiare il pugno sul tavolo. Anche X Factor lo è e si accontenti: il fior della speranza gli è stato consegnato ieri sera. Gli altri due posti della terzina non possono appartenere che alla potenza coloniale di Mediaset con la coppia governatrice per conto del Regno di Berlusconia don Maurizio e donna Maria, e al Terzo Settore, quello delle Opere Pie.

Questa la cornice del quadro o, per riprendere l’immagine di prima, l’imbastitura dell’abito.

Ma la qualità di questo prodotto? Non dico artistica, no, che c’entra e poi che vuol dire? Dico proprio: se mi specchio con addosso ‘sta roba, che immagine vedo? E che roba è, questa che usano per farla combaciare col modello? E come è fatto il modello, questa versione 2010 del Carnevale mascherato del paese? A cosa vogliono che assomigli e chi ha disegnato il tutto?

Allora:

  • fuori Morgan, veicolo di infezione, cane (cagnolino) nero e bastardo che i nostri figli studentelli in canonica crisi adolescenziale di prammatica potrebbero portare a casa trovato randagio (magari c’ha la rogna, magari c’ha la rabbia, lo vedi che gli lacrima un occhio?) una mattina che rientrano (sia ringraziato il cielo) da quel rave che mi hanno chiesto i soldi l’altro giorno dicendo mamma-stai tranquilla- son tutti bravi ragazzi-son tutti amici miei- e poi, lo sai,- mica mi drogo- ti voglio bene io
  • dentro la Mamma magnipopputa, la Regina dei fornelli e dei tinelli, tranquillamente abbondante nei fianchi e nei capelli, scintillante come quando è sempre Natale e appendi palle luminarie e festoni alla Mamma-Albero, alla Mamma-Cameretta a ponte, alla Mamma che invita al cenone gli Amici, gli amici di Famiglia
  • dentro la Regina, quella bella delle Fiabe, leggenda inarrivabile del Potere raffinato e sorridente, Terre Lontane del Favoloso Oriente, profumo di Damasco da tappezzeria delle sedie in salotto, non extracomunitari puzzolenti, straccioni e terroristi ma esotici manicaretti serviti con l’argento del servizio buono, regalo del matrimonio, sogno infantile in cui entri cullata dalla Mamma dentro al Lettino della Cameretta a ponte
  • dentro le Ballerine Francesi, in odor peccaminoso da calendario da barbiere, niente che un paio d’ore all’aria sul filo da stendere in balcone non possa far sparire dalla giacca di Papà e soprattutto da quella del Nonno
  • dentro Cenerentola divenuta Regina, che ora danza e canta anche oltre mezzanotte e senza più dover perdere la scarpina nè temere sorellastre invidiose (non esistono più, sappiatelo, sono diventate tutte principesse sul pisello, da Arisa a Noemi). 

La morfologia della fiaba richiede però un Eroe alle prese con un’azione complicante e tutta una serie di peripezie, un Principino Triste che non demorde, che ama non (abbastanza) riamato, la coroncina nascosta nella polverosa sacca da viaggio, gli stivali delle sette leghe ai piedi con cui tanto da lontano è giunto fin qui, sgambettando, saltellando, correndo e ruzzolando, e qualche volta danzando, per superare pericoli feroci e insidie inaudite. Ma non basta, non basta mai. La Strada delle Visioni, l’unico e pericoloso passaggio, dice la Profezia, tra l’Oscurità e il Castello, è lunga. C’è ancora un’ulteriore Prova Suprema. Ed ecco apparire gli Aiutanti dell’Eroe: un Mago con la sua palla e le parole di Saggezza, e uno Gnomo delle Terre Profonde dove sta custodito il Tesssoro.

Ce la farà il nostro Eroe? Certo che sì. Che fiaba è altrimenti? A cosa servirebbe l’Amore in tuttimodi, intuttiluoghi, intuttilaghi? A cosa la Morte e il suo Gioco (innominabile ovunque se non qui, dove l’Osceno si traveste da Fiaba e sberleffo in Commedia) con la Fanciulla? 

Da questa narrazione così comune eppure terribile va espunta la notte delle Fate, non tanto e non solo perchè sa troppo di Sabba Morganstregonesco, ma perchè si teme che renda esplicito il senso della trama, che sveli il disegno, che sia un virus del disincanto. La Fiaba in Commedia non deve apparire come tale, sennò si rischia che qualcuno non ci creda e che, magari, si rifiuti di far parte della rappresentazione che invece ci vuole tutti partecipi e convinti protagonisti. Se entriamo nel Gioco, se siamo il Gioco, il Gioco sparisce e tutto diventa Realità.

Sparisce il Gioco del Futbol e si chiama Patria. Sparisce il Gioco della Gara di Canto e si chiama Bandiera. Sparisce il Gioco della Presentatrice e della Reclam e si chiama Famiglia. Sparisce il Gioco della Vita e della Morte e si chiama Dio. Sparisce il Gioco delle Regine (tante) e del Re (uno solo) e sia chiama Potere (monarchico, e maschile). Sparisce il Gioco della Scuola e si chiama Spettacolo. Sparisce addirittura il Gioco dello Spettacolo e si chiama Merito (e Competenza). Sparisce il Gioco dei Pacchi del Tesoro e si chiama Lavoro. Sparisce il Gioco del Male e si chiama Morgan. Sparisce il Gioco della Giuria e si chiama Democrazia. Sparisce il Gioco del Travestimento e si chiama Libertà. Sparisce il Gioco della Vittoria Truccata e si chiama Giustizia. Sparisce il Gioco del Principe e il Povero e si chiama Solidarietà.

Basta crederci. Bisogna crederci. E vivremo per sempre felici e contenti in questa favola bella che ieri t’illuse che oggi ti illude, o Ermione.

E’ vero, la trasformazione non è ancora perfetta, si vedono buchi e cuciture e le toppe non combaciano del tutto ma non bisogna infierire. Col tempo più nessuno, ma proprio nessuno se ne accorgerà e, intanto, gli apprendisti un po’ pasticcioni saranno diventati Maestri. Gli affabulatori Raiset, questi maghi dell’autofiction, con tutta le difficoltà che questa fastidiosa teledemocrazia comporta (nulla salva ancora dai fischi in sala – forse bisognerebbe passare al festival a porte chiuse, lasciarli lavorare) stanno già portando a termine più che dignitosamente la mission definita dal Minculpop e noi viviamo, benissimo no?, nella migliore delle democrazie possibili, quella dell’Auditel e del televoto.

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4 risposte a Lo cunto de li cunti

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  2. caracaterina ha detto:

    Se Sanremo fosse come è sempre stato uno specchietto semplice dove rimirare il cattivo gusto e la forma dei sogni a buon mercato non ci sarebbe proprio niente di male. Ho abbastanza anni per ricordarmi in diretta dell’età della Cinquetti e e di Dalidà, della lacrima sul viso e di Iva Zanicchi zingara per non parlare di Orietta Berti e della coppia più bella del mondo. Ricordo Paul Anka e Gene Pitney, per dire, molto ma molto tempo prima di Toto Cutugno svergognato nella sua stessa canzone dall’immensità (a proposito: Don Backy?) di Ray Charles.
    Gli inutili snobismi mi ricordano certi anni fine ’80, per altro uno dei periodi mosci che ogni tanto Sanremo attraversa. Allora era stato reso improvvisamente obsoleto dalla nuova tv commerciale, ad esempio.
    Non mi ha mai preoccupato neppure che quell’immaginario a poco prezzo (su cui si investivano montagne di soldi per arredi e partecipanti) sia sempre stato veicolo di valori conformistici e perbenisti: la morte del povero Luigi Tenco ci ha pensato la storia sociale a vendicarla, così come un’esclusione di Vasco Rossi e una vittoria di Orietta Berti potevano venir rovesciate l’una sull’altra una volta scesi da quel palco.
    Ma adesso non è più così: la coesione fra quello che succede lissù e quanto avviene “fuori” è pesante e determinante per la costruzione del pensiero unico. Da quando Mediaset ha pensato bene che era inutile competere con RAI1 e che era meglio colonizzarla, (tiggì compresi, ovvio,) tanto che non c’è nemmeno una programmazione concorrenziale con Sanremo sulle reti berluske, il lavoro di costruzione dell’immaginario è DIRETTAMENTE corente con la creazione del consenso politico. I valori e gli attori, i testimonial di quei valori, propagandati dal palco sono programmaticamente studiati perchè non si lasci niente fuori. Non sono in gioco semplicemente fette di mercato ma fette di elettorato, del tutto coincidenti fra loro, naturalmente. In questa operazione, che dura con queste modalità mi sembra da un paio d’anni, il Principe ha un ruolo importantissimo, e già mi preoccupò la sua vittoria di ballerino a cui qualcuno forse ricorderà che dedicai un postone. Lui c’avrà i suoi motivi personali e finanziari, non so (a volte, mi fa persino un po’ pena, con quelle spallettine e quelle gambette, vederlo reggere cotante luci ed ombre storiche) ma ha anche tante responsabilità in questa ramazzata di consensi che non sono certamente indirizzati alle sue capacità artistiche. Un Savoia resta un Savoia, maledizione! Come Donna Almirante resta lei stessa. Non temo loro ma ciò che si prestano a rappresentare, soprattutto l’Emanuele, ovvio, insieme al Mago e allo Gnomo. La ripulitura della Storia, da noi, non si fa più nascondendo la spazzatura sotto il tappeto, no, ma disseminando la rumenta poco a poco in giro. Tutto si sporca ma dopo un po’ ci si abitua e tutto sembra pulito.
    Naturalmente la Lega si lamenta che il suo elettorato non sia degnamente rappresentato. Per accontentarla un po’ intanto si fa fuori il terrone, poi si vedrà.
    Per questo il PD presidia goffissimamente il territorio con un’inutile e invisibile Youdem, per questo stasera c’è Bersani e, quindi, Costanzo mette in palco gli operai. Questo non è Sanremo, signori. Questo è il Parlamento italiano, oggi. Anzi, il governo.

  3. mauro ha detto:

    Non so, non lo so davvero se Sanremo merita tutta questa tua poderosa attenzione (poderosa e un po’ barocca, mi pare). Non lo so perchè non ne ho visto che qualche immagine ed ascoltato qualche nota. Ma non è strano, sono anni che non lo guardo.
    Siccome ricordo quella che fu una delle prime canzoni che da Sanremo ebbero celebrità, mi vien da dire che alla fine ha stravinto Pinco Panco, ma d’altra parte non bisognava aspettare questa edizione del Festival per venirne a conoscenza.

  4. caracaterina ha detto:

    Non mi aspettavo che vincesse ancora uno di Amici. Continuo a credere che volessero uno targato RAI. Ma qui casca l’asino: sono così cialtroni che hanno puntato su una roba impresentabile. Oppure così arroganti che ritenevano che ormai tutti potessero ingoiare di tutto. Non credo che siano così furbi o arditi (aggettivo non scelto a caso)da puntare proprio sulla polemica e la protesta per fare audience. Comunque ci sono riusciti lo stesso a vincere, come azienda, per eterogenesi dei fini. Il test politico, invece, mostra che l’Italia “non è ancora matura” e che il partito dell’odio è ancora forte. Ma per ovviare a questo ci sono quelli della scuderia Mediaset. L’ammmore vince sempre no? basta che non si parli politica e che ci sia di mezzo un infante cuore di mamma. Certo che la coppia di Governatori è davvaro in gamba, non c’è che dire: sanno come produrre un vinello da supermercato con l’etichetta di qualità. L’anno prossimo, Sanremo si farà in studio, a Mediaset, basi musicali preregistrate, pubblico pagato e accuratamente selezionato in base all’età e/o al QI più basso. Si chiamerà Festival di Santamaria.

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