Anni-luna souvenir

A quell’età amavo gli uomini col ciuffo biondo. Vedova da un anno di quello di Bob, mi consolavo un po’ con quello di Tito, anche se dovevo fare uno sforzo per non abbinarlo a quel nome che mi infastidiva tanto. A quell’età amavo nomi come Roberto (soprattutto), Maurizio, Marco, Gianni. In ordine di preferenza. Ma l’eccitazione quella notte non stava nel godersi la vista del ciuffo, e nemmeno in fondo nell’evento straordinario, troppo complicato e lontano e pure troppo tecnologico, anche se compensato dalle tantissime parole nuove che andavo velocemente imparando. E dai nomi nuovi. Neil (soprattutto), Buzz (astronauta o cartoon?). Michael. Il terzo uomo, quello che mi immalinconiva, quello che non sarebbe sceso, prigioniero della responsabilità, legato al cocchio, l’unico che si sarebbe salvato, forse, nel caso, ma a prezzo dell’onta di non essere eroe. Quello che sarebbe sceso, nel caso, solo se le cose si fossero messe così male da dover scegliere fra un orrore solitario e un orrore in tre, poi in due, poi in uno. Non ero ancora così lucida da pensare tutto questo, però. L’avrei capito solo di lì a un po’, davanti all’antologia del ginnasio, libro di cui non ricordo una riga che una ma solo la mole (anche adesso mi viene da fare il gesto con le mani, per segnarne le dimensioni) e la brutta copertina, che riproduceva, trasformata a tratto e scurissima, la foto dei moonwalkers. Fu una mattina qualunque del ginnasio, infatti, che la incontrai improvvisamente per la prima volta e fui costretta a legarmi per sempre al suo cocchio e a farmi chaffeuse della paura di morire in una solitudine deserta, inanimata, silenziosa, distante anni-luce da ogni altro essere umano. Ma tutto questo avvenne dopo, dicevo, dopo quella sera in cui sentivo solo, ogni tanto, in un remoto angolino dello stomaco, la malinconia di Michael, e la ricacciavo subito perchè quella notte era la prima volta e non potevo perdermela dietro a tristezze vuote.

Non avevamo mai tenuto acceso il televisore così a lungo, non ero mai stata tanto tempo davanti a uno schermo, nessuno c’era mai stato. Nemmeno i miei genitori. Nessuna notte italiana era mai stata accesa fino in fondo al suo cuore da quelle luci azzurrine, che a me erano proibite, sempre sempre sabati esclusi, dopo le nove di sera, ma che sapevo vibrare per alcuni altri, i grandi, quelli che stabilivano le regole e che non dovevano chiedere niente a nessuno ma che anche loro, in quel mondo normale, nelle profondità delle undici e senza quasi mai toccare il fondo abissale della mezzanotte, ritornavano al buio della terra reale.

La prima volta della televisione di notte. Senza dormire. Coi ghiaccioli da succhiare preparati nel frigo, i ventagli sparsi sul tavolo in cucina e papà che non aveva il turno. Una notte di luce, quella. Una specie di Natale d’estate. Mai vista una cosa così, nessuno al mondo l’aveva mai vista. Tenemmo acceso persino il lampadario centrale della stanza, mentre invece fino ad allora il televisore acceso lo si era guardato sempre, obbligatoriamente, alla penombra di un abat-jour (non bisogna rovinarsi la vista, e poi, non stare troppo vicino) che però quella sera non poteva bastare. Si doveva vedere bene quel passaggio di tempo. Si doveva vedere bene quello che aspettavamo davvero: che, toccando la luna, si allargasse il mondo, e diventasse più chiaro.

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9 risposte a Anni-luna souvenir

  1. pessima ha detto:

    Invece io, sempre in ritardo su tutto – mi consolo dicendo l’età!– neanche quella sera sono rimasta sveglia: a letto presto, per quanto presto si possa andare al mare. E con in più i fratelli da badare, che i miei genitori, invece, erano a casa di amici a vedersi la discesa in diretta. ma mi ricorderò sempre quella notte e il giorno dopo: mio fratello, due anni appena finiti, la mattina dell’allunaggio, quando tutti gli adulti passeggiavano per casa ancora mezzo assonnati, si è ciucciato le pasticche rosse di Noan che mia madre si prendeva allora per dormire e così, all’evento del secolo, si è sostituita per noi la corsa all’ospedale più vicino dei miei- mio padre con la barba mezza fatta mezza no, mia madre in vestaglietta, la benzina che finisce a qualche centinaio di metri dal pronto soccorso, la lavanda gastrica, l’attesa di qualche notizia per q

  2. pessima ha detto:

    per quelli rimasti a casa. L’epica familiare che sostituisce quella planetaria.

  3. mauro ha detto:

    il fratello affidato alle sue cure è finito all’ospedale, anni dopo le affidarono delle classi intere…
    Incoscienti! :-)

  4. caracaterina ha detto:

    Mauro, ma quello è stato certamente un vaccino! Come rito iniziatico, pessima, non c’è male :)

  5. pessima ha detto:

    E perché mi chiamerei pessimesempio, sennò? E comunque, caro Mauro, mai sentita responsabilità dell’accaduto, mai sfiorata dal senso di colpa per questo. Anzi, ci ripensavo ieri sera, questa storia poteva anche finire male, bastava poco perché mio fratello ci rimanesse secco, ma io l’ho sempre vissuta con una certa leggerezza, come se non fosse possibile che accadesse qualcosa di tragico. E pensare che ora sono un’ansiosa che non ti dico…

  6. mauro ha detto:

    Non c’entra niente, però per dire quanto uno sia prevenuto: Tito, lì per lì, l’avevo inteso come Josiph (non so se si scrive così, ma insomma avete capito chi intendo. E mi dicevo – Ma guarda questa…, fin da piccola solo comunisti!
    Adesso (rileggendo) ho capito.
    (Caracate, ma ti andava bene anche con quegli occhiali da fondo di bottiglia?)
    :-)

  7. caracaterina ha detto:

    ero una ragazzetta, bastava che respirasse biondo :)

  8. unernia ha detto:

    io non ero ancora nata – in quella notte anni-luna da me – eppure mi sembrava di avere gli occhi incollati allo schermo, mentre leggevo il tuo splendido racconto.

    davvero un piacere, scoprirti.

  9. unernia ha detto:

    (per schermo intendevo quello della tua televisione) :=)

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