Appunti per l’istruzione di una guerra

Lo faccio spesso, di stare zitta per molto e, poi, un giorno, passare tutto il tempo a mettere in fila parole. Non è un’abitudine da blog, non è una lettura da video, sarà irricevibile ma è quanto. Ed è anche un po’ di fatica, pure.

 

Il sogno di una cosa

Ne avevo un desiderio vago, come una nostalgia, come un retropensiero sfuggente, un dover essere di sfondo, una buona abitudine da accantonare in questi tempi di guerra, da riprendere magari poi, dopo, se il mondo necessario lo consente. Di scrivere, intendo, non avvertivo davvero l’urgenza ed è l’urgenza (non l’emergenza, non l’allarme o la prossimità travolgente) che dà la giusta pressione al mio fare. L’urgenza è priorità e conseguente disciplina. Implica una strategia e una sintassi, doti atenaiche con scudo di medusa. La disciplina stabilisce la giusta pressione (Ho sempre conservato come una scoperta essenziale del linguaggio la parentela, indoeuropea la chiamano, fra yoga e jugum, necessari entrambi al ciclo del brah-man e del brea-th). La pressione della molla.

Da due notti finalmente sogno. Ho rivisto ieri sera dopo tanti anni Indiana Jones e il Santo Graal ed era tanto tempo che non mi divertivo più così. E me lo sono immaginato bene, Steven Spielberg bambino, terrorizzato ai racconti familiari di nazisti e shoah, che si inventa fumetti tutti cough, bang, gasp e crunch, con un se stesso che gliele suona e che scappa, che seriamente trasforma dolore ed angoscia in avventura da balloon in movimento e che negli anni la conserva, quella fantasia dinamica e salvatrice che non modifica la storia ma le si infila negli interstizi, la divarica e la interpola. Sempre a cercare spazio.

Non è mica questa la mia risorsa, tranne forse in certe notti solitarie passate a disegnare vie di fuga da immaginarie aggressioni alle finestre insicure e leggere. Più della fantasia a me aiutano l’attenzione, il serrare le fila e le finestre, ordo e dispositio. Sortite rapide e rapide ritirate. E’ così che stanotte ho camminato su una passerella mobile, lasca e stenta, affogata nell’acqua putrida e melmosa, scura; attaccata a una fune ballonzolante sono riuscita in equilibrio precario a passarmi la corda dalla mano destra alla sinistra sollevandomela sopra la testa perchè era da quella parte che mi serviva l’appiglio. Sono arrivata, ma non so dove. Terraferma e grigiore, desolazione di marciume e ragazzi seduti a tavolini di legno di una sorta di baita o pub o forse osteria nordica povera e usurata, ma parlavano e lì era un posto tranquillo, sicuro ma non serrato, consapevole del pericolo esterno come una postazione partigiana dove si può pensare e stare in ascolto allertato.

Mi son svegliata che avevo bisogno di scrivere. Finalmente necessario. Vincente, la disciplina ha cambiato faccia, ha cancellato quella del tempo ritmato della marcia di avvicinamento, del lavoro di preparazione, dello scavo delle trincee. Oggi è giorno di riposo. E’ il settimo giorno.

E dire che invece ieri notte mi son dovuta svegliare in mezzo: in nessun altro modo avrei potuto uscire da quella macchina circondata da ragazzi che avevano appoggiato le spranghe di ferro sopra il bordo delle portiere aperte. E quel dolore alla gamba, la destra …

 

La zona bianca

Oggi piove, lento, tranquillo, coperto, intriso. Come un bambino tutto cough, bang, gasp e crunch spero continui fino a domani, e domani più forte (non troppo, però, che i temporali in solitaria mi fanno paura). Non è solo per poter continuare a stare a parlare dentro alla baita, o al pub osteria o rifugio, la mia postazione, è perchè fuori si bagneranno ben bene, le masse e le autorità. Scommetto che ci andrà anche la tizia del post lì sotto, a vedere il papa bianco lontano sopra il palco bianco al riparo sotto il tetto bianco. Un milione di euro pare che costi, tutto questo ambaradan. Come ho fatto allora, prima del G8, anche stavolta sono andata a guardare, a osservare i preparativi nel campo nemico: gli alberi tagliati, le sedie stese e quelle impilate, i carpentieri in canottiera, gli elettricisti che avvolgevano i cavi intorno al braccio, il traffico bloccato dalle deviazioni e ordinatamente rassegnato, i tralicci alti dei megaaltoparlanti. Dall’alto della spianata delle mura fra i pensionati incuriositi e borbottanti e poco più in basso, in mezzo ai gatti e alle coppiette dei giardini a scale, ho fatto foto, ho studiato il territorio, ho letto gli avvisi, contato le tacche colorate sui tombini, ho guardato turisti e una coppia di slavi (o erano daci) che cenavano nell’erba. In questa parte di città urbanisticamente tutta fascista. In questa città in cui la strategia curiale dispone di tre generali dello Stato Maggiore.

E’ bello che piova e che i boy scout volontari continuino a rovesciare le sedie per svuotare i sedili dall’acqua.

 

Campi di battaglia

Non venivo più qui per la noia di stare, e fra simili poi. Non è questo che cerco ma una differenza di potenziale, un modo per spostarsi, per transitare. Ho pensato molto allo spazio, al luogo, al dove. Giorni fa, all’improvviso (ho dimenticato l’occasione, la circostanza, il quibus) mi si è visualizzata in testa una cartina geografica, di quelle tematiche, un planisfero a tre colori e con spazi bianchi e muti che si animava come una gif e si colorava tutto tutto, uniforme. Su tutti i continenti si stendeva un unico colore (che fosse il rosso dipende solo da un meccanismo psicologico coatto di cui avevo letto qualcosa, un giorno, in una di quelle divulgazioni di neurofisiologia for dummies). Ecco perchè, mi sono detta, destra e sinistra non hanno più senso né direzione. Dov’è il discrimine? Dov’è il confine? E se tutto è pieno, poi, dov’è il transito, dov’è il passaggio? Ecco: proprio adesso ricordo quando è successo: la mattina dopo la puntata di Annozero sui fatti di Verona. Di solito non guardo Santoro, e comunque guardo poco la tv. Ma quella sera il filmato trasmesso a spezzoni, fra un irritante blabla e l’altro, mi ha schiacciata sul divano. Non per il panettiere col coach (“il mio preparatore mentale”) e nemmeno per il montatore di controsoffitti che di giorno lavora e di notte non dorme perchè fa il PR per le discoteche, ma per tre spaventi, tre linee di fuoco, tre violenti campi di battaglia che come in una pellicola vecchia di un vecchio documentario di guerra ti mostrano la posta in gioco.

 

Prima linea di fuoco: dell’inutile guerra dei pochi (ma, oh sì, buoni)

  • La polarizzazione estrema, a cui si è tornati dopo circa un secolo almeno, fra ricchi e poveri, non solo per ciò che riguarda, come avvertono le informazioni economiche, la ricchezza materiale, ma anche – e non è secondario, anzi! – la ricchezza, il patrimonio culturale. Mi impressionava tantissimo il confronto evidente fra gli interventi dei ragazzi del liceo bene di Verona e le parole le posture le aspettative della massa enorme di “mostri” quotidiani in fila per le selezioni del Grande Fratello. Mi impressionava la disparità dei mondi nella loro fenomenologia ma, soprattutto, l’esiguità numerica del mondo dei “buoni”: gli “optimates”, la futura classe dirigente. E, di là, sulla strada, letteralmente, anziché al riparo di avite logge, la massa della plebe. Tutta urlante panem et circenses. Una divaricazione che mi spaventa perchè la vedo aprirsi spalancarsi lacerarsi da qualche anno ogni giorno sempre più velocemente, qui, da questo posto in cui lavoro, da questa scuola strapiombante dentro a questa crepa, in questo sisma di faglia arrivato ormai almeno al settimo grado di una qualunque scala. Dice: ma c’è fermento culturale, c’è una voglia di fare, organizzarsi, soprattutto al sud, non lo vedi? Dico: sì, c’è. Ma cosa incide? Quanto? Dove? Ecco, in questo astigmatismo dello sguardo culturale “de sinistra”, che, per pura ansia e bisogno di consolazione, per paura del conflitto, spinge sullo sfondo la scena madre del degrado e mette in primo piano la danza artistica di una compagnia di dieci attori dieci, tutti bravi ragazzi di buone famiglie di universitari, beh, questo astigmatismo pure miope, che rifiuta la ratio delle linee compositive e prospettiche del panorama, perchè tanto anche la prospettiva è una falsa rappresentazione quindi tanto vale distorcerla e avanguardisticamente rovesciarla, questo sguardo mi fa incazzare, non perchè può essere perdente, no, ma perchè è velleitario e, in definitiva, imbelle.

 

Seconda linea di fuoco: della guerra di posizione

  • La solitudine e l’abbandono totale dei ragazzini. Che già a 14 anni, ma anche da prima, in casa “non ci si possono vedere”. Che devono uscire, mattina pomeriggio e sera, fino a tardi, fino a notte, con mille scuse a cui ai parenti piace credere: che bravi figli! Così socializzanti – perchè, se stanno un po’ da soli è un sintomo di malattia, preoccupa, più degli occhi gonfi, rossi e lacrimosi che, certo, è perchè ieri è uscito in maglietta, con quel freddo, e si è preso un po’ di influenza, oppure no, sarà perchè è primavera e si sa che le allergie, con questo ambiente impazzito signora mia, sono in aumento in tutto l’occidente hanno detto a TgCom, ieri sera. Questi figli, che passano il tempo a farsi di fumo pasticche, francobolli e sniffate ma che raccontano balle a casa perchè, “se io sapessi che mia figlia fa quello che faccio io, sarei troppo sconvolta, ne avrei un dolore enorme perchè mia figlia ha tradito così la mia fiducia. E io questo dolore a mia mamma non glielo voglio dare”. Questi genitori, così fragili, così deboli, così incapaci di leggere qualunque segno e che, messi davanti alla pagina aperta, non la riescono neppure a decifrare. Sai, tu, mamma di R. (anni 15), cosa fa il tuo bambino tutto il tempo in cui scalda il banco di scuola dove tu lo obblighi ancora a venire (e sei soddisfatta, ancora ti obbedisce) perchè sennò non sapresti dove metterlo, poverattè? Con una scheda magnetica scaduta nella mano destra, sul ripiano ripulito e sgombro da ogni libro o quaderno, taglia il gesso, di continuo, ossessivamente, e lo ammucchia e lo divide, con manualità allenata, facendone candide strisce della giusta lunghezza. Finchè non me ne accorgo e gli dico di buttare via tutto, i-m-m-e-d-i-a-t-a-m-e-n-t-e! E lo guardo severa e con intenzione mentre lui, ancora piccolo, ancora buono, ancora tace. Mica come tuo figlio, mamma di L. (anni 18 fra due mesi), che durante un’ora di supplenza con un’insegnante sconosciuta, decide che può mettersi in fondo alla fila centrale, peraltro oggi piuttosto vuota, a rollarsi in santa pace una cartina e che, prima di decidersi a nascondere il tutto, risponde e reagisce con i toni che trova di solito giusti quando è al bar con gli amici. Per fortuna che lui sta seduto e non osa (ancora) (mica è un teppista) alzarsi nel suo metro e ottantacinque, quando io plano come un’aquila accanto al suo banco e gli mostro la mia faccia più dura e la lingua più tagliente della sua. Mette via il suo tesoro con un’ultima sfida borbottata, che raccolgo, cosicchè adesso la supplente comincia e può fare lezione, una lezione diversa, che lo ammutolisce prima, poi lo rende persino partecipe e accolto per qualche minuto, finchè non schiatta di sonno e si addormenta sul banco. Lo sai perchè dorme, tu, mamma? No, non è perchè è stanco. E che cosa domandi, invece, tu, mamma di G. (anni 14, quasi 15), alla collega coordinatrice di classe che ti informa che da più di una settimana tuo figlio viene a scuola un giorno sì e due no e quel giorno sì non ha alcuna giustificazione e, anzi, è stato visto, da un altro collega, ma non di classe, gironzolare ai giardini? “Oh, e adesso? Cosa mi consiglia? Devo prendere mica dei provvedimenti?”

    Dei disastri annunciati, delle solitudini irrimediabili. La delega all’esperto, per poter fuggire a infilarsi dentro al guaio di non avere tempo, perchè il tempo è troppo occupato, soprattutto per badare ai ragazzi. Che però sono così bravi, e hanno tutta la nostra fiducia. Peccato, però, che siano loro a non fidarsi, giustamente. A non potersi affidare, a cercare invano la sponda il confine il valico, per poter transitare. A buttarsi di sotto, a buttarsi nel vuoto, in pensieri parole opere ed omissioni, per vedere fino a che punto tu li lasci cadere. A mostrartisi incontenibili e urlanti, per vedere se li sai contenere. A seguire ormai solo chi gli mostra cinture di salvataggio, corde, tiranti, muri di gomma e sacchetti di sabbia. E un nemico qualunque, purchè sia di fuori.

    Ci sono giorni in cui entrare a scuola mi disgusta e penso alla Blanca di Terra e Libertà che si prende qualche giorno di licenza a Barcellona per lavarsi, fare l’amore e sentirsi umana, per una volta. Perchè la scuola, per me, è diventata ormai un luogo di battaglia. E non posso dire, no, che non mi piaccia la lotta. E proprio per questo, dicevo, che non ho più scritto qui, dove siamo tutti tanto d’accordo tranne qualche piccola alzata di sopracciglio. Ma la lotta è sfiancante e richiede un’energia continua e senza flessioni. Di roba come Amici o il Grande Fratello e simili amenità so pochissimo: qualche flash su Blob, quello che ne leggo talvolta qui e là, quello che mi racconta la gente. Ma è abbastanza per farmi salire la pressione. E quando entro a scuola è come se entrassi dentro a una di quelle trasmissioni e piano piano cercassi di cambiare la scena, con un sabotaggio continuo, in una tensione da partigiana dentro a un quartiere repubblichino. Guardo le facce, i capelli, i vestiti, ascolto le parole, i rutti le bestemmie (provate, provate a stare di sorveglianza in un corridoio durante l’intervallo, provate, provate a fare una lezione di sessuologia nel corso di biologia ad una prima, e senza essere Maria De Filippi, provate, provate, a dover affiggere cartelli con la scritta VIETATO SPUTARE nelle pertinenze intorno all’edificio di scuola come una volta, da bambina molto piccola, leggevo solo nei tram e già me ne stupivo). Entro a scuola e vedo le masse di mediaset in campo e gli ultràs di ogni curva riversarsi al mattino in aula, con la stessa attitudine, la stessa rabbia, la stessa noia. (Però li ho visti, l’altra mattina, nel treno metropolitano, le ragazze già tutte come tante Winehouse, i ragazzi palestrati e già ingaglioffiti, ma era presto, molto, e le facce erano davvero le loro, senza trucco, piene di sonno vero, ancora di lettino, ancora non era passato il servente a bussare al camerino:”Fra cinque minuti in scena!”) Vedo i figli, i ragazzi, e le fattezze di padri e di madri, gli orecchini di tutti loro, i capelli tinti e tagliati alla moda, gli ombelichi e i bicipiti di fuori di tutte le generazioni, le loro auto veloci, i motorini taroccati, i ragazzi cresciuti in internet che lo usano solo per simulare di avere 25 anni su YouTube. Vedo i migliori smarrirsi e abbassare la loro media, galleggiare barcamenandosi sui detriti di ogni cultura, rialzare la testa solo quando si può fare polemica. Mi faccio via capillare, sentiero di roccia, appiglio, mi faccio storia e letteratura vivente e mi do, intera, rabbie comprese, e lavori tosti, e richieste più alte di quelle a cui sono abituati, perchè le incontrino attraverso di me, lascio che si avvicinino e mi mostrino i denti, che mi diano zampatine d’assaggio coi loro piccoli artigli, aspetto, aspetto: che si stingano i capelli, che abbassino la voce, che facciano zittire i tamburi, che si infilino una maglia senza scritte oscene, che la smettano, finalmente, di disegnare svastiche sui banchi, che dopo aver dormito si sveglino e inizino a dire, che provino a leggere, che sentano il peso dei 4 e inizino a volersene liberare, che sentano il limite del 6 e inizino a pensare al 7, che sbottonino i giubbotti, che facciano convergere gli sguardi, che capiscano la parola “speme”, che la smettano di sghignazzare, che imparino a ridere.

    Dice, più d’uno: dov’è che abbiamo sbagliato? Dov’è che la nostra generazione ha perduto la mappa, e si è persa, ha fatto perdere, ha perso? Dico: quando ha smesso di voler fare la rivoluzione. Ovvero: quando ha dimenticato che la rivoluzione non è un pranzo di gala. Ovvero: quando non ha più voluto sporcarsi le mani, dare uno schiaffo, farsi il fegato grosso con quelli “di casa”. Quando ha dimenticato che il confine è la soglia dell’appartamento. Quando, dentro casa, non ha più voluto lottare. Quando ha guardato “più oltre” e “ben altro”. Quando ha smesso di opporsi nel qui e ora. Quando “o mangi la minestra o salti la finestra” non è stato più vero. Quando ha pensato che, giustamente, non avendo senso ed essendo criminale sparare per fare la rivoluzione, allora la strada fosse quella di mettersi soltanto a parlare, recitando tutti quanti nelle piazze e in tivù la mimesi del dialogo e della partecipazione. Quando non si è più voluta fare un culo così ogni volta, in ogni momento. Quando ha lasciato i figli alle prese solo con storie scritte da altri invece di raccontar loro le proprie e quelle dei nonni. Quando non ha preso possesso della propria storia e non ha saputo trasformarla in un racconto con la parola “fine”. Quando si è ritrovata a insegnare ai figli a occupare, invece di impedirglielo. Quando ha avuto paura di fare il servizio d’ordine. Quando è uscita a fare shopping col figlio che ha bigiato la scuola. Quando gli ha lasciato la camera da letto di mamma e papà. Quando, dopo la stanza, gli ha comprato una televisione tutta per sé. Quando si è ridotta a pensare che davvero ridere potesse seppellire. Quando ha celebrato la leggerezza navigando nel mondo liquido. Quando ha liquidato.

    Racconta, Unts, di un libro troppo bizzarro perchè io abbia voglia di leggerlo ma non è questo il punto: è quella quercia idiotamente bruciata dentro al campo di golf che mi sconvolge, quel terreno riscaldato e inaridito che mi angoscia. Ecco: lei parla di un libro, ma non per parlare di letteratura, e nemmeno del ruolo dei libri e bla bla. Parla di un libro per parlare di un incendio, di una stolidezza bruciante, perchè ci si guardi finalmente, dentro al nostro campo da golf, cosa è diventato, come abbiamo distrutto le piante e il terreno mentre sognavamo in grande. A colorare tutto il mondo di uno stesso colore non siamo stati noi ma abbiamo contribuito. Dentro a questo mondo vanno eretti, invece, confini, steccati, barriere, per poter aprire valichi e passi, per sgomberare sentieri, per insegnare a transitare. Per fare entrare in buche lontane queste piccole palle da golf.

 

Terza linea di fuoco: dello spazio di manovra

  • La spaventosa necessità del Lebensraum. Uno di quelli lì, di quei ragazzi del filmato, osava contraddire, pacatamente com’è di moda adesso che il dialogo si deve fare con tutti, l’amico tesserato di FN. Perchè al bar dei suoi ci vengono, gli extracomunitari, ed è brava gente. L’altro, invece, a cui un terzo dava manforte, continuava stolido e cattivo a dire che devono andarsene tutti fuori, che quella è casa sua, che dei problemi che c’hanno al loro paese non gliene frega niente, che se li risolvano là e, sennò, fuori, e magari, magari! se ne uscissero tutti, e non sulle loro gambe.

Spazio. Spazio! Tutto sembra tornare sempre lì, al fatto che se non stabilisci spazi respirabili dentro casa, con tanto di porte, disimpegni, aperture di areazione, la reazione è, come in una legge fisica, che si cerca di farlo, il vuoto, di riprodurli a ogni prezzo, l’altrove, l’oltresoglia, il muro. Di qua e di là. Destra e Sinistra.

Non ho mai amato il concetto di loft, né nel suo aspetto come dire, storico-funzionale, di vecchia fabbrica o capannone che diventa abitazione, né in quella funzionale-spaziale di open space, dove ci si muove senza confini fra lo studio e il bagno. Le porte sono necessarie come gli sfinteri, e, come loro, devono aprirsi e chiudersi a seconda.  La mia scuola è un edificio modulare degli anni ’70, praticamente in cartongesso o materiale affine anche se impermeabile (tranne che in alcune giunture, irrimediabilmente compromesse nonostante gli interventi non tempestivi ma comunque presenti e ripetuti della provincia). L’open space degli spazi comuni (atrio, sala riunioni, sala insegnanti, uffici amministrativi) è la regola. Quattro anni fa hanno cominciato proprio dall’amministrazione e in un mese d’estate le paratie hanno diviso lo spazio in sette ambienti, più un atrio e un disimpegno. Gli applicati di segreteria della didattica non sopportavano più quelli dell’ufficio tecnico (e viceversa), quelli del personale non volevano avere fra i piedi gli archivisti(e viceversa) e la segretaria capo (ovvero il Dirigente dei Servizi di Segreteria, equiparato in grado e stipendio al preside, Dirigente Scolastico) non sopportava più tutti gli altri e, inoltre, aveva bisogno di un ufficio, oltre a quello tutto per sé, per la segretaria sua. Ci siamo tutti abituati ma per un po’, per tutti quelli che erano lì almeno da un decennio se non di più, fu un amaro segno dei tempi. Tanto più che alla parcellizzazione dello spazio corrispose quella del tempo. Entrate negli uffici temporizzate e contingentate per noi docenti. Ma su quella l’abbiamo, informalmente, spuntata.

Il bisogno di linee di demarcazione passa sempre attraverso sintomi del genere. E forse il PD, prima di scegliersi una sede, avrebbe dovuto saperne un po’ di più, se non di architettura e design, almeno della tendenza in corso negli spazi degli uffici.

Che, di questi orribili tempi, “chiusura” sia non più solo una parola dalla connotazione ansiogena ma una serie di operazioni irricevibili lo dobbiamo però proprio all’incapacità di colorare il planisfero di tinte differenti. Di stabilire confini. Aree di rispetto, terre di nessuno, stadi di decompressione. In senso proprio e, ovviamente, metaforico.

Tutti a dire, adesso, “il territorio, il territorio, abbiamo abbandonato il territorio”. Infatti. E sospetto che uno dei motivi sia (non voluto, non consapevole, non dichiarato) essersene andati “più oltre” per non dover scendere ai compromessi della necessità dell’abitare. Per non sporcarsi le mani, ancora una volta. Per evitare il conflitto che, inevitabilmente, ti avrebbe impegnato e avrebbe messo a dura prova l’ideologia illuministica e cosmopolita dell’uguaglianza perfetta e della differenza virtuosa. Troppa gente ha potuto permettersi di non lavorare, piuttosto che costringersi ad accettare di finire in uno dei sette ufficietti ottenuti là dove c’era l’open space. E io, per esempio, alla domenica non ci vado, alla Fiumara, come invece fanno quasi tutti i miei ragazzi, che stanno, quasi quanti sono, diventando razzisti. Ma non mi voglio accontentare della guerra dei pochi, non mi voglio accontentare del fatto che E., dopo avermi sentito parlare del medioevo e della caccia alle streghe, abbia deciso che la domenica sarebbe andata in gita col suo ragazzo a Triora. Anche se, pure, nel suo piccolo ha del successo. Non mi voglio accontentare perchè non basta, non incide, visto che, per paura di disegnare confini, per attrazione irresistibile verso gli interstizi privilegiati delle vie di fuga, adesso, invece di avere degli umili applicati di segreteria che fanno funzionare il funzionabile, abbiamo ronde e razzie. E niente più destra né sinistra ma un bell’open space invece, pieno di detriti e di bisogni di po/ulizia.

 

 

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7 risposte a Appunti per l’istruzione di una guerra

  1. caracaterina ha detto:

    Quando capita questo, cioè che me ne sto lontana dalla scrittura di rete, quando torno mi regolo che prima scrivo e poi vado a leggere. E’ per questo che solo adesso ho trovato questo post nel blog di tashtego:

    http://tashtego.splinder.com/post/17099953/Il+contagio

  2. pessimesempio ha detto:

    Diciamo che stai via a lungo ma quando torni ti fai sentire. Per ora è quanto so dire (giornate un po’ ansiose, per me).

  3. Pingback: Libru » Appunti per l’istruzione di una guerra

  4. bri ha detto:

    mi piaccciono questa tua veemenza e queste tue preoccupazioni e, a volte penso che molti di noi sono qui e dapperttutto almeno a cercare di posizionare/mettere un dito sul foro per impedire che la diga crolli.
    e, qualchevolta, basta.
    L’importante è restare lì.
    e magari chiamare altri in aiuto.
    questa melma in cui stiamo sprofondando.
    puzza.
    bello anche il post di tashtego

  5. pessimesempio ha detto:

    Sì, siamo d’accordo.Ma tutto questo non fa che metterci di fronte alle nostre responsabilità individuali, di genitori – chi lo è-, di insegnanti- chi lo è. E per il resto? chi si prende quali responsabilità? e quando ce le siamo prese? Non mi pare che ci sia una “coscienza civile” così forte da far scattare qualcosa nella testa della gente. Manco nella nostra a volte, figuriamoci. Non so poi, da me, nelle scuole, la storia non è così drammatica come la dipingi, anche se si avvertono, si cominciano ad vedere i segnali di fumo dei bivacchi in lontananza. Segno che stanno arrivando. E le avanguardie sono già alle porte, più o meno in incognita. L’anno prossimo avrò una prima e mi sto già preparando, anche se fino a qui mi è andata bene. Sarà che il posto dove insegno è un paese di tradizione comunista forte, l’istituto De Martino, Ivan Della Mea, ma mi sa che presto tutto questo non conterà più niente. Ma non voglio disperare. MI rifiuto di farlo.

  6. caracaterina ha detto:

    La descrizione scolastica appare apocalittica ma, se riferita al caso specifico del mio istituto è, invece, semplicemente sintomatica: metto a fuoco ed enfatizzo le crepe, che si presentano evidenti solo da due-tre anni e che si subodoravano da quattro-cinque. La diga tiene ancora, forse per tradizione, anche qui, forse per pura fortuna, forse perchè ancora abbastanza gente tiene il dito nel foro. Ma non è il caso specifico che conta: è che “il contagio” c’è e non si sarebbe dovuto aspettare l’esito delle elezioni per accorgersene. Invece è successo proprio questo. Perchè tutta questa cecità?
    Credo che dipenda proprio da questa tendenza sia a sottovalutare, minimizzare, ridurre il dato di osservazione a puro evento singolare, anzichè leggerlo come un sintomo, sia a ritenerlo – forse come conseguenza della prima tendena – “estraneo” al discorso politico che, invece, è sempre “più oltre” e “ben altro”.
    La responsabilità individuale, per come la vedo io, non è soltanto verso “mio” figlio, i “miei” studenti, il “mio-qualunque altra cosa” non è mai circoscritta – proprio nei suoi effetti pratici, non nel mondo delle idee – al puro piano personale ma è sempre una responsabilità nei confronti della comunità civile (vi prego, capiamoci, non iniziamo di nuovo una querelle su cosa significa comunità come quella volta là). Se, invece, cominciamo a fare dei distinguo (si vabbè, ma è SOLO una responsabilità individuale, ecc. ecc.) abbandoniamo automaticamente anche se non volutamente il terreno della politica di sinistra, entrando in un mondo concettuale in cui l’individuo nel suo privato-sociale sembra avulso da un essere e fare politico che, invece sappiamo, è tale qualunque cosa l’individuo faccia.
    Facendo un esempio pratico: un collega, qui, è da anni rieletto consigliere comunale di rifondazione (ed era pure in lista per il senato, per dire), e fa una politica istituzionale intensa e seria ma, a scuola, non c’è (con tutto diritto) quasi mai. Non solo, ma quando c’è è fra i più ciechi nell’osservare i sintomi di degrado sociale che gli si spampanano sotto il naso (eccerto, la politica è ben altro, se pensi che, poi, ha seguito da vicino – giustamente – tutto il processo sul G8). Però: siamo proprio sicuri che la polverizzazione del suo partito, anche qui dove aveva la seconda roccaforte nazionale, non dipenda pure da questa cecità rispetto ai piccoli fatterucoli di una quotidianità lavorativa in cui si ha “solo” una responsabilità individuale? Beh, io non sarei così sicura. E lo stesso discorso, purtroppo (e non per continuare nell’aneddotica) vale per tutti quei colleghi – e qui ce ne sono – a vario titolo impegnati nella politica “de sinistra” che reagiscono sempre minimizzando davanti a ogni “devianza” degli alunni: mannò, so’ ragazzi! La politica, invece …
    Già, appunto. Cosa dovrebbe leggere, la politica, della realtà? E che tipo di lettura della realtà è da considerarsi, a buon titolo, “politica” (aggettivo)?

  7. pessimesempio ha detto:

    Un momento: quando parlavo di responsabilità individuale intendevo la responsabilità di ogni individuo in quanto cittadino, cioè di una responsabilità sociale, civile. E il mio discorso andava a parare proprio dove va il tuo, nel senso che secondo me le responsabilità se le prende solo chi si trova in prima persona a vivere certe situazioni, ma quello che manca è proprio una responsabilità civile collettiva. Non è un discorso semplice e sono reduce da quattro ore di collegio, di quelli in cui si discute e non si decide nulla o meglio si decide che tutto rimanga come prima. Forse può essere una scusante del fatto che non riesco a essere chiara o almeno così mi pare.

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