Una risposta dovuta – e comunque incompleta

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Come in una treccia almeno tre sono i capi che vorrei annodare proprio qui e proprio adesso, perché ci vuole ben un momento in cui si deve iniziare a fare quel che si ha da fare. E non c’è Pasqua che tenga, per me, che (fra parentesi) non amo la Pasqua. (Un’altra volta, forse, ne dirò, un’altra volta…)

L’ultimo capo mi è arrivato in mano proprio ieri, che ho visto Onora il padre e la madre e sono rimasta schiacciata ferma sulla sedia tutto il tempo e sono uscita nel silenzio annichilito di tutti quanti. Mai visto niente di più nero e disperato e luttuoso. Uno schiaffo definitivo paralizzante mortale di un vecchio regista al suo paese, un disconoscimento totale, il rifiuto di un’eredità, che vada piuttosto tutto quanto in malora, che tutto bruci. A restare vivo è soltanto il fallimento. E’ una tragedia, questa che ho visto? mi chiedevo poi. O non è piuttosto Balzac, Maupassant, o addirittura Verga? E se tragedia non è, e non lo è perchè, nonostante alcune – tante – mosse narrative da teatro classico, che gli americani sanno riprodurre benissimo al cine, non c’è catarsi, allora non è meglio la commedia? Quel teatrino arlecchino che tanto lamentiamo dell’Italia non è in fondo almeno un tentativo di essere vivi, data l’impossibilità di essere tragici? Avevo voglia di consolazione, davvero.

Perchè ci sia tragedia, scrivi, Demetrio, nel tuo saggio sulla narrativa che ha per oggetto il terrorismo italiano dei Settanta, gli elementi necessari sono un sentire condiviso, il riscatto della violenza e l’esperienza catartica. Non so dire, adesso, fino a che punto siano necessari tutti e tre ma comunque non mi sembrano sufficienti. Perchè sia possibile la rappresentazione tragica ci vuole piuttosto un orizzonte di senso. Questo mi è apparso evidente guardando il film di ieri pomeriggio dove, invece, si rappresenta la totale mancanza di un limite e, perciò, di un senso. L’ammissione di un limite è ciò che permette di riconoscere il suo superamento, la hubris, ma il limite si ammette soltanto se non ci si ritiene onnipotenti e totali, se si riesce a distinguere – uso termini stantii e attualmente irricevibili, lo so – fra Soggetto e Oggetto.

 

A proposito del Soggetto: c’è chi sostiene che la tragedia come genere non è praticabile nelle democrazie attuali, in cui il soggetto individuale è una parodia grottesca di se stesso e affoga, nonostante le sue disperate e disperanti mossette apparenti, nella massa indistinta. La tragedia è roba da àristoi, da re, è faccenda di Nomi e Numi. Non l’abbiamo imparato già a scuola questo discorso? Eppure gli americani, che sono una democrazia, sanno scrivere tragedie. Lo sanno ancora fare nonostante Sidney Lumet sembri prefigurare anche per l’America la morte della tragedia. Non a caso il suo film mi ha fatto pensare, ad un certo punto che capisce chi li ha visti entrambi, a una deliberata polemica con il tragico Clint Eastwood di Million dollar baby, un film religioso. Il fatto è, invece, che in Onora il padre e la madre, a differenza di altri film americani, non c’è alcun dio, Dio è proprio morto, mortissimo, mentre la tragedia si muove, appunto, in un orizzonte solitamente religioso. E la tua esigenza, Demetrio, di ottenere dai narratori italiani di chiarire il senso di quel periodo, di quel terrorismo che ha fatto da culla alla tua nascita al di là di ogni caratteristica biografica da te dichiarata nell’Appendice 2, forse muove proprio dalla tua religiosità e dalla richiesta di salvazione che la innerva. Perchè devo nascere nel male, Io, proprio Io che non l’ho voluto, perchè lo devo pagare sulla mia pelle? Perchè non posso muovermi per Torino, per le sue fabbriche e i posti lavoro, per le sue scritture, sapendo almeno cosa devo e a chi? Quell’operaio che nel saggio tu assimili a Gian Maria Volontè è come una sorta di deus ex machina che, però, invece di risolvere, non solo resta un Nume opaco e illeggibile, un’icona, appunto, ma che, addirittura, chiede a te di perimetrare un limite che, invece, se tragedia ci fosse e comandasse, (se i padri facessero i padri, i figli i figli secondo un ethos che, se non naturale è sentito almeno come tradizionale) dovrebbe essere lui a tracciare perchè a te fosse possibile varcarlo o meno.

Chi si pone fuori dal Soggetto contrapponendovisi e confliggendo? Chi pone limiti a un figlio se non un padre? Chi pone un limite all’umano se non un dio? Una comunità di individui consapevoli, forse. Una serie di regole e di istituzioni capaci di gestire i conflitti, forse. Roba forte, roba difficile da trovare, dalle nostre parti.

La tragedia richiede un’assunzione di responsabilità soggettiva di una colpa oggettiva, una colpa che sta fuori dal soggetto, fuori da ogni sua consapevolezza e intenzione. Richiede, perciò, un Io che si fa forte dei suoi stessi limiti. Un Io del quale non contano le giustificazioni, le intenzioni, i “volevo dire”, i “sono stato frainteso”, i “non avevo capito che”, i “vorrei un aiutino”, i “vorrei confessare, quant’è lo sconto di pena?”, e nemmeno, come tu giustamente rilevi, gli inestinguibili profondissimi e nascosti sensi di colpa, ma solo le rilevabili e patenti azioni compiute. I fatti.

Ma che succede dove le azioni contano meno delle intenzioni? Dove “agente” o è uno sbirro o un venditore o un complemento? Dove, come tu rilevi, Demetrio, parlando del deprimente libro di Enrico Franceschini, il posto dell’Io e della sua voce viene preso dallo strillo di un noi indifferenziato? Dove prevale la logica del branco che oggi si usa per spiegare il bullismo? Se l’unico attore sulla scena è il coro (la doxa) la tragedia lì è negata, lì resta il dramma dell’umano troppo umano, e le rappresentazioni che rimangono a disposizione sono il nero cupo del film di Lumet (ben oltre ogni noir di genere che ha sempre quel manierismo splatter che distanzia e consola), oppure il melò, che è poi in definitiva la cifra prevalente, mi sembra di capire, fra i romanzi che tu hai analizzato (ma che lavoro enorme e appassionato che hai fatto!) o la commedia, virata in tutti i toni che la cultura teatrale, e soprattutto teatralizzante, italiana ben conosce.

I racconti sul terrorismo negano la tragedia perchè dunque manca, nella coscienza (nazionale?), il senso di responsabilità individuale. Nella coscienza (nazionale?) mancano il senso dell’Io e quello di una comunità esterna all’Io verso la quale l’Io è comunque debitore di almeno alcune parti del senso di sé.

Che cosa ti fa pensare, Demetrio, che questa coscienza, come credi dovrebbe, possa manifestarsi in un qualche scrittore italiano? Il fatto che ci siano riusciti Pasolini e Sciascia che tu citi giustamente e ampiamente non significa nulla. L’Italia è sempre stata piena di singoli eccezionali, e asincroni, almeno per ragioni biografiche, rispetto al loro tempo, che fanno da foglia di fico alle vergogne della nostra pochezza civica. Noi abbiamo il coro e basta. Oppure i comici.

Però la tua è un’esigenza condivisa da molti, moltissimi. Anche da me, che pure ho un senso del limite che non muove da alcuna istanza religiosa. (Anche se so che uno religioso, proprio nel fatto che abbia un senso del limite potrebbe ravvisare la mano di dio su di me e, magari senza dirmelo perchè è democratico e rispettoso, penserebbe Eh eh eh, ti conosco mascherina!)

E qui verrò, a momenti, al secondo capo della treccia, che è quello della mia chiamata in causa personale, della mia età.

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