Dipende

Penso ai muti dalla nascita. Penso a quelli che hanno il cervello rotto in qualche maniera e le parole gli escono in un modo inintelleggibile, incomprensibile, anche a se stessi. Penso a quelli che parlano, invece, normalmente, con tutta la fisiologia a posto ma non scrivono, e a quelli che scrivono ma usano pittogrammi o ideogrammi o scritture sillabiche e che, perciò, rappresentano il pensiero in modi tutti differenti dai nostri, modi che, per altro, io non conosco per niente. E mi viene anche in mente che Daniel Defoe, raccontando di Robinson Crusoe che incontra Venerdì, gli fa dire che gli insegna a parlare, solo perchè, naturalmente, il selvaggio non parlava inglese. D’altronde i barbaroi, per i greci … Ma non si tratta di semplice etnocentrismo, o del tanto chiacchierato politically corrected che sarebbe forse facile da aggiustare (ma forse no) e finita lì. E’ a queste faccende, fra altre, che mi fa sempre pensare il “non parla. È straniera” di Paolo Conte.

Penso, ancora, alle parole di un giapponese, le lessi in italiano in una traduzione dal francese che era la lingua che lui aveva usato per scrivere il libro: diceva, il giapponese, che arrivato in Europa si era trovato proprio a malpartito con la faccenda che noi dividiamo, anche se non ce ne accorgiamo, anche se proprio non lo vogliamo neppure, anche se filosoficamente adesso ci stiamo attenti e bla bla, noi dividiamo l’anima dal corpo. Tutto il nostro pensiero occidentale è basato su questo dualismo e lui, arrivato in Francia, da giapponese non ci si capacitava, non capiva come facessimo noi a pensare così.

Tutto questo per dire che noi abbiamo della parola e della scrittura un’immagine occidentale, che non prescinde dal logos, e che quando diciamo che la parola costruisce mondi, diciamo magari qualcosa di vero e di universale ma ci interroghiamo forse troppo poco sulla forma del mondo che intendiamo costruire. Come è fatto questo mondo e da che cosa è tenuta insieme la sua forma? Come avvengono le tras-formazioni?

 

Poche sere fa ero a cena in una casa dove non ero mai stata e dove non c’entravo praticamente niente, solo perchè sono la cugina di un amico fraterno del padrone di casa, e non si sapeva bene dove mettermi quella sera lì, che mi trovavo necessariamente sulle ghirbe di mio cugino, se non portarmi dietro, che così avrei pure fatto da 14a e avrei contribuito a scacciare la sfiga da quella casa dove quest’anno aveva colpito duro, e c’era perciò questa cena apotropaica, il compleanno del padrone di casa, che da qualche mese padrone però non è più per niente, di niente, da quando un’emorragia cerebrale gli ha tolto quasi del tutto la memoria lasciandogli dei brandelli con cui non si sa bene cosa costruire. Parlava poco, lui, ma per tutta la sera quello che ha detto è stato sempre appropriato alla situazione, e pure spiritoso, come era, mi hanno detto, quando era sano. E si appoggiava alla moglie, come se la riconoscesse in toto, mentre io so, dai racconti che mi avevano anticipato la storia, che non era stato così, quando si era ripreso, che non sapeva chi lei fosse, e neppure le figlie nè il nipotino, che gli abita in casa e che era nato da pochi mesi quando accadde il fatto, e che non è sempre così neppure adesso, che non si ricorda se ha appena mangiato o dormito e, spesso, non sa dove si trova, con chi si trova. E io mi sono sempre chiesta, da quando mi avevano raccontato questa vicenda, e me lo chiedevo anche l’altra sera, se lui lo sa davvero di aver perso la memoria, e mi dava l’impressione che sì, che se ne fosse convinto, e che in questa consapevolezza si muovesse cautamente, facendo attenzione a non dire nulla che fosse compromettente o imbarazzante. Avevo l’impressione che stesse simulando di conoscere benissimo tutta quella gente che stava lì, a festeggiarlo, che si costringesse a sapere che erano tutti i suoi amici più cari, con cui è cresciuto fin dalla nascita e fino alla soglia di questo suo compleanno poco più che cinquantenne, che si costringesse a fingere di riconoscerne la storia, e il parentado, e i modi di dire e di stare nella vita, e i lavori, e che riuscisse persino a volgere ambiguamente in scherzo, in battuta, in paradosso volontario, le eventuali ricostruzioni fallaci. E tutti, nel caso, eravamo pronti a crederci, a sostenere l’equivoco, a rispondere in burla. A orientarci fra le parole che non avessero contatto con la realtà per sospendere l’incredulità, per renderle credibili, vere. Ecco. L’autofiction. L’autorappresentazione necessaria a continuare quando il corpo sembra volerti buttare fuori. A continuare cosa ? Buttarti fuori da cosa ?

Quest’uomo è vivo, sta bene, si muove, non ha perso l’uso della parola, non so se sappia ancora leggere e scrivere, ma abita un mondo dove leggere e scrivere hanno una semplice funzione strumentale, sono semplici funzioni del lavoro. Di un lavoro assai poco intellettuale. E lui, in ogni caso, non può più lavorare. Era un imprenditore e si occupava in proprio della compravendita e del noleggio di macchine agricole e di camion. Una piccola azienda. Accanto alla casa c’è un grande capannone, una specie di hangar. L’altra sera il portellone scorrevole era chiuso ma io so che quel capannone è vuoto. So che gli amici hanno aiutato la moglie a vendere tutto, a liquidare l’azienda.

Ho notato che alle parole degli altri stava all’erta, cercando di non darlo a vedere, come capita ai sordi o agli stranieri che non conoscono bene la lingua. Se si decideva a parlare, usava frasi brevi, secche, pronunciate con un atteggiamento sornione e come con la preghiera di non prenderle sul serio. Frasi semplici, da cui era abolita ogni forma di subordinazione sintattica e come ripulite da ogni sospetto di storia verificabile. Anche se per me, per la nuova, per l’estranea, una storia l’ha inventata, costruendo una battuta con cui alludeva che ci fossimo conosciuti da ragazzi e che avessimo avuto, appunto, una storia. Gli è riuscita così bene che, incredibilmente, sono ancora qui a tentare di sciogliere il dubbio se la faccenda non sia accaduta davvero. Giuro che non mi ricordo niente del genere ma non potrei metterci la mano sul fuoco, perchè è verosimile, io quello lì so di averlo saputo da sempre amico di mio cugino, da quando conosco mio cugino che è più grande di me e che ho sempre frequentato raramente, data la lontananza, e i giorni d’estate trascorsi lì erano brevi e sono ormai molto distanti. Dice: vedi? Se avessi tenuto un diario. Ma non m’importa davvero il mio ricordo, la mia ricostruzione, la verità dei fatti. Non mi importa davvero di avere dei buchi di memoria e dei falsi ricordi e degli autoinganni verbali simili al racconto dei sogni.

Non mi importa che le parole stabiliscano la vera verità. A meno che non debba risponderne a un terzo, a un arbitro, a un giudice, a un perito, a uno Stato, a un sistema di regole la cui trasgressione comporta una pena, in tutti i suoi significati.

Quell’uomo inventa frasi per continuare ad avere relazioni umane, anche adesso che il suo corpo ha fatto fuori una gran massa di neuroni e che il suo cervello, allo stato attuale delle cure, è irreparabilmente danneggiato. Per un attimo, davanti a un’estranea, con le parole ha potuto inventarsi un passato e ricreare un presente. Alla presenza di un terzo ha tentato una relazione – non importa quanto debole, instabile, fittizia – con se stesso, per poter stare nel mondo degli altri insieme con gli altri. Che vita sarebbe (è) altrimenti la sua? Che senso avrebbe (ha), per lui e per tutti gli altri? Quell’uomo costruisce davvero un mondo e posso solo immaginarne la fatica. E’, il suo, il discorso di un io o il discorso di un noi? Si può immaginare quel discorso di un io senza quello di tutti gli altri, compresa persino la me di quella sera? Che cos’altro significa, costruire un mondo, se non costruire un mondo nostro? D’altronde, lui costruisce in se stesso, per sè, un mondo che, se lui non facesse questo sforzo (se lui non ne fosse capace, se lui non ci fosse più) pur con qualche tras-formazione, con poche o tante differenze continuerebbe ad esistere comunque, perchè il mondo, ogni mondo, anche quello piccolo, circoscritto, in cui capitiamo e con cui interagiamo più da vicino, ci preesiste, e la trasformazione che il discorso che ciascuno di noi, singolarmente, vi apporta difficilmente lo disintegra davvero, anche quando arriva al mondo qualcuno il cui discorso è una bomba. La costruzione del mondo che quell’uomo fa non è altro che un reciproco adattamento della forma del mondo che c’è già.

Quell’uomo, quando parlava, lo faceva in dialetto. Non so se ricordi l’italiano e quella sera non ho avuto occasione di rendermene conto. E’ un dialetto che capisco benissimo ma che non parlo. Sarei comicamente patetica se tentassi di farlo. Gli altri mi si rivolgevano in italiano. Abbiamo scoperto delle quasi parentele in questo modo. Siamo in un mondo in cui molti possono passare indifferentemente da una lingua all’altra. Questo, per esempio, anche a una mia vecchia zia è quasi impossibile, la sua posizione è speculare e corrispondente alla mia: capisce l’italiano in ogni sua forma scritta o parlata ma non lo usa mai. Vari aspetti della forma dello stesso nostro mondo. Questi diversi aspetti ci rendono degli io differenti ma interrelati. Da quel mondo viene il mio dna, viene il mio corpo, viene parte del mio pensiero per lo più inconsapevole, viene parte della storia senza la quale io non sarei al mondo. Tuttavia, di quel mondo io non pratico la lingua, non ne pratico i mestieri, non ne apprezzo granchè il paesaggio, non mi piacciono le persone che, venendo da quel mondo, ci governano. Quel mondo non è mio. Quel mondo è il mio. Il mio discorso, dunque, è fatto di continue mediazioni. Della rappresentazione, ricercata, faticosa, continua, di relazioni.

Perchè nient’altro si fa, ovunque, in ogni ambiente, con tutti i supporti e i mezzi a nostra disposizione, se non questo stabilire, intrecciare, sciogliere, rinsaldare, dimenticare, modificare relazioni.

L’io non esiste al di fuori di una relazione e, se c’è una relazione, c’è, per forza e necessità, un noi. Anche all’interno di uno solo. E se c’è relazione c’è pure, per forza e necessità, un fuori dell’io, tanti più fuori quanto più l’io è capace di scindersi senza perdere legami. Così come c’è uno stare dell’io dentro alla relazione, dentro a un sistema (imperfetto, perfettibile, funzionale, disfunzionale) di relazioni. E la forma è praticamente un sinonimo di relazione. Saper cogliere, accogliere, scomporre, costruire una forma non è altro che questo mettere/si in relazione. Quanta nudità, quanta verità c’è in queste relazioni, è evidente, dipende.

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4 risposte a Dipende

  1. Nostalgia ha detto:

    Ho letto che è’ tipico delle persone colpite da ictus, da emorragia cerebrale o che si trovano in difficoltà ricorrere al linguaggio naturale il dialetto se per loro è stata la lingua di “famiglia”. I meccanismi della mente sono incredibili. Il comportamento dell’amico di tuo cugino è molto simile a quello di mia mamma. Annullata la memoria recente, ma presente quella lontana sa tenere banco, fare osservazioni spiritose e argute e ingannare chi non sa della sua malattia. Usa anche lei un repertorio di frasi fatte e quando è in vena cita proverbi, poesie ( quelle che io le ripetevo a memoria alle elementari e alle medie) e canta. Quante volte mi sono domandata sta recitando un copione per noi? Cosa ha provato quando si è accorta di perdere i colpi e di non essere più quella di una volta? Perchè non mi ha detto nulla? Perchè non me ne sono accorta subito? Cosa ha provato papà che giorno dopo giorno la vedeva cambiare e cercava di proteggerla? E’ dolorosissimo vedere il lento e inesorabile deterioramento dei tuoi cari, ma ho imparato a farmene una ragione grazie a mia mamma. Lei è attaccata alla vita, è serena e accetta tutto badanti comprese. A volte mi chiedo pensa ancora? Non si lamenta mai perchè tutto va bene, perchè ha perso i contatti con la realtà o perchè non vuole darci fastidio? Ma allora, in berba a tutti i test, è malata o no?

  2. pessimesempio ha detto:

    C.V.D. , vale a dire Come Volevasi Dimostrare. Con tutto il rispetto.

  3. caracaterina ha detto:

    @pessima: non so che dire, perchè la tua battuta non la capisco, proprio letteralmente, mi sguscia via da tutte le parti, va di qua e di là per i campi dei significati e non ci cape proprio, dentro alla mia testa. Chi voleva dimostrare cosa? chi/cosa cè da rispettare?
    @ciao, Nosty! Sai, ho l’impressione che adesso, proprio adesso e proprio qui, lo devo proprio spiegare che i tuoi interventi qui dentro (che a me mi fanno sempre tanto contenta) vengono da tutto un andirivieni fra qui dentro e là/lì fuori, un andirivieni pieno di buchi e di altre parole che, invece, quei buchi li riempiono ma che, in moltissimi casi, non sono nè le mie nè le tue. L’ho spiegato? Boh, forse no.
    Però ieri sera ero al Ducale con la G. e c’era questa presentazione del libro di questo giovanotto e si parlava della molteplicità dei mondi, dei mondi che invece certi discorsi e certe persone – si parlava in particolare di Odifreddi – vogliono ridurre a uno, il mondo dei dati, il mondo dell’identità (dell’identico). Ecco, i test sono al servizio di quelli che appiattiscono, sequenziano (e tu, Nosty, proprio tu non ne sai un sacco un sacco più di me di quei discorsi lì?). Ma poi le cose si complicano, uh, se si complicano e non è anche, come nel caso di tua madre, una grande risorsa?

  4. pessimesempio ha detto:

    Sì, in effetti è una battuta che capisco solo io. Riguardava solo la pertinenza, ma chi sono io per giudicare la pertinenza? Quindi, come non detto.

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