e provvisoriamente concludo

Non è facile sintetizzare il sentire. E quel certo dolore. L’incontro di mercoledì ha mostrato che il libro di demetrio, checchè ne pensi tu, mauro, è un libro necessario perchè fa deflagrare mondi. Anche se i mondi vorrebbero tenersi insieme e conservarsi. Integri. Persino un po’ fermi. C’è un effetto collaterale della memoria che è un effetto perverso, congelante. Non è facile tenersi sempre più o meno alla stessa distanza mentre il tempo corre avanti, preservare il presente dall’invasione del passato, non ingombrare lo spazio del futuro.

Sabina Rossa è seduta accanto a lui, davanti a noi. Ha un corpo minuto e atletico, elegante e determinato, totalmente presente a se stesso, alla propria voce che scorre come un piccolo torrente di montagna in un fondovalle aperto al sole. Un’acqua trasparente ma iscurita dal letto di roccia granitica. Ne immagini la sorgente. Questa presenza fisica è il corpo del libro di demetrio, incarna materialmente le domande che scorrono lungo le pagine. E se davanti all’interrogazione del libro si può anche tentare la fuga, correggendo la grammatica, valutando la bibliografia come se si fosse semplicemente al cospetto della tesina di uno studente, è assai più difficile sfuggire a chi ha accettato di essere domanda vivente e dotata di voce.  Non si può scegliere il proprio destino ma si può scegliere di assumersene la responsabilità. Chissà, forse è proprio così, ci appartiene davvero solamente ciò che non abbiamo voluto ed è questa, in fondo, l’essenza del tragico.

Sta di fatto che lì non ci si è sottratti. Non ancora la catarsi, certamente, ma l’apertura di una confessione. Un confronto. L’ammissione di un silenzio, di una pantomima. Io non sapevo chi era quella signora coi capelli bianchi che alla fine dell’incontro ha stretto la mia mano nelle sue come se mi domandasse e oggi l’ho trovata in questa foto qui. Il suo racconto mi ha davvero colpito e ci sto ancora pensando. Non alle due macchine incendiate nell’arco di mesi, non alla sua paura di sentirsi spiata e minacciata, non ai volantini a stella dentro alla cassetta della posta, non alla solitudine di chi è bersaglio e vede vicini e compagni tenersi alla larga. Di quello sapevo già da altri, a Genova succedeva, ad esempio a sindacalisti dell’Ansaldo, anche se allora non lo sapevo e lo seppi molto molto più tardi. Pensavo al racconto del “dopo”, a quel “dopo” che è l’oggi, l’adesso. Dice che l’ha saputo per caso, chi fosse stato e quanta galera ha scontato. Dice che conosceva e conosce. Che frequenta e che chiacchiera, e puranche con una certa qual reciproca simpatia. Vicini di casa tranquillamente normali. Mai una parola su allora, mai, nemmeno il più piccolo cenno. Come se quelle due persone di allora non fossero mai esistite, come se non fossero loro due. La signora si vergogna alle sue ultime parole, alla sua debolezza, confessa sì, ma distogliendo lo sguardo. Poi lo solleva di nuovo ma verso di noi che le sediamo dietro, e non in faccia, come a cercare sodali.

Non c’è da stupirsi che si neghi la tragedia, se anche un’angoscia brutta ma assai più minuscola basta per seppellire una storia nel buio che si slarga dietro un indulgente sorriso.

Ciao ciao, grazie grazie. Ci scambiamo nomi e cognomi, alla fine, ci teniamo le mani, ci guardiamo con sorrisi esitanti e sorpresi, come se fossimo ora ora tornati da una sorta di esilio.

“solitudine” è la prima delle poche parole che ho segnato a matita sulla pagina bianca in fondo al libro, all’inizio della presentazione. “solitudine” è una delle prime parole che pronuncia quella signora anziana quando inizia a parlare.

Non abbiamo raccontato tutto, osserva la bionda, poi, dopo, tra lo spegnersi dei discorsi, i saluti di chi va e i lavori di riassetto di chi resta. Anche lei ha più di sessantanni, non lo nasconde per niente. Ed è soltanto davanti a un bicchiere di vino, quando a bere siamo rimasti ormai solo in cinque, e per di più per strada, che ricorda, ma ancora adesso con frasi traverse, quei discorsi nascosti in una sala insegnanti del pomeriggio, con un collega che invitava al passo con parole tanto velate quanto evidenti.

C’è tutta una generazione, in questa città, che sapeva e fece finta di niente. E che continua così.

E che resiste gentile e ostinata, sebbene un poco impressionata, quando butto l’ipotesi in mezzo alla sala. Perchè un pensiero è arrivato ad attraversare la mia piccola confusione, e in una forma tutta sua letteraria: quasi alla fine del libro Demetrio scrive:

“E se alla fine questa negazione della tragedia non fosse altro che il mancato coraggio di dire: Noi abbiamo fatto di tutto per perdere?

E allora a me è venuto da pensare che, se è vero che persino il furore tremendo dell’Iliade non si nega alla personalità di Ettore, che Eschilo scrisse con la voce dei Persiani sconfitti a Salamina e che, ai giorni nostri, è stato possibile un film come Lettere da Iwo Jima, allora l’opera tragica compare soltanto là dove c’è, il talento, certo, l’onestà intellettuale, d’accordo, ma, prima di tutto, la vittoria.

In fondo, sarà pure divina, ma anche l’opera di Dante, sconfitto, è pur sempre una commedia.

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5 risposte a e provvisoriamente concludo

  1. mauro ha detto:

    Io pensavo che tu mi parlassi del libro. Del saggio letterario…
    A parte che il dire: “C’è tutta una generazione, in questa città, che sapeva e fece finta di niente. E che continua così.”, mi sembra in contraddizione non solo con la realtà, ma anche con quello che tu stessa hai scritto altrove sulle modalità delle tue lezioni all’università, in quel tempo.
    Cmq non so, stasera son di pessimo umore.

  2. pessimesempio ha detto:

    Ma non è un saggio letterario, mauro, e demetrio lo sta dicendo in tutte le salse e da un bel po’ di tempo, quando ancora leggevi solo in rete le sue parole.

  3. caracaterina ha detto:

    Infatti, mauro, demetrio l’ha di nuovo scritto, di là da lui.
    Che dire, se dopo tre post dedicati al libro (e non ho parlato tanto, per iscritto, nemmeno del suo Pasto grigio, che pure ho curato da vicino per Untitl.Ed) ancora mi rimproveri “pensavo che parlassi del libro”?
    Ho già avuto occasione di dire/scrivere che qui non sono in un giornale e nemmeno a scuola, qui non faccio recensioni o schede, qui, se capita, parlo di quello che un libro (o un film o un quadro, se capita), mi FA. Mi fa fare, dire, pensare, sentire.
    Evidentemente e con molta semplicità tu e il libro di demetrio non vi incontrate. Càpita.

  4. mauro ha detto:

    Ero amaramente ironico, pazienza ;)
    Sono il primo a sostenere che non si tratta di un saggio letterario; perchè a parte le lacune (condannabili più nello studioso che nello studente che prepara una tesina!), a parte il fumoso discorso sulla tragedia, che serve anche a mascherare il perchè uno decida di scrivere un libro così (sapendone punto e poco), il resto è racconto di uno che al corteo per Biagi s’è accorto che BR non era una sigla nuova.
    Ma bisognerebbe allora chiedersi cosa significhi: “una profonda analisi sulla narrativa ispirata agli anni di piombo”, come afferma la copertina.
    Comunque…
    Voglio rassicurare: non rimprovero nessuno, non mi azzardo minimamente a discutere il come e il cosa gli altri scrivono sul loro blog. Sono intervenuto su questo libro perchè l’argomento lo conosco e m’interessa; mi sta a cuore quel periodo e mi sento profondamente defraudato da chi allora impugnò le armi, impedendo a me e a milioni come me di perseguire un obiettivo di cambiamento democratico per il mio paese.
    Defraudato, nella stessa identica misura dei parenti di quelle guardie carcerarie uccise alle sette del mattino davanti all’uscio di casa.
    Anch’io amo parlare delle suggestioni determinate da un libro, da un film, da una persona…..; per cui spero che non sia questa l’ultima volta che ci scriviamo. :)

  5. demetrio ha detto:

    mauro due cose.

    semplici.
    sulle lacune. Ho scritto – non so più quante volte – che il mio libro fa un uso disinvolto delle fonti e lo fa per scelta (esempio perché scrivere di tutti i film se c’è già il libro di Uva che ne parla? a me serviva usare alcune immagini di alcuni film) Perché citare Luce D’Eramo (Nucleo Zero è uno dei primi libri che ho letto quando intrapresi questa ricerca) se non mi serviva a mettere a fuoco quello che volevo dire? Oppure perché non citare Luzi e D’Elia (tra i poeti)? Perché citare la Ortese e non Arbasino (quello del Paese senza)? Per scelta, soggettiva e opinabile. Sicuramente. Le lacune sono volute, perché non sono lacune, sono percorsi diversi. Io penso sinceramente che tutto questo dire: io so tutto, perché io ho letto tutto, è molto consolante: ho letto tutti libri, ma ahimé la carne è triste diceva Mallarme.
    Io ho letto tutti i libri che tu mi rimproveri di non aver letto (potrei pubblicare i materiali preparatori al libro; confesso che l’unico che non ho letto, anzi che non ho finito di leggere, è quello di Fenzi), ma appunto non entravano nel discorso che io volevo fare.
    due. Io non ho detto che ho scoperto le BR con l’omicidio Biagi, e se dici così ti dimostri a) un lettore disattento b) un lettore tendenzioso; mi piace preferire la prima. Io ho scritto che assistendo al manifestazione a pochi giorni dalla uccisione di Marco, mi sembrò che niente fosse cambiato dagli anni ’70 ad oggi. che se permetti è cosa ben diversa.

    poi sul resto non discuto.

    Il mio libro non ti è piaciuto. Capita. Succede.

    saluti

    d.

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