chist’è o paese do sole

Ci sono gesti che mi mettono paura cieca: la sinusoide spastica e spiralitica dei corpi delle bisce minacciate, il volo erto frontale, diretto, velocissimo e rombante del calabrone in attacco. Lo stesso effetto mi fanno le urla ritmate, i battiti convulsi di mani a tempo alternati alla tensione delle braccia larghe alzate al cielo dei tifosi ultrà. Da alcuni anni capita spesso che gruppi di ragazzi li riproducano quasi quotidianamente a scuola, in qualche intervallo rubato. I modi ultrà sono infiltrati ovunque, fra i padri e tra i figli, tessuti insieme alla fibra degli accappatoi infilati dentro alle sacche da football ricomparse la settimana scorsa, alla sera, sulle spalle di ragazzi abbronzati a far vasche sulla via centrale, prima di “andare ad allenamento”.  E aumenta sempre di più l’abitudine giovane e schifosa a scracchiare per terra, tanto che abbiamo dovuto attaccare i cartelli VIETATO SPUTARE in vari punti dei cortili della scuola. Come stavano sui tram di quand’ero bambina. Allora già mi stupivo e pensavo che fosse un avvertimento per certi vecchi, adesso vedo che appena può sputa ogni calciatore, col nastrino fermacapelli in testa e in favor di telecamera.

Ho fissa in testa l’idea che, fra i poliziotti che hanno accolto e scortato con grande rispetto e connivenza gli ultrà napoletani a Roma, molti fossero quelli che sette anni fa si trovavano qui, alla Diaz e a Bolzaneto. Di certe sante alleanze sono piene le Fosse.  

Ho voglia anch’io di imparare a picchiare. Magari a sparare.

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20 risposte a chist’è o paese do sole

  1. mauro ha detto:

    Non si può iniziare con la paura e finire con lo sparare.
    Anzi: è comprensibile, è quasi automatico; moltissimi degli scaracchianti cui alludi mai la confesserebbero (la paura) ma a sparare (non soltanto parole e insulti) sembrerebbero pronti e quegli altri (al governo) approntano i dischi coi centri concentrici (un tampo erano stelle gialle o triangoli viola).
    Io ho provato a farglielo vedere “Ferie d’agosto”, ma Fantastichini mica li disturba: assomiglia al vicino di casa o, peggio ancora, al papà.
    Connivenza è la parola esatta (non mi pare d’averla letta anche sui giornali di sinistra, però. Quei giornali passati da De Gregori a De Gregorio…, vabbè).
    Connivenza, come ai tempi del biennio rosso, uguale. Ma è roba da ultimo mese di scuola, si va via di corsa….
    Troppo.

  2. caracaterina ha detto:

    Il biennio rosso si fa a gennaio, massimo febbraio. Sono gli anni 7080902000 che si fanno a rotta di collo l’ultimo mese :)/
    Anni fa ci avevo pensato, a imparare a sparare. Ero già troppo vecchia per imparare a picchiare. Ma poi ci ho rinunciato, perchè non sono mica sicura che, avendo un’arma, saprei NON usarla. Vale anche per il tiro con l’arco, che mi piace tantissimo e che provai in una gioventù in cui non sapevo neppure che esistesse la parola Zen.
    Adesso, poi, che sono una pacifica signora inetta … ;)
    Ma quella di cui stiamo parlando adesso, che stiamo vivendo, è tutta un’altra dimensione, pressochè hobbesiana.
    E per uscirne, dico sinceramente, che non m’importa che abbiano messo fuori 5 delinquenti. Non è questo il punto, per uscirne. Per uscirne, i poliziotti di uno stato sensato, con un ministero degli interni sensato, avrebbero dovuto aspettare gli altri 1000 a Roma e prenderli a uno a uno a randellate sui denti, che tanto sanno benissimo come fare.
    Ma è troppo oppositivo, evidentemente, prendersela col questore di Napoli, con quello di Roma e col ministero degli interni, troppo frontale. No, meglio sbagliare bersaglio e lagnarsi che li hanno messi fuori, offrendo su un piatto d’argento una pietanza doppia alla maggioranza: sopra uno strato di “la magistratura è indipendente e si limita ad applicare la legge”, sotto “la magistratura è una manica di giudici inetti e inefficienti, meglio stroncarli”.
    Bravo uolter, veramente geniale.

  3. Giacomo ha detto:

    Fra ultras teppisti e picchiatori in divisa c’è un evidente tratto comune: gli uni e gli altri sono sostanzialmente tutti maschi. Non metto in dubbio che si possano individuare casi di violenza fisica e morale compiuta da donne – e ce ne sono, segnalati spesso come fenomeni da baraccone, dando prova di una sorta di misoginia e maschilismo doppi: “hai visto, anche le donne, che sembrano/dicono di essere diverse…” e “venghino signori, qua si vede la donna-bestia” ecc. Tuttavia, la violenza più pericolosa (perché compiuta in spazi pubblici e carica di implicazioni pubbliche: gli ultras che assaltarono la stazione di polizia a… Roma? non ricordo, stavano compiendo un atto “rivoluzionario”, di guerra… Le forze dell’ordine che “pestano” i dimostranti affermano una logica e un comportamento dello Stato paralleli e alternativi [anzi: più veri] di quelli che passano attraverso le leggi: il vero volto dello Stato, che non tollera il nemico interno ecc.); questa violenza estrema per bande, tribale iniziatica politica, mi pare un affare essenzialmente maschile, nel senso che è frutto di una società ancora essenzialmente maschilista, che impone modelli violenti, sottilmente, impercettibilmente, ambiguamente violenti ai propri figli (maschi), convincendoli che la violenza crea l’ordine, che cementa l’identità, che rende adulti, che, sotto forma di aggressività, onore, appartenenza, esclusione ecc. rende migliori e più saldi sulle proprie gambe…
    Forse sto dando prova di maschilismo proprio nel fare queste affermazioni, ma sono convinto che è su questo aspetto del problema che ci si deve concentrare.

  4. pessimesempio ha detto:

    Sì sì sì, anche i miei figli sputazzano per terra. Fa molto maschio, evidentemente. Tanto per restare in linea con i commento di sopra. Che condivido su questo aspetto, anche se mi pare che i messaggi violenti lo siano sempre meno sottilmente e ambiguamente. Il discorso va di pari passo, mi pare, con la violenza che i maschi mostrano nei confronti delle donne, ad esempio di quelle che decidono di lasciarli.

  5. caracaterina ha detto:

    Se la buttiamo davvero su maschile/femminile rischiamo di finire nell’iperuranio, dove sto parecchio a disagio.
    Che la violenza organizzata e strutturata in modalità considerate “socialmente utili” stia nella storia degli umani è vero, che i soggetti che hanno fatto da protagonisti nella storia siano maschi è vero pure. Come è vero che in tempi tendenzialmente o smaccatamente violenti le donne – e tutte le componenti considerate “deboli” della società – sono oggetto di sopraffazione.
    Ma io non credo che questo basti a regolarsi in tema di gestione della violenza.
    Quanta “violenza” avrò bisogno di esercitare io, ad esempio, nei confronti delle mie tre classi – effettivamente quasi tutte maschili – dove senza dubbio albergano diversi ragazzi addestrati a vario titolo al clima da stadio e quindi a tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti? Quanto potere? Quanto potere repressivo?
    E come rendere armate, affilate, le mie parole, le mie spiegazioni storiche e letterarie, in modo che ne ferisca più la lingua che la spada?
    Perchè al di là dei massimi sistemi cerchiamo di ricordare che il problema sociale e politico ormai, per noi italiani, è la convivenza col vicino di casa. E che la sopraffazione, ormai, è nella quotidianità dei gesti più semplici.
    Up patriots to arms, engagez vous. La musica contemporanea mi butta giù. Sì, ma è la musica che gira intorno. E la dobbiamo ballare.

  6. Giacomo ha detto:

    Non so se siano «massimi sistemi»: credo che chiarire certi punti sia importante proprio allo scopo di decidere che cosa si vuole fare. Se si è un maschio, per esempio, al fine di studiare i propri comportamenti, le proprie abitudini di pensiero, per scoprire quanta violenza strisciante vi sia presente ecc.; e per cercare di “smontare” questi meccanismi. Magari, provando anche a far notare (un po’ per scherzo un po’ no) ai maschi più “illuminati” con i quali si ha a che fare i comportamenti e le parole cariche di violenza “sottile” da loro usate. Per quanto mi riguarda – e mi permetto di citarla – «il problema sociale e politico ormai […] è la convivenza» con me stesso, in quanto maschio. Mi rendo conto che il livello è ristretto, individuale, privo di proiezione sociale… Ma finché mi sentirò a disagio con me stesso, ho paura che mi sarà difficile andare avanti.

    Quanto alla dimensione scolastica del problema, non esito a credere che sia drammatica, stando a quanto ho sentito da alcuni docenti (lavoro come redattore di testi scolastici). Immagino che lì ci si confronti davvero con la somma (famiglia + infl. mediatiche + gruppo) dell’addestramento alla violenza di cui parlava sopra.

  7. pessimesempio ha detto:

    Il rapporto nelle classi non l’ho mai analizzato in termini di violenza, a meno che tu non voglia definire come tale il rapporto di potere che si corre il rischio di instaurare in quanto insegnanti. Ma mi pare proprio che di potere lì dentro oggi ce ne sia rimasto ben poco per noi e che anzi la questione sia come acquisire semmai autorevolezza o semplicemente come avere un riconoscimento. Non più potere, quindi ma potenza. Non per fare la filosofa, ma mi sembra che la difficoltà nostra- di noi insegnanti- stia proprio nel dover ottenere il riconoscimento che prima ci veniva automaticamente per il solo fatto di essere insegnanti e che adesso invece- per questini che conosciamo e che non sto qui a dire- ci viene negato da tutte le parti. Non è facile trovarlo dentro di sè e basta, soprattutto se ti domandi-come faccio io, ad esempio ma non solo io- che tipo di cultura vai a trasmettere, cioè se non ti adegui allo streotipo (antico, quello che la gelmini cerca di riproporre) del docente.
    (spero di essere stata almeno un po’ chiara)

  8. caracaterina ha detto:

    Il rapporto insegnante-allievo è, oggettivamente, un rapporto di potere. Indipendentemente dai modi in cui questo potere venga esercitato. Voglio dire, si può essere dialettici, persuasivi, rispettosi e respettivi, affascinanti, generosi, persino collusivi, adottare metodiche relazionali e pedagogiche particolarmente attente ecc. ecc.
    Resta un rapporto di potere, e sarebbe bene che venisse tenuto a mente e non nascosto sotto i tappeti del rimosso.
    E’ chiaro che, nelle persone coscienti, del potere ha il risvolto della responsabilità e non quello dell’arbitrio ma, trattandosi di un rapporto di potere ha in sè i caratteri del conflitto, con chi,ovviamente, questo potere non ce l’ha.
    Come tutti i poteri, soprattutto quelli di natura sociale, ha bisogno del consenso. Un tempo, taaaanto tempo fa, era un consenso obbligato, tutta la struttura socio-politica-culturale verticistica inclinava al rispetto dei maestri, che tenevano le pezze al culo come oggi ma potevano fregiarsi di autorità.
    Potevano permettersi persino di essere autoritari. In tempi fortunatamente più democratici all’autoritarismo si è sostituita la ricerca dell’autorevolezza. Benissimo. Ma il consenso è, socialmente parlando, venuto meno lo stesso. Non per colpa dell’autorevolezza sostituita all’autoritarismo, sia ben chiaro, ma per via di un certo qual rivolgimento del mondo occidentale che non si può certo stare a descrivere qui tanto, comunque, tutti ne siamo stati protagonisti e testimoni.
    Ma, senza consenso, senza autorevolezza, senza autorità, tuttavia manteniamo un potere.
    Ergo, siamo, comunque, in conflitto.
    E dov’è un conflitto senza una certa qual dose di “violenza”, per quanto sublimata?

  9. caracaterina ha detto:

    Ah, in definitiva:
    essere donna non esime dal conflitto. Se non voglio essere vittima, dovrò pur lottare.
    E dov’è una lotta senza una certa qual dose ecc. ecc?

  10. caracaterina ha detto:

    (a parte)
    (come a teatro)
    “… DOVRO’ pur lottare” … Falso. Falsissimo. E’ stranoto che essere vittima c’ha il suo gusto e il suo tornaconto.
    (fine dell’a parte)

  11. mauro ha detto:

    Io insegno in un serale, quindi la cosa assume aspetti non esattamente coincidenti con il vostro punto di vista. Tuttavia …
    Esiste sicuramente una grossa fetta di allievi che “chiede” autoritarismo prima che autorevolezza (al diurno saranno le famiglie, al serale gli allievi) Sembra strano, ma credo sia così.
    Proprio per questo, al contrario di quanto afferma caracaterina, credo che il conflitto non esista.
    Il potere che ancora manteniamo è quello di scrivere un voto sul registro (adesso anche quello di condotta), ma mancando di consenso sociale non è nulla di più di un potere fittizio. Genera incazzature, al massimo, ma il conflitto è un’altra cosa.

  12. caracaterina ha detto:

    Non è fittizio. E’ minuscolo, parziale e, di per sè, in conflitto anche, come dire, con se stesso.
    Non è un caso che la Gelmini abbia reintrodotto il 7 in condotta. Un’operazione con cui sono d’accordo (l’unica) ma assolutamente illusoria. Inconsistente. Uno specchietto per le allodole al pari dei grembiulini (utili anch’essi) volta a far accontentare qualche aspetto delle componenti sociali.
    Il vero potere che avremmo, quello di formazione di un’opinione pubblica, si guarda bene dal fornire le condizioni perchè si eserciti. Anzi.
    Ma che questo sia un grande potere (in potenza) lo sa, per esempio, la nostra santa madre chiesa. Vedi mai se ci ha rinunciato! Vedi un po’ se non esige sempre imperiosamente che si determino le condizioni per esercitarlo.
    Depotenziare (demolire) il potere potenziale della scuola pubblica, della scuola dello stato democratico (non semplicemente della scuola di stato, che è stato pure quello assoluto), beh, non realizza la situazione di un conflitto?

  13. mauro ha detto:

    Oh! sì, certo, ma non basta che ci siano le condizioni per, un conflitto bisogna volerlo combattere. Non so se siamo compatti e attrezzati.
    E poi s’era partiti dal conflitto insegnante-allievo (che io negavo), non è certo con loro che dobbiamo combattere (prioritariamente) per riappropriarci del ruolo di formatori delle coscienze. O no?

  14. caracaterina ha detto:

    Nè compatti nè attrezzati, maledizione! (nonchè corpo di mille bombarde ecc. ecc.)
    Quanto a confliggere con gli studenti certo che no, ma ad essere competitiva e concorrenziale, e a vincere, (non semplicemente come singola prof)rispetto a certi modelli – vedi sopra – che amano molto, ci terrei eccome!

  15. mauro ha detto:

    Bueno, Vamos a matar allora

  16. pessimesempio ha detto:

    Ma se non si fa più neanche sciopero, quale matar y matar? Il conflitto con l’autorità costituita è dall’inizio della carriera che lo combatto, sia dentro (molto) che fuori, così come combatto tenacemente, nel tempo, il conflitto con la cultura costituita, quello a cui sono più affezionata e nel quale mi sento anche più ferrata e in un certo senso anche più “vincente”. (sì, lo so ci sarebbe molto da dire, ma so che dalle mie ore sono passate voci che altrimenti non si sarebbe neanche sentite sussurrare, e me ne faccio vanto, olè). Il problema, come va dicendo caracat, è la solita solitudine del teacher. E lì casca l’asino.

  17. caracaterina ha detto:

    Ma noi SIAMO l’autorità costituita, o pessimaexempla!
    Lo siamo sia a livello individuale, in quanto persone adulte nei confronti di ragazzi e questo è il livello minimo, esistenziale, parentale, psicologico, come vogliamo chiamarlo e quello è un aspetto non separato dall’altro ma diverso, sebbene integrato (cosa che complica non poco la faccenda, il nostro mestiere essendo fatto di relazioni “affettive”).
    E lo siamo in quanto dipendenti statali, rappresentanti dello stato, all’interno di una istituzione statale. Ora, si tratta di decidere di quale stato (autorità costituita, oggettivamente piena di potere) vogliamo essere rappresentanti. Per quale stato ci mettiamo la faccia. Non per quale ministro o burocrate o funzionario ma per quale stato.
    Combattere “contro l’autorità costituita”, sempre e comunque, è una sorta di anarchismo eversivo, idealmente parlando, che indebolisce ed espone a restaurazioni come quelle in corso.
    Ma possibile che l’espressione “senso dello stato”, per un italiano, debba evocare sempre e comunque immagini destrorse e dittatoriali o, se proprio ci va bene, ottusamente burocratiche? Immagini fetecchie e da combattere?
    Sì, cazzo, è possibile.

  18. Giacomo ha detto:

    Queste riflessioni sono interessanti, ma presuppongono tutte, mi pare, una forte consapevolezza, da parte dell’insegnante, del proprio ruolo, funzione ecc. Voi dite che un/a docente giovane, inserito nella sua prima classe, acquisisca rapidamente coscienza delle relazioni di cui parlate, del gioco di rappresentazioni, aspettative, status percepiti, proiettati e non so che altro che avete descritto? Il problema dell’autorità, del comando, insomma, del modo in cui esercitarli, dite che parla con la voce dei fatti? Che “insegna” rapidamente all’insegnante?
    Perché il dubbio che mi sorge è che le vostre riflessioni siano frutto di una consapevolezza che è extra scolastica: politica, ideologica ecc. (ben venga se c’è, ovviamente) e che nell’ambito scolastico trova applicazione – giusta applicazione, visto che in quell’ambito si formano coscienza critica e spirito civico ecc.
    Nelle SSIS insegnano a gestire il conflitto ecc., a “diventare” insegnante? Lo si può diventare senza essere, prima, “intellettuali”? Oppure diventarlo implica diventare, in qualche misura, anche intellettuali – nel senso, banalmente, di osservatori critici della realtà? Come se questa fosse l’essenza del mondo dell’insegnamento.
    E poi: voi trovate una connessione fra il problema umano, sociale dell’autorità e del comando che vivete con i vostri allievi e ciò che insegnate – immagino: lettere, storia, filosofia ecc., discipline in cui i rapporti umani e la violenza sono oggetto di riflessione, di espressione ecc. Potete passare dal caso concreto alla riflessione che permette di comprenderlo. Ma per insegnanti di discipline scientifiche, tecniche, professionalizzanti ecc. (escluderei forse il diritto) il rapporto di comando e ubbidienza rischia di restare sospeso nel nulla, un problema da risolvere (male o bene) nel chiuso della propria coscienza, senza che però possa diventare oggetto di dialogo fra insegnante e allievo nella cornice dell’insegnamento. E occasione di formazione. E qui si torna a ciò che è insegnato esplicitamente negli istituti di formazione dei docenti in merito al rapporto insegnante-allievo, all’autoritarismo/violenza impliciti in essa ecc.

  19. caracaterina ha detto:

    Delle SSIS non so dire niente, Giacomo. Della formazione degli insegnanti prima delle SSIS, tutti, credo, più o meno sanno che è affidata al “campo”, alle doti personali, al buon senso, al senso comune, a qualche corso di aggiornamento piuttosto inutile, alla preparazione specialistica o dilettantistica su temi pedagogici. Alla paura del conflitto e a una serie di tentativi per smussarlo.
    Credo che il tema della violenza sia uno dei grandi tabù della civile società contemporanea.
    Della violenza se ne parla solo in forme proiettive, figuriamoci se il perbenismo scolastico non si adegua.

  20. Giacomo ha detto:

    Sì, immagino.
    (Spero che le mie domande non appaiano “vampiresche”; è solo che il mondo degli insegnanti, proprio per il lavoro che faccio, mi risulta al tempo stesso contiguo e lontano. Cerco quindi di capirci qualcosa…)

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