Disegno intelligente

Stanno davvero mettendo giù una a una le tessere di un puzzle la cui immagine finale hanno già in mente?  Stanno davvero procedendo, per fare uno fra i molti esempi, alla sistematica disintegrazione dell’unico settore della scuola che funziona, quella elementare, in vista di un tempo medio lungo di completo e totalitario asservimento delle coscienze, così come prevedevano i piani eversivi della P2 realizzati con la presa di potere dei gangli di informazione dell’opinione pubblica? (Non sono forse i bambini, acculturati già in braghette ai proclami di regime, i suoi migliori sostenitori?)

Ma non è, questo pensiero, un omaggio eccessivo e immotivato alla loro intelligenza?

Non sono, invece, solo delle oloturie cieche che vanno all’impronta?

Nel dubbio su queste e altre motivate domande, torno a chiudere per eccesso di indignazione.

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13 risposte a Disegno intelligente

  1. Giacomo ha detto:

    Non c’è nulla di casuale nella strategia di queste forze politiche: il loro scopo è quello di distruggere lo spazio di valori condivisi e la coscienza critica che vi si radica per lasciare libero campo all‘oppressione (società autoritaria e identitaria) e allo sfruttamento (rinuncia alla giustizia sociale). Il grosso del lavoro è stato compiuto nei decenni passati mediante la televisione (erosione del pudore per l’ignoranza, cancellazione del valore dello studio, del miglioramento di sé); oggi si danno soltanto i necessari ritocchi legislativi, per consolidare le acquisizioni.
    La liquidazione della scuola fa parte del disegno.

  2. pessimesempio ha detto:

    Propenderei per le oloturie, ma non riesco a buttarla sul ridere.

  3. anfiosso ha detto:

    Non credo ci voglia intelligenza.
    Anzi, non è che non credo, ne sono certo: l’intelligenza nella vita non serve a un cazzo.
    Ci vuole solo tanta, tanta, tanta tenacia.
    (Se le oloturie sono cieche è perché vedere, evidentemente, è loro perfettamente inutile).

  4. mauro ha detto:

    proprio ieri sera dicevo ai ragazzi: non fidatevi ciecamente di Wikipedia, però essendo totalmente a nudo di informazioni sono andato lì.
    Dunque si nutrono di fango? Perfetto, la similitudine mi pare azzeccata.
    Dovremmo cercare di capire come trasformarci noi in quei pesci che Wiki definisce inquilini, mi pare una metafora da non trascurare! ;-)

  5. untitled io ha detto:

    il “piano” è vecchio di trent’anni. Non era del tutto profetico: certe cose non le aveva proprio previste. Quando lo rileggiamo oggi, spesso lo stupore e l’inquietudine ci impediscono di dare ascolto a una sensazione assai più banale, e cioè che si tratti di un disegno fatto con strumenti vecchissimi e dalle ridottissime qualità prospettiche – per esempio: è nazionale. Quello che voglio dire è che se smettessimo noi di dargli credito, il piano smetterebbe all’istante di funzionare. Ma noi siamo affascinati, sottilmente affascinati, dall’antico e misterioso dattiloscritto: forse ci farebbe bene vedere l’originale, e cioè vederlo per quel che è: una scartoffia ammuffita.

  6. caracaterina ha detto:

    Non si tratta tanto di profezie quanto piuttosto di strategie. Siamo animali e, nonostante le variabili che chiamiamo storia, ci muoviamo anche noi umani su pattern evolutivi più leggibili dagli etologi che dai sociologi. E comunque anche i modelli di presa del potere (e/o di rivoluzione) sono stati ampiamente tracciati da mo’. Ciò non toglie che le linee evolutive non siano soltanto il prodotto di strategie ma pure di caso, di fratture impreviste, di adeguamenti, certo, ma anche di grandi inadeguatezze. E, come ho già detto, di cieca stupidità. Mica solo delle oloturie, peraltro. :(

  7. untitled io ha detto:

    beh certo, un piano è un piano, ci mancherebbe che non fosse strategico. Volevo solo dire che quel piano si basava su una certa prefigurazione del futuro, e in questo non è stato profetico per niente. Avevano previsto il crollo totale della classe dirigente dell’epoca? NO. Quello del muro? NO. La globalizzazione? NO. Il digitale? manco per cavolo. E abbiamo nominato solo cose del secolo scorso, pensa te, le due o tre più banali. Banali, ma non certo di poco momento: hanno rovesciato il mondo, in effetti, e questi si trovano ancora in mano un piano “per l’Italia” – tanto valeva che lo chiamassero “per la parrocchia”! Pensavo quindi, che qualsiasi tentativo di opposizione dovrebbe (avrebbe dovuto, sigh) partire proprio da quelle “variabili” che dici tu. Da quelle fratture della storia, e soprattutto dalle inadeguatezze – del piano, ovviamente, non nostre. Invece noi partiamo sempre dalle nostre, e naturalmente ci affoghiamo dentro.

  8. Giacomo ha detto:

    Parlare di un piano credo che non sia corretto. Ciò che conta è l’obiettivo (rimasto sempre lo stesso). Stupisce la versatilità con la quale è stato perseguito.
    Versatilità del tutto assente nei piani di chi, dall’altra parte, ha fatto in questi anni l’opposizione o è stato al governo. Anche chi la globalizzazione o internet ha cercato di capirle e renderle terreno di dibattito non è stato in grado di “raccontare una storia” convincente per tutte le persone o almeno per molte.

  9. caracaterina ha detto:

    Sono tendenzialmente d’accordo, Giacomo.
    Quello che mi preoccupa davvero, in questo scorcio storico, è la latitanza della Politica. A destra non c’è politica ma puro esercizio del potere autoritario – e i toni e le parole di oggi ne sono una triste conferma. A sinistra latitano le iniziative, abbondano le inerzie.

  10. untitled io ha detto:

    Quando dicevo che davanti ai nostri occhi si sta srotolando un film la cui sceneggiatura risale a più di trent’anni fa, volevo dire che gli strumenti della rivolta, come pure eventualmente del dialogo, che pretendiamo di usare, sono il più delle volte completamente tagliati su quelle prospettive, arcaiche, su un modo di ragionare di potere e poteri rimasto identico, non perché indiscutibile ma perché noi non lo discutiamo. Questi, che il potere lo gestiscono, credono ancora ciecamente a quel modello strategico e non è vero, come dice giacomo qui, che sono incredibilmente versatili (considerazione che è già una cedere le armi) – non è vero e difatti, in questi giorni, si trovano comunque ad affrontare una baraonda, e di natura molto eterogenea per di più. Ma più che provare a inventarci un’altra “storia da raccontare”, che per quanto alternativa sarebbe comunque speculare (nella struttura) a quella che pretendono di propinarci, dovremmo pensare a come scardinare proprio il modello “storia da raccontare”, e a scardinarlo senza trovarci col culo per terra è chiaro. Pensiamo insomma al modo in cui tutto sto ribollire potrebbe, per una volta, non acquietarsi nella solita calma (nella solita stagnazione), e NON prendere una forma – la forma che si aspettano, poi. Pensiamo a come prolungare la tempesta, a come trasformarla in sisma permanente, pensiamo a modi più nascosti, ad agire in quei modi contro il quale il potere non ha mezzi di repressione da dispiegare perché non vede, proprio non ci riesce, il corpo da colpire. La mia sembra una mozione al disordine mi rendo conto, ma io penso che se una rivolta non deve finire in niente, in attesa che di capire dove si può andare a parare la cosa più importante è che non finisca. E perché non finisca, questa rivolta deve riguardare non solo la scuola, ma tutto intero il nostro modo di concepire il potere. Com’è stato per il 68, e come invece non è stato per il 77, per la pantera, etc. Una cosa del genere l’hanno detta degli studenti l’altroieri, mi pare: “ci nasconderemo, sarà impossibile colpirci”. Se riuscissimo a non vedere in questa dichiarazione solo una specie di esaltazione da wargame, ma anche la disperata urgenza di strategie diverse, forse potremmo trovare nostri modi, diversi da quelli degli studenti ma complementari, per stare al loro fianco.

  11. Giacomo ha detto:

    Per costruire una società ci vuole un discorso di fondazione che convinca gran parte dei suoi membri; ci vuole un discorso fascinoso ma non ottundente che parli alla gran parte – e la gran parte (forse tutti, in condizioni radicali) parla un linguaggio essenziale, fatto di fame, bisogno di sicurezza, esigenza di giustizia, ma anche invidia, risentimento, voglia di tirare giù dal trono il potente per schiacciargli la faccia, voracità ecc.
    Il problema è: fermarsi agli istinti e all’altezza del ventre (come fanno gli attuali dominanti – ed è stata questa la loro strategia vincente: dissolvere ogni modello culturale basato sul rigore e sullo studio per sostituirgli l’espressione diretta, l’esperienza, la vita, la “libertà” ecc. – e per questo, per la terra bruciata che hanno fatto nel regno dell’essere umano, hanno ricevuto la benedizione dei cristianisti, depositari di un antico modello alternativo di trascendenza e disciplina!) oppure partire da lì (istinti e ventre) per ricercare una trascendenza, un miglioramento di sé, un’autodisciplina che conduce a una crescita? Ma deve essere un progetto condiviso, collettivo, rivolto a tutti, radicato nello spazio pubblico, nella piazza.
    Le «strategie diverse», il muoversi di sbieco, il corpo invisibile ecc. significano unicamente eludere la necessità di rivolgersi a tutti, di fare un discorso pubblico, politico, di convocare l’assemblea facendo appello ai bisogni (alle paure, agli istinti ecc.) che conducono le persone fuori di casa. Significa fare letteratura, temo, e accessibile a pochi, per di più.
    Se parlo di “storia da raccontare” è nel senso, per esempio, del grande racconto contenuto nel Manifesto del partito comunista: una storia esaltante, piena di fascino, ma essenzialmente critica! (E che non sfuggiva certo lo scontro, né l’esigenza di delineare forme.) Quella storia ha parlato a tanti. Lo stesso hanno fatto i racconti nazionalistici e autoritari.
    La realtà è costituita da quegli orecchi, da quella sensibilità, da quell’attenzione – è quella carne (che può esaltarsi, per una microscopica variante inclinazione, ora per fratellanza e uguaglianza ora per gerarchia e identità) che ci portiamo addosso – sono quella carne e quegli istinti che devono essere educati. (Per questo la scuola, come luogo pubblico, in cui si tramandano le storie comuni – le idee fondanti, i valori collettivi – è centrale.)
    Manca una storia di spiegazione e fondazione, oggi a sinistra – ci sono solo savia amministrazione dell’esistente e, un po’ oltre, celebrazione confusa di istinti e velleità, temo.

  12. caracaterina ha detto:

    Ho letto la lettera di tal Roberto Iovino, a nome dell’Unione degli Studenti.
    Mi si è stretto il cuore: per la tenerezza nei confronti dell’ingenuità, per la speranza che siano le prime timide avvisaglie (ho anche visto ad Anno Zero qualche stralcio di assemblee universitarie e mi colpisce positivamente questo insistere sulla parola “futuro”, questo rifiuto del ripiegamento dopo vent’anni di “riflusso” giovanile – dico, la ricordate la parola-chiave degli anni ’80, no?), per la desolazione davanti alla povertà di riferimenti. Questi sono come esuli, sono stati tagliati quasi tutti i ponti col passato, tranne quelli che legano, debolmente, alla costituzione. Quasi come migranti che si apprestano a salire su qualche carretta di scafisti per arrivare chissà dove.
    Mah. Magari, però, fossimo quasi all’Esodo, anche se ancora tutto è da costruire. E c’è ancora da passare il Mar Rosso e da attraversare il deserto. Quarant’anni?!

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