La consolazione del vocabolario

Potevo scegliere oggi, per l’obolo civico di giornata (ché questa è la settimana dell’impegno e della fatica dolorosa dei legami necessari). Uscendo nel vento piovarello, andare ad aspettare al varco una rinnovata rabbiosa vergogna oppure la consolazione di un luogo nuovo, in un palazzo troppo antico perchè non conservi altro che memorie dignitose e storiche, dove un gruppo volonterosamente molto attivo ha organizzato un incontro istituzionalmente molto culturale? Ho ceduto ai modi dell’avverbio. Voglia di un pomeriggio borghesemente perbene. 

Franco Loi poco l’ho letto e mai l’avevo visto. E adesso è lì che si muove nella sua magrezza davanti a me che non sapevo quanto capace sia di usare la voce, quella fisica sua propria, nel leggere, nel raccontare a braccio, disperdendosi e facendoci incantare, e pure nel cantare. Poesia in dialetto, un residuo, un oggetto inutile di scarto.

Esordisce così, con una notizia che sembra un verso: Sono nato in via della Pantera/sotto la Madonna del Monte. Dice: Era una scalinata/e forse lo è ancora. Inizia con un giorno di neve da bambino, slittini, cachi e rosmarini scomparsi nel bianco. Dici: eccolo qua, il nonno. Infatti. Un nonno vivo che racconta del come si vive.  E io mi sento persino orgogliosa. Perchè? Perchè mentre ascolto posso bere e mangiare? Anche. Nella vita è difficile ricordarsi del paradiso. E, nonostante tutto, sono sempre fiera di stare in questa città, in questi posti alti e bassi dove colto, istituzionale e residuale si incontrano senza nemmeno troppo parlarsi ma ancora consapevoli l’uno dell’altro, l’uno all’altro necessari, come su una nave antica gli ufficiali e la ciurma.

Siamo pochi, lì intorno, come davanti a ogni poeta, per quanto celebrato ma non televisivo. La disposizione ai tavoli tradisce i reciproci rapporti. Fuori dal giro dei conoscenti e affini saremo in tre. Il tavolone a lui a fianco ospita le istituzioni: c’è l’editore genovese che nell’81 pubblicò L’Angel e che adesso è il nostro assessore. Con moglie. C’è il presidente del tribunale dei minori, già sindaco di questa città. Poeta. Con moglie. 

Franco Loi non risponde alle domande, divaga. Finisce a parlare di epica perchè ricorda che aveva letto Dos Passos, allora, e che non ha mai avuto pensieri di carattere letterario  ma che voleva fare qualcosa, qualcosa che rendesse conto di chi dà la vita rimanendo nell’ombra. Bevo.

Si fa tardi, ce ne andiamo che il nonno sta ancora parlando, di poeti e di artigiani del ferro e del legno. Penso alle combinazioni e ai discorsi che si incrociano senza saperlo. Ha raccontato di amici suoi in manicomio, lo scrittore, e io, che ho cominciato la settimana andando a questa mostra organizzata da amici  miei, penso che forse gli sarebbe piaciuto e magari se lo sarebbe segnato su quel taccuino che porta, quel verso matto appeso a un filo e che dice, in fondo a un elenco di oggetti di scarto, che il mare è un vocabolario di pesci.

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2 risposte a La consolazione del vocabolario

  1. mauro ha detto:

    Sèm ‘na müccia de òmm, sèm ‘na culana,
    andèm nel vent cun l’aria di uiun,
    ghe par che tütt sia noster e, urmai luntana
    la pièna di vint’ann, ghe resta el füm.
    Oh grama mia sumensa, che speransa,
    che forsa de bastèmm, grenta de nüm!
    andèm a l’aria morta che ghe ciama
    e quan’ che rivum là, diu, sèm pü nüm.
    Siamo una sfilza di uomini, siamo una collana,/andiamo nel vento con l’aria dei coglioni,/ci pare tutto sia nostro e, ormai lontana/la piena dei vent’anni, ci resta il fumo./Oh gramo seme, che speranza,/che forza di bestemmie, violenza di noi!/Andiamo all’aria morta che ci chiama/e quando arriviamo là, dio, non siamo più noi.

    Ti ho spedito una cosa di loi (nel caso non la conoscessi già)

  2. caracaterina ha detto:

    Grazie, mauro. No, non conoscevo. Perchè non la metti anche qui? Oppure lì? Fai te.

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