Perdenti

Chi si chiede come mai gli operai votino Lega  mediti su questo commento pubblicato in calce all’articolo-testimonianza di Ezio Mauro su Repubblica.it di oggi: 

Premetto dicendo che chi non ha aiutato quei disgraziati sul barcone dovrebbero andare in galera per molti anni; però devo criticare l’ articolo di Mauro, mi sembra troppo da libro Cuore!!!! Destra e sinistra vendono solo “aria fritta”, insieme al Vaticano!!! Chi scrive è un lavoratore metalmeccanico, in mobilità dal 1° agosto all’ età di 51 anni.Dopo trenta anni di lavoro e ben 24 anni nel solito posto, dopo che la mia ditta ha perso l’ appalto, non sono stato confermato dalla nuova impresa, ma due miei colleghi pakistani sì, con l’ avallo del sindacato, con la scusa che “non si può fare la guerra fra poveri”!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Ed ora io mi trovo un estraneo, un peso nella mia città, dove sono nato, ho respirato fumo dello stabilimento, ho contribuito in un certo modo allo sviluppo!!!! Ma allora fatemi il piacere…….

Inviato da izio58 il 26 agosto 2009 alle 14:27

Personalmente taccio perché sto meditando io per prima. Se avessi in classe (e li avrò fra pochissimo) i figli di quest’uomo cosa dovrò dirgli? Che non sia retorico, intendo, astratto. Che abbia un valore comune a me (che ho pianto per quest’articolo di Mauro come mi era successo solo un’altra volta, quella della morte degli operai della Thyssen) e a loro. Che ci tocchi tutti allo stesso modo sulla pelle in modo da farci fare politica dalla stessa parte, un giorno (è solo se sei toccato sulla pelle che fai politica, lo scrive da qualche parte Platone, ci disse più o meno il nostro insegnante di filosofia in una delle lezioni iniziali di prima liceo).

*****

Altro giro, altra questione. Più comoda, più da “quartieri alti” della società, mi ha dato fastidio come una di quelle chiacchiere radical-chic che tengono lontano “il popolo” dagli intellettuali, quelli umanisti. Eppure, mi riguarda, perché sono una sottospecie di intellettuale umanista. Come riguarderà almeno alcuni dei miei studenti che, tuttavia, se si porranno il quesito che ora dirò, lo faranno da posizioni di ricercatore scientifico e non avranno, suppongo e spero, tante questioni da umanisti per il cervello: se ne andranno e basta, come hanno già fatto altri loro colleghi prima di loro e come gli auguro. Il quesito riguarda, in definitiva, sebbene a  livello non di disperazioni da barcone ma di privilegio di voli aerei, per quanto lowcost, sempre la stessa questione di cui sopra, l’ emigrazione.  In questo caso italiana e, appunto, intellettuale.  Andare o restare? Ho scoperto la discussione su Fb ma ho visto che è nata su un blog che non conoscevo, fra scrittori e studiosi che non conoscevo. Mi ha dato fastidio che si ammantassero di argomentazioni pseudo sociali i dubbi sull’andarsene, che è una scelta indubbiamente difficile ma certo meno di quella fatta da milioni di italiani nel secolo scorso, senza parlare dell’emigrazione disperata di cui si piange oggi.

Rimanere per fare “i piccoli eroi”, i “resistenti” che si oppongono alla barbarie del secolo mi sembra tristemente puerile. ” se se ne vanno tutti qua non rimarrà più nessuno a presidiare il territorio, ad ascoltare il pensiero di chi è rimasto.”: che sogno di onnipotenza narcisistica! Ma chi credono di essere? Cosa credono di salvare?

Al netto di altre motivazioni (sostanzialmente i vincoli familiari e affettivi e la mancanza di competenze spendibili) ci sono solo due criteri, per chi può scegliere, per restare: 1) la possibilità pratica di sbarcare il lunario in maniera onorevolmente onesta e dignitosa nell’ambito di  competenza 2) la possibilità di incidere (si parla di chi sente l’intenzione e ha la coscienza di volerlo fare), per quella parte minima che attiene alla responsabilità di ciascuno, in direzione di un cambiamento “virtuoso”.  In mancanza di questi due criteri non restano che due vie: o il collaborazionismo o l’emigrazione.

Di fatto, nell’Italia del latifondismo culturale degli inamovibili baroni gattopardeschi, ai giovani “intellettuali” resta solo la stessa via che dovettero intraprendere i braccianti del passaporto rosso: l’emigrazione. Che le strutture economiche politiche e sociali che determinano questo esito si possano modificare per il volontarismo seminale di pochi intellettualini votati al sacrifizio è puro velleitarismo adolescenziale.

Perché tanti busillis, allora? Credo che la risposta stia nella riluttanza, più che comprensibile d’altronde, non tanto ad affrontare lo spaesamento quanto la vergogna, come scrive Claudia Boscolo:

@Marco: metti il dito su un’altra piaga, e questa volta terribilmente dolorosa: all’estero, non solo ci si va perché ormai non c’è alternativa, quindi già di malavoglia, ma ci si va consapevoli dell’immagine assolutamente danneggiata di cui si è portatori sani, con la propria identità valutata e giudicata in base a ciò da cui di fatto si fugge.
Voglio citare un brano da “Italia de Profundis” che la dice davvero tutta:
“…e mi trattava come un migrante del dopoguerra con la valigia di cartone e il cacio in carta da pacco nello scompartimento del treno che portava verso la speranza in un’altra nazione (p. 219)
E’ esattamente così.

Vuoi mettere la differenza fra il sentirsi degli eroici combattenti per un altro mondo possibile e la presa d’atto di realtà di sentirsi, non protagonisti di una scelta (tale sarebbe il trasferirsi, il viaggiare, il conoscere altri mondi, il cosmopolitismo come stile di vita), (poter scegliere, essere liberi: il mito in cui questi giovani-non-più-tanto-giovani sono stati cresciuti dai padri), ma vittime di un’espulsione da uno Stato sentito non come genitore affettuoso e protettivo ma anaffettivo e punitivo?

Vuoi mettere la differenza fra l’uscita professionistica dell’esperto chiamato ovunque per le sue competenze non solo “personali”, “individuali” ma d’ambiente, e l’arrivo col cappello in mano di uno “straniero”, migrante anche se non clandestino, proveniente da una repubblica bananiera dove le competenze internazionalmente riconosciute sono il canto il ballo la pizza e la pastasciutta?

L’umiliazione dell’emigrante. E’ il timore di questa esperienza che trattiene i nostri dubbiosi intellettualini. E’ la rimozione  inconsapevole  di quest’esperienza  che rende odiosi ai nipoti coloro che, con la sola loro apparizione, evocano lo spettro dello strappo infamante di nonni e bisnonni.

Italiani …

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23 risposte a Perdenti

  1. clobosfera ha detto:

    …credo tu abbia colto il succo del mio punto di vista, quello che ho tentato di difendere in questi giornate di intensa discussione su questo argomento proposto in prima istanza da Smone Ghelli sul blog di Scrittori precari; tuttavia permettimi anche di spiegare che la posizione a cui rispondevo in realtà è abbastanza lontana dal ritratto che ne offri nel tuo compendio (davvero preciso fra l’altro, considerando che devi avere letto con enorme pazienza almeno un centinaio di commenti!). La frase che riporti non è che la mia *estrema* sintesi del post di Simone; sia nel suo post originale che nella discussione successiva Simone esprimeva tutt’altro che un “sogno di onnipotenza narcisistica”, ma il desiderio di non compiere quel viaggio della speranza – di cui al brano di Genna – con la consapevolezza che qui si lascia un paese al suo destino. In realtà la questione è complessa e coinvolge i timori per situazioni limite come i contratti capestro a cui sono sottoposti i precari del terziario dopo la modifica della legislazione sul lavoro dal 2003 in qua; il blocco (che dal mio punto di vista è più che altro emotivo) che porta a non reagire in maniera forte a questa situazione; la consapevolezza che all’estero il riconoscimento delle competenze è effettivamente, non dico immediato, ma almeno sicuro; e poi anche il desiderio (non la volontà di potenza o il narcisismo, ma semplice desiderio) di fornire un contributo tangibile a una possiible transizione di mentalità e di prassi intellettuale in questo paese.
    Purtroppo dal tuo blog non si capisce se sei su FB e se è possibile invitarti a partecipare alla discussione, ma se è così, ti invito caldamente ad accedere al mio profilo e a dare il tuo contributo alla discussione:
    http://www.facebook.com/note.php?note_id=120951254742&id=533646773&ref=nf#/claudia.boscolo?ref=name

    Grazie per le tue preziose considerazioni,
    Claudia

  2. polifonie ha detto:

    Dunque, prima che cancelli anche questo commento ti faccio presente che io ho 12 anni alle spalle di vita all’estero, non ho nessun timore di questa esperienza che ho già compiuto e che non mi ha affatto trattenuta in questo paese per paura di presentarmi come emigrante con cappello in mano. Già fatto, e sono sopravvissuta benissimo. Invece il tuo atteggiamento mi sembra di una supponenza senza pari. Non ho capito su che base giudichi gente che di cui per tua stessa ammissione non sai nulla. E’ evidente che non hai sprimentato mezzo minuto di precariato in vita tua, però spargere lacrimucce sulle sfighe altrui leggendo articoli di Mauro nel salottino buono, quello ti viene bene. Cancella pure, saluti. Claudia

  3. caracaterina ha detto:

    Non sono sempre collegata e quindi a volte passa parecchio tempo prima che controlli i commenti sul blog, perciò non mi accorgo se ci sono commenti in moderazione. E qui, su wp, vanno in sospensione tutti i commenti che contengono link. Non avevo cancellato nulla, Claudia, semplicemente non avevo ancora letto l’avviso e schiacciato il tastino Approva.
    Certo che ci metti poco a offenderti (2 ore fra il primo e il secondo commento)! Bella variante di tono, dall’invito gentile all’accusa di supponenza, quando sei tu che supponi chissà che sulla mia vita e su presunti salottini buoni. Stiamo calmini, neh, che qui nessuno ti è avversario. Inoltre, non sto parlando di TE, ma ti cito, come è normale fare nel web anche fra sconosciuti, per porre un problema.
    Come hai arguito ho letto con una certa attenzione e so che hai vissuto all’estero come hai scritto. Inoltre ho cercato il tuo nome su google per saperne un po’ di più.
    Non sentirti giudicata solo perchè esprimo un’ipotesi valutativa. Non sto discutendo di precariato nello specifico di questo post. Non avrei accostato la vostra discussione all’articolo se, leggendo le due cose più o meno nello stesso periodo della giornata non mi fosse venuto in mente di riflettere sul tema vastissimo, e, come scrivo, rimosso, dell’emigrazione.
    L’Italia si dice sia passata da terra di emigrazione a terra di immigrazione con tutto il seguito di orrori legislativi e socio-culturali che vediamo. Mi sembra che non si prenda invece abbastanza in considerazione il fatto che siamo ancora una terra di emigranti e che questo deflusso attuale, pur nella sua differenza sociologica col passato, rappresenta una sorta di retaggio, di continuità.
    E che, nello stesso tempo, ci sia un forte ritegno a porre in termini di interpretazione storica un’eredità così pesante sul piano sociale come l’emorragia di milioni di individui nell’arco di poche e vicine generazioni.
    Di questo volevo discutere, senza prese di posizione preconcette perchè proprio non ne ho e, anzi, avrei bisogno del contributo di parecchi altri per potermene fare un’idea.

  4. delaynotice ha detto:

    Parlando da emigrante (temporaneamente) pentita e tornata. Forse c’è anche una frustrazione in più. La sensazione che dietro la nostra capacità, competenza, specializzazione, o semplicemente dietro il nostro coraggio di andar via, ci sia anche una formazione migliore, qualcosa in più che il nostro Stato aveva costruito ed insegnato e ha perso lungo la strada.
    Fa davvero la differenza, in molti ambiti, essere italiani, essersi formati in buona parte qui. E fa male vedere che in Italia tutto questo viene gettato via come carta straccia, mentre fuori nemmeno se ne sono accorti, tutti impegnati dietro la pastasciutta, la taranta (che comunque è una bella cosa) ecc.
    E allora si torna anche in nome di quello che almeno un poco c’era. Si torna, increduli, come quando non riesci a trovare più una cosa e stai lì a gironzolare intorno al posto dove l’hai vista l’ultima volta.

  5. caracaterina ha detto:

    Bene. Collegamento mattutino, vedi mai che sia successo qualcos’altro a cui non ho posto immediato rimedio :) (fra un po’ me li scorderò alla grande, questi tempi notturni e mattutini, altrochè!)
    Invece niente, neanche su Fb. Se mormorii lontani non arrivano alle mie orecchie (occhi), reazioni aggraziate, semmai, che sfiorano i capelli con sguardo sognante sollevato (o abbassato) su altri piani, persino su altri universi (o mondi ctonii).
    Beh! Rileggo e noto l’evidenza di una cosa che stanotte non avevo afferrato (eppure ne riconosco, in un angolino della memoria emotiva, la coda che già sta lì da un po’ di ore): la somiglianza fra il secondo risentito commento di Claudia e quello di izio58.
    Stessa svalutazione delle reazioni emotive che colgono ingenue (se non ipocrite, inferisco) anime belle, stesso respingimento (ahiahi) sullo sfondo di problematiche troppo mostruosamente ampie per toccare da vicino, stessa, comprensibilissima, focalizzazione sulla propria priorità, urgente, impellente, grave. Stesso risentimento verso chi è vissuto (con molte ragioni, direi) come rappresentante del privilegio dei garantiti, stessa rivendicazione del proprio valore guadagnato a suon di sacrifici e calpestato, stesso appello all’appartenenza ad una comunità umiliata e offesa.
    Finchè la cosa tocca me bersaglia me in quanto persona qui scrivente, pazienza. Ma il fatto è che tocca dei ruoli sociali (gli insegnanti, la scuola, per esempio) e, soprattutto, politici. Prenderla alla larga (la guerra fra poveri, la storia dell’emigrazione) davanti all’urgenza rende inefficaci, fa perdere credibilità e, per la politica, e voti. Mette in crisi e rende muti.
    Già.

  6. caracaterina ha detto:

    Abbiamo scritto in contemporanea, delaynotice, e non ti ho visto. Come dicevo: l’amarezza di vedere il proprio grande valore (e quello della comunità di appartenenza) guadagnato a suon di sacrifici e calpestato. Ovunque, in Italia e all’estero.
    Il fatto è che il problema, da psicologico e sociale, va gestito politicamente e, se la gestione attuale è orribile, quella di una ipotetica sinistra è latitante.
    Io stessa, scrivevo, nel mio piccolo, latito e son qui che mi spremo le meningi per cercare il linguaggio e i contenuti da proporre nel mio lavoro agli studenti in evidente pericolo di contaminazione da virus fascisti, nazionalisti, localisti, razzisti e chi più isti ha più ne metta. Da dove cominciare per sintetizzare il vaccino per questa influenza?

  7. caracaterina ha detto:

    Per buttarla tutta quanta sul personale, ribadisco: che dovrò dire ai figlio di izio58 che mi siederanno stravaccati e irridenti sui banchi? Come farò a non fargli odiare i pakistani, i cingalesi, gli eritrei e tutti gli altri? Come farò a non far loro disprezzare sindacati partiti (di sinistra(?)) a favore di ronde e kukluxklan vari? Come farò a stimolarli a studiare, studiare, far valer la loro intelligenza, il loro impegno? Come farò a farli leggere con un minimo di capacità critica il pascoliano Discorso di Barga del 1911, dopo la conquista della Libia (con tanto di rombo di frecce tricolori negli orecchi)?

  8. caracaterina ha detto:

    Quasi un secolo fa:
    “[…]Lontani o vicini alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d’Italia.
    Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Si, come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti! come Garibaldi.
    Si diceva: – Dante? Ma voi siete un popolo d’analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l’onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s’è fatto vincere e annientare da africani scalzi! Viva Menelik!”
    […]
    Giova ripeterlo: cinquant’anni fa l’Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di se, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell’avvenire. In cinquant’anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.
    […]
    Così risponde l’Italia guerreggiante ai fautori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra; degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi.
    Così risponde con un fatto di eroica e materna pietà, che ha virtù di simbolo. Il bersagliere, di quelli fulminati di fronte e pugnalati alle spalle, raccoglie di tra i cadaveri una bambina araba: la tiene con se nella trincea, la nutre, la copre, l’assicura. Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata, e le crede, chi sa? balocchi fragorosi e luminosi. Ella è salva: crescerà italiana, la figlia della guerra. O non è ella la barbarie, non decadente e turpe, ma vergine e selvaggia; la barbarie nuda famelica abbandonata? E colui che la salva e la nutre e la veste non è l’esercito nostro che ha l’armi micidiali e il cuore pio, che reca costretto la morte e non vorrebbe portar che la vita? […]”

  9. Simone Ghelli ha detto:

    caracaterina,

    non voglio mettermi a fare polemiche. a me sembra che dei nostri post (su fb e su scrittori precari) tu abbia estrapolato arbitrariamente solo alcuni passi, da cui si evince che giochiamo a fare gl’intellettuali della nuova resistenza (che poi che male ci sarebbe, in un paese di ladri e razzisti?)… così come mi pare arbitrario e scorretto sovrapporre la tragedia dei migranti al problema della fuga di cervelli dall’Italia… non devo certo giustificarmi qua e fare l’elenco dei sacrifici fatti finora (come tanti, quelli di cui volevamo parlare), ma penso di avere il diritto di porre la questione senza essere liquidato come uno che gioca a fare l’intellettualino…

  10. caracaterina ha detto:

    Ho già scritto qui sopra abbastanza commenti e abbastanza lunghi, Simone, per spiegare la mia presa di posizione e la declinazione del tema. Se vuoi leggerli mi fa piacere e ne parliamo, se vuoi solo offenderti ovvio che sei padronissimo di farlo. “Essere liquidato etc” mi pare espressione grossa, decisamente sproporzionata al peso e all’incidenza delle mie opinioni.

  11. claudia ha detto:

    Caterina, mi sembra che rigiri un po’ la frittata. Comunque se vuoi contribuire e formarti un’opinione più corrispondente al vero tramite le testimonianze di un sacco di precari del terziario, puoi venirci a trovare sia su FB che sul blog. Rimango comunque dell’idea di Simone, e cioè che l’accostamento fra i due problemi entrambi gravi ma dei quali solo uno veramente tragico, che non è non il nostro, sia scorretto. Nell’articolo che citi si parla di morti, non di precariato. Per fortuna noi di fame non moriamo, questo è vero, però le condizioni esistenziali sono pesantissime, il prezzo che si paga è altissimo, la decisione di partire coinvolge la sfera emotiva, e quindi non è sottovalutabile. Mi sembra dunque ingiusto sminuire il problema prendendo come metro l’entità della tragedia.

  12. Simone Ghelli ha detto:

    caterina, i tuoi interventi li ho letti attentamente, come è prassi prima di rispondere, ma per sicurezza sono andato a rileggermeli, e forse dovresti farlo anche tu, perché sono abbastanza carichi di livore nei confronti di chi resterebbe per fare il “piccolo eroe”… inoltre mi sembra inopportuno sputare sentenze verso chi non si conosce, come quando affermi che noi intellettualini avremmo il timore dell’esperienza degli emigranti… ma che ne sai da dove veniamo, che cosa facciamo o che cosa vogliamo? la discussione è nata per individuare un problema preciso, quello della fuga di un paio di generazioni da questo paese, dove tutto ciò che non è immediatamente retributivo (che sia arte, istruzione o ricerca) viene visto come un di più… a me gli emigranti non risultano affatto odiosi, ed è questa inspiegabile equazione che io non capisco… in quanto intellettualini avremmo la puzza sotto al naso? l’italia all’estero è solo pizza e mandolino? qualche altro stereotipo?

  13. caracaterina ha detto:

    Claudia, Simone, sono stata ma evidentemente assai poco chiara. Presumo che sarò qui nuovamente prolissa ma, spero, un poco più chiara.
    Claudia, nel tuo blog scrivi: “chi ce lo fa fare di rimanere in questo Paese disgraziato quando abbiamo tutti i numeri per eccellere all’estero?” Ecco, sono d’accordo, penso che chi può farlo è meglio che parta, che ne ha il diritto, che non si deve preoccupare di chi resta nè sentire una sorta di traditore.
    Perchè sono stata così critica, invece, con la tua posizione, Simone, tu che concludi il tuo post con l’appello a rimanere? Non perchè trovi il restare, in sè, una scelta sbagliata o falsamente eroica o vigliacca. Non lo penso nel tuo caso specifico, ti ho letto. Ma … due “ma”. Ho usato la parola “intellettualini”, al plurale, non tanto riferendomi specificatamente a te quanto per esprimere, come ho detto, un fastidio che mi è stato provocato da alcuni commenti di altri alla nota di Claudia su Fb. Commenti (ribadisco: alcuni) che esprimevano una posizione velleitaria e astratta oppure terribilmente frustrata. Ma (secondo “ma”) tenendo presenti alcuni tuoi giri di frase (“se io lavorassi all’estero, ora come ora non ci penserei proprio a tornare…”, “chi non lo farebbe avendo l’opportunità di farlo, data la situazione?” “la scelta di andarsene …la trovo una scelta pericolosa per il futuro di chi ci succederà, perché un domani potrebbe sempre peggiorare anche il nuovo posto che avremo trovato, e poi tutti gli altri, finché non ve ne sarà più neanche uno.”, ad esempio), mi sembra che nel tuo appello ci sia, oltre a “la voglia di votare il proprio sé all’idea utopistica di una comunità che possa cambiare anche attraverso il proprio fare” o, come scrive Claudia, a un invito “al senso civile e ad un minimo di attaccamento per il proprio Paese” (niente da dire su queste posizioni, anzi), un surplus di contraddizione e di … sofferenza che, permettimi, se rilevata da qualcuno, l’onestà di un intellettuale dovrebbe per lo meno soffermarsi a considerare senza rigettarla difensivamente a priori.
    D’accordo, non mi conosci come conosci Claudia e io, d’altra parte, ho usato parole diciamo poco respettive, ma intendevo esprimere concetti simili a quelli che Claudia ha scritto amaramente in due suoi commenti su Fb, certo in un modo che tu, Simone, puoi accettare più serenamente. Abbiate pazienza, trascrivo perchè non c’è modo di linkare i commenti di Fb e, se c’è, io non lo conosco. Scrive Claudia: ” …l’impressione che ricavo da come si sta sviluppando questa discussione(…) è che la decisione di partire o rimanere sia motivata da ragioni altre rispetto alla volontà e al desiderio di intervenire sul territorio sentendosi orgogliosi dell’impatto anche minimo che si può produrre, ognuno operando nel proprio settore, e sforzandosi di creare quelle famose sacche di resistenza, oppure rispetto all’ambizione di esercitare una specifica funzione sociale come dice giustamente Fabio. A me pare che la decisione dipenda più che altro da quanto e cosa si abbia da perdere sul piano personale andandosene in paragone a ciò che si troverebbe seguendo l’ambizione ad raggiungere quella famosa funzione sociale.” E subito dopo: “Nel caso di altri che sono intervenuti, forse sono anche scelte personali come il matrimonio, il radicamento sul territorio etc… che infondono un certo alone di romanticismo a quest’idea di rimanere e cambiare le cose. Cioè, forse la lotta è diventata un po’ un passatempo (chiedo venia da subito se suona un po’ critica questa frase, cosa non è nelle mie intenzioni) per chi ha una comunque già delle certezze su cui contare, certezze piuttosto sul piano esistenziale che economico.”
    Ora invio che il pezzo è peso.
    continua dopo

  14. Simone Ghelli ha detto:

    ok, però inviterei a fare attenzione a estrapolare pezzi dai commenti, perché non è come citare da un articolo di giornale o da un libro… il surplus di contraddizione che tu noti deriva soprattutto da questo, dal montare in fila un commento posteriore su facebook con un estratto del mio pezzo sul blog dei precari…

  15. caracaterina ha detto:

    Insomma, nonostante tutta l’attenzione, la consapevolezza e l’onestà intellettuale che riconosco integralmente, non mi passa l’impressione che ci sia incistata, nel profondo della tua esortazione, Simone, una sorta di ipervalutazione compensatoria della scelta di rimanere. Un’idealizzazione che non è romantica ma difensiva. Non penso, come Claudia, che questo paese è come Eluana e gli va staccata la spina (immagine effettivamente potente, icastica ed efficace, complimenti) perchè non penso nè in termini di “dopo di me il diluvio” nè di essenzialità del mio personale contributo alla causa della vita di questo paese. Nè in quanto singola persona nè in quanto (sottospecie di) intellettuale.
    Avrete capito, forse, dai commenti qui sopra, che faccio l’insegnante. Insegno italiano e storia in sezioni di periti elettronici e di liceali scientifico-tecnologici. Classi di italiani medi, figli di artigiani, piccoli professionisti, operai, negozianti, insegnanti, di tutti i ceti medio-piccoli un po’. Faccio questo mestiere in una città di antica tradizione antifascista, medaglia d’oro della Resistenza, dove gli eventi della Storia fanno parte da sempre della quotidianità delle famiglie. Questa botte di ferro del pensiero di sinistra si sta sfasciando, sta succedendo tutto sempre più rapidamente da dieci anni a questa parte. E anche i (ancora pochi) nonni partigiani, come i padri che perdono il lavoro o i piccoli profitti comunicano a figli e nipoti il loro risentimento razzista e populista oppure predicano sempre più debolmente e inutilmente al vento. Io non me vado per ragioni che ritengo ovvie, duro e resisto. Ma sento il problema di non essere nè retorica nè velleitaria. Nè romantica. Di non contare balle prima di tutto a me stessa perchè … ve lo ricordate come eravate a 16-18 anni?
    Ai ragazzi devo rendere conto sia dei libri che do da leggere e studiare sia di quanto è successo e succede nella storia del mondo. E’ mia responsabilità in quanto adulta e in quanto insegnante. Devo aiutarli a tradurre in parole “loro” le esperienze dirette (dalla lettura di un canto di Dante all’sms )e quelle mediatiche che fanno. Agisco per me e per conto terzi (e i “terzi” sono numerosi e in contraddizione fra di loro), faccio da mediatore culturale. Che devo dirgli per contribuire a metterli in condizione di fare scelte future?
    E’ partendo da questa prospettiva che le impressioni relative alla lettura consecutiva della vostra discussione e della ricostruzione della vicenda del gommone si sono coagulate nell’associare (per intuizione, giustapposizione,senza elaborazione concettuale, che mi riservo di fare, anche qui, anche adesso, in diretta) due mondi che hanno in comune un unico ma fondamentale aspetto: l’emigrazione.
    Spero di non essere considerabile così cretina da non saper distinguere un gruppo di disperati eritrei morti di sete da un insieme di ricercatori universitari italiani con il trolley pronto e il biglietto aereo in mano.
    Ma, da questa mia prospettiva che ho cercato di descrivere (e da questa mia città dai cui moli sono partiti in milioni e che ospita una mostra sull’emigrazione prorogata ogni mese da mesi e mesi, a testimonianza di un bisogno, inespresso, di sapere, conoscere, ricordare un pezzo di vita nazionale che si vuole dimenticato) non ci vuole molto a pensare ai nonni e ai bisnonni di quei ricercatori e vedere che il gap si riduce. Non ci vuole molto a pensare che tanti colleghi di quei ricercatori (quelli che vincono senza merito, e i loro parenti e i loro conoscenti e, via via, a estendersi, i loro amici conoscenti compaesani compari etc., che hanno avuto a loro volta nonni e bisnonni con il fagotto etc) votano quelli che votano e che li fanno scappare, e li mettono in condizione di dover scegliere fra sofferenza e sofferenza, di doversi strappare, di doversi vergognare. Sì, vergognare. Perchè sempre e sempre, anche per i sommi, anche per chi non muore disperato, “sa di sale lo scendere e il salire le altrui scale”.
    Io il problema di questa continuità/contiguità tutta italiana lo vedo. Anzi, lo intravedo. E lo voglio affrontare.

  16. Simone Ghelli ha detto:

    l’analisi che fai è in parte condivisibile, ma fammi capire meglio, perché ancora non capisco bene come intendi la nostra posizione, visto che anche tu dici di essere una che dura e resiste.
    Certo, dietro al nostro atteggiamento possono esserci degli strascichi di romanticismo, ma non mi sembrava di essere stato sulla difensiva… io dico che bisogna iniziare a rivendicare seriamente ciò che ci spetta, un futuro, che sia qui o altrove… dico che partire deve essere una possibilità, non l’unica alternativa esistente…

  17. caracaterina ha detto:

    La differenza fra emigrazione e semplice partenza è proprio tutta qui, Simone: l’emigrazione è l’unica alternativa possibile, la partenza è una scelta fra opzioni paritetiche.
    Per me l’alternativa non si pone, non ha senso, non sono precaria. Il resistere fa semplicemente parte del mio lavoro, ne è una componente, problematica (ma in ogni lavoro ce ne sono, più o meno pesanti) viste le condizioni del sistema scolastico attuale e del suo rapporto con la politica, la società, l’economia. Ma, se fossi un’ “intellettualina” ( ;-)) precaria, come saranno fra poco alcuni dei miei studenti, come lo sono già altri ex, me ne andrei : da giovane è partenza, non emigrazione. Il problema si pone davvero a 30-35 anni. Per come la vedo io, vi battete a mani nude contro Moloch. E fra andare o restare non c’è altra differenza che quella dei destini individuali. Dal punto di vista del sistema sono la stessa cosa. Si tratta di due “sofferenze” oggettive che possono essere vissute soggettivamente con più o meno ansia o più o meno speranza e senso di scelta, “come se” fossero possibilità. “Come se” le problematiche connesse all’una o all’altra opzione fossero comunque intrinseche al lavoro.
    I cambiamenti di sistema non avvengono in base a quanti ricercatori o studiosi restano o se ne vanno.
    E il rimanere svegli e attivi e onesti e combattivi e critici etc., capaci di interagire con e modificare l’esistente non dipende da dove lo fai.
    L’importante sarebbe trovare le risorse personali e collettive per non sentirsi mai sconfitti, anche se perdenti. Ma qui il discorso diventa retorico e mi fermo.

  18. caracaterina ha detto:

    Una cosa, ancora. Importante. La “scelta”, chiamiamola così, individuale deve essere comunicata e problematizzata in comune. Le persone che hanno questo problema devono confrontarsi e avere luoghi, come la rete appunto, per condividere le discussioni, per affrontarlo a livello sociale ed economico. E per affrontare anche punti di vista esterni.
    La vostra discussione è necessaria.

  19. clobosfera ha detto:

    Ho letto tutto con un po’ di ritardo, e sì, condivido la parte di Caterina riguardo la scuola, perché anch’io ho insegnato in questo paese da precaria e neppure abilitata, e sono figlia di insegnante che ha prestato onesto servizio per 35 anni nella scuola pubblica (nelle tue materie fra l’altro, che sono anche le mie). Non è sulle questioni sostanziali che le nostre posizioni differiscono, ma direi piuttosto nel metodo, nel senso che la pratica di commentario critico in rete soprattutto nei social network è flessibilissima (qualcuno direbbe fluida, non io), è l’espressione di opinioni a volte forti, come d’altronde accade in conversazione, spesso motivata dalla risposta che si è appena ricevuta, o dall’interlocutore che si incontra in quel momento. Questo non per dire che io abbia mutato il mio pensiero riguardo il commento che hai citato, cioè di una certa componenente romantica presente nel sogno di restare, che fra l’altro è indispensabile. Sono i sognatori che cambiano un paese, lo sono stati in passato e lo saranno sempre: senza una pulsione fortemente immaginifica al cambiamento tutto si riduce a tecnicismi sterili, come il tentato processo di svecchiamento del paese che ha prodotto risultati a dire poco ridicoli, o l’attacco che subisce quotidianamnete la PA da parte di questo governo, tecnicismi sterili che non cambiano nulla ma semmai peggiornano perché creano frizioni inutili. Quindi chi resta con il sogno di cambiare le cose va semmai aiutato e supportato, perché investe energie nella realizzazione di questo sogno.
    Non sono d’accordo neppure con la tua frase “penso che chi può farlo è meglio che parta, che ne ha il diritto, che non si deve preoccupare di chi resta nè sentire una sorta di traditore”. Non sono affatto d’accordo, e argomento in dettaglio il motivo: quando sono partita/emigrata (per me a dire il vero la sostanza non cambia, in quanto all’inizio non era un’opzione ma non è stata neppure un’umiliazione, anzi), l’ho fatto con distacco, come dici tu, e il processo di elaborazione di questo distacco è stato lungo, molto sofferto, ricco di piccole e grandi epifanie, di confronti, fino a che è giunta la consapevolezza che stavo sottraendo energie a me stessa e che avevo davvero qualcosa da dare al mio paese. Allora sono tornata. Il ritorno non è stato facile, ma inizialmente ne ero convinta e ho resistito/resisto oramai da quasi due anni. Ora le cose stanno così: partirei anche domani se mi offrissero lo stesso posto che ho lasciato per tornare in Italia, perché mi rendo conto che sto sacrificando competenze e ambizioni, e che alla lunga non ne vale la pena, ma non è che la cosa non mi pesi, anzi, mi fa venire la bile il pensiero che avrei davvero tanto da offrire a questo paese ma che il prezzo da pagare debba per forza essere così alto. Anche provenendo dalla carriera universitaria, sarei felice anzi felicissima di avere un posto di ruolo in un buon liceo pur di produrre un impatto sul territorio, l’impatto di cui parli tu, formare una generazione, trasferire un bagaglio di conoscenze, fare da guida alla formazione di una rinnovata coscienza civile. Sarebbe stupendo, ma lo sai meglio di me che non c’è più la possibilità di abilitarsi e che la terza fascia non sopravvive economicamente.
    Insomma, la questione devia da sé sul lato pratico, anche se a me lo spirito di Simone non manca affatto. La differenza fra le nostre due vedute (mia e di Simone) non consiste nel fatto che io considero Simone un romantico, ma che per raggiunti limiti di età miei – e non suoi – non posso più permettermi di essere lasca nelle scelte. Questo non rende l’opzione di partire una scelta, per lo meno non una scelta compiuta in serenità.

  20. clobosfera ha detto:

    naturalmente il commento sopra era mio, Claudia

  21. Simone Ghelli ha detto:

    @Caterina: tu dici che il problema si pone davvero nella fascia dei 30-35 anni, e difatti io staziono proprio in quella fascia… anche a me sarebbe piaciuto tanto insegnare, ma a priori ho dovuto rinunciarci per la scuola dell’obbligo (visto che hanno inserito le SISS, che mi sono rifiutato di fare, non appena mi sono laureato) e tra un po’ ci rinuncerò per l’università, anche se continuo a fare qualche velleitario tentativo di quando in quando… ciò significa che se si vuole rimanere si devono per forza cercare o creare nuovi spazi dai quali tramettere le proprie competenze, ed è qui che si rende necessaria la presenza di un tessuto sociale, di un sentire comune che vada oltre le esigenze del singolo….

  22. caracaterina ha detto:

    Gente, aiuto! Lo sviluppo di questa discussione mette sempre più carne al fuoco e non riesco a stare dietro a tutto :( In più sto bisticciando con Fb che da stamattina fa i capricci e non riesco a seguire gli sviluppi di questa nota postata anche là, fra l’altro , per quel poco che ho potuto vedere, con esiti piuttosto diversi da quelli registrati qua. Insomma, mi sono incannellata.
    Qui si va dal tema della gestione del linguaggio di rete (enorme tema: colgo l’occasione per ricordare che Untitl.Ed è nata da quei vecchi discorsi e che sta per tornare :))alle esperienze e alle ipotesi sul ruolo dell’insegnamento ( nel sistema scolastico attuale, poi! e il punto esclamativo basti a coprire l’universo del non detto).
    E il fondamentale tema del sentire comune … come affrontarlo?
    Mi limito allora a mettere un link a una vecchia discussione su questo blog (più per i commenti che per il post):

    https://caracaterina.wordpress.com/2007/05/23/la-solitudine-del-teacher/

    E, in secondo ma forse per me più importante luogo, a notare che la discussione, Simone, Claudia, si è concentrata sulla questione del precariato, ma, al di là delle mie intenzioni sul tema dell’emigrazione etc., c’è il discorso sul commento di izio58 che sarebbe tutto da fare. Ora, a me sembra che bisognerebbe cercare di unire un po’ di sforzi intellettuali per affrontare questo nodo, anche perchè credo che “il lavoro intellettuale”, quello, diciamo così, della tradizione umanistica, sperando di capirci, sia proprio di “pensare il mondo”, trovando connessioni, legami, allenaze e contraddizioni (anche apparentemente strane, inusitate). Questo, secondo me, è un modo essenziale di tessere (e ritessere allo sfinimento, come Penelope) il tessuto sociale. E lo si può fare comunque, a partire da ovunque.

  23. mauro ha detto:

    “pentola guardata non bolle mai”

    passo puntuale, ogni giorno, e sempre perdenti siamo.
    sicut erat in principio et nunc et semper

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