Il tempo e le more

L’irrilevanza, l’insignificanza della mia piccola piccola voce, come del suo silenzio, mi hanno fiaccato.  Trovare qui esattamente ciò che c’è fuori,  le stesse gerarchie, le stesse posizioni assolute e relative, gli stessi isolamenti, senza alcuna apprezzabile differente declinazione. 

Cui prodest?

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7 risposte a Il tempo e le more

  1. caracaterina ha detto:

    Non si pensi please allo sfogo di un protagonismo narciso frustrato. Non mi è mai importato esserci, contare e mi vanno benissimo le bave di lumaca e le presenze larvali. Anzi, ci ho fondato praticamente tutto il mio abitare nel web. Forse, è vero, è la conoscenza storica che mi rovina. Il vedere che le ombre e le strie non hanno fatto massa critica, non hanno acquisito concretezza, non hanno cambiato il panorama. E allora è duro ritrovarsi ad essere bava di lumaca solitaria e sapere che, a partire da questo, devi opporti a calzari di suola pesante.
    Ed è così adesso per me. Adesso che qui, come già fuori tutti i giorni nella mia vita in 3D, ogni piega di ciò a cui ho attribuito valore fin qui, da bava di lumaca in compagnia di milioni di altre, non è semplicemente calpestato ma del tutto obsoleto, ignorato, abbandonato. Non ho attitudini gozzaniane, non rovisto in soffitta. Ciò che è stato del ‘900 subirà inevitabilmente la sorte di ciò che è stato dell’Otto e così all’indietro. Anticaglie.
    Non mi è piaciuto lo spettacolo di Paolini, ieri sera. Quella rievocazione degli anni ’50 e ’60 l’ho trovata decorativa, dimenticabile.

  2. caracaterina ha detto:

    Ciò che devo difendere adesso non è soltanto la persistenza della bava. Quello che è stato è stato e si cancellerà. No, devo garantire le condizioni perchè continui ad essere rilasciata. Gli astronauti si garantivano la sopravvivenza con la propria urina riciclata e con l’addestramento a concentrarsi in assenza di gravità, ma io lumaca sono, e ho bisogno di una qualche insalata per compensare la dispersione di liquidi interni.

  3. untitled io ha detto:

    Qua: PAROLE si mangiano e PAROLE si rilasciano. Dunque, ciò che dovrebbe “rilevare” è linguaggio, solo linguaggio. Noi stessi, qui, siamo individui linguistici, “letteralmente” fatti di parole (scusa il pasticcio). Probabilmente è un’ovvietà, ma intanto ho bisogno di annotarmelo da qualche parte, lo faccio qui.

    Individui fatti di parole. Non era mai successo prima, e ripercorrere la storia serve fino a un certo punto se parliamo di qualcosa che non è mai esistito prima (o almeno: mai in questo modo). Una “massa” di individui fatti esclusivamente di parole e gesti editoriali, critica o non critica che sia, è difficile da immaginarsi. In tutti i modi si è tentato di affibbiare una faccia a ogni grumulo di parole variamente impaginato, per farlo funzionare “da persona” in modo più credibile e più gestibile, più riducibile – ma un individuo fatto di parole, a rigore, non dovrebbe avere sembiante.

    Abbiamo parlato tanto di corpi, fra noi. Cosa immaginiamo, quando qui dentro ci pensiamo e ci avvertiamo l’un l’altro come “corpi”? A quale tipo di “corpo” ci riferiamo? A me sembra che ci riferiamo al nostro corpo così come lo percepiamo in assenza di specchio: una cosa potente che STA, ma non si può mai vedere DAVVERO.

    Allora come potremmo chiamarli, questi individui che manco sono nati al mondo e già sono in via di estinzione? “unità narrative”, ti piace? e una massa di unità narrative cosa dovrebbe fare? “una narrazione collettiva”, questa è la risposta più gettonata…

    No io non credo di essere d’accordo, credo che questa idea provenga da un concetto di massa ormai completamente inutilizzabile, dal ricordo di una massa che aveva bisogni concreti, che faceva lavori concreti, che produceva cose concrete. Quel tipo di narrazione poteva esser buono ad accompagnare e sostenere l’impresa collettiva di emancipazione da quei bisogni, di valorizzazione di quelle opere concrete, ma che c’entra con questa nuova massa di corpi verbali, che hanno soprattutto bisogno di esistere? Di esistere e basta: non di possedere, né di prendere potere.

    Io, essenzialmente, voglio permanere in vita. Con “io” intendo il mio corpo fatto di parole, questo, che TU puoi vedere ma IO no. Questo fatto di esistere solo se esiste un tu, è ciò che ci contraddistingue come specie. Quindi il nostro scopo primario, oggi, dovrebbe essere quello di mantenerci in vita in quanto entità dialoganti, assicurandoci l’esistenza di un TU.

    Purtroppo un TU non è una foglia di insalata, può essere soltanto un tuo simile. Quindi l’unica cosa che possiamo chiederci l’un l’altro, qui adesso, è di continuare a esistere e ad ascoltarci.

  4. Giacomo ha detto:

    «Il vedere che le ombre e le strie non hanno fatto massa critica, non hanno acquisito concretezza, non hanno cambiato il panorama.»
    «[il] ricordo di una massa che aveva bisogni concreti, che faceva lavori concreti, che produceva cose concrete. Quel tipo di narrazione poteva esser buono ad accompagnare e sostenere l’impresa collettiva di emancipazione da quei bisogni, di valorizzazione di quelle opere concrete, ma che c’entra con questa nuova massa di corpi verbali, che hanno soprattutto bisogno di esistere? Di esistere e basta: non di possedere, né di prendere potere.»

    Mi viene da pensare che la massa non sia «critica» perché i corpi che la compongono non si trovano più in una situazione critica: leggiamo riflessioni di europei/e che non hanno problemi sostanziali a mettere insieme il pranzo con la cena, mentre l’emancipazione di cui parla untitled io era appunto un’emancipazione dal bisogno (dalla fame ecc.). Se c’era lotta contro l’ingiustizia, si radicava nella fame, nella povertà, nella malattia, nella rappresentanza negata ecc. Questo mobilitiva le energie: era in queste energie che si incarnavano le riflessioni degli intellettuali (quelli c’erano allora come oggi).
    Una grande carogna dei secoli passati, Edmund Burke, diceva che la rivoluzione (lui pensava a quella francese) nasce quando il «Vecchio Ghetto» – i grandi della finanza, individuati secondo l’insegnamento antisemita – si accorda con la «Taverna di Londra» – la plebaglia affamata – e con i «Pezzenti della penna» – gli intellettuali sradicati. Be’, mi pare che l’analisi di Burke contenga elementi interessanti: oggi la “plebaglia” è poco visibile da queste parti e non mi pare che i “pezzenti della penna” siano in grado di aizzarla – neppure di comunicare con lei, direi.
    Se manca qualcosa, sono i corpi affamati, ammalati, spossessati ecc. (mancano da queste parti, nelle nostre immediate vicinanze). Oggi ci si interroga sui limiti dei corpi, sulla loro definizione, sull’inizio e sulla fine dei corpi, sulla loro libertà ecc. Ma questo non è il linguaggio della rivoluzione e neppure del cambiamento. Rispetto a queste esigenze “libertarie”, “avanzate”, sono più forti il bisogno di sicurezza (la paura) e quello di identità (smanie nazionaliste e religiose) – e lo si vede nell’attuale panorama politico.
    Questo per dire che chiudersi nel privato (i corpi verbali che hanno bisogno di esistere, di essere riconosciuti da un “tu”) è forse inevitabile visto che manca un interlocutore pubblico collettivo: un soggetto capace di fare la storia – che dovrebbe essere un soggetto “affamato” (anche affamato nel senso di “avido”: penso a Cecil Rhodes che si rammaricava dell’irraggiungibilità delle stelle, che non potevano essere colonizzate. Lui l’ha fatta, la storia, con questa filosofia… Altri, con questa stessa filosofia, la storia continuano a farla oggi).
    Quindi, forse, è difficile, di questi tempi, non stare qui a condividere… sensi di colpa, stati d’animo, riflessioni svagate, frustrazioni ecc. (siamo condannati a essere «individui fatti di parole» perché ci possiamo permettere di esserlo). E a questo punto il riconoscimento da parte di un “tu” serve, in fondo.
    Per fare altro (perché altro possa accadere), mancano i moventi, temo. Lo sdegno o la passione intellettuale non bastano, da sole, senza un corpo “affamato” dietro.

  5. untitled io ha detto:

    io anzi provo ripugnanza, se posso aggiungere, verso chi s’inclina verso la parte “affamata” (che a cercarla ci sta, ci sta sempre, solo che è meno visibile di un tempo), semplicemente per ricavarne qualche ragione di opporsi. La parte “affamata” non la conosciamo più: se la conoscessimo davvero avremmo orrore di stare qui, e nessun sentimento verso noi stessi, mentre invece stiamo qua con passione, e moriamo di compassione per noi stessi. Ma non siamo i primi né gli ultimi stronzi del pianeta, ad avere “esigenze libertarie avanzate”: gran parte della storia intellettuale di questo pianeta è stata scritta, in fondo, da grandissimi stronzi.
    Detta in altre parole, ci sta chi riflette sui destini della terra e chi riflette sul destino dell’uomo: i primi sono politici (“i buoni”) mentre i secondi sono intellettuali (“gli stronzi”). “La vita è strana così, ma funziona”, diceva giustamente patty pravo. D’altra parte, nessuno c’impedisce di smetterla con le chiacchiere e di andare a incidere coi fatti da qualche parte: nessuno, tranne la nostra natura.
    (sto un po’ tranciante questi giorni, scusate)

  6. pessimesempio ha detto:

    Tutto giusto, quello che leggo, tutto condivisibile, ma aggiungo qualcosa che nasce dalle mie riflessioni personali di questi e altri giorni, dalle letture qui e su carta. A me sembra che da una parte si continua a ragionare in termini ormai- per noi da questa parte di mondo- passati e che ci si aspettino anche cose che non possono più esserci. E credo anche che l’unico scopo per cui siamo qui e continuiamo a starci, nonostante tutto, nonostante gli sfavamenti periodici, i no adesso basta, non ho più niente da dire qui dentro e poi ci siamo sempre, sia proprio il fatto che abbiamo bisogno, noi umani, di un tu. Tranne rari casi: gli eremiti, credo, i barboni, forse. Che poi questo tu ci serva- in questo momento- a condividere frustrazioni e quant’altro del genere, bhe, anche questo forse è vero, ma io vorrei insistere un po’ sulla componente età, vale a dire sul fatto che in certi giorni sentiamo, o almeno quelli di noi che hanno già varcato la soglia di cinquanta lo sentono, o al limite lo sento solo io, che stiamo invecchiando e che siamo sempre più insofferenti di fronte a quello che abbiamo intorno. Magari anche a ragione, anzi spesso a ragione, ma abbiamo forse paura di diventare vecchi/vecchie lagnose e sempre a lamentarsi. Non so mi sembra che su questo, su questa sorta di contraddittoria paura si dovrebbe pensare un po’. (tanto so che mi rispondete male….)

  7. caracaterina ha detto:

    Leggendovi da qui (eh, la stronza é in vacanza, la vacanza più piccoloborghese che si puo immaginare, Parigi, e oggi c’era pure una romantica neve) mi viene in mente l’avvelenata di Guccini, non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni ecc.
    Non posso rispondere veramente, volevo solo segnalare che vi leggo. Che il discorso dell’eta conta eccome, nel mio caso, che gli intellettuali non sono affatto gli stronzi, né gli organici né i disorganici (non era questo quello a cui pensavo e credo neppure Giacomo), che il tu mi interessa relativamente poco se non diventa un noi, che noi non mi interessa se non riesce a mantenere le individualità di io e di tu e se resta un noi d’angolo nel salone affollato. A me, lo dissi già spesso, manca questo tipo di noi.
    Mi scade la connessione, au revoir

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