“Italy’s ruin”

Tutto si tiene, diceva quello. Che stamattina, senza sonno, mi metta a sfogliare scettica l’ultimo numero di Poesia – lo compro sempre, lo leggo poco, mi annoia per lo più – e che ci trovi, proprio in questo numero da cui meno di niente mi aspettavo, con una foto così in copertina, poi,  un articolo che mi ha fatto di colpo tornare la voglia di scrivere qui.

Che riapra a notte il blog e trovi come ultimo e abbastanza recente commento quello del bimisterioso iceceitle-online su un vecchio post in cui mi avviticchiavo a spirale in digressioni sulla lingua e innalzavo lodi a quella americana.

Che me ne vada poi googolando per sapere qualcosa di tal Nicola Gardini a cui debbo la piacevole sorpresa antelucana di cui sopra e che scopra che se n’è felicemente partito anni fa dall’Italia matrigna.

Che, unendo in fila pezzi di blogghetti e giornaletti vari, abbia messo insieme un argomento di Tipologia B (Ambito Socio- Economico) da far ingurgitare e sputare proprio fra oggi e domani ai donzelletti di quarta su “Andare o restare? Prospettive future di lavoro”.  

Insomma: esce una mi pare assai bella traduzione in inglese per americani dei Songs di Leopardi. E già mi in-canta il titolo. Perchè Canti, è inevitabile, mi sa di stantìo e di ricerca bibliografica e musicologica, di musei e d’archivi, di spiegazioni scolastiche aggrappate con le unghie alle ciglia abbassate o svagate di discenti immusoniti o irridenti. E tu che sali e scendi, col respiro e la forza delle braccia appese, come dicevo, alle unghie, finchè, qualche volta, non arrivi a schiacciare un tasto col naso e scatta la musica. Song. E alla faccia di MTv.  Ah, Italian song /begins, is born, in pain. And yet the pain/ we’re suffering weighs on us and stings/ less than the tedium we’re sinking into.  E Angelo Mai diventa un blues e li scioglie, i ragazzi, li disinibisce per predisporli all’incontro pericoloso e dolente col mondo. Tutta la muffa del classicismo secolare che, pur se distillata in penicillina da Giacomo una medicina rimane, dal sapor di medicina appunto, e a ingurgitarla per le Nozze della sorella Paolina All’Italia ci fa sentire dei parlanti un po’ tanto malati, tutta quanta, tradotta in questo inglese da hobos diventa birra, o vino, anzi, whisky, la roba forte che è, in effetti. Non succede con L’infinito o A se stesso. No. Quelle sono intoccabili e se ne può fare giusto un remake banalotto. Ma  Il passero solitario, ad esempio, vive in inglese una seconda vita, mentre la gioventù del loco (the youg people of the place, lo vedi com’è semplice?) si fa del tutto riconoscibile, sembrano proprio loro, i ragazzi delle scuole, seeing and being seen.

Ma è la rabbia, tutta intera, che questo inglese di spazi larghi ti restituisce, a dispetto di braccia  carche, ambe, di catene e di sparte le chiome e d’ozio turpe e di fausta sorte e ria.

Va bene la luna, va bene la perduta giovinezza e la tomba ignuda, va bene il pessimismo cosmico ma non bisogna arrivare alla Ginestra per trovare lo scontro determinato col secol superbo e sciocco. Perchè fin dall’inizio Leopardi 

“Scrive per l’indignazione. Scrive per non star zitto. Scrive perché non se ne può più. […] All’espressione del dolore personale – questo si capisce bene leggendo il libro dal primo verso, come si suppone farà il lettore americano – Leopardi si abbandona non per sfogo, ma per raffinamento estremo dell’iniziale bisogno di testimoniare. La sua sofferenza, la sua emarginazione, la sua tristezza diventano prove tangibili e dirette dell’infelicità dei tempi; e – non dimentichiamolo mai – sono la sofferenza, l’emarginazione, la tristezza, di un poeta, cioè di uno che ha cercato e ancora cerca di parlare.

Leopardi si mette a scrivere poesia chiaramente in segno di protesta, in obbedienza a quell’istinto di opposizione che ogni vero scrittore sente e deve sentire. Come diceva Canetti, bisogna essere contro il proprio tempo. E Leopardi lo è. Nell’inglese lo appare anche più evidentemente. Per esempio, quel “procomberò sol io” della prima canzone (v.38), che nelle scuole italiane nessuno prende più sul serio, nemmeno gli insegnanti, si rivela per quel che è: una protesta sincera, disperata, necessaria. Io non ci sto. J’accuse, a costo di rimetterci la pelle. “I’ll fall alone”. Magari servirà. “

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