The answer my friend

Quello che davvero invidio agli Stati Uniti è la loro lingua, barbarica come un gioiello da nomadi, il suo ritmo, l’ineguagliabile anafora in falsopiano della ballata.

E già che sono ancora qui, quarant’anni dopo

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17 risposte a The answer my friend

  1. caracaterina ha detto:

    Ripensamento.
    Avrei dovuto postare i testi, solo i tre testi. Anche il discorso in inglese, come le canzoni, e provare a mettere gli a capo ai primi due capoversi.
    Oppure solo i filmati.
    Ma è lo stesso. L’abisso con i nostri balbettamenti italiani (compresi quelli dei critici di mestiere che si misurano in estenuanti discussioni sul sesso degli angeli in NI) rimane.
    Mi ricordo un filmato visto sere fa in uno dei nostri inconcludenti talk show. Era uno dei primi giorni del crollo delle borse e mostrarono l’audizione al Congresso del capintesta della Lehman Brothers chiamato a dar conto al Congresso. Era un processo, linguaggio ufficiale, istituzionale al massimo grado. Eppure sembrava un film. Ecco la differenza. Se da noi un linguaggio “alto” si vuol “far popolare” diventa becero. La loro lingua, invece, è sempre popolare, ad ogni livello.

  2. mauro ha detto:

    ad un primo passaggio -non vi era ancora alcun ripensamento- ero rimasto lì, sia sull’ “ineguagliabile” che sull’andamento in falsopiano della ballata.
    Non so se sai che amo il ciclismo, e mi son riascoltato tutta Blowin’ in the wind senza (almeno in questa versione) trovar differenze da una Parigi-Roubaix (grande corsa, ma senza falsopiani).
    Dopo il ripensamento, invece, mi son chiesto: Ma loro ce l’hanno una lingua “alta”?
    Ovviamente no.

  3. untitled io ha detto:

    non hanno una lingua alta, ma hanno una lingua che all’occorrenza sa innalzarsi: è diverso. Comunque non voglio semplificare in modo sciocco: è che in questo momento avremmo un disperato bisogno di una lingua che funzioni a quel modo (anche in letteratura, non solo “nella vita” e nella politica), e invece non ce l’abbiamo.

  4. pessimesempio ha detto:

    Tanti anni fa, un’insegnante d’inglese con cui non andavo d’accordo su niente, lei filo-americana, io per niente, anzi decisamente anti ,forse più per partito preso,a quei tempi, il vietnam era passato da un pezzo e perchè essere ancora antiamericani, mi chiedo ora, che motivo poteva esserci? ancora la guerra in irak era lontana da venire, ma insomma questa è un’altra storia, insomma questa insegnante di inglese mi disse uan cosa sugli americani e sulla loro lingua e sulla loro letteratura e in genere su quello che lei pensava fosse una caratteristica del loro immaginario, degli americani. Che sono epici, e quindi- dico adesso leggendo la vostra discussione che ora diventa anche mia- hanno una lingua epica. Insomma, non è difficile trovare qualche esempio. Mi pare, però, che questa caratteristica sia presente, in un certo modo, nella letteratura di diversi paesi, anche europei, per lo meno in quella inglese di un certo periodo: questa capacità di lavorare sulle immagini grandiose, potenti, che davvero in Italia non riesco a trovare, per quanto cerchi di far lavorare il cervello, oggi occupato in un corpo a corpo con un bel raffreddore, eredità della manifestazione di Roma, e quindi forse scarsamente efficace.

  5. mauro ha detto:

    Bè, che vuol dire che il Vietnam era finitoe che l’Iraq doveva ancora venire? Volendo, bastava il Nicaragua!
    Eccerto che sono epici: il mito della frontiera costruito su un pugno di vaccari che ha compiuto una pulizia etnica senza pari.

  6. untitled io ha detto:

    scusate ma che c’entra l’epica?

  7. caracaterina ha detto:

    Non so cosa hai fatto, unts. Nel mio pc a manovella non succede niente. Qualcuno mi può spiegare? Thanks ;)

  8. untitled io ha detto:

    niente: ho tradotto in inglese quest’intera pagina, cioè il tuo post e i nostri commenti, ma evidentemente non posso linkare il risultato. Io faccio spesso di queste prove, coi traduttori automatici. Lo so che si tratta di una traduzione molto sommaria, ma a me serve per mettere a fuoco “l’andatura” di un discorso: se l’andatura del discorso funziona anche in quello pseudoinglese, significa che è proprio come un modo di camminare, comunicativo di per sé, al di là della lingua….
    windowslivetraslator mi piace molto (è quello che tengo nel blog), mi sembra il più adatto, mentre il traduttore di google non è adatto a fare questo tipo di verifiche.

  9. caracaterina ha detto:

    Comunque, l’epica c’entra, c’entra sempre. Ed è sempre mistificatoria, dai tempi dell’Iliade. Anzi, dai primi miti. Piglia gli Argonauti, per esempio. Quella sporca dozzina era composta da gente migliore. Non uno di quei Dori che non sarebbe da deferire davanti a qualunque tipo di tribunale, pure quello del calcio.
    E che la letteratura americana sia epica è una semplificazione che fin dai tempi di Vittorini ci ripetiamo. Ma la loro capacità mitopoietica è inevitabilmente connessa al fattore linguistico che è un fattore relazionale e sociale e che veicola abitudini che non ci appartengono. Noi non abbiamo alle spalle dei puritani esiliati per i quali l’esperienza storica è un tutt’uno con la lettura diretta in inglese della bibbia, una lettura che si fa oralità quotidiana e che si incarna impastandosi con l’etica del lavoro e della partecipazione diretta alla comunità parlante-operante. Per trovare un’espressione scritta che assomigli a quella americana noi dobbiamo andare indietro fino a Dante che non a caso è veramente l’unico nostro autore davvero popolare, davvero integrato in una comunità parlante-operante, davvero esiliato, davvero stigmatizzato per la sua barbarie linguistica quando la scissione fra parlare e scrivere in Italia divenne totale e gli intellettuali si rinchiusero nelle loro stanze senza mai più riuscire a liberarsi dalla prigione dorata (ma non d’oro, purtroppo per loro). Deve scoppiare una guerra mondiale perchè qualcuno dei nostri ne esca. E, anche in questo caso, i libri “migliori”, se osservati sul piano linguistico, non sono di letterati ma di gente che lavorava ad altro: un commerciante di vernici navali, un ingegnere, un chimico.

  10. caracaterina ha detto:

    Ecco, ho visto la risposta di unts. Non so che dire delle traduzioni, ma che la lingua sia un movimento, un’andatura mi trova perfettamente d’accordo. E sebbene non sappia niente di ciclismo (anche se la Parigi-Roubaix ai tempi di Gimondi e Merckx la vedevo eccome ;)) mi sento di sostenere che la ballata americana richiede il fiato di un passista e mi affascina sempre l’economia di mezzi, il sottotono, il continuo allontanamento del climax, che quando arriva lo fa lentamente e come aggirato, e poi si ricomincia. Mi affascina vedere quanto poco si muove Obama quando parla, quanto poco si muove Bob Dylan mentre canta, o Joan Baez (sere fa da Fazio, l’ultima volta), ciò che si muove è solo la loro voce, che spinge sui pedali e macina strada faticosa.

  11. mauro ha detto:

    sul fiato del passista siamo ok
    La ballata americana nasce ai tempi degli “hobo” che certo di fiato dovevano averne in abbondanza (nonostante i treni !)
    Quanto al resto, certo non abbiamo alle spalle i puritani (a noi – intesi come italiani – è mancata anche soltanto la Riforma, pensa te), però abbiamo i valdesi, quelle caratteristiche che tu indichi: esilio, lettura della Bibbia, etica del lavoro, comunità…, in loro ci sono tutte. <<ma la loro letteratura ( a me piace molto Marina Jarre) non mi pare sia quella che può assomigliare all’americana.

  12. pessimesempio ha detto:

    Epica nel senso di apertura della lingua: all’uso delle similitudini, ad esempio, uso di una lingua libera e non impastoiata come quella “italiana”. Dante ce l’ha , è vero, ed è l’unico, non mi sembra paragonabile all’ingegnere, che tutto è fuorchè popolare. E lo stesso vale per gli altri, per quello che intendo io. Ma mi sembra di essere su una lunghezza d’onda un po’ diversa, signore e signori.

  13. caracaterina ha detto:

    Non conosco la letteratura valdese e certo non mi bastano alcune pagine di Jahier ma oso e dico che, sottotraccia ma neppure molto sotto, l’insieme dell’attività letteraria, e non solo letteraria, del Piemonte novecentesco presenta proprio quell’insieme di caratteristiche lì, magari non tutte in contemporanea e comunque declinate secondo le diverse culture di provenienza degli autori, ma ci sono. Compresa l’integrazione di lingue altre a rinnovare e riorientare la pianta.

    Per me “popolare” non significa “per” il popolo o “del” popolo ma “dal” popolo. Popolari sono quegli autori che conoscono queste lingue “basse” e “altre” rispetto a quella che per nostra tradizione è la lingua “alta”, perchè le condividono per esperienza diretta, a volte pure frustrante, che vi appartengono, magari nevroticamente. Non è popolare Manzoni, che scrive “per” il popolo ma lo è, paradossalmente e suo malgrado, Gadda, costretto a lavorare, a fare una guerra atroce, a essere lontano da dove. Certo uno è più conosciuto, anzi, misconosciuto, dal popolo, per colpa della scuola, l’altro è ignorato dal popolo, sempre per colpa della scuola. Entrambi si sono dovuti inventare una lingua artificiale, non esistendo nè una lingua italiana unica nè tantomeno la sua scrittura. Uno ha sperimentato un monolinguismo normativo, l’altro un plurilinguismo esplosivo. Quale dei due è più vicino a un’ipotetica lingua realmente parlata? Quale è più vicino al punto di riferimento a noi comune ovvero il modello dantesco? Non certo l’imitatore dei toscanismi, direi.
    Il fatto è che entrambi scontano l’italianissima separatezza della letteratura, della parola scritta.
    Una tabe che invece non colpisce Svevo e P. Levi. Eppure nessuno dei due scrive la lingua “del” popolo, nè scrive “per” il popolo. Nemmeno Levi.
    Loro scrivono “dal” popolo. Ma proprio per questo il primo ha subito l’ostracismo dei letterati italiani per decenni e il secondo è il più tipico esempio che, da noi, solo una tragedia di quelle proporzioni può abbattere il muro fra parlato e scritto e che, inoltre, a farlo ci riesce proprio chi quel muro non ce l’ha eretto dentro alla testa.

    Altra cosa è l’epica, che richiede allo sguardo prospettive amplissime nello spazio e nel tempo e l’idea di esservi collocati al centro, tutti insieme e tutti uniti. Che richiede un movimento a spirale della lingua, che torna sempre su se stessa per salire verso un culmine. L’epica richiede una lingua che sembra ferma, vista da dentro, e invece procede. Una lingua che sembra semplice e cristallina e invece è spuria e grondante di umori.
    Per sostenere la vertigine dell’epica non basta essere popolari, non è per niente necessario il realismo di cui tanto adesso si discute, ma è fondamentale una lingua “dal” popolo che sia in grado di non restare circoscritta al “basso”, al comico, al corporale, ma che sappia proiettarsi in traiettorie abissali, “alte” e profonde, che sappia toccare la trascendenza e, in quella dimensione lì, unire il basso e l’alto. Evidente che una lingua non può farlo in altro modo che attraverso una retorica. Altrettanto evidente che nessuna epica, finora, è mai stata estranea alla dimensione religiosa. Non dico necessariamente divina ma religiosa sì. Una dimensione desiderante ma organizzata, non certo depressa ma neppure euforico-maniacale.
    Augh. Ho detto.

  14. mauro ha detto:

    Dopo un Augh diventa difficile prendere la parola ;-)
    Io credo che “dal popolo” scrivessero Mastronardi, Pasolini, per dire, persino Pavese ci provò (in Lavorare stanca non nei romanzi) e non riuscendovi …
    Ma non Gadda, non Svevo, non Primo Levi. A questi ultimi due, fra l’altro, poco importava della Letteratura, mi sembra di poter dire, scrivevano per altri motivi…

  15. caracaterina ha detto:

    Appunto, mauro, proprio così: scrivevano per altri motivi.

  16. iceceitle-online ha detto:

    imparato molto

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