Dei mezzi e dei modi

Fra i commenti pubblicati dall’Unità sui fatti di Rosarno trovo:

la gente della piana e stufa…per tanti anni queste persone anno mangiato nello stesso piatto dei calabresi…..il problema sorge quando qualke ragazzino di pessima educazione spara con una pistola …fatto gravissimo.

e mi viene subito in mente che,  a Venezia,  il problema sorge quando qualke ragazzino di pessima educazione brucia un clochard con un accendino.

Ipotizzando nei due casi una matrice simile di ignoranza razzismo ecc. ecc. , di cui non voglio parlare adesso, mi lascio colpire dalla differenza più evidente  nella narrazione dei due casi così come l’ho letta, quella data dai bersagli e dagli strumenti. E non è una differenza da poco, anzi è sostanziale per misurare l’ampiezza della tragedia sociale ed economica della Calabria. 

Un accendino. Una pistola. Mi  risulta insieme spaventoso e deprimente il riduttivismo del commentatore, il suo sguardo normalizzante, la rassegnazione a derubricare a maleducazione il possesso criminale di un’arma, e nelle mani di un ragazzino, poi.  Probabilmente, agli occhi di chi ha scritto, è proprio il fatto che sia un pischello ad azionare l’arma ciò che sminuisce  la portata del gesto, ne attenua la valenza di reato fino ad annullarla a gestaccio di malacreanza. Un riduttivismo critico che vediamo normalmente all’opera nelle reazioni pompieristiche davanti alle urla da stadio delle tifoserie e, ancora peggio, davanti alle devastazioni dei treni da parte degli ultras ecc ecc. 

Immagino che ci siano ancora dei meridionali che, sotto sotto, o anche sopra sopra, provino un qual certo senso di orgoglio per questa capacità di normalizzare il crimine, come se l’abitudine rassegnata alle varie gradazioni di prepotenza fino a quella estrema dei morti ammazzati per strada avesse alzato la soglia di resistenza e avesse temprato presso alcune fette della società civile meridionale un gruppo di supereroi, di duri e perciò puri. Di forti e perciò selettivamente adatti. Mica è da tutti, in effetti. Mica è come da voi, al nord, che i morti per strada li vedete al massimo per gli incidenti d’auto e già v’impressionano. All’orgoglio della resistenza si accompagna spesso, soprattutto nell’immaginario mitico relativo alla Calabria, quello della selvatichezza, la romantica ipervalutazione (compensativa) della visuale magica e primitiva, anzi primigenia, che ben rinvigorisce l’idea  di forza d’animo e di corpo di cui godrebbe chi è – e mi sembra di parlare non dal 21° ma dal 18° secolo – roussovianamente più vicino alla natura.  Mi immagino questi retropensieri, o forse meglio, queste retroemozioni, perchè credo che io le avrei e perchè mi è capitato di trovarle esposte in diverse scritture in rete, alcune anche molto brillanti e di websuccesso.

Le considero viceversa una postura inadeguata, frutto di una mitriditizzazione, non manifestazione di forza ma di impotenza piccolo-borghese (avrà ancora un senso scrivere piccolo-borghese?) nei confronti della democrazia. Ma, d’altronde, come non compensare, per uno spirito democratico, una frustrazione sentita come impossibile da superare?

Un clochard. Dei negri schiavizzati. La debolezza, naturalmente, il sadismo, naturalmente. La forza prevaricante che dà la felicità. (C’è un Settecento che non passa, evidentemente, come si vede anche dall’altro post). (C’è un Settecento che non passa anche nei luoghi, emblematici, di una Venezia che s’inabissa in maschera e di un Regno delle Due Sicilie che si riforma dall’alto e nell’orrore violento dei baroni). (C’è un’Italia che non c’è, per cui Jacopo Ortis deve ancora morire e che Vincenzo Cuoco deve ancora analizzare).  Ma, soprattutto, c’è quanto si annoda intorno all’idea di lavoro.

Un clochard nel Veneto è cartaccia sporca dentro un cartone buttato, è lo scarto del retro-officina. La “maleducazione” dei ragazzi, l’adolescenziale insolenza nei confronti delle regole, il desiderio di mettere e mettersi alla prova non li ha portati alla differenziata ma, direttamente all’inceneritore-fai-da-te, al cassonetto bruciato per strada nelle domeniche da stadio, nel tempo vuoto senza-lavoro in cui si fanno le cose che non contano, che non producono, il diletto, il gioco. Mica si scherza con un artigiano. Mica si va a dileggiare un commerciante. Mica sono monelli alla Gavroche che si fanno un vanto di spaventare i borghesi. E’ un tempo da poco, ci si aggiusta con niente.  Un clochard è niente. Nella triade vivi-produci-crepa mancano i primi due termini, dunque che crepi. Se non produce utile, che almeno produca l’inutile, quel surplus di divertimento che ti dà l’illusione del piacere. Un accendino è un oggetto da poco, da niente. E l’unica cosa a cui serve è accendere l’illusione del piacere sfumato di una paglia.

Il clochard può essere incenerito con niente perchè non ha un lavoro.

Il negro può essere colpito  perchè lavora, invece. Ma non è invidia, quella, non è guerra fra poveri per un tozzo di pane, è disprezzo.  I negri, il lavoro non ce lo portano via: ce lo devono, stante il loro status di bisogno e di inferiorità.  Il lavoro è schiavitù, è maledizione, è l’orrore della fatica, è  il segno della sconfitta degli Iloti, è il calcio nei fianchi e lo sparo in testa da parte dei Conquistadores, è l’oro colato in gola agli omuncoli, insieme alla spremuta di quel rosso pomodoro, è il contratto di asiento che ci rende  quell’oro  restituito dieci volte e speso, sputtanato, sprecato, alla Borsa di Anversa ai margini dell’impero. In cambio di moda, di arte e di status symbol. In cambio di una teatralizzazione della vita in cui ciò che conta è apparire.  In tivù, naturalmente. Il lavoro è roba da negri, mica da hidalgos. Da hidalgos è il denaro, piuttosto, e, visto che il mondo è moderno e cambiato, la vita prima di tutto ha il suo valore. Economico. Tanto più alto quanto meno lavori, quanto meno produci. Ti basta scambiare, commerciare, e liberamente speculare sui feticci. E sui simboli di status da mostrare.  Aggiorna il tuo status, dài.

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3 risposte a Dei mezzi e dei modi

  1. caracaterina ha detto:

    Rileggendo mi rendo conto di approssimazioni, elementi rimasti impliciti che “disambiguerebbero”, ecc. ma ho scritto di getto, sull’onda immediata della lettura e pensando mentre scrivevo perchè ho iniziato come colpita da un pugno con quell’immagine dei due fatti e di due gruppi di ragazzini.Non sapevo cosa avrei scritto. Non ho voglia di modificare,così resta. Aggiungo solo che, così ho letto, i ragazzi di Rosarno sparando addosso agli africani, sghignazzavano frasi come: “Non si lavora oggi, eh?”. Mi pare una conferma notarile di quanto ho scritto.

  2. ange ha detto:

    Contributo video

  3. caracaterina ha detto:

    sì, ange, la Lega. uno dei nostri drammi, forse il peggiore. le sue responsabilità, il suo governo, tutto vero. Ma c’è qualcosa di più profondo e di più esteso. la lega agisce nel nord, non in Calabria. Ci sono i nodi strettissimi degli interessi, vero. Ci sono responsabilità politiche innegabili. E già queste sono abbastanza torbide e oscure. Ma non è “solo” questo tipo di torbido che mi inquieta. C’è il torpido che intravedo, c’è l’inerzia culturale che ha radici antiche.

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