Piccoli equivoci, ancora senza importanza

Vedi cosa significa essere del tutto ignoranti di economia, finanza, diritto societario.  Che ti rendi davvero conto tardi, troppo tardi, che credevi di vivere in uno Stato e invece stai dentro a una S.p.A. Perché non è solo un certo partito, che non è un partito, a dover essere considerato un’impresa ma proprio il Paese intero tutto.  E’ così che il Consiglio dei Ministri non risponde alle regole della Costituzione ma, essendo invece un Consiglio d’Amministrazione, si preoccupa della (ma sarà femminile poi?) Corporate governance.  Il Parlamento è reso equivalente a un’ Assemblea di azionisti e, parlando di componenti sociali non si intende altro che l’insieme degli stakeholders.

Tutto quanto fuoriesce da questo modello semplicissimo e raffinato, poichè non è compreso non è neppure comprensibile, non esiste, non deve esistere. E’ irriconoscibile e, quindi, considerato irriconoscente. La politica, per esempio.

Una pensa di saperle queste cose ma poi si accorge che sì, un poco ci aveva pensato, ma in astratto e credendo ad altro, da filosofa, da poeta. Poi si mette d’impegno, come la scolara che è, a tradurre parola per parola, frase per frase, dall’ostico economichese. Figura per figura, cresce l’allegoria. Ma ancora non ci crede che allora è questo ciò per cui vota la gente, come lei ignorante.

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3 risposte a Piccoli equivoci, ancora senza importanza

  1. caracaterina ha detto:

    Appena letta un’intervista a Erri De Luca, sul Venerdì di ieri. Dice che la nostra sinistra non è un’opposizione ma una concorrente. Avrebbe dovuto dire “competitor” per rendere più evidente il modello di riferimento, la visione del mondo che sta dietro ai comportamenti cosiddetti politici.
    Dire semplicemente che il mercato, il capitalismo, è dominante attiene ancora alla sfera ottocentesca di un linguaggio che distingueva struttura e sovrastruttura e che, pur mettendole in strettissima relazione di dipendenza, separava la politica e le sue istituzioni dall’economia con le sue istituzioni. Le separava a cominciare dal linguaggio.
    Che il linguaggio economico sia stato adottato da quello politico e amministrativo (penso anche banalmente alla scuola, a parole come “obiettivi” o a espressioni come il preside-manager) significa qualcosa di più della presa di possesso dello spazio politico da parte dell’economia. Significa che lo spazio politico NON esiste più in quanto tale, non è più un campo dove si può giocare una qualche partita. (“qui dove c’era l’erba ora c’è …”).
    Il linguaggio che un tempo era riconoscibile come politico, sia quello istituzionale sia quello delle discussioni diffuse fra le gente, non “dice” più niente a nessuno perchè gli manca il referente.
    Chi riesce a riconoscere il linguaggio e i comportamenti eminentemente politici e, come tali, davvero di opposizione, ad esempio del Capo dello Stato? Io mi stupisco sempre di come siano diventati “illeggibili” persino da chi ha alle spalle decenni di militanza politica dal basso, nei movimenti, per esempio. Quello che, della politica, è rimasto “leggibile” – e mi riferisco ai “lettori” soprattutto di sin – sono i suoi aspetti meno nobili e più tragici ma non la sua applicazione corretta.
    Il fatto riscontrabilissimo che dx e sin non siano percepite come posizioni sensate, per esempio dal grosso dell’Onda, che i fascisti si chiamino fuori dal fascismo, e i comunisti dal comunismo è già di per sè un evidente sintomo della cancellazione del campo politico. Sostituito da cosa? Dove c’era l’erba si sono edificati i grattacieli delle società per azioni, e lì tutti quanti abitiamo. Quello è il panorama che descriviamo in continuazione, usando però, spesso, parole inesatte o di cui equivochiamo il senso, come fossero giaculatorie recitate dalle beghine alla messa in latino.
    Penso al linguaggio “popolare” dei politici della “cosiddetta” dx, riprodotto e amplificato dai talk show televisivi e dai giornali che, a dx, fanno, per così dire, opinione. Si sbaglia a pensare che facciano appello soprattutto alla pancia delle persone. Si sottovaluta il fatto che fanno riferimento a un modello rappresentato da istituzioni economiche per niente “di pancia”. E’ quel modello che è stato introiettato dai sostenitori popolari di BerlusKa &C.
    Quando persone comuni difendono e rinfacciano alla sin il fatto di essere maggioranza, non è alla maggioranza politica che fanno riferimento ma, inconsapevolmente, alla maggioranza azionaria. Disporre della maggioranza azionaria in un’azienda determina certi comportamenti e certe scelte che vediamo in corso. Non sono scelte politiche, sono scelte imprenditoriali. Forse i loro capi ne sono più consapevoli ma non credo, forse non lo è neppure il chief on chair.
    Quando parlano di ” dialogo” è alla discussione fra shareholders che fanno riferimento. Non si tratta di un vocabolo usato solo tatticamente, propagandisticamente, ipocritamente, ma un termine improprio per denominare una procedura decisionale da azienda.
    Quando denunciano, condannano, o licenziano un funzionario dello Stato che non applica la legge solo perchè costui comprende che non è una legge dello Stato ma una delibera da CdA, si comportano da azienda che non si limita semplicemente a piegare lo Stato alle sue convenienze ma che proprio cancella i connotati, l’esistenza dello Stato nella coscienza delle persone. Il funzionario dello stato non è più tale ma diventa un dipendente che “rema contro” gli interessi dell’azienda.
    Qunado, da sin. pensiamo al fatto che stiamo vivendo in un regime totalitario è al modello fascista del XX secolo che ci riferiamo, ma sbagliamo: quello era un modello politico, statuale, lo Stato etico. Ci ingegnamo per innescare su quel modello i fenomeni di mercato che vediamo (e subiamo), riusciamo a identificare le analogie sociali fra quel modello e questo, relativamente alla propaganda massmediatica, a certe espressioni linguistiche, a certi comportamenti di massa. Riusciamo a identificare la tradizione da commedia dell’arte che permane nelle nostre manifestazioni nell’attuale società dello spettacolo. Eppure tale lettura resta sempre al di qua dell’esistente, non ce restituisce davvero il senso.
    Proviamo a pensare , invece, come se tutta quanta la società italiana stesse vivendo dentro alle stanze e ai corridoi che si vedono in Camera Cafè. Come il ragionier Fantozzi restituiva l’immagine di “quell” ‘Italia ancora industriale, ancora di fabbrica, post boom economico e molto novecentesca, Bizzarri, Kessisoglu e gli altri ci restituiscono l’Italia attuale.
    E adesso: come si ricava nuovamente un campo politico su cui giocare una partita politica?
    E poi: è davvero ancora così necessario ricostruirlo? Io penso sempre di sì, soprattutto considerando gli effetti attuali dell’economicizzazione del mondo. Però non posso trascurare il fatto storico di vivere in una città che, da repubblica indipendente, per secoli ha avuto al governo un CdA, il Banco di San Giorgio. Certo che in politica internazionale valeva una cippa. Come la Svizzera adesso.

  2. Giacomo ha detto:

    Aver cancellato il campo politico – il campo pubblico – ha significato sottrare alla discussione (e alla possibile trasformazione) tanti aspetti del sistema (i suoi fondamenti economici), che sono diventati dati di fatto, paesaggio, natura. Penso che questo sia stato il più grande successo dei potentati industriali e finanziari. Una fine della storia, come è stato predetto – ma causata, non prodottasi. Un’atrofia della politica, nell’ambito della quale si discetta di etica (eutanasia, staminali ecc.) e di cultura (identità, etnie ecc.), ma non di economia, comunque non in modo radicale (ma del resto, per restare ai termini della sua riflessione, se uno diventa azionista di una società che produce computer, non ha senso che chieda un mutamento dell’oggetto sociale e l’inizio della produzione di caffettiere, o un cambiamento della forma sociale e la trasformazione in cooperativa). Mi chiedo soltanto se questa atrofia sia identica a tutte le latitudini: in Cina, India, Africa, America del sud… Qua appare come l’esito (vittorioso) di una lunga lotta condotta dai potentati economici al fine di spingere ai margini della discussione progetti estremisti (prima aggrediti con violenza, poi semplicemente svuotati di interesse grazie ai prodigi del mercato). Ma in altri paesi i percorsi storici sono stati diversi.
    Mi chiedo anche quale potrebbe essere l’effetto di un peggioramento delle condizioni di vita qua da noi: se le risorse diminuiscono, forse si potrebbe tornare a sentire la necessità di discutere della loro ripartizione, con progetti radicalmente diversi e incompatibili. Un nuovo spazio per la politica.

  3. caracaterina ha detto:

    In quelle prime ore in cui arrivò la notizia che Wall Street stava cominciando a crollare su se stessa come un castello di carte (o la torre di Babele), ho avuto più o meno il tuo stesso pensiero, Giacomo. Mi sono vista immediatamente il nostro governo in affanno, annaspare, incapace di agire e reagire alla nuova necessità del ripristino di un campo politico. Non è un caso che l’Onda sia arrivata subito dopo e che si sia visto quel che si è visto in termini di incapacità politica di gestione (da parte di tutta la classe “politica” per altro). Mentre dal basso quello che cresce è proprio una domanda di natura politica, come anche la manifestazione di Roma ha mostrato. Non so se in questa S.p.A. riusciranno a rispondere a questa domanda come a quella, indotta, di telefonini e vacanze alle Maldive. Non so se la mentalità imprenditoriale produrrà un nuovo oggetto chiamato politica da vendere a questo target modificato. Per ora stanno adottando, della politica tradizionale, le metodiche antiche e più truci (vedi piazza Navona o la sentenza Diaz), le più elementari. Ma stanno anche provando a studiare una carota geneticamente modificata da immettere sul mercato. E temo che qui, in Italia, ci riusciranno. E che continueranno a vendere e ad agire da azienda. Perchè noi non abbiamo un Obama che possa rispondere, almeno in pectore, alla nuova domanda di politica che anche negli U.S.A. si è sviluppata e proprio per il fallimento della S.p.A. di governo. Ma, soprattutto, non abbiamo una cosa fondamentale, ovvero il senso dello Stato. Il campo politico, infatti, una volta che si apre, può generare tante sovrastrutture, anche in conflitto fra di loro, ma solo alcune di esse si organizzano in istituzioni statali. E, secondo me, senza istituzioni statali, la politica è solo blabla, beppegrillismo o talk show televisivo. O è, come attualmente da noi, altro da sè. In Italia, queste istituzioni le avremmo da 60 anni, descritte su una carta, ma, a differenza di quello che mi sembra accada in altri paesi occidentali, fra cui gli U.S.A., sono svuotate di senso. Non è detto che lo Stato, ovviamente democratico, si intende, debba essere per forza quello descritto dalla nostra Costituzione. Lo Stato è un dispositivo, una macchina, può essere costruito in tanti modi. E’ che non vedo proprio, in Italia, nella maggioranza degli italiani, un’adeguata attitudine a questo tipo di ingegneria.

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