Tempi sinistri

La collega sindacalista CGIL ha poco più della mia età ma è rimasta dura e pura, basta vederle quell’aria da ragazza sul corpo esile da ragazza di un’energia da lavoro e studiata gioia da ragazza, una gioia ideologica, certo, un ottimismo programmatico da volontà rivoluzionaria perché verrà, è certo, la rivoluzione verrà, come il regno per i chierici dell’altra sponda. Verrà, ripetono i colleghi ancora in giro per conferenze nelle scuole al pomeriggio, i suoi colleghi, miei al massimo conoscenti, organizzatori seminariali seminaristi fin dall’università, il sito forse cominciano ora, sennò è il porta a porta, il vis à vis, il giornale a quattro facciate coi caratteri anni ‘30, il volantino, adesso cartoncino, nemmeno depliant che un foglio solo si risparmia. Chi li finanzia, oltre alla quota annuale che mi spilla con la petulanza a cui una vecchia collega non si nega? Questi preti queste suore lottatoricomunisti  dai tempi del liceo, vestiti ancora quasi all’incirca come mormoni, coi vecchi capelli longuette, col baffo similrusso, e la giacca scura ordinata, intellettuale organico, analista geopolitico, tesi antitesi sintesi, dall’Iran alla contrattazione decentrata, dalla Bielorussia al quadro orario delle riunioni collegiali obbligatorie. Pugni chiusi contro lo sfruttamento.

La pesantezza di ieri pomeriggio la pesantezza di stamattina, il medioevo delle processioni urlate a braccia in croce e candele accese davanti alle ambulanze, dei lebbrosi da spavento tenuti nelle paludi fuori le mura, l’età moderna degli eretici cacciati dagli studi, dei vagabondi incendiati per la strada, delle mezzenotti di ronda in città; e poi: il settecento dei miasmi delle concerie vicentine e toscane, dei bordelli cosmopoliti per sniffatori esotisti, il novecento delle registrazioni obbligate e delle segregazioni. Così via così via, maledicendo. Credevo fosse forte questo colpo, che prendesse anche gli altri allo stomaco e alla testa, che si sentissero i crampi. “Allora, senti, – le dico fra i registri del mattino – qui non c’è altro da fare: si sale in montagna”. Si entusiasma e si sconcerta dopo un secondo, quando capisce che non intendo una gita: ma cosa sto dicendo, allora?

Piove grigio, neanche freddo.

Poca gente alla coop, verdure fresche a meno di un euro, pensionati a coppie, donne sole, Pietro il vecchio c’è anche oggi, dice forte come fa lui la sua solitudine dietro al carrello, noi “giovani” tolleriamo ma c’è chi alza gli occhi al cielo seccato dalla propria tolleranza, da una sterile e impotente pazienza. “Venir vecchi così, però…” Ma Pietro il vecchio è, solamente, solo e si incazza, si incazza a voce alta, il giusto con chi protesta perché intralcia lentamente la marcia svelta dei carrelli. La coop sei tu, chi può darti di più. Ma nessuno vuole le terre di Pietro, le cascine nel basso Piemonte, le sue giornate urlate, il suo dialetto urlato, le sue risate urlate, i suoi pranzi pagati in trattoria, “venticinquemilalire”, con lui che dimentica che in euri è il doppio, nasello al verde con le olive. Ho comprato: due confezioni di bugie, una scatola di bahlsen, pinot grigio di Sancta Magdalene, un filone di pane al sesamo, due confezioni di ricottine, un mazzo di bietole, prosciutto cotto di quello buono, caffé solidale, banane biologiche, cotolette di pollo con spinaci. Bancomat. Senza carrello il marocchino nuovo non mi avvicina, e nemmeno lo slavo rossastro con l’ombrello.

 

Piove forte, molto buio.

La luce degli schermi davanti a me. Il rosso il nero il blu delle scritte in hp. Bisognerebbe uscire, invece, tutti fuori, tutti in piazza, sotto l’acqua, sotto il vento, sotto la bufera. Ho pure le scarpe rotte, oggi. Tuoni e fulmini e saette. Probabilmente l’autostrada è intasata dal rientro, e pure la strada normale, in città. Al venerdì è peggio, e se poi piove. Il massimo del disastro, pensa la gente, è questo.

 

Un ballerino ungherese: amico. Una docente di russo: amica. Un fotografo irlandese: amico. Una performer francese: amica. Una mediatrice di servizi alle imprese: amica. Aggiungi agli amici. Invita gli amici. Invia un messaggio. A chi? Agli Amici.

Vorrei sapere cosa dicono ai loro figli. Nessuno ne parla. Molti li stanno portando in montagna. Alla settimana bianca.

Chi sale in montagna con me? Ma… adesso? No no, che piove, fischia il vento, urla la bufera.

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21 risposte a Tempi sinistri

  1. caracaterina ha detto:

    Mentre editavo mi è arrivato un sms: domattina alle 10 presidio davanti alla prefettura di Genova.

  2. ange ha detto:

    Vengo con te in montagna.

  3. e.l.e.n.a. ha detto:

    piove un malessere che ti entra nelle ossa come certi freddi e io ti leggo e non so dire. non trovo parole per dire quello che mi passa per la testa e in questi giorni proprio in questi giorni ripenso a una piazza de ferrari dove pioveva rabbia e dolore e però c’era il sentimento che noi, noi che eravamo lì sapevamo cosa fare e c’era un senso profondo, consapevole e cosciente nell’esser lì. e adesso io invece non so cosa fare e l’unica cosa che riesco a immaginare sarebbe quella di aprire gli occhi, strofinarli un po’ e pensare ah, meno male, era solo un brutto sogno.

  4. Nostalgia ha detto:

    Vengo anch’io in montagna, ma a queste condizioni
    1 voglio le ciaspole
    2 non voglio lottatori comunisti e sindacalisti di ogni genere
    3 non voglio prodotti biologici
    4 voglio giocare al nuovo gioco a premi della regione Liguria “Indovina la scuola” (indispensabile il nuovo gioco “LEGOLAND LIGURIAN SCHOOLS_” e il piano di dimensionamento scolastico deliberato oggi dall’U.S.R)
    5 voglio come minimo dieci casse di prosecco

  5. caracaterina ha detto:

    Nostalgia, sarà una guerra lunga: sei sicura che 10 casse ti bastino? Vabbè, al resto pensiamo io e angie. Bene per il gioco, serve per la strategia. Ciaspole sì, ma anche scarponi da cacciatore, stile scuola di sopravvivenza.
    e.l.e.n.a, allora, vieni o no? Sei mica di lotta comunista?

  6. caracaterina ha detto:

    Intanto: ho scritto a Napolitano. Beh, ovvio che non sta a leggere “me” ma un bel po’ di messaggi di sostegno mica fanno male alla repubblica. Sito del Quirinale, naturalmente

  7. Pessima ha detto:

    Mi dispiace, ma io in montagna non ci vengo: resto qui. E’ qui che bisogna restare, non andarsene. Forse avete bisogno anche di qulcuno che resta sul posto, però…

  8. Pingback: Tempi bui « SCOMPARTIMENTO PER LETTORI E TACITURNI

  9. caracaterina ha detto:

    Ho come l’impressione, no, non è un’impressione: non tutti, qui, hanno capito, proprio come la mia collega che ha della politica una visione o troppo astratta o troppo strumentale e minuscola. “Salire in montagna” era la frase che usavano, in Liguria e nel basso Piemonte sicuramente, ma penso anche altrove, dopo l’8 settembre, quelli che andavano a fare il partigiano.
    Altro che viaggi all’estero! Molti di quelli, dall’estero tornavano.

  10. ange ha detto:

    Sono di pianura, pugliese, eppure ho capito perfettamente. Il contesto in cui è inserita la frase, non lascia dubbi.
    Comunque, dalle mie parti prendevno “la strada del bosco”, ma aveva un significato identico.

  11. mauro ha detto:

    anche nel Veneto basso, anche in alcune zone del Friuli (mi pare) si diceva andare in bosco.
    Espressione totalmente differente dall’ imboscarsi.
    Non credo, pertanto, che ci siano equivoci.

  12. caracaterina ha detto:

    Che poi,pensandoci, “imboscarsi” ha una sua valenza eversiva caduta completamente in disuso. Per fortuna, dico io, chè l’eversione non mi piace. Il cambiamento, voglio. Voglio il cambiamento.
    Pessima mi chiede se non ho voluto provocare, con ‘sto post. Non proprio. Al di là del fatto che ho provato una rabbia violenta, quella che ti viene quando la sopraffazione è evidente e non lascia spazi, credo che davvero sia arrivato il tempo di prendersi dei rischi. Anche molto semplici, anche non particolarmente rischiosi. Basterebbe, ad esempio, cominciare a metterla giù dura col vicino di casa, per dire. Basterebbe non sentirsi disarmati.

  13. pessimesempio ha detto:

    Io non mi sento disarmata, nel senso che intendi tu. Ma non ho con chi usare di queste armi di parola. Mi pare che manchi un contesto. Cosa faccio mi arrabbio con il mio vicino di casa, che pure è uno stronzo che quando suoni al suo campanello apre la porta con la catenella e si sporge leggermente per vedere che non sia un delinquente che vuole derubarlo? O mi arrabbio qui dentro che tutti la pensano più o meno come me? con chi mi arrabbio? non è questa la strada, anche se sono incazzata come una bestia e disgustata, più che altro.

  14. caracaterina ha detto:

    Non è questa la strada se la si fa da soli. La difficoltà di aggregarsi, al di là delle compagnie virtuali e delle firme di appelli, quello è il problema. Sociale, prima ancora che politico.

  15. caracaterina ha detto:

    Ne abbiamo già parlato,d’altronde, e non solo noi. Però penso che quando il bisogno di “fare” diventerà bruciante (e ancora non lo è) le forme di aggregazione si svilupperanno.

  16. caracaterina ha detto:

    E comunque: mai snobbare nè sottovalutare l’incidenza sui vicini ;)

  17. Giacomo ha detto:

    Il vicino di casa, o l’amico di lunga data ma di idee “differenti” – perché può esistere, e l’amicizia, magari costruita sulla confidenza delle rispettive fragilità, ha sempre smussato certe differenze, ha arrestato le discussioni un attimo prima di- Forse è il momento di viverlo, quell’attimo, di superarlo.
    Io – lo dico ovviamente non per appuntarmi al petto chissà quale prodezza – ho di recente abbandonato un gruppo che frequentavo con piacere e con il quale condividevo giochi, esperienze, ricordi, battute, storie ecc. perché mi sono reso conto che stava funzionando da amplificatore di normalità. Ho amputato un 30% della mia socialità, in questo modo. (Vabbè, non sono quel che si dice un animale sociale!)
    L’importante non è il sacrificio, ma la testimonianza (ho spiegato perché mi sentivo a disagio, pur senza perdermi in orazioni ecc.) e il disagio che si può generare negli altri: la sensazione che non va tutto liscio come l’olio, ma che la realtà, anche quella vicina, sta diventando sempre più scabra. Che ci sono delle fratture – perché tutti le avvertano e vedano che si stanno allargando.

  18. pessimesempio ha detto:

    Le fratture si vedono, chi le vuole vedere e qui sta il punto. Che sono in pochi a volerle vedere. Solito antico discorso. Ma oggi non c’è più nessuno che mi rappresenta, da nessuna parte e non avendo più il faro davanti devo cercare da sola se nel bosco, per caso, in lontananza, c’è una luce oppure è solo un’allucinazione. E copme me, credo, diversi. Poi quando ci incrociamo non ci riconosciamo neanche, presi come siamo a cercare la luce che sia la nostra.

  19. giorgia ha detto:

    No, caracate, in montagna ci vado solo per sciare e per ossigenarmi dopo mesi intossicati. Ieri, e oggi, e domani e tutte le volte che servirà presidierò Palazzo Chigi, e il Senato e la Camera, e il Vaticano. Mi sgolerò per urlargli che non possono farlo, non ci rispediranno in montagna, non gli daremo questa soddisfazione.

  20. e.l.e.n.a. ha detto:

    no, no, che fai, offendi?!? ;)

    (certo che ci vengo)

  21. giulia ha detto:

    Per lo meno siamo qui a contrastare ciò che avanza e ho paura non retrocederà molto presto, ciao, Giulia

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