Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie

Per noi il momento del lavoro non é staccato dalla vita quotidiana, ma si armonizza con essa: dentro i cancelli del porto il socio si porta appresso tutta la sua complessità di persona, la sua famiglia, il suo quartiere, i suoi amici, il suo modo di parlare. La stiva ti sporca e ti sveste, ma, anche quando sei lì dentro, non sei altro che te stesso, riesci ad essere un po’ di quello che eri prima di entrarci e di quello che sarai dopo, quando lasci il lavoro. In porto fai la stessa cosa di sempre, stai con gli amici, con la gente che comunque avresti frequentato, non devi lasciare fuori le tue idee, la tua autonomia, la tua libertà. Pur nel rispetto di una gerarchia operativa non diventi mai come “Fracchia”, parli il tuo dialetto, ti porti dietro il tuo quartiere, discuti di ciò che avviene. Quando esci, il tuo lavoro esce con te, viene nella tua vita, nella tua casa e ripeti il percorso inverso.

Ti accorgi ben presto che non é l’individuo che trasforma l’ambiente, é l’ambiente del porto che trasforma le persone, le plasma, dà loro un’identità collettiva, che esse difenderanno comunque, contro ogni ostacolo. E’ come una batteria , che si alimenta alimentando. Questo processo io non so come avvenga, so che si fa da solo, come il pane in casa, ed é la Compagnia il lievito di questo pane, la scuola di tutti, che insegna a lavorare, ma ti dice anche per chi e per cosa lavori, e che trasforma il singolo lavoratore in un uomo diverso, che risponde all’insieme oltre che a se stesso.

Paride Batini

Letto e trascritto alle 19:00 circa del 23 aprile 2009, dal cartellone che campeggia alla Sala Chiamata del Porto, sopra la bara.

batini

Scherzano ange e pessima, chiamandoci reduci, scherza pure mauro, muovendosi sorridendo con la sua nostalgia in una notte dove io, invece mi sento a disagio. Giorni fa ho scoperto di me una cosa semplice, evidente: che vivo nel lutto. Non è morto solo mio padre, prima di lui è morto un mondo e io, in fondo, non me n’ero accorta. Come ho fatto a tenermelo nascosto, davvero non lo so. Di certe cose tremende non prendi atto subito, nonostante l’evidenza. Ne rifiuti il peso, la portata, le reali e concrete conseguenze, rifiuti il vuoto e il cambiamento che riempi di sciocchi appigli, e di affanno. Scambi scena e platea, non sai da che parte stai guardando e la recita dov’é. Ti scopri un giorno, al sole, a fumare davanti alla porta degli uffici CGIL, in attesa del tuo turno per compilare documenti definitivi e guardi. Alle spalle la palazzina e, davanti, il vuoto della dismissione. Il vuoto dei gasometri giganti scomparsi, inabissati come i dinosauri, le macerie quasi del tutto spianate, lo spazio del futuro ancora ingombro di residui avvelenati, i dubbi sulla bonifica. L’orizzonte del vuoto è lontano ma visibilmente segnato, seppur da significanti caduchi. Perché, che vuoi che sia quella riga impilata di cassoni sempre in transito, sempre gli stessi e sempre diversi, che vuoi che sia quell’agglomerato di calcestruzzo cartongesso e tubi modulari, così simile a un castello di carte e destinato allo stesso scopo. Passa-tempo.

Lo stabilimento, invece. Già dal nome. Lo stabilimento.

Lo stabilimento non c’è più. Come non c’è più mio padre. Questo ho pensato, quel pomeriggio, al sole e, alle spalle, la porta. Ma mi sembrava teatro, il mio teatrino personale, autofiction all’ultima moda. In effetti lo era. Ho avuto bisogno di ancora altro tempo. E di fatti. Accaduti ad altri. Ad altre, soprattutto. E poi, ancora, di questa ritirata rovinosa di un universo che non è più né rosso né rosa, di questa Caporetto delle idee e della dignità. Perchè, sì, va bene, le rane nel beo, e le rose e il gelsomino arrampicati sul recinto, e va bene il ramo carico dell’albicocco nuovo, e questa continuità, e questo sguardo vertiginoso sui tempi della natura e poi lo sguardo ravvicinato sul sorriso del momento, va bene ogni schermo, ogni filo d’erba, ogni venatura di tronco che, dice, vale quanto la foresta, va bene ogni proiezione, in avanti, in dietro, in nessun dove che non sia il sogno.

Ma un crollo è un crollo, e la perdita è una perdita. Per sempre. Non esiste ri-costruzione se non nella menzogna, anche utile, perché no.

L’uomo che un giorno ha detto quelle parole è morto di notte, la notte scorsa. Qui è come se fosse morto di nuovo Berlinguer. A una televisione di qua Burlando, l’ingegnere, ha appena finito di raccontare nel suo bofonchio così adeguato ai tempi, così moderno, così sornionamente moscio. Eppure, neppure questo narrare tristanzuolo é riuscito a estirpare la forza di quel discorso. Ed ecco che arriva: l’aneddoto, piuttosto noto in città, dello scopone scientifico, che Batini giocava da sempre nei suoi posti più vicini, i localacci portuali che qui si allungano dai moli fino in cima alle valli (perchè il camallo, come ogni ligure è un uomo di dislivelli, di curve isometriche misurate col batimetro in equilibrio sul lavoro delle anche). Una partita recente, una sfida a lungo lanciata e finalmente accettata. Lo sfidante è un noto armatore, il luogo, il retro del ristorante del centro dove ogni lunedì si incontra l’élite della città, la posta è la cena. Riti antichi di costoso understatement. Il racconto è mezzo in dialetto perché questa è la lingua in cui si intende ancora il potere repubblicano di questa città, ancora per qualche anno, almeno. Batini vince, l’andata e il ritorno, si alza e va alla cassa. Ritorna al tavolo. L’armatore gli chiede che ha fatto e lo rimprovera di non essere stato ai patti. Il console risponde che sì, lo sa bene, ma che lui ha pagato comunque per sè e il suo socio, che l’armatore pensi tranquillo alla parte sua. Perchè? Visto come giocavate, risponde, mi sarebbe sembrato di rubarvi i soldi.

La CULMV è, qui, da noi, il modello della cultura operaia. Chi, degli operai, ha visto solo il mare di tute scure, o le facce ingrugnite o incazzate o lo sventolare sanguinoso delle bandiere rosse o l’assordante rumore delle latte battute in corteo o i pugni alzati come magli d’esercito o il buio e il fuoco delle lamiere o il fumo velenoso dell’aria abbrunita a morte, pensa forse che un’aura morta è finita e che adesso si può respirare. Respirare: la superficie delle foglie, le bolle a filo d’acqua, lo sguardo al cielo.

Io vedo i chilometriquadri di vuoto, i detriti raspati e lasciati, la bonifica lenta e l’ombra del turbinio dei progetti da miliardari. Aspetto. Alle spalle ho la porta e il deserto davanti.

Giorni e nuvole, il dvd, una settimana fa, circa. Contenuti speciali. Questioni di scuola e di progetto, dovevo guardare. Per motivi inerenti la produzione, Soldini ha girato un piccolo documentario, Un piede in terra l’altro in mare. Niente di che, ordinaria amministrazione. Sei lavori di Liguria, con interviste ad andamento alternato. Vedetevele, però. Fiori olive vigne pesci. I primi tre recuperano spazi marginali e c’è chi ci spera, in certi ritorni. Mano a mano che dalla periferia della regione ci avviciniamo al centro, sembra di entrare in un abbagliante buco nero. Vecchio e rugoso il pescatore, vecchio e nostalgico l’antico capitano di mare. Arrivi in città, poi. Ed è col camallo e con l’ex operaio dell’ex Italsider che capisci che cosa hai perduto. Cos’era la cultura operaia. Ora uno pensa che la Compagnia, l’Unica, esiste ancora. Ma il Console è morto ed è ora di attraversarlo, davvero, l’ingombro deserto del lutto.

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15 risposte a Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie

  1. mauro ha detto:

    sapevo che t’avrei trovata.
    un bacio, poi torno. ;)

  2. pessimesempio ha detto:

    Non ho detto reduci, ho detto combattenti, che è ben altra cosa. E l’ho detto proprio per quello che questa parola vuol dire: gente che combatte, ancora, nonostante. Nonostante il lutto che mi sembra ci stia attraversando tutti, chi più chi meno, chi soffrendo di più chi riuscendo in qualche modo a far finta di. Cosa sempre più difficile, mi sembra, nonostante il fatto che, personalmente, non riesco proprio a trovare un modo per uscire fuori dal lutto. Questo è quello che mi viene in mente di dire a una prima e frettolosa lettura, che in realtà si è fermata alla prime tue parole. A più tardi, forse.

  3. caracaterina ha detto:

    sono stata imprecisa, è vero, pessima. spero non me ne vorrai.
    ma voi, come la vedete la foto? sul pc di casa era chiara ma su questo qui di scuola è quasi tutto nero (il che, poi, ci sta ;))

  4. chiara ha detto:

    quando si è in lutto si sta separati, isolati, non si vuole essere toccati. Quando si celebrano funerali si inscena una parte abbastanza fissa, e comunque è un luogo muto, il meno adatto per rispondere alle domande, che pure vi ponete spesso (sono un’affezionata lettrice). Che poi, tanti interrogativi diversi ma tutti riducibili a una sola: che fare? anzi: cosa devo fare io? è spiacevole scomodare Amleto, ma mi abbrevia il commento; ebbene: i padri morti non sono capaci di rispondere, non più; o ce la troviamo noi una risposta, correndo il rischio di sbagliare completamente, o rinunciamo. Ecco perché più che di reduci e guerrieri parlerei di rinunciatari. Badate: esseri umani bellissimi, tanti poeti, tanti buoni amici, probabilme io per prima, sono rinunciatari, non è un giudizio cattivo, no. Sono nata nell’81, l’Italia di cui voi parlate può più o meno suggestionarmi (in questo caso ci è riuscita), appassionarmi, ma ho ormai la convinzione che ha niente da dirmi di risolutivo, e adesso non c’è spazio se non per ciò che serve veramente, almeno per me, che non ho spazi separati dove ripararmi, e molto poco da ricordare. Che ognuno risponda per sé, aiutandosi o lasciandosi aiutare, ma prima smetta il lutto. In amicizia, Chiara (che guarda le figure su: unpalombaro.tumblr.com)

    • pessimesempio ha detto:

      Diciamo “combattenti stanchi”, allora. E’ vero, ognuno dovrebbe rispondere per sè, anche se essere così individuali nelle scelte è cosa che un po’ lascia l’amaro in bocca. Assunzione di responsabilità, la chiamiamo?
      A volte il lutto viene smesso, ma lascia posto alla rabbia.

  5. chiara ha detto:

    Pessimesempio, ma contro chi combatti? al soldo di chi? con che armi? e soprattutto: ma perché?
    Non ci staremo prendendo troppo sul serio?
    la responsabilità non ha niente a che vedere con l’egoismo, mi pare. Infine: se un lutto lascia soltanto rabbia allora forse è un lutto fallito, perché dovrebbe lasciare posto alla pace, alla purezza, alla forza e all’indipendenza (come più o meno dice alla fine la casa dei morti di apollinaire che untitled tradusse sul suo sito).
    Boh.

  6. e.l.e.n.a. ha detto:

    colpita e (quasi) affondata.
    “di certe cose tremende non prendi atto subito, nonostante l’evidenza.”
    già.
    ora non so dire altro se non che quanto hai scritto nel suo essere dolente, straziante, inevitabile, è bellissimo.

  7. caracaterina ha detto:

    Bello questo emergere di mauro e di e.l.e.n.a in certi (questi) momenti, e sempre. Non è un banale conforto, è libertà.
    Anch’io penso, come pessima, che l’ognuno per sè lasci l’amaro in bocca. Non è in questione l’egoismo, no. Non lo penso io e credo che non lo intendesse pessima. E’ in questione la mancanza di un’appartenenza. Di tutte le tue (le nostre) domande, a me ha colpito, chiara, una domanda che a me non verrebbe mai in mente di farmi: al soldo di chi?
    Il linguaggio traduce e tradisce. Dove non c’è appartenenza qualcosa deve pur subentrare. L’elenco delle tue domande, chiara, pone questioni complesse.
    Credo che ci sia tutto da ridiscutere sui rapporti reciproci e ambivalenti fra libertà denaro e appartenenza. Anche perchè si tratta, in tutti i casi e per ciascuno degli elemnti di costruzioni culturali e valoriali, non di dati, non di elementi assoluti esistenti fuori dal sistema di relazioni.
    Chi si dice di sinistra ha perso la possibilità di costruire un’appartenenza. A destra, invece, ne hanno creato diverse. Fittizie? Direi come tutte quante se pensiamo che, per costruire un’appartenenza, devi lanciare ponti sopra abissi che non devi guardare.

    Mi incuriosisce, però, che nessuno commenti le parole di Batini, il suo testamento, il suo lascito. A me sembra la mappa di ponti abbandonati che però non credo affatto che non ci sia più motivo di percorrere.
    Batini, che pure è stato un lottatore fino al midollo e fino all’ultimo, non parla affatto di “combattere”.

    Buona notte, buon fine settimana, buona Liberazione.

  8. chiara ha detto:

    Caracaterina, grazie per avere messo tanta attenzione nel leggere le mie frasi abbastanza sconclusionate, molto fumose. Ti ha colpito che abbia tirato fuori la parola soldo? e perché mai? Stavo dentro la metafora di pessimesempio e ogni guerra, ogni combattimento, c’è qualcuno che li paga. Trovo non solo narcisistico e frivolo, ma molto nocivo non ammettere che siamo tutti, in modi diversi, al soldo di qualcuno, concretamente e moralmente, anche io che sono disoccupata, anche chi si sottrae deliberatamente e si mette in rivolta non è per questo innocente (forse lo sono i vagabondi). Ricordarselo non invalida nessuna presa di posizione, è una faccenda, come giustamente mi faceva notare pessimesempio, di banale assunzione di responsabilità. Oppure assomiglia a quello che scrive Paride Badini, imparare per chi e per cosa si lavora. Tutto qua.
    Non voletemene male, ma diffido delle appartenenze tutte, specialmente quelle di cui faccio, che mi piaccia o no, parte.

    Ciao,
    chiara

  9. Giacomo ha detto:

    Eventi come questa morte mi fanno paura perché scopro padri che avrei voluto avere e li scopro nel momento della loro scomparsa. Il problema non è la sofferenza, ma il fatto che non trovo padri sui quali misurarmi e da misurare – se non morti o nei libri. Il risultato è una sorta di crescita smodata, che sfocia unicamente nell’odio e nella rabbia.
    Per anni ho pensato che le identità (per sfiorare il discorso di Chiara) fossero il male (perché non si può delinearle senza polarizzarle in opposizioni bene-male, gerarchizzarle, includere ed escludere ecc.), ma mi sto rendendo conto che l’alternativa ad esse è l’indeterminazione, uno stato fluttuante, ineffettuale – gelido. Soprattutto chiuso in se stesso, preda dei propri incubi – di odio e rabbia smodati – un finto calore.
    Le parole di Batini trasudano identità (*si è* un lavoro, *si è* un quartiere ecc.), ma un’identità aperta, mutevole (si può cambiare lavoro e quartiere ecc.). Un punto fermo – di grande realtà, carnale – sul quale fare forza ma che non impone vocazioni o destini.
    Ho paura perché scopro la possibilità di un’appartenenza costruttiva nel momento stesso in cui sta sfumando la possibilità stessa di appartenere; e una morte può ben simboleggiare questo sbiadire.

  10. caracaterina ha detto:

    Diffidare delle appartenenze è un conto ed è buona cosa, secondo le regole culturali delle appartenenze in cui mi trovai a fare delle scelte, significa metterle in discussione, riverificare i giunti e la tenuta dei ponti.
    Non riconoscere l’intima necessità della costruzione di appartenenze è un altro e, paradossalmente, espone a una maggiore rigidità, a un certo fondamentalismo e, persino a un monolinguismo.
    Si vive sempre di perdite, l’importante è il bilancio finale.
    Come vedi, chiara, non mi esimo dall’uso di metafore economiche, e certo non me ne scandalizzo, anzi, ne riconosco la necessità, non foss’altro perchè gran parte dei miei discorsi gravita sul tema “lavoro”, come questo qui. Ma, come dicevo, libertà, denaro e appartenenza stanno in relazione modificabile fra loro, la cui risultante è, sempre, l’identità, per quanto mobile, come Giacomo fa notare.

  11. mauro ha detto:

    “Alla fine allora avere dei morti è una cosa che non è indifferente, quello che fai, avere dei morti è già dare un senso alla vita. Quelli che cercano il senso della loro vita, per dire, è perchè non hanno ancora capito che hanno dei morti, secondo me.”
    Paolo Nori, Noi la farem vendetta, Feltrinelli

    buona giornata a tutti. :-)

  12. pessima ha detto:

    Caro Mauro, ti sottoscrivo in pieno. Quanto alle parole di Chiara, non ho detto banale assunzione, ho detto solo assunzione, perchè a me non sembra banale, anzi. Sarà, poi, che a me non è mai piaciuto lavorare per qualcuno, mentre mi piace lavorare per gli altri. C’è differenza, anche qui. Auguri a tutti voi.

  13. caracaterina ha detto:

    Ciao a tutti. Saluto anch’io perché c’é un’appartenenza, (anche se non particolarmente gradita ;)) che mi chiama.

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