Tout se tient

Insomma, c’è questo muro che s’è gonfiato, drammatico e stanco, in casa di mia madre. Aspettiamo. Il consigliere di scala, l’amministratore, il muratore. Aspettiamo. Che non venga giù, mammamia. Di qua e di là, nella camera e nello stanzino. Bisogna dirlo che questo imprevisto ci mette l’ansia. E’ una tramezza, la tappezzeria la tiene insieme, per adesso. Quand’è che sarà, verrà abbattuta. E poi tirata su di nuovo, naturalmente. Che lavoro, mammamia, che lavoro. Aspettiamo. E stanotte hanno di nuovo attaccato il macchinario, mi avvisa la mamma. Quelli di sopra, intende. Ma nessuna di noi due salirà a parlargli, per ora. Nemmeno ci sono, adesso. Son trasfertisti, c’è sempre un giro di omoni, qui sopra, operai in affitto per qualche settimana, di solito stanno al cantiere, e nemmeno questi sembrano italiani. Silenziosi però, macchinario a parte. Quelli che l’hanno vista, la crepa, la pancia, la lunga riga prolassata e sghemba, dicono che non c’è pericolo ma io certo non sto tranquilla. E’ la stessa ansia che oggi m’ha fatto telefonare ai pompieri per via del pino inclinato sulla strada, del suo tronco di muffe di resine un po’ chiare un po’ scure, della sua aria marcia sotto la pioggia, all’interno del grande curvone. Mi dicono: è strano, in genere sono gli autisti AMT ad avvertirci e non ci hanno ancora mai detto niente. Io non lo so, le fronde non sono ancora così basse da sfiorare un autobus che scende, io non lo so, non sono mica un giardiniere, e quand’anche, forse, comunque, non saprei prevederlo, il punto di rottura. L’ho notato da una settimana, anzi c’è chi me l’ha fatto notare, quell’uomo che viene a potare, a portar via le ramaglie, a tagliare. Ma questo che ho aggiunto a loro non lo dico. E nemmeno che anche lui vive d’ansia, e ne ha ben d’onde.

“Calzato”. La voce al telefono mi rassicura, l’albero è calzato, sono venuti a controllare. Gentili col cittadino. Han saggiato pure il terreno, l’albero tiene, il tronco pure. Per adesso. Tranquilla per adesso. Come mercoledì, dopo un’ora di lastre e di eco che il dottore non capiva perchè non la trova più, quella bianca macchiolina. Fino a luglio tranquilla, serena per adesso. Le lacrime dell’albero, dice la voce, descrivendo la resina in un modo che me lo vedo accarezzarla, sotto la pioggia, quel poetico pompiere. Resto così consolata, così grata, che al telefono non so neppure cosa dire, tutta quanta imbarazzata. Richiamo subito dopo, ma non è lo stesso a rispondere, comunque no, niente da pagare, si figuri, niente da scrivere, niente da firmare. Gentili col cittadino, è dovere. E’ mestiere.

Anche il consigliere di scala è un ex pompiere, un pompiere in pensione. E se lo dice lui, che si può aspettare. Mia madre a pranzo mi racconta che ieri, poi, è scesa la moglie, a tenerle compagnia e a raccontare. Ma non basta che quella donna farfugli e parli a bassa voce, perchè mia madre non capisca. Anche la storia che viene fuori da quella voce all’asma è talmente incredibile e stramba che mi viene in mente la vicenda di ieri, del TSO che mio marito ha firmato e che dopo a cena mi ha voluto raccontare, e così due storie folli si incrociano a pranzo, senza che noi due, mia madre ed io, le possiamo districare. E se un giorno scoprissimo che … Magari sul giornale … Mammamia che vicenda.

Aspettiamo.

E’ per questo che scrivo, per por tempo in mezzo, per allungare. Per abbracciarlo, questo tempo messo in mezzo. Fino a prenderlo dentro, farlo mio. Pure quello che mio non è.

Oggi non ho voluto lavorare per la scuola e ho letto. Una cosa leggera leggera, da pomeriggio molle. Preso in biblioteca il primo che capitava di Andrea Vitali. Combinazione il primo che abbia pubblicato. Finito in un bau, proprio quello che ci voleva. Te ne parlo sorridendo. Proprio quello che ci voleva. Tutta questa vecchia, educativa, lombarda, cultura popolare, quando quella lombarda aveva, grossa gonfia ed evidente, la vena educativa. E’ manzonismo, in fondo, e mi commuove. Parliamo di quando l’italiano scritto non esisteva e ogni libro portava impresso il ritmo della sua propria lingua, del suo proprio parlare. Qui è così, senti il lombardo. Quello che oggi è diventato un lombardo italiano, senza pretese. Nato da una cultura fatta sugli almanacchi, sui calendari, sui ritagli di giornale. Una cultura mediocre e utile, che viene da lontano, lunga tutta il secolo breve. Se non fosse stato per quella pancia nel muro, non li avrei ancora mai tirati giù tutti quei libretti addossati sugli scaffali dello stanzino. I libri di una figlia. Scendono nelle scatole, provvisoriamente, gli anni dei libri di scuola, sempre più indietro, finchè non vanno a incrociarsi con l’istruzione continua di un operaio che stava al mondo e che al mondo aveva messo la bambina. E’ un libriccino tascabile, flessibile e denso, quello che mi porto a casa e che tengo lì, da due giorni, ad aspettare. E’ oggi, dopo il raccontino di Vitali, il giorno giusto. “Leonardo”, si chiama, del 1957. Quasi piango. Sorrido, invece, e mi batte il cuore. Fumo, dopo, e mi metto a scrivere. Non la finirei più, se potessi, non la finirei più, tanto è l’ammasso di fili che si ammatassano da giorni e giorni. Possibile che abbia così tanto tempo dentro di me? Anche il tempo non mio, anche quello di mio padre, anche quello di mia madre, di quelli che hanno conosciuto, che mi hanno conosciuto, di quelli con cui vivo, di quelli che incontro ogni tanto? E i posti. Tutti i posti dove tutti quanti abbiamo camminato.

Sabato ero a un funerale, in un posto estremo della città, un posto che non avevo mai visto, c’è un bar lì vicino, si chiama il Capolinea, è evidente. C’è un sottotitolo nell’insegna: Il primo bar di Genova. E’ evidente. Ma solo per chi scende dai gradoni di roccia lungo la statale. Ero lì, a celebrare la morte di uno che non conoscevo, che finchè è stato in vita non sapevo neppure che esistesse, ad accompagnare l’intimità improvvisamente svelata seppure appena di vista, di sfuggita, di passaggio, di una persona a cui lavoro accanto. Era un uomo della mia stessa età. A mio madre ho detto: ingegnere, dirigente all’Ansaldo. Ah, ma allora, ha fatto lei, Ilario lo conoscerà! Mamma! le ho fatto, Cosa ti viene in mente? essendo Ilario il fratello, di poco più grande, di una mia compagna delle elementari, persi di vista entrambi da decenni ma di cui lei, mia madre, incontra la madre per caso, per strada, più o meno tre o quattro volte l’anno.

La chiesa è di quelle che si dice “moderne”, di quelle “brutte”, di cemento, un capannone ovale. Sul muro dietro all’altare stanno appese due sole cornici, in una un quadro di Madonna elementare, nell’altra un poster del papa, ma il polacco. Tutta la strada fin qui è un susseguirsi di quelle che un tempo si chiamavano sezioni, adesso sedi ancora riverniciate di quella cosa che chiamano PD. La statale è una striscia continua lungo il fiume brutto finchè non scarta di lato, segnata da un ponte che immette in un’altra valle, una delle più famose della Resistenza, su su, fino in cima, e ancora più su, ancora di più, oltre il capolinea e l’ultimo bar della città, oltre le gallerie e oltre il mostro, oltre il cippo nella piazza e il ricordo dell’eroe sempre giovane e bello. Guido e penso al libro di quell’altro, che sto leggendo piano piano, al mio antico professore che è suo fratello, al mio modo di leggere adesso, come se tutto ciò che sapevo andasse riscoperto, come se il passato, passando, stesse tornando nuovo, ancora da scoprire, come un posto che sapevi esistere ma che non hai mai visto fino ad ora che lo vedi, come una persona che hai sempre avuto accanto senza saperla.

La chiesa è piena piena, siamo tantissimi e tutti colleghi di lavoro, colleghi di lei, colleghi di lui. C’è la scuola e c’è la fabbrica, ci sono cinquant’anni di storia che si sfilaccia, si dipana, si fa storie ammatassate adesso qui, all’improvviso, in un solo gesto di ri-conoscenza. Celebrano il parroco e un cappellano del lavoro. Lo vedo che ormai siamo alla fine e la bara è già uscita. Allora mi muovo e vado a salutarlo, Ilario.

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16 risposte a Tout se tient

  1. mauro ha detto:

    quanti intrecci tenerissimi, che bello!
    il muro terrà, caracate,
    tiene,
    deve tenere.
    (anche a costo di fare un TSO a qualcuno!)
    ciao ;)

  2. caracaterina ha detto:

    C’è una cosa che mi colpisce sempre in questa città, (e quando dico città parlo della civitas, della gente)anche se vederla, questa cosa, è sempre più difficile, tutta incrostata com’è, sempre di più, sempre più piena di crepe, ed è la coesione profonda e dura di una società che è tale, cioè profondamente e convintamente interrelata, prima ancora di essere un aggregato di individui. Voglio dire: non c’è niente di più individualista e riservatamnente “privato” di un abitante di Genova, niente di più difficile da penetrare e da visitare di una casa di genovese ma, nei momenti decisivi di una vita individuale, (e non solo nella morte, anzi) la societas è ancora tutta lì, tutta pubblica, tutta presente, tutta in piazza. A tenere il muro.
    Nelle canzoni di De Andrè, per esempio, non ci si pensa mai, ma questo particolare rapporto fra pubblico e privato è particolarmente evidente.

  3. sara ha detto:

    ogni volta che il tout se tient mi si rivela, mi sento un po’ stupita e un po’ consolata.

  4. untitled io ha detto:

    ora che ci penso: anche da noi c’è il modo di dire “ammandin’t ka t’ammandeng” (“mantieniti che ti mantengo”) – motto da tempi duri e da grandi spaventi, molto comunitario anch’esso, ma con in più la lieve sfumatura del “fa’ qualcosa anche tu, non stare lì impalato”.

  5. mago ha detto:

    E il muro?
    Il cancro corrode i tufi. Poco per volta. All’esterno tutto appere in perfetto ordine. Ogni tufo è uguale all’altro. Ma dentro alcuni sono completamente vuoti. E all’improvviso ti disfano. In mano. Cprendoti di polvere. E di ricordi. Quando te ne accorgi è già tardi. Solo un trapianto potrà salvare quel muro. Ma cambiare un solo tufo non serve, e allora giù tutto. Prima devi puntellare per bene. I puntelli mettili fitti fitti. Poi un pezzo alla volta i muratori smontano una parte della tua vita. E quando la luce ti acceca ti accorgi che quel muro non serviva a nulla. Ma intanto i carpentieri stanno già alzando l’architrave. La macchina del calcestruzzo è pronta. Stasera tutto tornerà com’era. Niente sarà più come prima.

  6. caracaterina ha detto:

    Ma quale cancro, mago, ma quali tufi!
    Trattasi di foratini da 6, ora ci mettiamo dei semipieni da 8. L’architrave non si tocca e “ho visto la luce!” lo lasciamo cantare ad altri.
    Firmato:
    Jerome S.

  7. untitled io ha detto:

    Ma che cazzo, foratini da 6! lo potevate buttar giù a gomitate, sai come vi divertivate tutti quanti :)
    Evidentemente è il tuo senso del tragico a essere eccessivo, oh jerome. “I muri vanno e vengono”, sospirò unts in un bel giorno di primavera, con sottofondo di festosi martelli pneumatici.

  8. mago ha detto:

    Manca una D
    Jerome David, ma basta anche la D puntata
    Grazie
    :)

    Foratini da sei?
    Ma allora la storia dei tre porcellini non vi ha insegnato niente!

    Ora quel muro di tufo non c’è più, al suo posto un unico blocco di calcetruzzo armato regge l’ntera costruzione. Se rimuovi le vecchie latte di colore arrugginite dallo scaffale puoi vedere la trama dell’armatura che è servita a tirarlo su. L’abbiamo lasciato così, senza intonaco. Come per identificarne la superfetazione (bum).

  9. mago ha detto:

    ps non sono disgrafico, ho la tastiera lenta

  10. mago ha detto:

    Che poi, quel muro dico, era portante. Tuua la mia vita è disseminata di muri portanti. Una volta per abbatterne uno abbiamo dovuto costruire tre pilastri e due travi. Non puoi abbattere un muro senza prevederne le conseguenze. Come se fosse una metafora dell’amore. E qui parte Fossati.

  11. caracaterina ha detto:

    In effetti il problema più del muro era mia madre: sotto quel muro ci dormiva e le gomitate rischiava di darle davvero la notte. Di giorno, invece, rischiava la testate, per l’ansia. I muri vanno e vengono, le mamme vanno e basta.
    Io ci sono e non ci sono e le serve un terapeuta traduttore: oltre che ottantasettenne, è manto-emiliana e pure sorda. Vedeste la faccia che fa quando i muratori le parlano. Due sono calabresi e due albanesi. E cuffe di malta ovunque.
    Al piano di sopra invece il muro tiene. Sono entrata a controllare nel silenzio degli astanti: sono tutti operai a contratto del cantiere navale e nessuno di quelli che erano in casa parlava italiano. Me ne sono venuta via sorridendo ma in silenzio io pure.
    Oh sì, i muri tengono.
    E Fossati sta invecchiando anche lui.

  12. caracaterina ha detto:

    Ora io vorrei sapere perchè in hp da l’altro ieri, pur essendo loggata, non vedo nè l’aggiornamento del numero dei commenti, fermo a 6, nè le scrittine in alto della barra wp-admin. Che succede?

  13. mago ha detto:

    Tanti anni fa vivevo in una casa senza muri. Qualcuno ce n’era, è vero, almeno quelli che separavano il sonno dalla veglia, e che nascondevano la nudità, ma per il resto si erano serviti di pareti alternative, dal legno leggero e sagomato, al plex trasparente e colorato, al vetro finemente decorato, a fisarmoniche di finta pelle che soffiavano polvere chiudendosi ad ogni apertura. La prima volta che sono stato in quelle stanze tutto questo non c’era. Un’intera ala era in comunicazione attraverso ampie architravi e nella parte frontale il soffitto scorreva ininterrotto per più di venti metri. Così anche se lei non era lì con me, troppo presto per una lei, e il soffitto non era di un coraggioso viola, la stanza non aveva pareti e tutta la vita mi sembrava diversa.

  14. Pingback: Placida Signora » Blog Archive » Placide Segnalazio’

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