Morfologia della fol(l)a

Quanto è “campato per aria” è assai spesso fonte di piacere in sè. Guardare le nuvole in cielo e immaginare figure, il volo degli uccelli e divinare futuri è un’attività nobilmente oziosa e grandiosamente praticata con diletto e profitto da che mondo è mondo da varie componenti sociali che, se sono strategiche, ovvero capaci di unire alla fantasia un solido ancoraggio al senso di realtà, acquisiscono potere, mentre se sono totalmente deliranti possono al massimo diventare magnifiche e persino sacralizzate ma restano ghettizzate e lasciano le cose terrene come stanno.

La chiave di volta è la figurazione. Nelle “cose campate per aria” si tende a vedere disegni, immagini, e a rappresentarle in segni. Se i segni sono parole il linguaggio verbale si fa figurato ovvero vibrante (parola figurata), risonante (di nuovo), persino toccante, insomma sensoriale. In questo modo la lingua si fa pratica e, a questo punto, che c’importa della grammatica?  Che ce ne “facciamo” di questa funzione metalinguistica, piattamente riflessiva, in cui l’immagine diviene bidimensionale, lineare, schematica e persino terribilmente rigida? (A che mi serve, prof, sapere cos’è e dove sta il complemento oggetto, che questa parola è un verbo e magari pure intransitivo, e che quest’altro è il connettivo di una frase concessiva, subordinata, embè? Io con gli altri mi capisco lo stesso. E’ questo l’importante, no?)

Il massimo della figurazione con parole è la costruzione di una storia, ovvero è la narrazione. Non ha nessuna importanza che la narrazione abbia contenuti veri verosimili o assolutamente fantasiosi e, appunto, campati per aria, quello che conta è la loro raffigurazione. E’ questo che permette alle persone di capirsi, nel senso etimologico del termine, di accogliersi, comprendersi l’una con l’altra, di fare coesione, gruppo compatto, persino di fondersi (purtroppo, direi). Fino a diventare impermeabili, refrattari a ogni analisi, a ogni elaborazione grammaticale, a ogni scomposizione. Più la figura è semplice, arcaica, più è capace di costruire una coesione, data la sua accessibilità ad essere compresa da un numero enorme e potenzialmente assoluto di persone. Sono le figure tipiche, i topoi insegnati a scuola.

Prendi Saviano, ad esempio. Il sostegno (la comprensione) che per fortuna gli è arrivato e gli continua ad arrivare, enorme, mondiale. Non è tanto per la storia narrata nel libro, anche se agli scrittori come lui fa ovviamente piacere pensarlo (e in fondo ha e hanno pure ragione), ma è per la sua storia successiva alla sua scrittura, storia del tutto coerente con quella di Gomorra per altro, storia che del libro è estensione e rappresentazione ma di cui lui è assai meno il narratore e assai di più il protagonista, dotato inoltre, nella figura che lui mostra nel mondo, del phisique du role. Storia che segue topoi millenari dei quali almeno uno per noi occidentali è riconoscibile nella vicenda di Davide e Golia. Saviano (con tutto il rispetto, mi serve un’immagine, appunto) è la nuvola in cui le persone al mondo immaginano figure raccontandosi una storia. Tutto dipende dall’angolazione da cui osservo la nuvola. Vista da Casal di Principe, infatti, la figura cambia, eccome, e pure la storia.

Questo discorso non vuole andare a parare nel relativismo (tutte le figure hanno il medesimo valore? Certo che no ma un’altra volta, please, ne parliamo un’altra volta), e nemmeno in quelle teorie interpretative che assegnando il primato al Segno, in questo caso alla Parola, sulla Realtà, tendono in fondo al nichilismo e/o alla metafisica.

A me basta che si riconosca la centralità della narrazione nell’esistenza collettiva e la necessità del suo (della narrazione) fondarsi su topoi.

La scomposizione della storia, la sua analisi, è pura grammatica.  E a cosa serve, prof? (Ma anche: a cosa serve, prof, lo “studio” della  Storia?  Non della sua semplice narrazione, si badi bene, ma il suo “studio”, con tutto l’ambaradan del suo armamentario disciplinare, a cominciare dalla banalissima analisi delle cause e dall’interpretazione delle fonti) (E’ talmente fondamentale, oggi più che mai, la narrazione, che sto cominciando a chiedermi se, per farli studiare storia, io non dovrò ricorrere sempre di più alla strategia della messa in scena, della costruzione di una sceneggiatura, per altro efficacissima alle elementari, ma che riduce enormemente, alle superiori, la completezza della conoscenza della vicenda cronologica. Uno pensa: ma se se ne avvantaggia il metodo, non si può rinunciare allo studio di tutti i secula seculorum? Obiezione: se ne avvantaggiasse! E’ proprio la difficoltà di far acquisire un metodo, ovvero uno strumento concettuale e astratto che possa essere utilizzato in situazioni diverse, il vero problema. Se metto in scena un episodio significativo, ad esempio del Seicento, è pura illusione pensare che la costruzione della narrazione della vicenda delle streghe di Salem, ad esempio, li metta in grado di riconoscere gli elementi in gioco nell’odierna caccia alle streghe. Non trasferiscono. State sicuri, non trasferiscono. Lo faranno un paio su venti, percentuale che si verifica, oggi, anche con il menoso metodo dello studio analitico della storia. La narrazione non si traduce nell’acquisizione estesa di una grammatica. E io mi rompo la testa a ipotizzare condizioni praticabili in cui il trasferimento sia almeno possibile, se non addirittura probabile. Tanta è la potenza coesiva ed autoreferenziale della narrazione. Della figura. Della sensorialità. Dell’immagine della forma delle nuvole).

Anche gli studenti in lotta che si augurano l’inafferrabilità sono protagonisti archetipici di una storia: interpretando il volo degli uccelli si fanno uccelli essi stessi.  O maghetti. O uomini-ragnoepipistrello. O ninja. A dispetto dei nuovi strumenti tecnologici e delle pratiche modaiole che non mi viene in mente come si chiamano (quelle azioni-performances in cui in tanti estranei convocati via twitter o sms si ritrovano tutti insieme a fare qualcosa di eclatante e spesso demenziale e poi via, come diavolo si chiamano?), a dispetto di tutto questo si tratta della solita storia della guerrilla, parola che forse ai nostri studenti evoca di più azioni apprese nelle facoltà di scienza delle comunicazioni e ai corsi di marketing che una vera e propria strategia militare, perfino alla faccia del mitico Che, il cui uso e abuso negli stadi ne ha offuscato il potere di icona identificante e trasformativa. Ma di guerrilla sono pieni i poemi epici ma non tanto quelli classici, quanto quelli “barbarici”, da cui discendono certe albioniche tragedie con armati cespugli semoventi a cui si agganciano le altrettanto albioniche storie della fantasy che alimentano i wargames elettronici con cui questi ragazzi sono stati allevati. Altro che rompere gli schematismi della “storia da raccontare”. Altro che fare a meno dei topoi. E di lotta alla guerriglia – e di sfruttamento della guerriglia – sono pieni da secoli i manuali militari adottati nelle scuole di guerra degli eserciti imperiali. Una lotta difficile e dura e non sempre vincente, d’accordo. Non sempre. Quel che conta, si dice, è che la storia continui. Quel che conta, diceva oggi un giovane collega in assemblea, è “vendere cara la pelle”. E non è questa già la fine di una storia?

Ma: a cosa serve la grammatica?

A scardinare la storia, forse. A rompere la coesione, pare.  D’altronde la sinistra, alimentata a pane e analisi, ne è un esempio evidente. Ve lo ricordate, invece, quando si mangiava il pane con le rose? O magari, per i più sciocchini e disimpegnati, le fragole col sangue? Nostalgia, eh? Peccato che poi sia arrivato il piombo e che siamo finiti tutti giù per terra. Questa la storia. Senza grammatica. E poi una grammatica. Senza la storia.

Ora che ci provano i cespugli semoventi a sconfiggere Macbeth sembra chissà quale novità. Bene. Peccato, però, che per la sconfitta di Macbeth, nella realtà “storica”, ci sia voluto quasi un secolo, che poi alla fine sia arrivato Robinson Crusoe e che in mezzo Milton abbia perduto il paradiso, prima di morire in guerra nel bel mezzo di una banale questione privata.

Basta saperlo che l’analisi serve semplicemente a saperlo.

D’Alema lo sa, ad esempio, nel momento in cui inventa quella bella figura retorica di “energumeno tascabile”. Peccato che i miei studenti a malapena alfabetizzati, (tranne quei pochi, gli intelligentoni, a cui i Simpson hanno fatto effetto) non saprebbero bene che storia inventare a partire da un tale personaggio. Mentre sicuramente sarebbero pieni di parole se proponessi di raccontare la storia di un “razzista”. Ma noi siamo di sinistra e ci vergognamo dei topoi troppo noti, non sappiamo più inventare storie e dovremo aspettare, per ricominciare, di rischiare, come altri un tempo e Saviano adesso, di rimetterci la vita.

(A margine e, appunto, fra parentesi: mi sono messa a leggere Il contagio e, a pagina 19 mi sono fermata di botto perchè mi son chiesta: cosa cazzo mi fa venire in mente? Da dove viene la lingua di costui? Chi è mai che scriveva così? Ah, ecco, forse ho trovato! Mi son messa davanti alla libreria e, scavando, ho scovato: il volumetto polveroso e universitario dei carmi di Catullo, quello delle nugae licenziose, tutto mentula moechatur e rufa bononiensis. Poi mi sono riletta di Attis e poi della chioma di Berenice. Storie notissime, naturalmente, da professori della lingua, storie di sinistra. Storie della fine. Di una repubblica).

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in diagonali. Contrassegna il permalink.

4 risposte a Morfologia della fol(l)a

  1. untitled io ha detto:

    Non puoi raccontarla ai ragazzi questa storia. Puoi solo pensarla, magari scriverla per te e per i tuoi pari (quali pari?), e poi lasciare che agisca… per esalazione. Vado subito a postare un racconto di fantascienza.

    u.i. in modalità fantascienza.

  2. caracaterina ha detto:

    Infatti non gliela racconto. Se la racconteranno da sè, un giorno. L’importante è che, allora, riescano a fare un racconto ricco ricco, pieno pieno, vivo vivo.
    Il mio lavoro è, intanto, insegnargli la grammatica perchè imparino a smontare i racconti degli altri, con il cui materiale costruiranno il proprio. So che questo non basta ma: a ciascuno il suo.

  3. pessimesempio ha detto:

    Anche io ho deciso: solo grammatica. E parole, tante parole, solo piccole parole, una staccata dall’altra, con cui forse costruire storie. Mi piacerebbe.

  4. Giacomo ha detto:

    Ci vorrebbe una storia che fosse al tempo stesso storia e grammatica, incanto e critica. Un racconto che nel momento stesso in cui infiamma i precordi, pianta nel cervello il seme del dubbio; che si muove da un punto di vista ma fa intuire ai propri margini la presenza di tutti gli altri – e di tutte le altre versioni della storia. Esiste?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...