Parole dall’ospizio

Silenzio e lontananza perché, semplicemente, qui dentro (qui fuori?) non c’era quello di cui avevo (ho) tanto bisogno. Ad esempio: il tempo per fare la coda all’Ufficio Protesi o dal medico di base, e mica per una volta sola, i plateau di acqua gelificata (meglio il gusto ribes, granatina o pesca?) da portare avanti, e anche indietro se un barattolo é fallato, dalla farmacia, per un numero totale di dosi 144 al mese, le autoambulanze, le comode, le pellicole le bende e il betadine per le piaghe aperte e che non si richiudono mai, le parole da dire alle infermiere brusche o gentili o scivolose di varia nazionalità, le carezze per mio padre e le isterie per mia madre. E, soprattutto, un criterio per il futuro da scegliere: escludendo per ora il cimitero, restano la casa e l’ospizio. In un duello all’ultimo sangue trattasi della scelta delle armi. Senza padrini.

A proposito, però. Si imparano tante cose. La sigla RSA è una: Residenza Sanitaria Assistita. Di Mantenimento se si tratta di ospizio definitivo, se temporaneo, invece, di Riabilitazione. E’ stata la prima battaglia vinta, per telefono, con la geriatra, mai vista per via che gli orari nostri non combaciavano in nulla nonostante tutto il tempo da me raccattato. Riabilitazione, finalmente. Dopo un mese esatto. Ed è pure una bella struttura, tutta nuova e con un personale qualificato. Naturalmente il personale è in agitazione (e di conseguenza io pure, sebbene con altri significati), naturalmente c’è chi vuole privatizzare. Perchè non si può mica andare avanti così, no? Che i vecchiardi malati siano ben assistiti per due mesi a spese dei contribuenti e che si paghi una misera quota di 45 euri al dì solo a partire dall’eventuale 61^ giorno di degenza per un massimo di quattro mesi ulteriori è un’indecenza per quanto è fuori mercato. E importa a pochi e nulli che i malcapitati, in quel drammatico interludio che passa fra il giorno della dimissione dall’ospedale perchè il peggio (il peggio?) è passato e il giorno non si sa quanto vicino o lontano in cui qualcuno deciderà di ammetterli in una RSA per cui si è presentata richiesta alla ASL, paghino minimo 2000 euri – è la quota mensile e al disotto non si scende, neppure se resti solo dieci giorni, a meno che … – per un ospizio privato. Che sono cavoli della famiglia cercare, andando a sbattere lungo i perimetri tracciati in tondo sulla mappa di città a partire dalla casa parentale, in cerchi sempre più ampi. Non guardi il sole a picco, controlli solo l’elenco che ti ha fornito la ASL, lo stradario, le pagine gialle e l’orario ai capolinea degli autobus per i tempi di spostamento. E impari quanto sono atroci le sale e gli spazi comuni. E pensi che alla fine potresti pure metterla su tu, una RSA. In fondo che ci vuole?

Vorrei riuscire a dirli tutti i patemi, gli stringimenti di petto, i nodi alla gola e le parestesie, ma sono divenuti lontani, già lontani, perfino adesso che hanno cominciato a metterlo qualche ora seduto in carrozzella, perfino ieri che in carrozzella se lo erano dimenticato in sala da pranzo, dove stava, unico nel sole e nel ronzio della tivvù, incazzato e impiccato al bavaglione che non era riuscito a togliersi da solo. La tovaglia tutta strapazzata e ciancicata lì sul tavolo parlava per lui.  Questa è una buona struttura, senza dubbio. Solo che il personale è in agitazione.

Tutto è lontano, già appreso, abituale. Sembra che sia sempre stato così. Probabilmente è sempre stato così davvero  ma lo avevamo dimenticato e, invece, adesso, dei rapporti usuali, usurati, diventa sempre più evidente la matrice. La lotta fra mia madre e me per il suo amore, ad esempio, e il mio scacco che è al tempo stesso la mia vittoria (perché si vince se si hanno potere e responsabilità, a prezzo e dispetto della solitudine e del distacco): la cura che metto nelle cose e nella cura stessa nasce proprio dal fatto che lui è lei che ama, io lo salvo ed è lei che abbraccia. Così funziona: ciascuno opera e adopera la propria vita, agisce, parla, guida la macchina, trasporta pacchi e borsette, ama, studia, incontra, si dà lo smalto alle unghie, taglia l’erba, legge libri, affetta zucchine, mangia pomodori e mozzarella, porta il gatto dal veterinario per la puntura che addormenta, piange, tesse reti, le disfa, telefona, guarda la televisione, dorme, non dorme, si spaventa, si rincuora, si incazza, perchè è stato piantato nel mondo ed è l’assurda eredità di qualcuno. E non importa quanto questo qualcuno ami o sia amato. Il che non significa affatto che non importi l’amore, o il sesso. O che non importino la dedizione, la devozione, la solidarietà, le strutture emotive, affettive, relazionali e il loro intreccio di godimento e di sofferenza, di conflitto e di attaccamento.

E’ che, mi sono accorta, guardando l’amore, non guardiamo abbastanza il portato del DNA farsi strada giornalmente attraverso le nostre ossa. Poichè la storia scritta dalla biologia mette paura, in questa nostra contemporaneità sociale trascuriamo la biologia e spesso anche la storia. Il perturbante non è più il doppio, il simile, ma l’alieno, il diverso e nessuno più racconta quegli intrecci da gothic novel ottocentesche in cui gli antenati escono dal quadro e riappaiono dentro ai corpi che si distruggono. Ma, vedo, dentro a quel letto sta l’intera parentela paterna, mia madre gli si china addosso con la schiena curva delle sue antiche generazioni, tutti i nostri occhi vengono da lontano e ci assomigliamo sempre di più tutti quanti, sprofondando nei bradisismi della genetica, nell’apparentemente indifferenziato dei neonati e dei vecchi, e dei branchi animali, e dei ciuffi e degli intrichi vegetali.

Perché io mi chiami Angel Gonzales,

perché il mio essere conti sulla terra,

fu necessario un grande spazio

e un lungo tempo:

uomini di tutto il mare e di tutta la terra,

fertili ventri di donna, e corpi

ed altri corpi, che si fusero continuamente

in un altro nuovo corpo.

Solstizi ed equinozi illuminarono

con la loro luce cambiante, nel loro cielo diverso,

il viaggio millenario del mio corpo

salendo su per i secoli e le ossa.

Del suo passaggio lento e doloroso

della fuga fino alla fine, sopravvivendo

a naufragi, aggrappandosi

all’ultimo respiro dei morti,

io non sono altro che il risultato, il frutto,

quello che resta, marcio, tra i resti;

quello che qui vedete,

solo questo:

un rudere tenace che resiste

alla propria fine, che lotta contro il vento,

che avanza per cammini che non portano

a nessun luogo. Il successo

di tutti i fallimenti. La forza

demente dello scoramento …

Traduzione di Gabriele Morelli

da Poesia n. 228 – Crocetti editore

 

Ma.

Terrorizzati dalle nefandezze del darwinismo sociale e della biopolitica periodicamente riprodotte, non riusciamo a guardare i corpi nel loro sfarsi e rifarsi naturali, nel loro ricombinarsi.

Il pensiero del corpo, per chi si pensa di sinistra, è sempre stato pateticamente insufficiente: corpo-desiderio, corpo-sesso, corpo-genere, corpo-danzante-nella-natura-libero-siccome-farfalla. Corpo-peterpan che, in nome della libertà, nega il vincolo che lega ogni corpo alla sua nascita, in nome della libertà naturale nega la natura. Un corpo ideale, mentale, un corpo mistico. Altro che materialismo, e dialettico, per giunta! E’ molto più materialista la chiesa cattolica, con tutto il suo concentrarsi sul controllo del corpo, con quella sua ipervalorizzazione paranoica di un ammasso di cellule.

La concettualizzazione della sinistra postmoderna, della sinistra “liberal” che, parzialmente centrati certi obiettivi economico-sociali, si è cullata in occidente, nella terra del tramonto, nell’illusione di elaborare le condizioni per la liberazione dei corpi, ha invece collaborato alla liberazione dal corpo che si è tradotta non in ascetismo ma in ignoranza e tradimento della necessità. Così facendo la sinistra si è infilata in un paradosso: vezzeggiando il corpo lo ha abbandonato, viziandolo ha contribuito a perpetuare un dualismo razionalista, mettendolo in gioco lo ha perso e lo ha lasciato nelle mani di chi lo vuole timbrare, tatuare, terapeuticamente accanirsi a torturare, violentare, rinchiudere, separare, allontanare. Abbandonandosi al narcisimo del piacere la sinistra ha infranto lo specchio attraverso il quale il corpo rimanda invece una rappresentazione spiacevole di sé: il corpo è scimmiesco, ciò che è umano appartiene a un philum disumano, animalissimo: apparteniamo al bios quanto un formicaio e dalle formiche non siamo così diversi quanto ci è comodo pensare.

La negazione dell’antropocentrismo è l’altra faccia dello studio critico e attento di Darwin ma quello che implica non è solo quella maggiore attenzione all’ambiente di cui si comincia a balbettare in giro nei salottini radical-chic come nuova possibile icona della sinistra smarrita, quello che implica è l’accettazione di vincoli più amari di quelli imposti dallo scioglimento del pack e sono i vincoli del corpo. Un corpo che nasce (e a chi appartiene la nascita?), un corpo che cresce (a chi appartengono l’infanzia, l’adolescenza?), un corpo che si ammala (e chi governa la malattia?), un corpo che si allarga e si sposta (e quali sono i suoi confini? e se non può spostarsi? e se si muove in incognito?), un corpo che mangia (a che prezzo? e chi è mangiato?), un corpo che parla (quante lingue si conoscono? e se non può parlare? se mugola, barrisce o abbaia oppure urla, guaisce, squittisce, sussurra?) ), un corpo che invecchia (ma non si può riciclare? non è più una risorsa, a meno di non fare una raccolta differenziata in attesa della termovalorizzazione?), un corpo che muore (e chi paga pegno? chi va o chi resta?)

L’equità di una società si misura da quanto è capace di fare i conti e di rimanere in equilibrio coi problemi imposti dalla debolezza, dall’impotenza e dalla necessità, dai bisogni del corpo.

A ciascuno secondo i suoi bisogni. Che è molto più equo di: a ciascuno secondo i suoi desideri.

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