Lost

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  • una colazione domenicale, tarda nella mattina bigia e gelida, goduta lenta, di quelle in cui te lo prendi il lusso del tempo, te lo permetti a dispetto, e bevi con un libretto a fianco, futile ma anche no, di cui ti metti a parlare con chi per fortuna c’è e sai che può ascoltare e rispondere

  • un gialletto di successo, dalla trama intricata e ti chiedi perchè svolta così lentamente, ad ogni capitolo un fatto nuovo, come da regola del gioco, insieme a una ricapitolazione di tutto quanto, “perché la gente non capisce”, forse? E allora come fa a guardare le maggiori e americane e planetarie serie tivvù, così intricate complesse veloci, che mia madre non guarda perchè adesso non capisce così niente che anche il tiggì è diventato troppo veloce per le sue sinapsi, il tiggì delle notizie non quello delle frasette insopportabili dei politichetti a vicenda. La gente non capisce, concludiamo, accorati rassegnati snob. La gente chi? Il discorso si complica, s’intorbida, s’intrica, da Brunetta al Dr. House, dai miei studenti ai Simpson e via così, il caffè si raffredda, ci stiamo perdendo, ma siamo sempre qui, noi due, un altro caffè.

  • un depliant sul tavolo, una conferenza disertata per troppa stanchezza, ieri. Un peccato, forse, ma forse no. Lost day, ieri. Con lo sceneggiatore americano, e Freccero, e Regazzoni.  Ci arrabbattiamo sulla credibilità, sul postmodernismo, sull’accademia, sul perché e sul percome, sui discorsi dei discorsi. Regazzoni l’abbiamo già sentito, una volta, è figlio di amici di amici, si trattava di fare una divertente gentilezza, usa così, usa esserci, in città, ogni tanto, far sentire che si è ancora prossimi e vicini, alle istituzioni, che qui le istituzioni sono ancora persone, come noi, dentro alle cose, alle relazioni, me lo ricordo, l’assessore alla cultura o quel che adesso è, poco più vecchio di me, all’università, qui i gradi di separazione sono pochi, 2, 1, tendente a zero, Marta, Marta, squittivano le signore, l’altra sera, alla commemorazione, come sta teu maiou? Und’u l’è? E come sta il fratello de seu maiou, pensavo io, un caro amico, ex collega, vicini vicini per anni, e adesso? Il cognato della sindaco, ci penso sempre, io, figlia di un operaio venuto da lontano, lui, loro, figli di un gappista celeberrimo, e lei, figlia “del popolo” pure, che cucina per tradizione di famiglia le stesse cose padane della foce che cucina mia madre, siamo stati tutti insieme nello stesso crogiolo, per decenni, sobbollendo insieme ad altezze diverse, salendo e scendendo a turno per moti convettivi, e siamo ancora qui, insieme alla figlia di un operaio morto ammazzato, una figlia grande grande, bionda e conosciuta, che tutti noi possiamo adesso abbracciare, come trent’anni fa, tutti quanti per motivi simili anche se diversi, eppure non è vero, non è così, seduti vicini muri d’aria ci dividono, invisibili distanze fra una cena, un cinema, una stretta di mano, una convenzionale presentazione. Lost.

  • una teglia di stagno sull’acquaio. Un testo si chiama, qui. Piena d’acqua da ieri sera, da una lussuosa farinata di ceci coi rossetti, un fondo da scrostare. Il testo della farinata è un piatto piatto rotondo, dai bordi bassi, massimo due centimetri, qualunque sia il diametro del piatto, e svasati, diretti verso l’esterno. Si deve stare molto attenti, quando lo si sposta tutto pieno di pastella per metterlo nel forno, a che il contenuto liquido non debordi. Resta incrostato perché lo stagno che ne riveste l’interno (il testo è rigorosamente di rame stagnato) sta venendo via. Forse è meglio che ne compri un altro, a meno che non abbia voglia di iniziare la via crucis per la ricerca di uno stagnino. La ricerca inizierebbe nel negozio dei gemelli. I gemelli non sembrano neanche fratelli, uno è nero (ancora) come era la madre, morta, già vedova da tempo, il giorno lontano in cui l’altro gemello, che era biondo come il padre e adesso è grigio, come il padre, si era sposato ed era appena partito per il viaggio di nozze. Ho sempre pensato: come farà? Come farà a ricordare l’anniversario del suo matrimonio quel ragazzo ora grigio che ho visto bambino? Li ho preparati per l’esame di maturità, i gemelli. Venivano in casa nostra attraversando il pianerottolo. Mia madre a volte ci offriva qualcosa, rifiutavano sempre. Il nero abita ancora lì, solo, come mia madre adesso. Non si vedono mai. Io compro da loro le caffettiere, i ricambi, e qualche simpatico oggetto casalingo. Il negozio non è più là, ha cambiato angolo di città, ma la ragione sociale continua. Continua. Forse sapranno ancora di qualche stagnino. Forse mi venderanno un testo del tutto nuovo.

  • un fastidio, un disagio, un nonsoche. Quale parola era? Cos’è quella cosa che mi era venuta in mente e adesso, qui, ho dimenticato? No, “futile” non era. “Insostenibile” nemmeno. Ma tutti questi discorsi, i discorsi dei miei simili, come mi apparivano mentre scrostavo il testo un’ora fa?

  • Lo so che il problema, comunque, lo si potrebbe imputare solo a me. Che se mi sento infastidita come il vecchio orcaccio nel giardino dove si intrufolano i giochi dei bambini innocenti, sono io che devo cambiare. Io, che non reggo più. Ma tutta questa leggerezza è davvero insostenibile se non assume in sé la pesantezza e l’opacità del mondo. Se le evita le ignora le aggira le elude. Come se. Ma cosa pretendo, allora? La salvezza, il riscatto? Quando so che non esistono. Che la scrittura salvi dall’opacità del mondo? Mi salvi. Del mio mondo. Ridicolo. Patetico. Tutto.

Sono anni che vorrei scrivere una storia d’amore ma non posso. Si svolgerebbe in un autogrill.

Lui è un camionista, forse rumeno, forse ungherese, forse turco, ma anche italiano, perché no. Li si vede, nei finesettimana, accamparsi mastodonti e a mandrie nei posteggi delle aree di servizio. Grandi carovane in pausa, in fermo biologico. Penso che si conoscano tutti fra loro. Intere popolazioni nomadi attraverso i continenti. Comunicavano via radio, un tempo, lo so. Forse ancora adesso, pare, ma credo che ora per lo più usino internet. Lo so. Immagino che molti si diano appuntamenti, che si fermino insieme nei soliti punti d’incontro, lungo tragitti immensi e vari ma in fondo in fondo sempre gli stessi. Trasportano di tutto, quel che si può e molti quel che non si deve. Se ci si ferma per un caffè alla domenica intorno alle sei, alle sette di sera, capita di vederli armeggiare sotto i camion, tirare fuori da stipetti nascosti ed efficienti pentole e padelle, per cenare prima che scatti l’ora della ripartenza. A volte qualcuno ha una donna con sé, e allora è come se fossero in campeggio, con sedioline e sdraio. Ma di solito sono soli o riuniti per poco in qualche gruppo di soli. Dormono nelle cuccette, si lavano nelle docce delle toilette in autogrill.

Lei è una che queste docce, questi cessi, li pulisce. Forse è africana, forse russa o moldava, forse italiana, perché no. Arriva per i turni di ogni giorno a bordo di un furgoncino, da cui scendono a una o a due per ciascuno degli autogrill dell’appalto. E’ possibile che qualcuna abbia una macchina propria, chissà. E’ molto probabile che qualcuna arrotondi, ma non con le mance, stitiche quelle, dei pisciatori di fretta. A casa (ma dov’è, “casa”?) ha dei figli, dei fratelli. Probabilmente convive, con un mucchio di altri. Forse, invece, vive sola, perché è riuscita ad arrivare al punto in cui la solitudine non è più una maledizione ma un successo. Mi è capitato molto di rado di vederne qualcuna mentre sta lavando. Di solito le vedo sedute, ironiche, sfingee e annoiate, ai loro banchetti. Mi hanno sempre fatto venire in mente le cassiere dei grandi bar e tabacchi degli anni sessanta.

Lui e lei. Perdutamente innamorati. Perdutamente.

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14 risposte a Lost

  1. untitled io ha detto:

    ma scusa scrivila tutta, sta storia d’amore, perché dici “non posso”? (scusa oggi sto proprio così, rompicazzo alquanto)

  2. caracaterina ha detto:

    Ma che, tu credi forse che io sappia qualcosa di camionisti turchi e Klofrauen nigeriane, o italiani pure? Dovrei viverci in un autogrill, almeno. E forse nemmeno allora potrei davvero sapere.

    Mi è venuta in mente, poi, la parola. “Stucchevole”.
    Stucchevoli i nostri discorsi perbene, le ammiccatine, le strizzatine d’occhio, i finti calcetti nei finti stinchetti. L’idea di rispecchiarci. Pensavo al discorso della Gorgone, di là. Lui c’aveva la fissa della scrittura e del labirinto, della scrittura e dell’abisso, della scrittura e della Gorgone. Ma se la guardi davvero la Gorgone ti pietrifica, inutile illudersi coi bla bla dentro alle pagine. Se sopravvivi una volta, come ha fatto lui, allora sì, puoi raccontare. E poi se sopravvivi una seconda volta. Imre Kertesz, per esempio. Solo se la guardi e sopravvivi.
    Ma se fai finta di guardarla, allora sei solo Perseo, ovvero uno stronzetto come i suoi soci argonauti, vedi Teseo o Giasone. Vincitori, certo, sulla pelle degli altri, delle altre, soprattutto. Perseo guarda nello specchio, vede solo il riflesso, il furbetto. Atena è una stronza, la Gorgone la mette sul suo scudo, per fare paura agli altri. I Greci erano così, no? Detestavano gli altri, i diversi, gli stranieri, preferivano specchiarsi. Immaginarsi riflessi.
    E così siamo noi. Fatichiamo a pensare sguardi differenti dai nostri, che guardano altro, che ci vedono come non ci riconosciamo, che vedono cose che non riconosciamo, che neppure pensiamo. Che parlano lingue diverse, incomprensibili. Neghiamo l’opacità e lucidiamo specchi credendo di poterci passare attraverso.

    (rompicazzo? tu?)

  3. untitled io ha detto:

    io dico invece che non è importante sapere come stanno davvero le cose. Guardi tre cose, ma anche cinque o sei: sono frammenti muti, li metti insieme e completi il tuo quadro parlante, questo lo puoi fare – e il quadro a quel punto è TUO, solo tuo evidentemente. Mi rendo conto che questa è una disperazione, che non puoi considerarti una fotografa del mondo o una studiosa del mondo (o una capiscitrice del mondo) se fai così: sei solo brutalmente manipolatoria. Però dentro a questo quadro che ti completi da sola (e che quindi parzialmente è quello che è ma per una grossa fetta è inventato di sana pianta, per giunta a tua immagine e somiglianza), ci puoi pur mettere qualche cosa della tua visione del mondo. “Visione” del mondo, si dice, perché pure quella si costruisce con gli occhi, ma noi quelli abbiamo: i sensi, e poco altro. Detto questo, a me lo specchio piace ma non mi dà niente, proprio non mi fornisce materiale.

    (madonna come mi vorrei levare da quest’impasse che non finisce mai, avere più coraggio)

  4. caracaterina ha detto:

    Bando alle ciance adesso, parlo per me. Ho un coté, praticamente l’unico che ho, barbarico, non mediterraneo. Sono violenta, piuttosto, ma non “furba” e credo (ieri al cinema l’ho proprio avvertito) che saprei uccidere ma non so affatto manipolare ed è un modo del potere che non mi piace perchè non lo so gestire. Può divertirmi, la manipolazione, se fatta da altri e se non ha potere (mi divertono, anzi mi commuovono, gli artisti da strada, per dire), ovvero se non la prendo sul serio. Forse l’unico caso in cui mi ingegnerei a usare un potere serio e manipolatorio sarebbe per qualcuno o qualcosa d’altro, non per me.
    Nel caso specifico della storia e bla bla non sarei nemmeno una divertente e manipolatoria artista da strada, sarei una cialtrona.

  5. caracaterina ha detto:

    Beh? Al solito, quando le signore si confrontano, nessuno ha mai niente da dire. Tutti a guardare come va a finire come al wrestling in tivù?

  6. untitled io ha detto:

    eddai, perché ecciti le masse? ti stavo solo invitando a scrivere un libro :) (fra socie-editore giochiamo così…)
    e poi com’è, una volta invitare a scrivere era semplicemente una manifestazione di interesse, e ora è wrestling?

  7. untitled io ha detto:

    oh, guarda un po’: per fare uscire la mia fotina ed evitare l’orrido centrino devo loggarmi con l’account wordpress, ma se faccio così devo obbligatoriamente rinunciare al link di casa mia (che non è wordpress)… brutti schifosi monopolisti, dappertutto :/

  8. HaDa ha detto:

    Wrestling.

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    1. Una colazione non fatta.
    2. Una lettura da domenicale a poi lunediale di “About a boy” di Nick Hornby, che c’è il film, perfetto per una lezione in alta quota, che li porto tutti al carnevale di Sauris. Gli allievi del corso A2, intermedio, così affezionati e soli che vengono tutti, mi sa.
    Scuola serale. Privata. Corso d’inglese.
    Trip to Sauris. Deparuture: Friday lunchtime, Return: Sunday evening.
    3. La mia vita da stalker sta in pausa. La macchina di lei non si vede in giro. Lui è rintanato nella nostra ex casa, e dopo l’ultimo sabato in cui mi sono appostata giusto il tempo per una scopata e poi mi è morta la batteria, lì davanti, giusta vendetta di una stregoneria superiore alla mia , ridendo, ho pensato e così poi, caricandomi delle mie borse ho intrapreso una lungo viaggio a piedi verso casa, e lei mi ha “sgamata”, che, certo, sembravo proprio una clochard. Ridente sotto i baffi. Ma una clochard, un tocco di internazionalità, direi. Qui è apprezzato.

    4. Poi la sera vado alla presentazione del libro. Alla “Casa della Contadinanza” in Castello.

    5. Ci sono le mie “compagne” di Università, quelle dellla “foce” e anche quelle “carsiche”, poi quelle della “laguna” e anche una del “mare”.

    Quelle della foce sono:

    a – Una splendida bisiacca, dalla voce profonda, grassa come un’orca marina, vestita di nero fumè che fa la direttrice artistica. C’ha il diavolo in corpo, e io lo so il perchè, la sua ultima Rassegna di scultura ha sollevato un bel chiosco di polemiche.
    Per la presenza, in città, nel periodo di natale, di un mucchio di scarpe bianche, cioè sbiancate con la vernice. Alla gente è venuto in mente Auschwitz. Niente da fare, Auschwitz. E hanno reagito.

    b. Quelle carsiche.

    a – per quelle del Carso una fantastica triestina, Fabiola, si chiama. Fa “arte pubblica”. Girava qualche anno fa intervistando tutti quelli che mondaneggiavano con un suo specialissimo poll: “Quando la misura è colma”.
    Non so quante mille persone sia riuscita a intervistare.

    b – per la laguna c’è, modestissima ma grande, Cinzia.
    Danza. Una sera molto molto piovosa a Romans d’Isonzo. Un piccolo, piccolo circolo culturale.
    Con vetrine sulla strada. Lì si svolge una session.

    Ragazzi solo torbidi, all’inizio. Solo consapevoli di essere guardati””. Stupidi e “duri”.
    Poi la danza è durata, tre ore. E si son dimenticati, di essere per l’ultima ora.
    Io stupida teacher sotto l’ombrello, te le posso garantire. Meraviglioso.

    Per il ” mare” una splendidida isolana.

    Cristina, vincitrice del Festival di Grado 2007.

    Garantisco personalmente, sai lei è l’aurtrice delle interviste più importanti, pubblicate sulle mie riviste d’arte varia.

    Storia d’amore.

    Certo nei cessi dell’autogrill, direi che c’è da scrivere.
    “Scrivere”.

    Love

    HaDa

  9. HaDa ha detto:

    “scrivere”

  10. untitled io ha detto:

    sembra una parola molto antica, improvvisamente. Per prima ho cominciato a diffidarne, con tutto il suo carico di ammicammenti e vezzosità, viziosità. Ma poi.

    (per l’occasione stavolta mi firmo “centrino”, anche giocare con gli account è troppo vezzoso, vizioso)

  11. HaDa ha detto:

    Era solo un esperimento e la reazione mi ha lasciato di stucco.E’ un vizio che non ho mai potuto permettermi per ovvie ragioni.

    HaDa

  12. untitled io ha detto:

    oh accidenti non me n’ero accorta. Bello così!
    (ma quante e quante “misure” bisogna prendere, non finisco mai di stupirmi, quante opzioni, decisioni)

  13. mago ha detto:

    Sembra la trama di un romanzo della Jelinek. Una pecie di pianista dell’autogrill, tutto erotismo e orinatoi.
    triiiiiste!

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