Penn ar Bed

Il mio orizzonte di vita (mio mio, dico, a prescindere dal dna delle origini, a prescindere dalla nascita) (orizzonte in senso geografico, dico) è davvero molto limitato: va dall’aeroporto ai cantieri navali. Se svirgolo, se trascendo, se vado oltre di qua e/o di là non ha poi tanta importanza perché resto sempre in vista. Faccio in modo di. Non mancano altre strade, naturalmente, altri posti, determinanti, fondamentali, sconvolgenti: c’ho un’età. Ma se fossi come Proust, anch’io, in fondo in fondo, non dovrei fare altro che girare e rigirare, come una doppia elica, come un dna, sviluppato e avviluppato, spiralico, di- e con-vergente, intorno a due unici percorsi: Dalla parte dell’Aeroporto e Dalla parte del Cantiere. In mezzo, tutta quanta la mia Combray, tutto quanto il mio andare a letto presto, tutto sommato, la sera.

Sono fortunata, davvero: ad avere per confini del mondo luoghi sconfinati. Spinti dentro il mare, da cui si punta dritto all’acqua, all’aria, alla diversa Terra.

Luoghi essi stessi in continua trasformazione e dove, per di più, le cose, le persone, la materia vengono a loro volta continuamente trasformate.

Ieri sera mio marito ha postato su fb una fotina notturna e confusa perché notturno e confuso era quanto vedevamo da lì, Dalla parte dell’Aeroporto. Se mi sporgo un poco dalla finestra qui accanto, oltre la pioggia, laggiù, vedo il punto da cui ha fotografato. Di qui è facile individuarlo, da là è complicato riconoscere il qui. E mi viene in mente quanto ho letto l’altra sera in un articolo sui Meridiani usciti adesso e dedicati alla Bretagna: che Finistère in bretone di chiama Penn ar Bed, “inizio del mondo”.

Per questo, allora, mi dico, noi andiamo così spesso ultimamente laggiù.

Laggiù”, fino all’anno scorso non c’era. Cioè, no: c’era ma non era ancora così. Mio padre non ha fatto in tempo a vederlo davvero, solamente a intraguardarlo e comunque la trasformazione era già abbastanza. Mia madre l’ha visto solo poche settimane fa, fra il curioso e l’impaurito. Si è riorientata solamente verso la strada che sale e poi scende in città, la “nostra strada”. A farla, io mi commuovo.

I primi tempi la strada non c’era e come ci arrivavamo non lo so. I primi tempi hanno quasi cinquant’anni, io credo, quarantacinque almeno, direi. Il “ci” di “arrivavamo” era una passerella di legno gettata sulla foce dell’acqua marrognola. Dalla parte dell’Aeroporto sbuca in mare un torrente. Se risali il torrente arrivi quasi sotto le finestre della cucina da cui guardavo, giù in basso tre piani, la via di città che del torrente ha lo stesso nome. Ma non avresti potuto farlo neanche allora. Il risalirlo, dico. Anche allora il torrente si nascondeva. Sotto le case, sotto le fabbriche, sotto le strade e la ferrovia. E non sapevo certo, allora, che i torrenti si risalgono o si nascondono e, comunque, scorrono. Che i nomi non compaiono e ricompaiono stranamente a distanza, uguali ma in punti diversi, per un’inspiegabile bizzarria che non ci riguarda, che i luoghi hanno una continuità sotterranea che non scoprirai mai, se non ami il tempo.

Non so se la passerella fosse il posto dove, appunto, “si passa dove non si passa”, come descrissi i luoghi una volta alla zia estranea venuta in visita da lontano o se quel posto ossimorico fossero i binari della ferrovia. Sta di fatto che pure a quella bimba così piccola l’aeroporto di allora sembrava davvero misera cosa, se l’aerostazione era solamente quella fila di casette a un piano sperse nell’asfaltato vuoto. Dovette vedere gli aeroplani, piccoli anche loro, però, robette come nei telefilm americani (dove comunque si vedevano di più gli elicotteri, a dire il vero, e bambini rangers che beati loro ci potevano volare sopra), per convincersi che non era solo come al lunapark.

Ma poi venne “la strada”, un giorno.E le sere d’estate, dopo cena, per camminarci sopra, a passeggio con mamma e papà. Certe volte si mangiava l’anguria. C’era fresco e c’erano altre persone.

Ci fu un periodo in cui dalla strada scendeva il padre per tornare a casa a piedi e poi, dopo, anche con la macchina, a volte. Se lui era di primo turno, al pomeriggio la bambina usciva sul balcone (quello con la colonnina di granito spezzata quella volta che l’avevano salvata perchè aveva infilato la testa inter columnes e non riusciva più a tirarla indietro) e guardava lontano, finchè la sagoma piccolissima non appariva distinguibile per la riconoscibilissima camminata. Da centinaia di metri di distanza. Arrivava. Oltre la piazza, oltre le macchine, oltre le vie e gli incroci. Qualche volta sopra di lui saliva in cielo un aereo. Aereo vero. Dalla coda si capiva la nazionalità. Imparò a distinguere la Lufthansa. E la British Airways. Una volta persino la TWA, che, per la nebbia, era chiusa Milano. Nel frattempo, lungo la strada, al suo fianco, cresceva un parallelepipedo. Avrebbe oscurato in breve parte della linea della pista e dell’orizzonte ulteriore. Sarebbe stata una fabbrica. Importante. Ma non più importante, pensava, di quella di papà. L’enorme stabilimento rosso si vedeva, in lontananza, ed era il suo profilo più breve, solo quelle domeniche pomeriggio di passeggiata a guardare gli aerei. L’aeroporto, adesso, era cambiato. Era vero. Le costruzioni in muratura di allora, però, non le ricorda, non più. Era rara la camminata, ormai. Tutto era divenuto più lontano, più indifferente. Lei stessa indifferente all’irraggiungibilità: della pista, degli aerei, dello stabilimento. Irraggiungibile a se stessa aveva cambiato casa. Ed età.

Saliscendendo la strada, adesso, si è ben oltre l’inizio del mondo. Alle spalle ti lasci lavori che saranno in corso per mesi, per anni, e gli yacht degli inglesi e dei greci (che sembra ancora un reload degli anni Sessanta, una dislocazione nello spazio e nel tempo a spirale), e i gozzi e le lancette degli impiegati, e i resort non finiti e digià inaugurati, e i campi da tennis del Circolo dell’Autorità, e le piste per gran parte del tempo in surplace, e il sospeso e l’atteso, la Torre di Controllo e i Condomini in salita (e ti chiedi come faranno, i più o meno benestanti, ad abitare là dove, presumibilmente, si passa dove non si passa, ora che l’acqua non è più marrognola ma non per questo sa meno di fogna). Tutto si muove, come la passerella di un tempo regolarmente travolta ad ogni acquazzone. E ti chiedi (ancora) leggendo il giornale, quale dei progetti previsti, che in parte condividi e in parte no, sarà il prossimo inizio del mondo.

Sono andata ad abitare dove li vedo entrambi, l’Aeroporto e il Cantiere. E, molto più in là di loro, l’orizzonte, adesso, non fa una ruga che una, dividendo pulito e lungo due nette tonalità di grigio. Neanche una barca, al momento, e un aereo ha appena disperso il suo rumore. Quassù ho letto un po’, prima di scrivere verso la fine del temporale. Un libro italiano del 2004, un libro piuttosto famoso, soprattutto fra gli internettiani. La fatica di leggerlo. La noia. A tratti, l’irritazione. A tratti, la benevolenza. E la continua, fastidiosa sensazione (quanto dev’essere fastidiosa per “loro”, lo posso immaginare) di avere davanti agli occhi, a dispetto della sua età, un “giovane”. Ovverosia un “acerbo”, un “non pronto”, incapace, ancora, di dare soddisfazione, di farti dire “aaaahhhh! C’è qualcosa di nuovo, un nuovo inizio del mondo, tutto da esplorare”. Ha scritto altri libri, costui, questo “giovane” non più giovane già da tanto, a dispetto degli usi italiani, libri consistenti, pare. Forse ne leggerò qualcuno, credo di sì. Ma cos’è successo (me lo chiedo in continuazione) a tutti quelli che hanno da quarant’anni in giù? Perché sembrano sempre così sprovveduti, anche quando hanno letto migliaia di libri più di me oggi (non parliamo di quando ancora avevo la loro età)? Alla radio abbiamo ascoltato nel pomeriggio dei gran bravi ragazzi. Girano l’Italia a raccogliere i racconti degli anziani. Quanta buona volontà. Quanto giusto ed encomiabile lavoro. Quanta stima. E sempre quella sensazione di essere difronte all’acerbità ingiustificata dall’età anagrafica e dalle condizioni del possibile sapere.

La stratosferica disponibilità di informazioni. L’infinita aggregazione di google e di youtube. Lo stesso fb che a me sembra, in fondo, almeno a giudicare dalla mia pagina, semplicemente un enorme aggregatore. Contenitori zeppi che continuano solamente a riempirsi senza che ciò che viene immesso e trovato “produca”. Una bulimia conoscitiva che si metabolizza in una stitichezza creativa: caccole di saperi escrete su pressione esterna e accompagnate da muco borborigmico. Ciò che a una certa età alcune vivono nel corpo, è vissuto da ormai diverse generazioni nel sistema sociale e culturale italiano: una colite mucomembranosa della conoscenza.

Perché?

Un alibi buono per troppi: la perdita dell’esperienza.

Mi colpisce a ufo questa lagna: la conoscenza è ormai solo mediatica, indipercui forzosamente fittizia, intensivamente frammentata, compulsivamente artefatta, inevitabilmente falsa, fondamentalmente a-esperienziale. Questo mondo (occidentale) tuttomatrix e replicante, immateriale.

E’ vero.

Non è vero.

Nessuno ha mai saputo del Mondo qualcosa di più di quanto non si sappia adesso. Sì, certo, magari l’avrà creduto, di saperne. Avrà creduto facilmente all’incanto. Il disincanto, certo, fa una notevole differenza. Ma i “giovani” che hanno letto così tanto sapranno anche che il disincanto, prima di essere una scoperta novecentesca e (quasi) di massa stava nelle menti di molti altri saggi e sapienti. E che dall’incanto, a quanto pare, le masse non son libere neppure oggi: basta dare un’occhiata alle autostrade e alle spiagge d’agosto.

E che l’incanto sia mediatico o d’altra natura, in fondo, che cambia? Cambiano i numeri, è vero, e l’entità della massa critica necessaria ai cambiamenti. Ma cambiano anche gli strumenti per produrla.

No, credo proprio che la pretesa della mancanza d’esperienza diretta sia un alibi. Un alibi quella specie di dolorosa e colpevole invidia per i giovani iraniani confessata dal ragazzo della lettera a Michele Serra sull’ultimo Venerdì di Repubblica. Un alibi paragonare le tute e le maschere di certi personaggi di questo libro a quelle dei personaggi di un film degli anni ’80: macazzo! Ma non lo sai che erano proprio così, come le descrivi, quelle degli astronauti di vent’anni prima? Ah, dici che tu non c’eri? Perchè? Io forse c’ero, ero là, a Cape Canaveral o a Baikonur, per non parlare dello spazio? Esistevo, ero in vita, ma non era forse mediata anche la mia, di esperienza, tutta quanta in biancoenero? Perchè, per descrivere tute spaziali, devi ricorrere alla fiction? Anzi, alla post-fiction, che, almeno, potevi usare Stanley Kubrick. E’ un vezzo, il tuo, una posa da viziatello uggiolante, per attrarre l’attenzione su un’infanzia narcisisticamente mai abbastanza lontana.

Anche il mio primo ricordo del Grande Mondo, quello che non riguardava il microscopico e totalizzante mondo della famiglia e degli affetti privati, è un ricordo legato a un massmedium, anche se è l’arcaica radio. A dire il vero non è proprio così perchè c’é un ricordo precedente, quello con cui avevo aperto i racconti nella mia stagione dei blog, che è un’esperienza diretta, ma di un fatto di cui non avevo alcuna consapevolezza. Nei miei sei anni non ancora compiuti ancora proprio non ci stavano le idee di transatlantico nè di Cantiere Navale. (E poi, allora abitavo Dalla parte dell’Aeroporto.) Ma l’anno dopo, beh, sì, ero grande. Avevo già cominciato la seconda elementare, e la bambina che giocava sul lettone, nel quadrato di luce che dalla porta aperta si infilava dalla cucina a scaldare l’attesa della notte sola con la mamma, quella bambina, che si faceva compagnia con altre sé, mentre ascoltava la radio accesa là dove la Madre sfaccendava (la televisione era in salotto e la Madre l’avrebbe guardata solo a mestieri finiti, forse. O forse no, dato che ancora non ne aveva l’abitudine), quella bambina già aveva imparato che John Fitzgerald Kennedy, di cui l’improvvisa interruzione radiofonica stava annunciando la morte per assassinio, era un grande Presidente dei grandissimi Stati Uniti d’America.

Se c’è una cosa che manca, voglio dire, una cosa che non riesco a trovare, nelle scritture, nei racconti, nelle encomiabili iniziative, nelle raccolte memoriali, nelle domande di quelli che hanno dai quaranta in giù, quella cosa non è l’Esperienza del Mondo, ma l’Esperienza di Sé nel (minuscolo) mondo. La padronanza della propria piccolezza. L’esperienza di essere, sempre e comunque, un parzialissimo, transitorio, insignificante, mutante, oscuro e notturno “inizio del mondo”. 

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2 risposte a Penn ar Bed

  1. Pingback: e di silenzio intorno « SCOMPARTIMENTO PER LETTORI E TACITURNI

  2. unernia ha detto:

    il tuo orizzonte è blu. come i capelli del cielo e il sangue nobile del mare.

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