Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?

Qui non si fa letteratura. Qui non si filosofeggia e non si fa conversazione. Qui è come a un funerale di un parente lontano. Qui è come leggere un necrologio sul cantone di una strada o sul giornale. Qui è circostanza.

Circostanze. Càpita. E’ capito.

Ho letto raramente il dolore sui blog. Vabbè, non leggo poi molto, soprattutto ultimamente. Ma comunque, devo dirlo. Ricapitolando velocemente mi sembra di ricordare che l’unico dolore “vero” letto qui dentro è in definitiva quello da cui è poi uscito il libro di capsicum. Che è come dire che il dolore parla solo con le parole dei sacerdoti, dei gestori del rito con cui va circoscritto, asperso ed esorcizzato. Noi profani, fuori dal cerchio, non lo sappiamo “dire”. Non lo sappiamo far parlare. Nè davvero ascoltare. Il dolore è silenzio, per i più. Magari racconto formulare, pei bravi. Oppure taranta divenuta folklore e perdita di senso dentro ai discorsi di donnette e pensionati in coda alla posta o alla cassa del supermercato o in sala d’attesa. Giaculatorie in una lingua non tua, come accadeva (riaccadrà?) per il latino della messa, formule storpiate mescolate a descrizioni immaginarie per corpi storpiati e immaginati. Riti subiti alzando il capo, abbassando il capo, mormorando e facendo finta di capire. Il corpo patisce, è paziente. La societas, la communitas, organizza la danza. Una danza separata chè non siamo mica una tribù ma un mondo complesso e tutto quello che non patisce e non è coinvolto dalla lesione, il resto, deve funzionare, come è giusto.

Se si andasse in tivvù, però.

Non dico la tivvù del dolore che qui siamo gente evoluta, mica giletti e dausanie. Se si andasse a Report, ad esempio. Ecco. Ci vedo già, noi profani, quegli eretici pochi, quei dubbiosi in fondo alla navata, quegli scettici un po’ liberi e un po’ pensatori che alziamo il capino e tendiamo l’orecchio, come il cagnetto di quell’antica réclame davanti alla tromba del giradischi. Una voce diversa proviene dall’interno del cerchio, notizie dall’interno della canonica, dal retro dell’altare, porte d’armadi antichi e sacrestani aperte e sbatacchiate. Notizie sgradevoli e adatte al risentimento, notizie di preti rovistati sotto la cotta e sotto la tonaca.

Ma non è il tempo di gabanelle, per me. Voglio trovare una lingua. Mia. Difficile impresa. Vedo i dottori nel tempio, ad esempio. Brava gente sotto la tonaca, sotto i camici. Senza dubbio. E anche con l’uniforme addosso, devo dire. E poi si vede che hanno fatto un corso, di quelli tipo Come Comunicare Col Parente Del Paziente. Si vede, appunto. Noi insegnanti diremmo, davanti a parole così, dette da uno studente che, porello, ha studiato ed è “scolastico”. Perchè la conoscenza vera non si deve vedere, deve essere circolazione sanguigna e non abitino di moda, magari firmato. In questi dottori “si vede”, invece. Negli infermieri pure. Perchè noi parenti non li lasciamo lavorare? Chè dentro al cerchio c’è già troppo da fare, da aspergere, da esorcizzare.

Tutt’altro dire quelli delle case di cura. Qui sì che Report avrebbe da parlare. E io? Io che non sono sacerdote nè gabanella? Che dico, io?

Proverò a balbettare, logopedista di me stessa. Ma non adesso, non ho più tempo. Perchè oggi ho varie messe a cui andare a mormorare, giaculatorie incapite da recitare, facendo finta.

Anche F. è partito, ora ora, per andare a celebrare.

E, proprio adesso, un altro rito misterioso e solenne, addirittura nazionale, sta per cominciare. Avrei dovuto pure io stare sull’altare, stamattina, coll’ostensorio in mano davanti a testine abbassate. A mormorii di giaculatorie incapite. Invece ho dovuto marcare visita. E sono rotolata giù dal pulpito, battendo i gomiti fra le sedie scomode della navata. Mi hanno portato fuori, sono profana. Posso essere impunemente chiamata “fannullona”. Cosa diranno di me a Porta a porta è facile immaginare. Ma Report? Dirà qualcosa Report?

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3 risposte a Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?

  1. mauro ha detto:

    Infatti, è così.
    Ma anche gli eretici, caracate, alla fine si fanno le loro chiese.
    fannullone anch’io.

  2. pessimesempio ha detto:

    Però, l’altra sera, su rai tre, credo, un documentario su come si va incontro alla morte. Non ricordo il titolo, ne ho letto sui giornali a cose da fare e a cose fatte. Me lo sono perso. Ma forse tu parlavi del dolore di chi resta.

  3. caracaterina ha detto:

    Parlo del patire, di quel tabù che è il patire, della separatezza del patire governata, oggigiorno molto male, dall’incoerenza e da linguaggi incoerenti e balbettati.

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