La coppa del nonno

Che tipo d’Italia era quella che ieri sera a milioni si è vista la finale di Ballando con le stelle? La domanda non è peregrina perchè c’ero anch’io, in quell’Italia lì. E fra tutta una serie di motivi che mi hanno condotto a guardare quasi sempre questo programma e quasi sempre fino alla fine (e sì che la tiravano lunga, la tiravano), fra i motivi c’era anche quello del divertimento, perchè mi piaceva vederli zompettare incapaci, e poi spiarli provare e riprovare, e poi valutarli migliorare e/o venir cacciati, eccetera eccetera, con tutto il sadismo voyeuristico che la tv permette ed aizza. Il divertimento era così piacevole che l’ha sempre vinta su ogni altra considerazione di ordine stilistico sociale estetico culturale e chi ha più consapevolezza più ne metta. D’altronde, stava sul canale più nazional-popolare che ci sia, che è poi quello che mi ha cresciuta e che mi ha dato l’imprinting da oca Martina, e quindi me lo godevo, il ritorno alle origini, dopo più di trent’anni circa di sabati “alternativi”.  Tanto più che – e non è secondario – fra i motivi che mi hanno indotto eccetera, c’era pure che mia madre l’ha sempre vista, la trasmissione, anche gli anni passati, e poterne fare due chiacchiere con lei, ogni tanto, mi consola del saperla tutta sola alla sera davanti alla tivù.  Chissà quanti vecchietti come lei, mi dico, stanno dentro a quei milioni di teleutenti, e sicuramente quello è il target, mi dico, ma più del 30% di share non lo si fa, mi dico, solo coi vecchietti ultraottantenni e nemmeno con le figlie stanche e motivate da patetici sentimentalismi, dalla voglia di lasciar sciogliere membra e sinapsi e da una curiosità pseudosociologica di capire come sono fatti i sogni e i piaceri dei paesani di questo paese di cachi.

Durante la trasmissione formato kingsize, apprendo da un qualche funzionario RAI, che sta seduto lì e di cui mi sfugge il nome, che persino il Moige ha fatto i complimenti alla statuaria presentatrice di Stato per uno spettacolo che ha riunito serenamente le famiglie sabatine davanti alla tivvù, nella sicurezza che non ci sarebbero state parolacce, ammazzamenti e indecorosi atti impuri – e che le seminudità e la sculettanza provocante delle maestre danzanti erano tutta roba a fin di bene, a scopo di insegnamento.

Alla notizia del Moige apprezzante devo dire che ho perso un po’ dell’indifferenza olimpica in cui avevo chiuso a chiave la petulante consapevolezza, e ho cominciato a sentire un cicalino nella testa, fastidioso come un acufene. Votata com’ero alla spensieratezza, ho continuato a guardare. Immaginavo a chi si sarebbe ristretta la competizione per la vittoria, avendo visto le altre puntate e assistito agli evidenti manezzi. Ma non c’era certezza. Guardavo, ma il parere del Moige tornava a disturbarmi. Mi disturbava l’eco di una certa consonanza con certi miei recenti pensieri da catona educatrice. Vuoi vedere, avevo infatti già pensato giorni fa per conto mio, tornando a guardare per qualche sera la tivvù, e sleggiucchiandoci intorno, vuoi vedere, avevo pensato, io, che mi sono obbligata a vedere, per ragioni scolastiche (ma questa adesso non la spiego), una puntata di X Factor (e mi sono pure divertita, davvero, e i ragazzi son stati bravi, davvero, e se lo diceva Anastacia, seppur per cortesia e contratto, chi sono io etc etc), vuoi vedere, avevo pensato, io che non ho mai visto una puntata che una di un Amici qualunque (nè di qualsivoglia altra mariadefilippica), vuoi vedere (oh insomma BASTA!) che questo viraggio televisivo dai reality-niente ai reality talent show segna un cambiamento importante nella mente della gente? Della gggente. Vuoi vedere che, finalmente (finalmente!), comincia a passare l’idea che la Visibilità, il Successo, i Soldi, (che si potrà pure criticare il fatto che siano i valori dominanti ma che, certo, non sono mica dei disvalori) te li devi pure un po’ guadagnare con una certa fatica, un certo impegno, con l’umiltà di sottostare a un giudizio e di accettare di imparare? Vuoi vedere, pensavo, che c’è una svolta etica in corso? D’altronde la pubblicità, che è sempre la prima a testare e a mostrare e a incentivare gli umori della gente (della gggente), è già un po’ che te la sta vendendo. Da prima della crisi, se ci si pensa bene. Più o meno da quando Obama vinse le primarie, se ci si pensa bene. E lo pensavo con una certa soddisfazione, direi, da cittadina di un paese penosamente e mostruosamente cialtrone, da insegnante in una scuola che sta implodendo, da sinistrorsa depressa, da cinquantenne, last. But not least.

E mi sembra che sì, che in fondo sia vero. Che questa svolta etica ci sia. E che non solo si stia curvando verso una strada che si sa da percorrere in salita, con le gambe in spalla, il fiato grosso da allenare, la testa china e persino un’idea-guida in quella testa, ma che si cominci anche a sentire che è una strada che non si percorre da soli, in splendido ed egocentrico individualismo, correndo a perdifiato e senza regole tranne quelle dei colpi bassi contro chiunque, ma che va camminata con dei compagni di viaggio, la strada, e che questi compagni di viaggio, se anche restassero indietro, vanno pure un po’ aspettati, magari persino aiutati e, udite udite! rispettati.

Fatica e solidarietà, insomma. Roba di una volta, roba che si credeva dimenticata da vent’anni almeno, roba dei nonni.

Perchè, è vero. C’è tutto un rifiorire dei valori dei nonni, in giro. E c’è il gran clamore commosso sopra il gran Eastwood di Gran Torino, per dire. E c’è tutto un sentire di jingle pubblicitari, giusto per tornare al discorso di lissù, fatti con canzonette anni ’30, anni ’40, anni ’50, per venderti automobili, per venderti cucine, per venderti campari.

Ed è a questo punto, proprio a questo punto, mentre la famiglia è riunita nella cucina Ikea e vuole vivere così, che arriva il Moige. E che la faccenda che mi pareva potesse darmi un po’ di soddisfazione comincia, invece, a sembrarmi inquietante.

Perché non tutti i nonni sono uguali, no. Non tutte le fatiche. Non tutte le solidarietà. Non tutti i valori.

Perché il primo a tuonare contro la competitività sfrenata e individualistica in nome del dio mammona e a belare dei buoni tempi andati, in Italia, ad esempio, è stato Tremonti. Perchè a chiedere uguaglianza di trattamento sono, ad esempio, gli ex repubblichini. Perchè il valore della vita umana è proclamato a panini e bottiglie d’acqua. Perché a chiedere, a parole, il rispetto della Costituzione e il voto agli immigrati stranieri è Fini. Perché a dirsi di sinistra é Brunetta.

Perchè ci sono nonni tutti Dio-Patria-Famiglia, e ritorno all’ordine, ad esempio.

E perché a vincere, con metodi mascherati da acclamazione popolare, in un’apparentemente innocua trasmissione lodata dal Moige, con uno share di più del 30% e un’audience di più di 6 milioni di spettatori, in un sabato sera nazional-rilassato e popolar-divertente, quando più alta è la serenità della famiglia riunita e più bassa è la soglia di capacità critica, sono proprio due bei nipotini. Il principe e il povero. Entrambi aitanti, impegnati ugualmente (ugualmente!) a sudare per crescere, disinvolti a mostrarsi umili, simpatici a chiacchierare, cavalieri con le loro dame, solidali fra loro, generosi con gli altri. E con due nonni solo un poco speciali. “Certo la mia famiglia non avrà fatto la storia d’Italia”, dice il ragazzo di 24 anni, un tipo del popolo, dal look tutto strada e piadina, nella clip preparata in anticipo ed evidentemente orientata, nonostante la millantata sorpresa, ad un confronto alla pari e ugualmente vincente con chi la storia in famiglia l’ha fatta eccome, il principe nipote del re di maggio, primo in linea di successione al trono d’Italia, “però… anche mio nonno, nel suo piccolo: parà della Folgore, combattente sconfitto a El Alamein, prigioniero in Africa …Se vinco, la coppa è sua”. La famiglia. I valori. Quelli del Moige possono stare tranquilli. C’è tutto un rifiorire dei valori dei nonni, in giro.

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32 risposte a La coppa del nonno

  1. ange ha detto:

    E come da copione (e la gente a casa ne ha uno uguale)ha vinto il principe. Un rifiorire di valori “reali” direi ;)

  2. ange ha detto:

    Ho guardato anch’io evidentemente, pure XFactor, facendo le tue stesse considerazioni, mandando Morgan a quel paese (sono quelli come lui che legittimano il pluralismo culturale, altro che Moige) che “ma che bravo, vedi, porta Jeff Buckley in prima(?) serata” Alleluja, alleluja

  3. Giacomo ha detto:

    Ringrazio il cielo di aver “perso” il telecomando (nel senso che quando mi arriveranno in casa almeno non sarò stato in pensiero prima…)
    (In ogni caso, l’Italia avrebbe avuto bisogno di un tribunale di Norimberga di fronte al quale trascinare ogni singolo cittadino.)
    Credo che i “reality-niente” siano stati l’ultima fase del processo iniziato con le tv private e finalizzato a cancellare da questo Paese ogni forma di cultura laica e critica e di disciplina mentale (soprattutto quest’ultima). Se non sono più in programma, è solo perché hanno già svolto la loro funzione, temo. Ora, evidentemente, inizia la pars costruens dell‘operazione.

  4. mago ha detto:

    Qui sei sul “mio” terreno. Non ho mai scritto di “Ballando” (come abbrevia sagacemente la statuaria(sic!) Milly. Anche se come statua comincia a essere turbata da tremolii sospetti. Però lo guardo, anche se non in integrale. Ho comunque assistito alla proclamazione del principe. Magari lui ambiva a ben altr, ma rispetto alla pubblicità dei carciofini questa vittoria equivale a un Nobel. Possiedo invece laurea e un paio di Master di specializzazione su X Factor e Amici. Io non credo molto ai dati dell’auditel, che sono stati creati come strumento dei pubblicitari e hanno subito una mutazione genetica che li ha resi arbitri dello spettacolo televisivo. C’è una componente importante di “visione passiva” che non è assolutamente misurabile da uno strumento elettronico. Allo stesso modo non credo in un piano preordinato per condizionare i gusti del pubblico. Piuttosto, e qusto è il grande probleme della sinistra attuale, è stata proprio la gggente a reclamare un certo tipo di “evasione” dalla realtà. La crisi economica che ci attraversa è in buona parte derivata dalla sconfitta della prospettiva di costante incremento del reddito e dunque della spesa alla quale un sistema capitalistico votato all’eccesso, secondo il modello statiunitense, ci ha condotto. Questo come corollario ha portato con sè una competitività spinta che oggi non è più tollerabile. Ma mentre la destra ha immediatamente proposto un’alternativa corporativa e solidale, la sinistra, abbandonata la tutela dei sorpassati valori proletari, è ancora alla riceca di un modello sociale da proporre.
    Tornando alla televisione, se oggi si proponesse il teatro di daio Fo in prima serata farebbe probabilmente ascolti bassi, e così anche le commedie di De Filippo, perchè un certo tipo di linguaggio appartiene sempre meno ai fruitori di massa. Ma la responsabilità di tutto questo collettiva, e solo se comprendiamo questo potremo immaginare un’alternativa ai modelli conservatori. In questo senso, per chi davvero conosce i meccanismi dei due programmi, X Factor è già un modello alternativo, nonostante la presenza di Miss luogocomune Ventura (perfino i due palloni che ha al posto delle tette cascano su di lei come il limone sulle cozze, come lei stessa direbbe).
    Amici e Ballando sono invece l’esaltazione di quel corporatismo solidale che attribuivo prima alla destra, come novella riproposizione dello stato sociale di un tempo.
    Cazzo.. sono stato troppo serioso, una palla, eh?

  5. Giacomo ha detto:

    Analisi interessante, Mago. Mi pare valida, soprattutto per quanto riguarda la crisi propositiva della sinistra; aggiungerei che nella destra va considerata anche la Chiesa cattolica, che con quel messaggio corporativo-gerarchico-solidale va a nozze.
    Quando io parlavo di processo iniziato anni e anni fa mi riferisco proprio agli anni Ottanta, quando la crisi non c’era. Il messaggio che passava con certi programmi e tramite l’_emersione stessa_ di emittenti private, col loro sfidare un sistema di monopolio statale – era un messaggio puramente ideologico, per quanto sussurrato, di “libertà”, intesa come anarchia concettuale ed etica (ammantato di un che di rivoluzionario). Decisamente funzionale a un‘operazione di scardinamento di determinati principi e limiti, di cui oggi vediamo le conseguenze – si può affermare sonstanzialmente tutto, senza pudore (senza “pudore intellettuale” – esiste?). Di nuovo, la Chiesa cattolica non può che essere contenta della disgregazione di un modello culturale concorrente e della sua sostituzione prima con il nulla, oggi con vecchi valori che sono anche i suoi (meglio: che sono anche i valori di una parte di essa).
    Poi, è chiaro che la risposta non è la riproposizione di linguaggi del passato. Ma il problema è stato proprio il precoce abbandono (sradicamento) di quei linguaggi.

  6. ange ha detto:

    Scusa Mago potresti spiegare meglio in cosa (come) X Factor è già un modello alternativo? Non riesco a seguire la discussione – non conosco i meccanismi dei due programmi ;)

    • caracaterina ha detto:

      Io, invece, avrei bisogno di un intero corso di recupero :)
      Proprio quest’anno, l’anno-clou, mi sono persa tutto intero Sanremo, XFactor l’ho visto una sola volta e non era la puntatona di sfida (a propo’, com’è andata a finire?), di Morgan so più o meno che è stato sposo dell’Asia, che ha una sorella poetessa e un parrucchiere demente. Su Amici, buio assoluto, come dicevo. Ma mi sto documentando. Rondolino sulla Stampa di oggi, ad esempio.
      D’accordo con tutto quanto avete scritto.
      ora devo andare. a dopo

  7. caracaterina ha detto:

    No, non tutto quello che è stato scritto mi quadra. Io, quelle del principe, me le ricordo come olive, non carciofini ;)

  8. caracaterina ha detto:

    E poi: no, non c’è un piano preordinato, a parte il grande canovaccio P2. Però, tutto il lavoro di autori e realizzatori, trasmissione per trasmissione, in queste trasmissioni, è necessariamente orientato, condizionato, e non solo dall’audience. La creazione dei personaggi è un continuo work in progress ma non deve essere mai il risultato di uno spiazzamento degli autori. Loro devono orientarci, questo credo che sia una sorta di compito contrattuale, anche se forse (parlo da un piano di totale inesperienza) sul contratto non sta apertamente scritto. Noi, pubblico, li riorientiamo a nostra volta ma la gamma delle nostre scelte è prevista, preparata.
    Come le pause pubblicitarie.

  9. Giacomo ha detto:

    P2 e altro:
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/02/09/1991-in-un-libretto-top-secret.html
    Anche se è difficile stabilire dove finisca la fine strategia e inizi la cialtroneria, specie in Italia, specie nelle aziende, dove tanta gente deve dimostrare di avere qualcosa da fare (per esempio preparare corsi e seminari…). :-)

  10. caracaterina ha detto:

    “coniugare competenza, apprendimento ed entusiasmo”
    eccola lì, la formula perfetta del perfetto talent show ;)
    La cialtroneria, Giacomo, fa parte del gioco, è un dato di cui i fini strateghi (se son fini come Jean, un mito) tengono conto. Se son finissimi ne tengono conto anche su se stessi.
    Una cosa di cui si parla poco, almeno secondo il poco-niente che ne so io, è dell’influenza di internet sulla tivvù. Di solito, almeno nei blogghetti, si parla del contrario. Ma le diffuse, almeno in occidente, conoscenze informatiche hanno messo in circolo una enorme capacità di interpretare scenari ed elaborare strategie per giochi di ruolo che credo abbia un certo peso nella produzione di reality. Se non proprio una diretta incidenza tecnica, senz’altro un’influenza culturale. Come avviene a tutte le scienze dominanti in un certo periodo storico, i loro principi, le loro metodiche, i loro linguaggi passano quasi osmoticamente in altri campi disciplinari.
    Il fatto è che la pressione dei linguaggi internettiani sulla tivvù l’ha rinforzata anzichè indebolirla. E credo che la sinistra, soprattutto in Italia, abbia una grande responsabilità in questo. L’intellighentzia, mi si passi il termine prima ancora che la grafia, di sinistra mi è sempre apparsa divisa in due parti: una, piccolissima, dotata di grandi competenze tecnologiche e attivissima in rete ma politicamente cieca ed entusiasticamente illusa rispetto alle capacità rivoluzionarie del mezzo (i fanatici da barcamp, ad esempio), tanto cieca che spesso ha svenduto le sue competenze al “nemico” pensando quasi di costituire una sorta di quinta colonna – non diversamente da quanto è accaduto a tutta la massa di creativi, pr, intrattenitori, attori, realizzatori finiti sulle televisioni della libertà; l’altra parte, enorme, è totalmente ignorante rispetto a internet. Insomma si è lasciato che tutti i linguaggi più innovativi passassero allegramente nelle mani di chi aveva già il potere di usarli.
    Ci sono motivi storici e strutturali che hanno determinato questa sconfitta culturale e forse non sarebbe stato possibile fare diversamente ma, dal mio punto di osservazione, gli effetti sono sconvolgenti.
    Nelle sezioni di elettronica e informatica del mio istituto vedo, da un lato, torme di fisici ed ingegneri che, a fronte di una innegabile competenza tecnologica, hanno della parte abitata della rete un’idea lillipuziana che forse andava bene una dozzina di anni fa a dir tanto; dall’altra stanno ragazzi che smanettano e vivono internet solo come se fosse un enorme kinderheim di chat maispeis e feisbuk, senza la benchè minima padronanza, anzi, il benchè minimo sopsetto dell’esistenza di una dimensione culturale che vada al di là delle competenze smanettanti. Sottovalutano totalmente il “potere” di internet, non ne conoscono in definitiva nulla. Apparentemente sono attivi ma in realtà sono dei fruitori completamente passivi. Infatti hanno, di internet, una certa paura, come i loro genitori ne temono l’oscurità e i pericoli, pur usandolo in continuazione per stare insieme ne diffidano come di un mezzo “freddo”, che allontana e non permette rapporti “veri”. In compenso non si perdono la Fattoria. Ma anche dei reality, come di internet, hanno una bassissima opinione, che cozza, senza che se ne rendano conto, con il loro appassionarsi e con l’orgoglio che mostrano di saperci fare, rispetto agli adulti di riferimento, come se internet l’avessero inventata loro. Insomma, un guazzabuglio di contraddizioni e di schizofrenie culturali, in cui la scuola non riesce minimamente a fare un poco di chiarezza, totalmente inadeguata, coi suoi curricula, coi suoi limiti organizzativi, economici, di spazi. E la mia dovrebbe essere quelli che forma gli abitanti e gli attori di internet di stasera e di domanimattina. E dovrebbe pure essere una scuola a maggioranza di sinistra, in un’area sociale e territoriale che era un feudo della sinistra. Li vedo già, questi ragazzi, alle prossime elezioni, chi voteranno.

  11. pessimesempio ha detto:

    A parte il fatto che non sapevo neanche cosa fosse il Moige (e ora che lo so strabilio, tanto per dire la mia ignoranza in materia), sono due giorni che passo di qui e leggo e rimango perplessa. Un po’ perchè ho l’aristocratico atteggiamento di chi pensa e dice queste cose mai;ma poi ieri sera mi sono messa a parlare di X-factor a cena con i miei figli, suscitando un vespaio di discussioni su morgan e la simona e quell’altra che non so come si chiami. Con il più piccolo (ormai per antonomasia nonostante i suoi diciassettanni)che sostiene che di lì ci passa la musica e che lì fanno anche ascoltare cover di canzoni che magari uno si è dimenticato e mi ha detto, dai domani sera ce lo guardiamo insieme. Ma non so se ce la farò: e Ballarò?
    Un po’ perchè sono scettica rispetto al fatto che ci si debba davvero occupare di questo, mi sembra di piegare la testa a un gusto che si avvia a diventare dominante, nonostante io sia una più o meno fiera oppositrice di questo genere di cultura (e qui di nuovo torna l’aristocrazia di pensiero): insomma- mi dico- se a me non piace questo genere di cose, se secondo me trasmette solo inebetimento, se è tutto un urlare (ma lo guardate blob e le sigle di x-factor riperute all’infinito?)perchè devo guardare? per conoscere il “nemico”? Può darsi che sia così, ma ancora non sono del tutto convinta, perchè allora non guardare anche la fattoria o la talpa?
    Un po’ perchè mi viene sempre in mente, quando guardo la televisione, una frase che ho letto in un libretto di Eleuthera
    Miseria umana della pubblicità, che più o meno dice che la televisione è costruita intorno alla pubblicità e che i programmi sono fatti per tenere sveglia l’attenzione del “cliente” in vista della pubblicità. Questa cosa magari è passata, forse non funziona più così, non so, come sempre, ma ci penso ancora.
    Spero di non aver fatto un pasticcio con il link sopra.

  12. pessimesempio ha detto:

    Ma guarda guarda, della stessa casa editrice, anche questo.

  13. mago ha detto:

    Che brutta Squola insegni!

  14. mauro ha detto:

    “uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”

  15. caracaterina ha detto:

    – Beh, mauro, sarà meglio spicciarci, che qui dio sta già da un po’ prendendo le misure a noi.
    – O mago, sei ingeneroso, mago! Oh, mago, se tu fossi Mago, faresti una magia e mi faresti comparire qui innanzi una scuola svedese (che da quando ho visto quella puntata là di Passaparola sono ancora qui che piango d’invidia e di rabbia)
    – Pessima, se tu fossi un medico e dovessi curare la tbc, se fossi un chirurgo e dovessi anche solo fare un’appendicite, e avessi visto queste cose solo sui libri, rifiutandoti di guardare i malati, visitarli, toccarli… eh? Perchè l’ignoranza è un po’ come una malattia, no? E non si cura con due libri (o neanche con duemila) ma sporcandosi le mani e rischiando l’infezione. O forse tu hai solo allievi belli sani, di quelli dei quali si può dire, parafrasando, la scuola fa bene perchè non gli serve?
    L’aristocraticismo, il tirarsi indietro, il tirarsi fuori, il pensarsi sempre immuni, sempre estranei all’inferno, sempre al sicuro se si sta nell’hortus clausus delle proprie convinzioni e frequentazioni, beh, tutto questo non è di DESTRA? Non è un pre-servarsi pre-giudiziale, un con-servarsi conservatore? E lo chiedo a tutti e tre.
    In particolare a te, pessima, che ti fai quella domanda di là. In quel pezzo a me ha commosso il tuo scoprirti, che è venuto fuori proprio da quello che hai scritto senza farne il fulcro cosciente. Non è il problema della libertà d’espressione che ti interessa, come scrivi, ma tutto quello che sta dentro a quanto ci scrivi nei capoversi intorno a quello. Il pezzo della Dominjianni che citi si conclude con quella faccenda dello sguardo puntato in alto anzichè in basso. Dunque: io ho cercato di guardare sempre in basso, perchè di quel piano lì sono figlia. E su quel piano lì, i lavoratori, il popolo, non sono quelli dei manifesti zdanovisti. E ho scoperto presto che una delle cose più meravigliose del marxismo è di essere riuscito a fare di una plebe una classe, di dare, alla plebe, una coscienza. Ci voleva del coraggio a pensare che quella gentaglia, ignorante, abbrutita, ubriacona, che urlava improperi a moglie figli compaesani e li menava pure come un incudine (come ve li immaginate gli operai della rivoluzione industriale? come ve lo immaginate, davvero, il quarto stato?), quella canaglia montante (Baudelaire, uno che in fondo era di sinistra) potesse diventare classe. Togli alla plebe la coscienza di classe e tornerà ad essere plebe, sarà rivoluzionaria quanto i sanculotti che issavano teste sulle picche in Faubourg St. Antoine mentre le mogli, lo sanno tutti, sferruzzavano davanti alla ghigliottina. Togli alla plebe la coscienza di classe e ti diventa popolo leghista. Togli alla plebe la coscienza di classe e hai milioni di voti della SVP che passano a Hitler.
    Il fatto è che non puoi più credere in una coscienza di classe perchè i modi di produzione attuali non lo consentono. E allora? Allora resta il popolo-plebe, tutto merendine e giochi da circo mediatico.
    Il popolo-plebe è brutto, ghignante, fa paura e fa schifo. Praticamente come le masse che corrono dietro alla De Filippi e a Corona. Bene: distogliamo lo sguardo, guardiamo per aria, facciamo come se non ci fossero, eliminiamoli virtualmente, non cerchiamo di capire cosa vogliono e perchè lo vogliono. Limitiamoci a suggerirgli che sono manipolati e manipolabili e vedremo che belle manipolazioni faranno a noi. Che poi: perché uso il tempo futuro?

  16. pessimesempio ha detto:

    Secondo me non ci siamo capite, come sempre. Per preconcetto, credo,perchè non ci si può capire scrivendo, perchè tu hai di me un’idea e quella rimane. Dopo, forse, provo a spiegare meglio.

  17. pessima ha detto:

    è venuto fuori proprio da quello che hai scritto senza farne il fulcro cosciente Ma chi te l’ha detto che non faccio fulcro cosciente delle cose che scrivo? Forse non è molto chiaro, in quello che scrivo qui, che quando parlo del mio atteggiamento aristocratico lo avverto come limite e come contraddizione e non credo sia colpa mia se non sono nata in una famiglia di operai, ma in una famiglia medio- borghese, come si diceva un tempo, con pretese di far parte di un bel mondo di paese. Quanto di peggio si potrebbe pensare, dunque, ideologicamente parlando. Però non posso portarmi dietro questo come una colpa. Ne rilevo gli influssi ancora oggi, questo sì, ma d’altra parte credo che sia finito il tempo in cui chi non era in linea con il partito veniva mandato in un Gulag.
    Non so se sia di destra tirarsi indietro: so solo che io, personalmente e assumendomene tutte le responsabilità, non riesco più a capire da che parte vanno le tue “masse”, anche se non penso di essere poi così distante da loro, come condizione, anzi, forse, rispetto a qualcuno di loro, le mie condizioni economiche sono decisamente peggiori, forse anche delle tue. E’ che non riesco a parlarci più, con le masse, anche con quelle che mi ritrovo davanti a scuola e ti assicuro che non guardo per aria, mai, anzi.Ma dico che sono manipolabili, li invito a prendere coscienza di quello che fanno, di quello che usano, di quello che guardano. Non so fare altro, di questi tempi.
    Devo aggiungere una cosa, però, questa personale: quando vengo qui e parlo, ho sempre l’impressione che ci sia qualcuno che aspetta con il fucile puntato: questa volta ci avevo quasi creduto che non ci fosse nessuno appostato e ero venuta scoperta, ma mi sbagliavo, accidenti. Colpita ancora una volta. Ma non affondata.

  18. caracaterina ha detto:

    Nessun fucile, pessima, ma le contraddizioni son contraddizioni, e sono il sale della vita. E a me piace affondarci il coltello, quello sì, nelle contraddizioni. E’ per questo che scrivo.
    Come tutti ho le mie indulgenze (autoindulgenze), le mie consolazioni (autoconsolazioni) ma se guardare Ballando mi diverte e mi spensiera, se ne scrivo è un’altra cosa, vengon fuori le spine. E ce n’è per tutti, me compresa.
    E, scrivendo, ci si può capire benissimo, invece, perchè si vede gli uni degli altri anche quello che non si può o non si vuole vedere.
    Comunque, secondo me, spiegare a scuola che si è manipolabili e manipolati è una cosa che facciamo tutti, ma con quali linguaggi? Non si tratta di appiattirsi sui linguaggi dei gggiovani e della gggente, ma di conoscerli, e non soltanto nella grammatica e nei 4 sensi, sì. Bisogna riconoscerli in sè, quei linguaggi, farli propri. Altrimenti non si media fra X Factor e Leopardi, restano mondi separati, estranei e, in fondo, sterili.
    Perchè il punto è, secondo me, non tanto “capire dove vanno le masse” ma dove le vuoi portare.
    E’ una domanda che ha un substrato manipolatorio, certo, ma è la domanda a cui ogni leadership politica, se è tale, trova una risposta. E’ la stessa domanda “politica” di ogni leadership docente. E di ogni figura genitoriale.
    E’ una domanda politica perché presuppone un rapporto tra mezzi e fini. Ma è proprio questo rapporto, declinato in ambito democratico, che è andato in crisi. A questo proposito, giorni fa stava su Repubblica un bellissimo articolo di Zagrebelsky

    http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/appello-liberta-giustizia/veleno-nichilista/veleno-nichilista.html

    L’ho dato come prova di scrittura ai miei di quarta, Tipologia A – Analisi di un testo.
    L’ha scelto una persona sola, una ragazza.
    Mi verrebbe quasi voglia di postare la griglia d’analisi che ho preparato.

  19. mago ha detto:

    Ci sarebbe un problemino di non poco conto: la scrittura a cui i ragazzi sono abituati è assai più elementare, sia dal punto di vista lessicale che da quello strutturale, della complessa prosa di Zagrebelsky. Anni fa, va bene, tanti anni fa, quando sullo stesso quotidiano apparvero i primi interventi di un certo Arbasino, comprenderne la elaborata architettura era diventato un esercizio paragonabile a risolvere in tempi stretti il Bartezzaghi della settimana. E allora c’era il padre. Io non so che lingua si insegna oggi nelle scuole ma certamente la scrittura in rete, anzi, lo scrivere in rete, che è altra cosa, la necessaria immediatezza di un messaggio telefonico, perfino i tempi de programmi televisivi, compressi fra due interruzioni pubblicitarie, hanno radicalmente modificato il linguaggio e l’elaborazione del periodo, creando una dicotomia inconciliabile fra due tipi assolutamente diversi. Si dovrebbe semmai comprendere cosa è più utile: insegnare i ragazzi a comprendere la prosa di Zagrebelsk, o insegnare a Zagrebelsky a scrivere in maniera più immediatamente comprensibile anche dalla generazione di Facebook? Forse la seconda opzione, pur meno affascinante, è più realizabile.
    :)

  20. mago ha detto:

    z…. e tuuto quello che manca o c’è in più. Non ho ancora cambiato le pile. Al cervello.

  21. pessima ha detto:

    Beh, intanto ieri sera mi sono vista xfactor, così, per cominciare l’allenamento. Con mio figlio sul divano, tutto contento che finalmente si poteva vedere la sera in tv una cosa che gli piaceva e non il solito report o anno zero. Volevo anche dire una cosa sul mago, ma è suonata la campanella e corre in classe: compito di italiano in quinta, quattro ore. Se riesco a collegarmi dall’aula, continuo.

  22. HaDa ha detto:

    Dal 22 al 25 marzo tre kilometri di parole.
    Ma sei sicura di star “dicendo” qualcosa, caracaterina?
    Per stare scrivendo certo stai scrivendo. Per stare analizzando starai anche analizzando. Per stare usando questo mezzo lo stai certamente usando.

    Ma come?

    Sembri così sicura di essere tra quelli che hanno capito, che l’hanno capito, che i tuoi giudizi su tutto il resto, ai miei occhi, risultano molto primitivi.
    Con tutto questo ridicolo sorvegliarsi “criticamente” su dove zappa il telecomando dell’elettrodomestico.

  23. caracaterina ha detto:

    Dal 22 al 24 marzo, per essere esatti. Col 25, anzi è già domani, 26, aggiungo altri 100 m.
    Sì, sto “dicendo”, evidentemente non a tutti, non a chiunque.
    No, non l’ho capito. “Lo” cosa?
    “Tutto il resto” lo lascio a chi pensa di avere il potere e la forza di farci i conti.
    Sì, sono primitiva. Non evoluta.
    Il ridicolo insegue tutti e, di solito, li acchiappa.

  24. HaDa ha detto:

    Bella risposta, senza ironia.
    Lo: è questo lo qui. Come fare o non fare un tema in classe qui.
    Come concedersi o ritrarsi da una forma. Come pulirsi o come sporcarsi, in ogni caso come “sapere” quello che sta effettivamente accadendo. Come usare effettivamente le proprie “griglie di analisi”, immediate ed estemporanee, considerando che si va in diretta.

    see you

  25. pessimesempio ha detto:

    Non ho capito l’ultima, Ha Da: vanno usate le griglie o no?

  26. Cassandra ha detto:

    Forse sbaglio ma…
    La Tv ha una componente essenziale: l’intrattenimento.
    vero che permette anche un cambiamento sociale, su temi ben più profondi del cambiamento.
    Ma è un uso improprio. E invatti faceva notizia.
    La politica, a suon di dati audience, non ha alcun legame con le ideologie. Se si esclude un bel fatturato in positivo.
    L’audience, come mago (uno dei primi commenti) spiega, e un dato molto discutibile. Ma il Moige ha ipocritamente ragione: far credere che un programma senza morti in diretta abbia molto seguito è già un ottimo risultato.

  27. syn ha detto:

    uau, era un bel po’ di tempo che non ti leggevo, ma è sempre un bel viaggio.
    un saluto.

  28. caracaterina ha detto:

    uau, syn. tanto tempo davvero. un saluto a te.
    Cassandra, perdonami, credo di non aver capito molto del tuo intervento. Uso improprio? politica-dati audience-ideologie? Boh.

  29. Cassandra ha detto:

    A volte scrivo aramaico con accento svizzero, scusa… ;)
    Volevo solo replicare alle congetture che ho letto tra i commenti (che faccio anche io, spesso).
    Un disegno più nascosto, di stampo ideologico ci può essere, ma non credo sia così in superficie (anche se negli ultimi tempi sembra si siano dissolti molti pudori). Secondo me che la Tv sia mero intrattenimento fa parte della natura stessa del medium. È quando cattura troppo, assopisce e appiattisce che va criticata.
    Uno show garbato, forse anche banale, ma di sicuro meno aggressivo di altri ha il mero scopo dichiarato di divertire, non di fuoriuscire dallo schermo per fungere da anestetico… e questa formula del ballo mi sembra così: senza zavorre di polemiche e di scandaletti.
    Se la commedia in teatro diverte e basta, nessuno la critica per questo. Perché pretendere dalla televisione uno scopo educativo?

  30. caracaterina ha detto:

    Ah, ecco :)
    No, Cassandra, gli scopi educativi non c’entrano e non mi sembra che nessuno li abbia in- o e-vocati. C’entra il potere condizionante della tivvù. C’entra che il divertirsi non è mai neutro, nessuna azione, soprattutto collettiva, lo è, ma è inviluppata in un sistema di valori, soprattutto quando viene rappresentata e presentata a una massa. E il sistema di valori che sta sotto-dentro-intorno a quell’azione condiziona, soprattutto se è la tivvù a proporlo. E condiziona tanto più quanto meno il condizionamento è dichiarato, quanto più è contrabbandato da azione “neutra”. Ballare piace e diverte un po’ tutti, trasversalmente, ma se in una gara di ballo “pubblico”, il pubblico fa vincere un principe di sangue reale e non, ad esempio, un calciatore sanguigno e toscanaccio, questo dice qualcosa sul piano dei valori sociali in gioco.

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