Lettera ad un’amica

Vedi, tu mi sembri sempre fissata in una condizione aurorale, infantile, nella fase dei perché. Come se non conoscessi niente della regolarità del mondo, come se costantemente pensassi che può succedere davvero, in questa realtà, che la pioggia possa talvolta cadere all’insù, che il sole qualche volta qui non tramonti e l’alternarsi del dì e della notte sbilanci i ritmi, che gli stessi fili d’erba possano crescere perennemente, che il tempo si dirami in infinite direzioni tutte quante percorribili insieme da una stessa persona in un’unica vita. Che non ci sia un’unica vita. Tu neghi i limiti, le regole, rifiuti le leggi della fisica, l’entropia. Come se la mente umana, l’umanità e le sue produzioni non vi fossero soggette. Come se non sapessi nulla di ciò che esiste.

Di questa ignoranza infantile – che d’altronde è l’essenza della religione – non puoi sentire ovviamente la sua stessa limitatezza – la tua negazione è totale per il fuori di te, figuriamoci per il dentro – e, invece di accompagnarla nella sua naturale evoluzione verso la scomparsa, o almeno verso il suo ridimensionamento ragionevole e cosciente, la esalti come un valore, ne fai un faro d’orientamento. A che pro? A che serve questa condizione aurorale che va contronatura e resta e sta e continua a non sapere di essere destinata allo scacco?

Il massimo in cui evolve è una condizione adolescenziale, quella in cui, cresciuti e aumentati la potenza e il potere del corpo e del sapere rispetto al quattreenne che chiacchiera in ciascuno, si comincia ad agire concreti perchè davvero la rivoluzione dell’universale possa darsi, perchè un pugno o un colpo d’ariete apra uno squarcio nelle tavole di pietra della legge del mondo. La giovinezza sempre e solo al limite massimo del venti, energica e illusa, tutto movimento e sbattimento e speranza, immotivati, un concentrato di forze naturali semplicemente proteiche e ormonali, cieche, vergini d’esperienza e perciò dell’esperienza ignare, indifferenti.

 

Se c’è una cosa che mi dà la misura della mia vecchiaia è la malinconia che mi fanno i giovani, i lunghi adolescenti, non presi uno a uno, per fortuna, ma nel loro insieme astratto. Sarebbe stato meglio che non fossero mai divenuti, i ragazzi, un apparente soggetto storico, che non fossero mai usciti dalla separatezza dal mondo in cui i millenni li avevano segregati. Era sopportabile, quella separatezza, perchè durava poco e poco del tempo bastava per rompere il cerchio e diventare giovani adulti. L’energia che ci voleva e che l’adolescenza possiede era messa a dura prova nei riti di iniziazione, un buco nero, un concentrato di paura e di orrore, un’esplosione breve e poi, via! Era finita e, davvero giovane, avevi tutta la vita davanti, non eri già a metà strada, non ti eri perso nel bosco delle illusioni: gli occhi ti si erano definitivamente aperti e potevi affrontare l’esperienza della fine per tutto il tempo che speravi ti restasse. Avevi ancora energia, molta, data l’età fresca, ma sapevi come e dove indirizzarla, conoscevi i canali e i loro argini, sapevi dove fosse il mare. Niente più andava perduto se non quanto necessario.

Adesso, invece: divenuta insopportabile la separatezza per via della sua lunghissima durata, è stata sostituita da un simulacro di partecipazione attiva alle leggi del mondo, dalle leggi del mondo – quelle economiche innanzi tutto – mosso e governato come una marionetta, anzi, come un golem, dotato della sua stessa cieca forza spaventosa, ma sempre col biglietto in bocca. Gli adolescenti fanno, fanno, si muovono, si sbattono, obbedienti alle leggi di natura, credendo di sovvertire quelle della storia, occhiutamente rinforzati nell’illusione che questo sia divenuto possibile. E intanto il tempo del passaggio non passa mai, mai arriva la pasqua, mai la palingenesi, mentre attendi l’uscita e nel lungo corridoio che tras-corri si moltiplicano le allucinazioni di porte da aprire e angoli da svoltare.

E anche tutto questo stabile di-vertimento, come l’aurora dell’infanzia lo è per te, è divenuto un valore, ma questa volta addirittura sociale: il mondo lo cerca e lo vuole, lo esalta e lo osanna. Grande è la domanda di giovinezza adolescente, grande è il suo valore, spendibile e fruttante interesse. Moltiplicabile ovunque e comunque. Gli stessi fili d’erba possono crescere perennemente, il tempo si dirama in infinite direzioni tutte quante percorribili insieme da una stessa persona in un’unica vita, pugni e colpi d’ariete aprono squarci nelle tavole di pietra della legge del mondo.

L’adolescenza un’unica cosa non sa, non che è destinata comunque a finire, ma che è destinata a fallire. E quest’ignoranza quasi beata, vergine e indifferente all’esperienza, è il segno stesso del suo fallimento. Niente diviene mai giovane, tutto passa dall’adolescenza alla vecchiaia su una lunga passerella schermata. E’ così che nulla cambia pur sembrando sempre sul punto di.

E l’entropia del mondo riceve così – e come potrebbe essere altrimenti? – una nuova conferma che, però, non è più riconosciuta apertamente. Ma che importa? Il suo trionfo non può venir meno e, se anche non è più onorevolmente tributato, si trasforma in un’orribile vendetta, in una maschera ghignante, in uno tsunami annunciato e ignorato, in una vacanza senza ritorno.

 

Perchè, perchè tutto questo rimanere appesi sull’abisso inghiottente della possibile irregolarità del mondo? Perchè tutta questa illusione paralizzante e di cui il frutto va sempre altrove? Cosa ti rende in cambio questa scomodità di correre su un tapisroulant come fossero chilometri di strada aperta nel vento e sconosciuta?

Credo che sia la necessità di continuare a pensare che da qualche parte esista uno spazio dove poter sistemare la propria – soggettivamente sentita – irregolarità.

Non riconoscere in se stessi la regolarità del mondo, pensarsi come un’infinita potenzialità, non vedere il limite, l’effetto entropico, proiettare questa cecità fuori di sè è un modo fortunato e utile per fare marameo alla paura della morte. Negare la paura della morte è, nel pensiero magico dei fanciulli, negare la propria morte. Rimuoverla proprio, pure davanti all’evidenza della morte di chiunque.

Ci sarà pure qualcuno che non muore a questo mondo, no? Ci sarà pure un giorno, anche uno solo, in cui la pioggia cade all’insù. Qualcuno come me, qualcuno che va al contrario. Qualcuno che rompe con un pugno le tavole di pietra della legge del mondo. Ci dev’essere pure un varco spazio-temporale in questo muro della realtà. Un luogo dell’anti-regola, dell’a-regola, un luogo anarchico e tutto pieno, senza soluzione di continuità, senza discreto nè discrezione, un luogo ad altissima frequenza, di moto perpetuo. Un luogo per me.

Quanta rabbia, quanta rabbia che fa il non trovarlo. Sembra proprio che il mondo ce l’abbia con me. Che malignità, questo mondo, tutto impegnato a difendere il suo status e a rintuzzare le minacce argute di chi, anche solo con una risata, uno sguardo obliquo, una domanda mite, ingenua e semplice come una leva, un passo di danza a piedi nudi nel parco, una mutanda slabbrata, un pugnetto di terra gettato in aria, una parola nuova creata, mi pare, dal nulla, mostra la possibilità di sovvertimento, di sospensione, anzi, di fine delle regole. Un mondo vecchio e maligno, già, come quello del giardino nella favola di Oscar Wilde. Dovrà pure lui rabbonirsi e, al limite, sparire. E’ la vecchiaia che sparisce, non l’infanzia. Semmai legge ha da esserci dovrebbe essere quella creata dai bambini. Dai piccoli. Dagli apparentemente insignificanti. Dagli invisibili. E se i bambini non possono dare ordine ma solo desiderio, che il disordine sia! Non sarà certo peggio di quest’ordine entropico e tiranno. Anche il disordine ha la sua legge e la sua forma, pensi tu. Quello che pensi è l’ossimoro dell’ordine del disordine, è la forma dell’onnipotenza.

Non sei mica l’unica a crederlo, ad averla pensata. Lo scacco di questo pensiero ha una storia piuttosto lunga, ormai. Una storia antagonista, e perdente, perchè non ha mai imposto le sue condizioni, anche se molto è stato fatto perchè lo credesse. E gli effetti di questa illusione li ho detti, ancora una volta li ho indicati, questi effetti sotto gli occhi di tutti.

Davvero solo tu non ti arrendi all’evidenza. E il perchè non puoi farlo, anche quello ho indicato.

 

Ma come fa, come fa? chi non è dotato di questa illusoria perpetuità infantile e i limiti li vede lucidamente e negarli non può? Come fa chi non è affetto da onnipotenza allucinatoria (capacità visionaria, la chiami tu)?

Ho sentito stamattina che ne parlavano alla radio, a discorso iniziato bevevo il caffè e guardavo la luce del mare. Le parole di Jonathan Franzen lette da non so chi parlavano di David Foster Wallace. Del suo dolore. Lo sai in parte come mi sento, adesso. Parole rivelatrici, sono state, davvero compassionevoli. Così mi sono sentita anch’io vicina vicina al buco nero del mondo. Con paura, eppure confortata. Mi sono sempre sentita respinta da DFW, dal suo sguardo terribilmente smisurato, o forse, piuttosto, ora capisco, da quello che gli si muoveva attorno. E’ proprio da questo che si è sentito respinto lui pure, ho compreso stamani.

Perchè è proprio una beffa infinita e, perciò, alla lunga insostenibile per la nostra umana finitezza, quella di essere apparentemente riconosciuti dal mondo. Umanamente riconosciuti e, quindi, riconosciuti imperfettamente, travisati, fraintesi, non compresi. Che altro può darti il mondo oltre al successo, alla fama, al denaro, persino all’amicizia, all’amore, persino alla bellezza, persino alla grandezza, che altro può darti se, umano com’è, se umano come sei, non può sottrarre il dolore? Se può solo coprirlo, ma con una coperta così corta che lascia sempre comunque scoperta una parte sensibile e sofferente, esposta, incurabilmente ferita? E come puoi per sempre non sentirla quella ferita, come puoi non continuare a urlare? E come puoi, soprattutto, sopportare alla lunga che al tuo urlo venga risposto non col silenzio o lo sberleffo – quello sì, forse, ti darebbe una rabbiosa speranza, manterrebbe flebile l’aspettativa di udire una voce, un amico – ma con un fragoroso battimani? Bene! Bravo! Eccezionale! Bellissimo! Sono forse risposte da dare a chi eccede l’orrore? A chi comprende e sperimenta e conferma che la forma è quella di un ordine ignaro e illusorio e sciocco oppure non è?

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5 risposte a Lettera ad un’amica

  1. Giacomo ha detto:

    Due sole riflessioni a margine di un testo rispetto al quale non mi sento in grado di argomentare in modo compatto.
    Quanto all’«ignoranza infantile» quale «essenza della religione»: parlo solo del cristianesimo per motivi di conoscenza ed esperienza, ma credo che esista un modo adulto di vivere questa religione, incentrato sul confronto con la realtà e con le sue leggi. Penso a Gesù che annuncia il regno di Dio e ai discepoli che fraintendono sempre e tutto, al rinnegamento da parte di Pietro, alla debolezza del Cristo crocifisso, alla sua sconfitta mondana che è vittoria su un altro piano ecc. Poi è chiaro che tutto è stato da un lato riletto in chiave spiritualistico-confusa (l’«ignoranza infantile» alla quale fa riferimento: apocalittici e irenici di ogni tempo, sempre spazzati via senza pietà), dall’altro lato “riorganizzato” come sapienza mondana, struttura di potere ecc. Ma la possibilità c’è, proprio alla radice.
    Quanto alla necessità di un’iniziazione come processo di liquidazione delle illusioni infantili e di patto con la realtà: temo che i meccanismi iniziatici stabiliscano un patto non con la realtà, ma con coloro che ne sono i custodi spietati e smaliziati. Il rito di passaggio segna l’ingresso in un club di complici, non nella comunità degli esseri umani. Mi viene da pensare al sistema che ho letto essere usato dagli addestratori dei ragazzini soldati per cementare il gruppo: aizzarlo contro un membro perché lo uccida, in modo che il crimine commesso leghi fra loro gli assassini. L’iniziazione è cementata nel sangue (anche lei parla di un’«esplosione» delle «forze naturali semplicemente proteiche e ormonali»); preferisco l’ideale dell’istruzione, della comprensione condivisa dei meccanismi della realtà, in una sfera pubblica, controllabile, aperta alla trasformazione.
    Forse l’idea della regolarità del mondo è solo il più grande successo, il segno della vittoria, dell’egemonia consolidata di chi ha interesse a che il mondo sia in un certo modo (regolare, funzionale allo sfruttamento e all’oppressione) e non in un altro (irregolare, non funzionale rispetto a quegli scopi). Concordo sulla natura “sterile” dell’irregolarità personale (narcisista, da grande artista “romantico”, mi verrebbe da dire, al quale una serata sotto le luci della ribalta è sempre garantita e pagata, e anzi è anch’essa funzionale), ma forse è pensabile un’irregolarità “pubblica”, condivisa: desiderata, discussa, progettata e costruita da un gruppo. Uno spazio mentale dove il sentimento dell’onnipotenza scende a patti con l’organizzazione – e non con la “realtà”, che è comunque una narrazione ben pubblicizzata e sostenuta dalle armi.

  2. caracaterina ha detto:

    Rispondo d’impulso, e forse faccio male, perchè indubbiamente, Giacomo, l’intensità della presenza della tua scrittura (buffo, no? tu continui a darmi del lei e io continuo a darti del tu) merita più di una riflessione e tantissima attenzione. Ma, ad ogni modo, parto dalla fine e spinta, lo ammetto, da una sorta di esasperazione. La narrazione, dici. Se la poniamo sul piano delle narrazioni non la finiamo più. Perchè su questo piano il “conflitto” è inevitabile. E, appunto, proprio per questo è da assumere, responsabilmente. E non la si può, di conseguenza, finire. Non si può, in altre parole, che prendervi parte, ossia “prendere parte”. Se la mettiamo sul piano della narrazione, anche le leggi di gravitazione universale ne fanno parte e, quand’anche fossero un elemento narrativo condiviso, la situazione iniziale e quella finale di questa narrazione possono essere così differenti da disegnare “storie” addirittura opposte. Pensiamo alla narrazione creazionista e a quella evoluzionista, poi. Ma pensiamo, ancor più, a un “fatto” immediato, vicino, che si ammette comunque universale e definitivo e sperimentabile comunque, anche in assenza di qualunque altro, come dire, sovrappiù culturale: la morte. Sembra, anzi, che quanto più un fatto appartiene alla dimensione biologica (tanto più è, insomma, un fatto, o un dato? e già qui il linguaggio apre porte vertiginose alle diverse narrazioni) tanto più sia interpretabile in maniera differenziata.
    In questa babele narrativa, allora, cosa prendere per “reale”? Ovvero:in quale narrazione ci collochiamo come, a nostra volta, elementi narrativi? Perchè anche ciascuno di noi è soggetto di narrazione, in tutte le accezioni della parola “soggetto”. Quindi: a quale narrazione “prendiamo parte”? Una parte in commedia, una una parte politica. A quella che tu, Giacomo, chiami “organizzazione” a me sembra di poter dare il nome di “allestimento” ma, ad un certo punto, devo, come dire, toccare terra, e assumere lo spazio scenico come “realtà”. Devo “regolarmi” di conseguenza – naturalmente uso un “io” in un certo senso fittizio, intendo indicare regole di una comunità, regole condivise – perchè, personalmente (qui, sì, personalmente) non riesco a vivere nell’anarchia, nel disordine, nella giustapposizione, che mi rimandano metaforicamente alla frustrazione del non-senso e a un’immagine di morte come dispersione insensata, come caos. So che da questa disgregazione, da questo caos, ha comunque comunque origine la vita, proprio sul piano biologico e materiale. Ma la narrazione a cui prendo parte, non essendo religiosa, non riesce ad assumere una prospettiva trascendente, nemmeno naturalistica, che mi rassicuri rispetto all’orrore che mi fa la morte mia. Che la vita continui comunque oltre e al di là di me mi dà una contententezza comunque inquieta, perchè, di fondo, intellettuale. Mi resta sempre il problema del senso del “mio” vissuto, fondamentalmente il mio vissuto affettivo-relazionale, non semplicemente SENTIMENTALE, quando, come ogni tanto mi capita, faccio piazza pulita di ogni altra “consolazione”.
    So bene, anche, che prendere parte a una narrazione non implica, certo, una fissità definitiva di ruoli e che si può cambiare nel tempo, che può cambiare lo scenario etc. Ma, anche qui, le possibilità di cambiamento sono forse “infinite”? Dipende dall’idea che uno ha del mondo, dalla narrazione a cui prende parte. Per quanto mi riguarda trovo che esistano limiti molto potenti, assoluti forse, per quanto ancora non definitivamente esplorati. E anche questo concetto appartiene per me all’idea di regolarità del mondo.
    L’ordine delle regole è davvero una forma insopportabile di violenza? Si iscrive solo in una “storia” di sopraffazione, di armi, di esclusione dell'”altro”? E’ solo il regolamento di una setta, di un’associazione a delinquere?
    E’ solo l’uccisione del bambino danzante dionisiaco? A me non sembra, io non me la “racconto” così, anche perchè neppure il dionisiaco è solamente un gioioso bambino danzante. Il dionisiaco non è nè apocalittico nè irenico, semplicemente E’ e, in ciascuno di noi esiste o come una fase – e in tal caso, prima o poi muore – o come una possibilità persistente – che può essere agita o meno e, se agita, fino in fondo o in parte. Trovo pericolosa, e come ho scritto, fallimentare, la fissità di questa posizione dionisiaca. Come trovo pericolose, per la “storia” a cui prendo parte, tutte le posizioni concettuali che si sottraggono al divenire del mondo. Un divenire che non può essere, ovviamente per me, nè l’informe nè la forma singolare nè la rigidità di un ordine sentito come assoluto.
    Le società che formula(va)no i riti di passaggio sono (erano) società rigide ed esclusive, d’accordo. Ma non sono affatto sicura che una società che non sa predisporre soglie, limiti, e che lascia spazio totale all’informe o alla forma singolare sia meno pericolosa perchè fornisce solo un’illusione di divenire. Non ucciderà il bambino danzante ma lo lascia semplicemente avvizzire, invecchiare, preparando, intanto, nuove forme di esclusione.
    E torno a dire: la fine (apparente) delle regole è il nonsenso. E la mia “narrazione” vi è in conflitto.
    C’è un presupposto credo fondamentale, in tutto questo discorso: parlo da donna che ha finito le sue, di regole. Parlo dalla prospettiva della menopausa. Sto cominciando a misurare adesso il mondo visto da qui. E’ possibile che ne riparli.
    Anche questo è un “limite”, una “regola”, quella di non poter prescindere mai, nell’assunzione delle proprie prese in parte, dalla propria dimensione biologica. Ed è, questa, una regola che non viene mai assunta a sufficienza nelle narrazioni.
    Abbiamo già accennato, Giacomo, alla latitanza della politica e alla sua supplenza da parte di altri “logoi”, come la bioetica o i temi legati alla sessualità.
    Ma è proprio la politica che non assume in sè questi logoi, senza farsene fagocitare, quella le cui organizzazioni, le cui narrazioni sono più “realisticamente” violente e armate.
    Più che di un’irregolarità pubblica condivisa, credo che ci sia bisogno di una biopolitica condivisa, il che non può darsi senza regole.

  3. Giacomo ha detto:

    Mi dispiace di aver usato, in evidenza al termine del mio precedente messaggio, il termine «narrazione», finito lì forse più per un ingiustificabile vezzo o tic mentale che in seguito a una scelta consapevole; aggiungo che forse a condizionarmi è stata la sensazione (intensa, di questi tempi) di annegare in racconti della realtà (racconti nel senso più letterale del termine: resoconti non veri ma verosimili…) che reputo menzogneri e che traggono consistenza solo dall’essere ripetuti a oltranza da quotidiani e programmi televisivi a persone prive di senso critico – prima ancora, prive di volontà critica, di desiderio di autotrascendimento, di curiosità ecc.
    Questo per dire che non desideravo “mettere in folle” l’automobile facendo slittare il discorso sul piano delle interpretazioni, del linguaggio ecc. (argomenti di cui so poco, tra l’altro).
    Se da un lato approvo incondizionatamente la necessità di una formazione, di una crescita, di un venire a patti col mondo ecc., dall’altro lato mi fa paura che di questa fase necessaria nella storia di ogni persona e delle comunità possa approfittarsi qualcuno, che faccia filtrare nel concetto di mondo, di realtà, i propri interessi (non la realtà, ma un progetto di realtà: concretamente, dicono: “Accettate il rischio, accettate il conflitto, accettate il premio per i meritevoli!” e sottintendono: “Tanto partiamo da posizioni di vantaggio, abbiamo le nostre ‘società di mutuo soccorso’, la nostra rete di favori ecc.” e da ciò consegue una redistribuzione umiliante e inumana delle risorse).
    Ma forse (idealmente lo pensi in grassetto) anche questo fa parte della realtà: il rischio di essere ingannati, una certa dose di “prevaricazione”. Tuttavia…
    Temo di non riuscire a spiegare il mio disagio di fronte a un sistema che non offre possibilità di pensare e provare ad applicare (ma oggi è criminalizzato o bollato come folle e relegato ai margini già il solo pensare) qualcosa di radicalmente diverso. Tentativo che implicherebbe una rottura delle vecchie regole, ma anche, subito dopo, la fissazione di regole nuove.
    (Forse il destino degli esperimenti cristiano e comunista dovrebbero insegnarmi qualcosa, al riguardo.)
    Forse, quel che mi fa paura oggi è il cartello di “senso unico” che mi pare sia stato posto all’imboccatura del mondo: in ogni discorso che sento mi pare di avvertire sempre lo stesso rumore di fondo, sempre lo stesso retrogusto… Comprendo l’avversione per il caos e per la dispersione delle forze che esso implia, ma mi fa impressione il contrasto fra la ricchezza dell’elaborazione teorica degli ultimi… che so, cento anni della storia umana, con il suo disvelamento dei piani diversi del reale, e la povertà del discorso politico ed etico che sento ripetere senza tregua. A questo si aggiunga l’ulteriore appiattimento degli ultimi anni motivato facendo appello al pericolo corso dalla “civiltà occidentale” ecc. È possibile che la multiforme teoria critica elaborata fino a oggi sia – debba essere – ineffettuale? O essa stessa solo caos, sterile abbattimento di steccati e di idoli concettuali che sarebbe stato meglio lasciare intatti – e che sono stati ricostruiti e restano intatti, oggi?

    (Quanto al “tu” e al “lei”: uso quest’ultima modalità solo per abitudine, che tendo a conservare anche sul web, salvo contesti molto informali o esplicita richiesta del “tu” da parte dell’interlocutore. Se le fa piacere, non ho problemi a passare alla seconda persona.)

  4. mauro ha detto:

    auguri prof!
    [mi piace sempre passare di qua, anche se il rischio è smarrirsi dentro le sue polemiche]
    ;-)

  5. l'amica ha detto:

    mille di questi natali!

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