Stanchi de che?

Davvero, amico, adesso mi sembri troppo spesso come quei vecchi che, quando avevamo diciott’anni e guardavamo i nostri genitori, non avremmo mai voluto diventare.

Per evitare quel disprezzabile destino, hai trovato una pessima soluzione, caro mio, rimanere adolescente, nelle scelte sempre contro, nelle idee proiettate nel sogno, nelle immagini diventate icone. No? Dici? A-ah, cambiamenti apparenti, intelligenti adattamenti. Giovane giovane ti senti, acerbo, fino all’emissione acida, alla sfiatatura idrica, allo sgonfiamento, dentro un corpo che se ne frega dei tuoi rammarichi e invecchia, come deve e come è destinato a fare, l’unica parte di te che, ammettiamolo, non mente e fa il suo dovere. E quanto lo ammiri, in fondo, e segretamente, il tuo corpo, tu che da sempre sei stato dalla parte del rigore, del senso di responsabilità, che fuggi dalle fughe, che rintuzzi i ritocchi, che denunci i pubblici inneggianti al silicone, al botulino e alle teste piantumate.

Tuttavia, sebbene amante del vero e dell’autentico, aspiri pure al bello e al buono, a quello che il corpo (pure il tuo, il tuo, pure) non può essere.

***

C’è un nodo che mi tiene legata da giorni al post qui di sotto, un nodo grande e grumoso, che non si sbroglia. Quel nodo è il mio stesso corpo che, non solo fatica a stare tutto dentro a quel post, così breve così implicito, con quel niente di detto e il tanto di implicato, ma che, in quanto corpo, fa quello che deve, stando dentro alla materia, all’entropia, invecchiando, opaco e cieco, insensato, da più di cinquant’anni.

[Quello che adesso è qui, in pixel evidenti, è già vecchio, scritto com’è di getto una prima volta, su fogliacci improvvisi, con grafia sbilenca e urgente, erotta fra un libro in grembo (un libro giovane che parla di vecchi), un lenzuolo appena steso e la voglia di caffè. Poi ho copiato. Quando l’urgenza si è placata. Ma non è spenta.Non è non è ]

C’è un di più apparente, nei nostri corpi umani, ed è la riflessione. Apparente due volte. La prima perchè riflettere è, di fatto, un processo biochimico – non so davvero quanto condiviso con altri animali o comunque esseri viventi, ma inclino a credere, in quanto convivente di un gatto, che non sia totalmente peculiare al solo nostro cervello -. La seconda perchè la riflessione produce immagini che, per processi a me assolutamente sconosciuti, generano parole e tutto quanto sembra assumere così – ma lo sembra solamente – la natura dell’immateriale, tanto da finire per credersi sottratto alle leggi della fisica e della chimica, alla gravitazione universale, all’entropia. Le parole di uno sembrano poter, in un certo qual senso, “non morire” dal momento che non “nascono”. In effetti, per la specie umana, è orgogliosamente così, se si prescinde dalla mortalità sia dei singoli individui nel loro corpo sia delle parole stesse di chiunque, che si dissolvono, al pari di ogni altra azione o prodotto di artificio e di natura, e in un modo che proprio la scrittura, invece di negare, rende ancora più evidente.

[La scrittura nel web, poi, è una continua vicenda di morte delle parole e proprio questa caratteristica è una delle più spaventevoli, tanto da rendere così diffusi il desiderio frequente di allontanarsene e la diffidenza nei confronti della rete, marchingegno dissennato che amplifica a dismisura l’immagine, se possibile evitata o almeno circoscritta, della caducità]

Ma cosa volevo dire, dunque? Sembro persa, in effetti, anche a me stessa, invece no. So di essere in tema. Il corpo, è il tema. E insieme non lo è, non è.

Il tema è l’invecchiare, che del corpo è l’essenza.

Dire “invecchiare” è solo un altro modo per dire che si sta al mondo. Si può dire anche di un bambino, in effetti, che invecchia. Anche stavolta mi viene in mente improvviso, come quella volta là, che la lingua inglese ha un che di più spiacevolmente onesto, rispetto all’italiano: how old are you lo si chiede pure a un seienne.

Chissà, magari, se invece di sforzarci di negarci all’entropia, riuscissimo a introiettare il presupposto di convivere tutti quanti a diversi livelli (e velocità) di invecchiamento, forse ci rispetteremmo di più e avrebbero un significato diverso, come dire? più alla mano, i concetti di nuovo, di rivoluzione, di ideale, di realtà, pure, e verità, e potere. E morte, naturalmente.

Forse sarebbe pure più facile smetterci antropocentrici, virare il concetto di umanesimo e convivere, più elastici e sereni, con parole come ragione, senso, conoscenza. Ambiente, persino.

Invece no. I giovani, diciamo. I vecchi. Come se fosse possibile e facile distinguerli davvero. Come se fosse possibile distinguere gioventù e vecchiaia dentro di noi, in ciascuno con cui stiamo, parliamo, ci sfioriamo. Certo, sembra (sembra) più facile quando si va in menopausa. Ma si tende però a nascondere che la riflessione è anche in parte dovuta a processi ormonali. Quello che si è sempre negato, attribuendo la riflessione e la parola alla cultura e – massima concessione alla materialità del corpo – all’esperienza di vita, lo si rimuove del tutto, e adesso soprattutto. No, non voglio fare uno di quei discorsi di e sul genere. E nemmeno voglio finire (sempre che non mi ci sia già infilata fino al collo) dentro al ginepraio del biologismo, che suscita tante contraddizioni, e pericolose, pure. Ma che si stia al mondo col corpo è di una tale banalità che sembra la lettera di Poe e che, dunque, il pensiero sia corporale mi appare come un inevitabile corollario.

E il corpo invecchia, quindi invecchiano anche i pensieri pensati dal corpo. E i vecchi spesso sono stanchi, a qualunque età, a qualunque years old. Vecchi e bambini, amici, fragili, tanto quanto rigidi. Insicuri.

***

Ci sono libri nuovi che vorrei leggere, anche se non credo molto che riuscirò a farlo data la lista di quelli rimasti indietro e la velocità con cui si accatastano quelli che continuano ad arrivare. Uno è La strada, di Cormac McCarthy – di cui non ho mai letto niente – perchè ho visto da poco Non è un paese per vecchi e mi sono innamorata e, dato quel che ho letto sull’ultimo, mi sento attratta come da una calamita. Ma mi fanno lo stesso effetto anche gli altri due libri di cui ho sentito e che sono Sardinia Blues di Soriga (meno essenziale, direi a occhio, e mi sa che proprio lo eviterò) e Fuoco amico di Yehoshua. Gravito intorno a questi tre libri perchè mi sembrano stretti nello stesso nodo, l’età del proprio corpo in rapporto con l’età del mondo, ovvero, detto in altro modo, il rapporto fra identità personale e Storia. Ovvero, ancora, il concetto di eredità che, a questo punto della mia vita, non ha certo più, per me, il significato passivante di quanto ho ricevuto quanto, ormai da tempo, quello attivo e responsabilizzante di ciò che lascio. Mi incuriosisce perciò veder trattato nei libri di Yehoshua e di Soriga, a quanto ho letto di loro, l’idea che i personaggi decidano ad un certo punto di dimettersi dalla propria ingombrante identità etno-culturale, che rifiutino un’eredità così paralizzante, così insostenibile nel mondo che corre e che sembra crollare. Nel libro di McCarthy, invece, il mondo è già crollato, ma c’è un bimbo che ne eredita i frammenti, le scorie, i residui.

Se fossimo un po’ meno antropocentrici penseremmo che, insieme al bimbo, tanti altri esseri viventi si spartiscono questa stessa eredità, ma tant’è, è pure naturale concentrarsi sulla propria, di specie, dev’essere qualcosa di inscritto nel DNA.

Questa nostra specie così potente, tanto più distruttiva quanto più è potente. E tanto più potente quanto più è costruttiva. Ma, per costruire, bisognerebbe dimenticarsi un po’ del fatto di essere umani, dimenticarsi della nostra identità, soprattutto di quella individuale. Lasciarsi andare alla vecchiaia che, quanto più ci avvicina all’indifferenziato (della specie, della materia) tanto più ci fa assomigliare alla nostra origine. Ah, la sorpresa di vedersi sempre più vicini al corpo dei genitori, le fattezze che traspaiono sempre più evidenti, come scultura levata dal marmo, le posture che si impongono per quanto diverse siano le stanze e le strade. Quando i corpi sono vecchi, sono tutti terribilmente somiglianti fra loro, come i corpi dei neonati. E noi che ci teniamo, invece, all’individuazione, all’identità, all’io sono io, al questa è la MIA storia.

***

Guardo molto i miei ragazzi e sono quasi tutti parecchio brutti. Sì, vabbè, da adolescenti si è sempre brutti davvero, così tutti informi, senza stile, con facce e braccia e gambe e pance e culi che cambiano in continuazione, quasi a vista d’occhio. Non è così per i boccioli di rosa, non è così per i micetti o i puledri e forse neppure per le Giovani Marmotte, ma è così per gli umani. Belli: pochi, e comunque infagottati e conformi e indifferenziati nel loro farsi evidenti. Quasi tutti, poi, sembrano pure brutti dentro, a vederli muovere, a sentirli parlare, a leggerli. Orribili, a volte. E sembrano, soprattutto, tanto stanchi. Ah, i giovani d’oggi! Ah i tempi e le more! Noi, invece, ai nostri tempi, invece.

Ignoranti, sono questi. Ignorantissimi. Non lo nego. E’ tutto vero. Vere le statistiche, vere le classifiche PISA-OCSE, veri i miei votacci, vero il loro analfabetismo non sempre di ritorno. Com’è maledettamente vero adesso Cetto LaQualunque, era verissimo e anticipatore il Lorenzo di Guzzanti.

Per anni ho tenuto un pezzo di carta, era un articolo di Roberto D’Agostino su una Repubblica forse di fine anni ’80, mi sembra che fosse poco prima di Mani Pulite, anche se non ci giurerei. Poi l’ho buttato, mi ero decisa che basta. Mentre adesso vorrei di nuovo avercelo sotto gli occhi. E in rete non ne ho trovato traccia. Si intitolava Ragazzi biscionati crescono e descriveva esattamente l’operazione Mediaset di cui vediamo i frutti, l’allevamento in vitro di queste nuove generazioni. Di questi bambini che ereditano un mondo che attraversiamo con l’unica scorta di un carrello da supermercato.

E’ questo il mondo che questi ragazzi brutti vedono. Ma che sia un mondo così brutto, e scoppiato, e crollato, è una narrazione da vecchi e, il mondo non è mai un paese per vecchi. E la vecchiaia dei nostri ragazzi non è la nostra stessa vecchiaia. Abbiamo diversi livelli (e velocità) di invecchiamento e, convivendo, li mescoliamo.

Che cosa ereditano, dunque, questi nostri brutti bravi ragazzi? E, intanto che siamo tutti vivi, come li stiamo accompagnando in giro? Cosa mostriamo loro? Ma, soprattutto, riusciamo a vedere coi loro occhi che cosa vedono loro? E’ questa la domanda fondamentale, quella che i nostri genitori non si facevano, forse, quando noi li guardavamo che avevamo diciott’anni e non avremmo mai voluto somigliargli, da vecchi.

***

Dislocazione, scrive. Che, poi, è un’amplificazione dello spazio, a giudicare dai risultati, un’articolazione che moltiplica, inducendo al movimento. Alla nostra età, con la nostra storia, con la nostra identità, dovremmo poterci riuscire ancora, a dislocare le nostre prospettive, a spostarci lungo gli assi confusi del tempo, a riflettere, modificando le immagini, e a vedere, con la distorsione e lo strabismo che comporta, con lo sguardo dei nostri ragazzi. A costruire una strada lungo cui LORO (così brutti, sì, così ignoranti, sì, così informi, sì, così irresponsabili, sì, così innocenti e così saputi d’altro) possano camminare.

***

L’altro ieri ho cominciato a rivedere Il postino, il film con Troisi, ancora solo la prima mezzora, a scuola. Un esperimento coi miei sedicenni. Ho capito che gli stava piacendo, nonostante i miei timori (me li aveva fatti venire una collega, tanto impegnata e sollecita nell’educare, che lei la prima parte la salta sempre, che i ragazzi si annoiano, perchè è troppo lenta per loro e non capiscono quello che si dice). Ho finito di riguardarlo a casa, per prepararmi, dopo tanti anni. E ci credo che ai miei ragazzi piace: tutto sta nel personaggio di Mario Ruoppolo che, forse, solo quel mago rimpianto di Massimo Troisi poteva rendere così vicino alla loro fragile ignoranza, alla loro vita sentita troppo spesso così inutile e persa nel mondo, così lontana dal senso e dall’armonia, così noiosamente insensata e senza futuro. L’avvicinamento scettico e timoroso di Ruoppolo al Poeta, al produttore di senso, all’opposto di sé, è il loro, di avvicinamento, quello selvatico di una specie umana messa a vivere in un’isola lontana, senz’acqua, senza lavoro, senza esperienza, senza parole, con l’unico contatto col mondo costituito da immagini difformi, irreali e poco comprensibili. Che il mondo del senso allora gli si catapulti in casa, seppur a debita distanza, seppur senza aggredirli con la sua impostata Verità, di questo hanno bisogno, i nostri brutti ragazzi ignoranti, cresciuti biscionati. Cosa vedono in quest’isola, loro? In questa LORO isola? Chi di noi si dice in esilio, stia tranquillo, lo è, come Neruda nell’isola di Ruoppolo. Ma ciò che quella storia non dice è che, per noi, non ci può essere ritorno in patria. Che in quest’isola dobbiamo invecchiare, come già stanno invecchiando i nostri ragazzi.

Quelle che per noi sono rovine cosa sono per loro se non le case in cui abitano?

***

Trent’anni fa, oggi. Non era, quello, un mondo in rovina? Quanti di noi lo pensarono davvero, pur nello sgomento? Io no, di certo, eppure avevo ben più di sedici anni.

Ed ero davvero piccola, poi, quando vedevo altri bonzi bruciare nella Tv bianco e nero. O quando morirono i baschi garrotati a Burgos e, dopo poco, Jan Palach a San Venceslao. Ah, la nostalgia che ci piglia delle narrazioni che raccontavano quel mondo. In fondo in fondo ci sembra ancora adesso che ce ne potessero dare ragione. Ed erano, invece, pure quelle, montaggio montatura propaganda, immagini.

La civiltà dell’immagine. La cultura dello spettacolo. Esattamente quelle in cui siamo cresciuti, pure noi. Cosa stiamo tanto a stigmatizzare? La narrazione del mondo vive di icone. Ed era così anche prima della società di massa, anche prima del XX secolo. Con la società di massa questo processo si è solo amplificato, insieme a tanti altri. E il problema non sta nel fatto che si producano icone, ma come si leggono le icone stesse. Quali sono i criteri di lettura nel XXI secolo?

***

Suppongo che le formiche che schiaccio senza pietà mentre si avvicinano al mio cibo non sappiano di essere una società di massa. Suppongo che questa presunta ignoranza sia, in fondo, la sostanziale differenza fra me e quell’esserino che il mio piede non ha schiacciato abbastanza duramente e che ancora si torce sul pavimento. Suppongo. Ma non so.

Sapere o no di appartenere o meno a una società di massa non cambia certo di una virgola il destino mortale di ciascun essere vivente ma può, almeno nella nostra specie, suscitare misteriosamente delle idee. In me ha suscitato un’idea liberatoria. Mi ha liberato (quasi, a tratti, in alcune circostanze) dall’idea paralizzante di identità individuale. Non dal senso di responsabilità che provo nei confronti della specie umana e delle specie con cui essa è in controverso e conflittuale rapporto. Ma dalla necessità di sentirmi rispecchiata per sfuggire al senso di angosciosa solitudine che ogni identità individuale comporta. Una liberazione precaria, certamente. Mica sempre ci riesco, dicevo, a evitare la paralisi indotta dall’ingombro del mio ego e delle sue divertite passioni. Stabilire la giusta distanza, tenersi libera, ad esempio dal lavoro, per dirne una, non mi viene tanto facile.

Ma in politica, ecco, lì mi sembra di sì. Cerco di non lasciarmi ingombrare dall’opacità del corpo che invecchia e dei suoi vecchi pensieri, dai miei ricordi, dai miei piaceri, dai miei sogni. Cerco misure e dislocazioni, Cerco sguardi diversi con cui guardare alla storia mia dentro alla storia di tanti, che, oltretutto, continua e si divarica ancora, per tutti quelli che ci sono.

Destra e Sinistra per i nostri ragazzi sono aree del tutto confuse, non perchè non conoscono la nostra storia (o non solo per questo) ma perchè la loro è davvero tutta un’altra storia, senza per questo che cessi di essere in comune con la nostra. Raccontargliela, la nostra storia, dobbiamo e possiamo ma loro la faranno comunque a lacerti, se vogliono vivere nel loro tempo. Sull’eredità che lasciamo non abbiamo potere. Possiamo solo intravedere quali linee di frattura seguiranno nei loro strappi ed è lì che NON dobbiamo opporre resistenza. Assecondare il tempo che passa, vivere nell’isola dell’esilio perchè dislocarsi è moltiplicare lo spazio, amplificare il tempo.

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14 risposte a Stanchi de che?

  1. pessimesempio ha detto:

    Lascia un comento, sì!, lascia un commento. Prima lo devo digerire. Ci sono talmente tante cose dentro, e tante cose che sento vicine, che ho pensato, senza tradurre mai in frasi di senso compiuto: i vecchi, i giovani, l’eredità del passato, il modo di vedere il passato. Intanto ti dico che sento un velato rimbrotto a tante parole dette, qui e altrove, su quello che siamo stati, al rimbozzolarsi dentro la nostra storia ( quella sì che era bella, diciamo agitando la giannetta che ci sorregge seduti sulla panchina al sole, quella sì che era bella, signora mia!). Ecco sopratutto a questo rimbozzolarci dentro e stare lì al calduccio. Come sempre, dai delle sterzate non poco salutari, almeno per me, nel senso che ci rifletto su.
    Per ora.

  2. mauro ha detto:

    Sterzate non mi pare. E’ un po’di giorni che sta tirando dritto e sferza di brutto :))

  3. Angela ha detto:

    Posso farti una domanda (non mi liquidare con un “ma che insolente”) gli stessi concetti, si potevano esprimere, egualmente, con meno parole?
    piacere di leggerti
    angela

  4. caracaterina ha detto:

    Suppongo di sì, Angela, ma mi ci sarebbe voluto molto ma molto più tempo :)
    Anche perchè non si tratta di nè di una storia nè di una comunicazione più o meno di servizio nè di un articolo. Questo è un post in un blog, quindi: a chi dovrei, letteralmente, “rendere conto”? Per chi, o per cosa, dovrei risparmiare parole?

  5. caracaterina ha detto:

    Quando ho letto i commenti di pessima e mauro, non ho potuto fare a meno di pensare a noi tre come ad Aldo Giovanni e Giacomo :)

  6. pessimesempio ha detto:

    Mi piacerebbe sapere come avevi distribuito i ruoli. :-))

  7. mauro ha detto:

    Ok, naturalmente non nella versione ultima, appollaiati sul ramo, ma in quella precedente seduti sulla panchina dei giardinetti :))

  8. Pingback: Anonimo

  9. Angela ha detto:

    E’ vero ci vuole tempo.
    Sono contenta che non hai franteso. Perchè il tuo post mi è piaciuto parecchio (l’ho riletto più volte, come faccio, di solito).
    Mi riconosco in tante “parole”.
    a.

  10. LoStudente ha detto:

    per leggere un post cotanto lungo voglio almeno un bel voto!
    ;)

  11. Pingback: fritto / misto « parergon

  12. usermax ha detto:

    BUONA PASQUA!
    M.

  13. usermax ha detto:

    ops, credevo che si vedesse l’immagine.
    (era la colomba di Magritte…)

  14. silent ha detto:

    si, auguri e good springtime, a tutti.
    vi leggo, con assidua ossessione.

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