Storie naturali della distruzione

Fino ad ora, mi pare, è accaduto solo per un anno che la sua enunciazione abbia perso ogni connessione col calendario, con la storia, con i fatti, e sia divenuta un sostantivo in cui la connotazione ha risucchiato ogni altro livello di significato. Questo anno è il 1848. Un Quarantotto.

Forse potrà accadere un giorno anche per il 1968. E’ su una buona strada ma ho qualche dubbio, è più probabile che si perda, che non ci sarà mai un Sessantotto.

Forse, chissà, è invece possibile che ci sia, un giorno, un Undicisettembre, per definire un tracollo, una frattura distruttiva, insanabile, violenta. Una Fine, simile a quella raccontata un tempo da Jim Morrison. 

E’ proprio un inaudito tipo di racconto, infatti, che potrebbe fare dell’11 settembre 2001 un Undicisettembre. Non conta, al riguardo, solo l’importanza simbolica del bersaglio, non importa il solo fatto sconvolgente dell’attacco al cuore del paese più potente del mondo, cosa che già è bastata, in passato, per creare antonomasie, penso ad Attila, per esempio. Bastasse il potere, la potenza piagata e umiliata,  allora sarebbe divenuto antonomastico, magari, anche il 405 d.C., con la flagellazione di Roma che tanto sconvolse, e a ragione,  l’intellighentzia antica. Che i giganti possano essere messi in ginocchio appartiene, in questa parte di mondo almeno, al racconto biblico e non ci vuole poi tanto a rievocarlo. [Bastava molto poco, in effetti, per immaginare che gli U.S.A. potessero trovarsi a subire questo destino storicamente normale, tanto poco che persino io, semplice e anonima osservatrice dei notiziari dal mondo, non fui stupita affatto quando ricevetti la notizia sul cellulare mentre ero per strada in tutt’altre faccende affaccendata, e non sono mai riuscita a capire come mai nessuno fra i miei conoscenti aveva provato, già giorni prima, quella consapevolezza che qualcosa di enorme stava per succedere dopo aver saputo che in Afghanistan avevano fatto fuori Al Masoud. ]

E comunque, dicevo, perché si crei nella lingua un Undicisettembre, ad ogni modo ci vuole il racconto, perchè non basta nemmeno la visione in diretta contemporanea mondiale dell’evento. E’ dal 1969 che vediamo dirette contemporanee mondiali di eventi epocali, sebbene non tutti così distruttivi. Non basta nemmeno che sia la morte di massa di indidivui comuni a costituire l’oggetto della visione in diretta contemporanea mondiale, per quanto impressionante.

L’aspetto assolutamente unico dell’evento dell’Undicisettembre e che lo sostanzia tanto da poterne fare un sostantivo, se accadrà,  sta nel fatto che quei morenti hanno raccontato, a voce, a parole, la loro morte personale nel corso di un epocale evento di massa. E che il loro racconto è rimasto registrato non solo nella mente dei superstiti e dei testimoni affettivi che lo hanno ricevuto, non solo nella lettura priva di sensori di carte lontane, ma sulle tracce elettroniche dei cellulari a disposizione del mondo. Noi possiamo non soltanto sapere, non soltanto sentire ma continuare ad udire la loro morte. Non è mai successo per nessun altro morente della storia, non per i milioni marciti nelle trincee e sui fronti, non per i milioni disintegrati sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, non per i milioni annullati in ogni tipo di lager.

Ed è per questo,  per il racconto ascoltabile ovunque, che l’incendio della Thyssen Krupp è stato l’Undicisettembre della classe operaia.

Questo ho pensato, stamattina, mentre chiudevo le valigie destinate a partire prima di me e di mia madre, ora che andremo a raccontare le cose come è sempre accaduto, come continua ad accadere ancora, come se l’Undicisettembre non fosse mai esistito, davanti a zia Jones che, come mio padre, se n’è andata anche lei in silenzio, in questa estate di pena.

Quando ieri, dopo la notizia, ho letto un poco qui dentro, non ho potuto non pensare a mio padre, che finalmente ritroverò domani (come parleranno, adesso, loro due, quando saranno a pochi metri di distanza l’uno dall’altra, sussurreranno, forse, loro che non hanno mai bisbigliato?). Ci ho pensato quando ho letto le parole di Alice Munro, che io ho trovato dapprima nella mia lettura di Anna Setari, ci ho pensato quando ho letto le parole di un’amica (che non linko perchè so che ha l’accesso filtrato) nel post a proposito del padre suo. Ci ho pensato quando ho letto alcuni dei testamenti biologici che Mozzi ha invitato a pubblicare.

Mio padre, nel suo silenzio, è morto bene, all’antica. Dimettendosi dalla vita, anche prima di ammalarsi,  poco a poco, senza tristezza e senza depressione, solo perchè sapeva che era tempo, che è necessario lasciare spazio. Senza alcun egoismo.  Mi ha lasciato un’eredità di vita e ha fatto in modo che la potessi avere con naturalezza. Ci sono stati due momenti in cui mio padre mi ha “detto” esplicitamente  ciò che voleva, e che io sapevo già. Due giorni prima che morisse, aveva avuto una piccola ripresa, di quelle illusorie che accadono sempre. Gli avevo detto che stava meglio, accarezzandolo forse con troppo dolore. E ho incontrato la smorfia di disperazione e di rabbia che aveva accolto quella mia frase che voleva essere rasserenante.  Allora l’ho abbracciato e baciato, facendomi spazio tra i fili e le valvole, ma non ricordo se ho (no, non credo proprio di aver) avuto già in quel momento la forza di dirgli a voce quello che avevo da tempo pensato e che so di avergli detto dopo, solo quando ho creduto che non potesse più sentirmi: che se voleva andare via era proprio giusto, davvero, che facesse quello che sentiva.  Mi ha “parlato”, poi, dinuovo una volta, un’ora prima di morire, quando ha aperto gli occhi, mi ha visto ed ha avuto per me, come altre volte in salute e in malattia, uno sguardo sereno, come fosse appagato che io fossi lì, come se tutto quello che aveva fatto si fosse compiuto, e in piena giustizia. Ha richiuso gli occhi e, insieme, abbiamo aspettato.

Mio padre non ha avuto bisogno di un testamento. E neppure zia Jones che, a differenza di lui, ha però voluto lottare più a lungo, ma non troppo, non tanto da rendere insopportabili la vita e la morte.

Io non so se potrò e, eventualmente potendolo, se saprò, lasciare un racconto. Ma non credo di avere bisogno di lasciare un testamento. Non ho eredi di nessun genere. I parenti sono lontani e non abbiamo reciprocamente grandi poteri e/o responsabilità.  Se dovessi trovarmi alla fine prima di mia madre e di mio marito, lui sa da sè cosa fare e lei non sarebbe in grado di fare nulla. Se l’ultima sarò io, sono certa che, qualunque sia il giudizio che ora posso esprimere sui suoi scopi e motivazioni, chi ci sarà farà di me ciò che gli è più utile, e per me non avrà nessuna importanza: se il mio corpo avrà ancora qualcosa di utilizzabile lo si usi, altrimenti che lo si bruci, che si faccia spazio.  E forse è proprio questa l’unica libertà autentica che la solitudine può offrire.

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