Resti

Non ricordavo che oggi fosse il triste anniversario. Perdo i giorni, le date. L’ho recuperato per irritazione, leggendo via parergon l’editoriale del “manifesto”. Dell’articolo non ho sopportato l’uso e l’abuso del tempo presente, e quello stupore depresso e risentito di chi si sveglia adesso scoprendo che è troppo tardi per andare all’importante appuntamento e, smadonnando in silenzio, dà la colpa a chi in casa non ha puntato la suoneria, non si è dato da fare a chiamarlo e scuoterlo, come se, figlio mio, non ce l’avessi anche tu l’orologio, come se l’impegno non fosse il tuo. 

C’è un’immagine piccina picciò che mi accompagna da allora, è di qualche giorno prima del luttuoso evento, un insulso ricordo, una sensazione marginale e fondamentale insieme, manco fosse il sapore della madeleine.  Sto a scuola nell’area pc della sala insegnanti, siamo in tanti come al solito, anche perchè lì vicino c’è la macchinetta del caffè.  Siamo tutti de sinistra, nella scuola mia strabocchevole maggioranza, almeno allora, adesso non so (eppure siamo più o meno sempre gli stessi, con un piccolo turnover).  La compagna P., sempre in cerca di una stampante per attaccare tazebao come all’università negli anni Settanta, intanto che schiaccia fanatica gli interruttori (sta sempre in campagna risparmio-energia e mai guarda se stai lavorando cecata, nè, d’altra parte, ascolta, e nei collegi docenti, non solo parla parla durante ma, soprattutto, alla fine, nelle varie ed eventuali, insensibile alla fretta – degli altri , quando invece è la sua, ah beh – prende la parola euforica e pensopositiva e per poco non urla “compagni!”), la compagna P., dunque, ride. E ride, con tutto il diaframma e il corpicino che ha, e balla. Ha scoperto via e-mail una nuova barzelletta sul Berlusca e la legge agli astanti. Molti ridono. E ridono. Io prendo il caffè e sto di sbieco. E non ho il coraggio di incazzarmi forte  per quella leggerezza demente, per quella divertita rassegnazione alla sconfitta, per quell’incoscienza farsesca, giusto il rovescio di una tragedia di cui lì sembro la sola Cassandra. Pare, guardandomi intorno, che solo io mi senta a disagio per quell’estensione imitativa delle guzzantate dell’Ottavo nano.  Mi chiedo come gli possa bastare, come possano accontentarsi di oggi-le-comiche. Come sia possibile che non sentano il peso delle botte che stiamo per prendere, la portata, l’ampiezza della prospettiva livida che si profila, come se tutto fosse nell’ancora ordinato sistema delle cose, come se tutto fosse ancora accettabile e non inclinato di un’ottantina di gradi e forse più, come se la sconfitta prevista potesse essere transitoria e il futuro ancora gestibile.  Non me lo sono dimenticato più tutto quel ridere di quei giorni di maggio. Più, più, nè a luglio nè a settembre di quell’anno.  Più, per tutti questi otto anni di piano inclinato a rotta di collo.  E dio sa come vorrei dimenticarlo.

Non so ovviamente se, a prenderla allora ancora  e di nuovo un po’ sul serio, sarebbe poi cambiato qualcosa. Direi di no, ovviamente, e poi che c’entra. Erano ormai almeno vent’anni che si scivolava così, di soppiatto. E anche da prima, in fondo, se ci rileggiamo. Ma forse, adesso,  mi sentirei meno ridicola e rabbiosa. Quella cecità ridanciana mi duole come una vecchia cicatrice, più di ogni altro errore commesso. Ancora adesso la attribuisco, quella leggerezza, e quel conseguente moscio risentimento dell’oggi, all’incapacità di essere davvero consapevoli della sofferenza della perdita. Intendo proprio una sofferenza personale. Individuale persino.  Cosa avremmo perduto, e cosa abbiamo perso di fatto, in fondo?  Cosa ci hanno tolto, di personale, questi otto anni? C’è forse qualcuno che, in questa generazione di sinistrorsi acculturati, figli di due boom, demografico ed economico, non ha più trovato una sua personale via di fuga?  Basta che resti il lavoro fino alla pensione, che restino vacanze e cene con gli amici, che restino licei e università per i figli, che restino pc e cellulare, che resti un’auto possibilmente euro4, che resti un appartamento in città con qualche mobile della nonna insieme alla scaffalatura ikea, che restino i libri, le prime visioni e e qualche mostra importante,  che resti quel poco o tanto di eredità familiare, che resti una seconda casetta, che resti una barchetta anche se non oceanica e con un motore da quaranta cv, che resti l’iscrizione alla palestra e il corso in piscina, che resti la buona falsa coscienza, che resti il conto corrente intestato a Emergency e il 5 per mille a qualche ottima onlus, che resti la bicicletta e la salute.

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10 risposte a Resti

  1. caracaterina ha detto:

    Sull’educazione alla perdita, ovvero quello che NON è restato. Copio qui queste parole di alcor, lette adesso nel suo ultimo post.
    “La cosa che allora mi piaceva di più era una borsetta rossa di dimensioni adatte a me, che allora e forse anche adesso si chiama secchiello, e con un sentimento misto di soddisfazione per la buona cosa fatta e dispiacere per la buona cosa che ero stata obbligata a fare, l’ho sacrificata sull’altare di quella che allora si chiamava educazione civile e non riguardava la politica né le buone maniere, e neppure in fondo i buoni sentimenti, ma il senso della responsabilità personale. “

  2. mauro ha detto:

    beh, sul lavoro fino alla pensione ci metterei la firma. Ma siccome a seguito delle sforbiciate di Mariastella, l’anno che verrà – per dirla come Dalla- passerò ultimo in graduatoria (nonostante fossi già maggiorenne al tempo dello Statuto dei diritti dei lavoratori – quello di Brodolini, Brunetta, Bignardi ecc-), anche tutto il resto(escluse la barchetta e l’iscrizione in palestra/piscina, delle quali je m’en fous) vien messo in discussione.
    Ecco quel che ci resta!
    Ridi, ridi compagna P.
    ;-)

  3. pessima ha detto:

    Letto, approvato e sottoscritto. Apro la pagina della meditazione in solitaria e poi se ne riparla.

  4. pessimesempio ha detto:

    A me hanno tolto la frequentazione della ggente,ad esempio.

  5. caracaterina ha detto:

    No, a me non l’ha tolta. Ci sto sempre in mezzo, a scuola. E poi anch’io sono ggente, ne faccio parte.

    Qualcuno mi ha rimproverato di giudicare con inutile cattiveria, come se non facessi parte anch’io della genìa di “quelli che ridevano”. L’altra notte ci pensavo (non dormivo ma non solo per questo) e mi è venuta chiara in mente la parola: indecenza. Perchè non dovrei prendermela con “quelli che ridevano”? Il “mio” mondo stava morendo e “quelli ridevano”. Non è stata un’indecenza?

  6. pessimesempio ha detto:

    Certo che dovevi prendertela. Come oggi, d’altra parte, perchè ce n’è ancora di “gente” così. Che pensa di essere di sinistra, tra l’altro. E vota pure a sinistra, tra l’altro. Ma ride sempre e sempre minimizza o peggio mette in ridicolo la serietà. “Gente” che ha sposato il peggiore effimero, la superficialità (la coglioneria, mi vien da dire, perché dentro li definisco e le definisco coglioni) e la insegna, pure. Gente che non ha pudore.

  7. mago ha detto:

    Scrivi la storia della sconfitta, prossima purtroppo, della sinistra. Ma dove sono andati a finire tutti gli altri?
    :)
    (riso amaro)

  8. caracaterina ha detto:

    Sconfitta prossima? Gli altri chi?
    (sorriso, malinconico)

  9. caracaterina ha detto:

    Stamattina un’altra mia collega d’antan raccoglieva adesioni. Per la gita di domenica alla cerca di narcisi.

    (d’altronde, si deve pur sopravvivere intanto che si pinna veloci cercando di raggiungere il fondo. senza fiato si spera sempre di toccarlo, di averlo già toccato. invece)

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