Regole di carico

 misurarsi1.jpg Sì, darsela davvero quella regola lì, di scrivere tutti i giorni, tutti tutti, nulla die sine. Seee… Come quella di fumare 8 sigarette solamente, no 10, facciamo 10. 12. Eppure. Incastellarsi, farsi una carpenteria di sostegno per le giornate, soprattutto quelle come oggi, quando più forte è la paura da neonato buttato nel cassonetto. Arcaismi primordiali dentro a una modernità di capelli nuovi corti corti sfilati. E’ sempre un segno, quello dei capelli. Riprodurre energia per costruirsi impalcature su cui tirare pareti su cui piantare chiodi su cui appendere quadri pensili piatti mobiletti. Cominci dalla fase 1, quella della fantasticheria, del vorrei ma non posso. Sei circa alla 1 e mezzo, quando guardi l’orologio e dici, ok, adesso mi preparo poi esco. Hai circoscritto la gamma dei negozi, per esempio. Cominci a credere che andrai lì, e non a zonzo a cercare a vedere a immaginare, ma andrai lì, solo lì, a parlare davvero della cucina da comprare. Dove hai messo le misure che prendesti un anno fa? Forse è meglio ricontare, riportare le distanze. Potrai farlo fra poco, col metro da falegname. Così non vai alla manifestazione. Ti ritiri nel privato. Misuri i lati degli angoli e il raggio delle porte. Questa è la tua difesa della legge, delle regole, questo il tuo attacco. Il tuo inizio. C’è la partita di rugby, pure. C’è la forza e c’è la gente. C’è una partita da giocare, una casa su cui investire, un’altra casa da cercare.

Una solitudine da riempire. Di regole.

C’è un rapporto da tenere, con la gente, ad esempio. Perchè, ammettilo, dài, la gente non ti piace. Come tutto quanto ti è necessario. Perchè la necessità ti urta, ti sfrega, ti sminuzza, ti irrita, ti urtica, ti stanca, ti ossessiona, ti infastidisce, ti ostacola, ti limita. Ti sostiene. La necessità è ciò di cui non puoi fare a meno. Faresti forse un altro lavoro, potendo? Sì, ma solo se fosse necessario, appunto.

Un’altra casa da cercare, ad esempio, è procurarsi un fastidio. Per abitare già questa ti basta ed avanza e non la abiti neppure abbastanza. (Ma hai chiamato il giardiniere, intanto, e penserai alla cucina, mi raccomando. Anche su internet, la cercherai. E poi: l’idraulico, l’elettricista, per fortuna che il muratore è già stato avvertito. C’è solo da aspettare. Ma vedi, ti ricordi? La caldaietta da sostituire, il contatore da spostare, le ringhiere da tinteggiare, la casetta da svuotare, l’asfalto da raccordare, le bietole da seminare, e anche il rabarbaro pure, e l’origano nuovo. Che c’è? Che dici? Ah …) Prima casa. Seconda casa. Una vita da farci stare tutta intera, fin dall’origine, fin dai suoi inizi. Quando penso a una casa non posso pensare a me, ma a noi. Perchè io non sono niente senza di loro. E’ tutta la vita che cerco di uscire da questo che è un vero guaio. E solo adesso comincio a comprendere e non solo a sapere che uscire non se ne può. Che dalla gente non te ne puoi andare, per quanto ti urti, ti sfreghi, ti sminuzzi, ti irriti, ti urtichi, ti stanchi, ti ossessioni, ti infastidisca, ti ostacoli, ti limiti. Ti sia necessaria. Per una seconda casa pensi alle riviere. Meglio di qua oppure di là? Ci sono costi che non ti puoi permettere. Ma in fondo, qui, sei ancora alla fase 1. Datti tempo.

E intanto quelle si stanno riunendo in piazza ma tu il tuo modo di pensare alla politica lo rimandi a domani. Primariette, le chiamano. Hai guardato il giornale e voterai delle donne. Perchè sono brave, e basta. Pensi che sei contenta per la Sicilia e che ti accontenti di poco. Che basta davvero poco, sempre che si parli di tutto quello che non ti è strettamente necessario.

Le case, le riviere e la politica è tutta la mattina che, senza necessità, stanno dentro alla tua testa in compagnia di un ricordo che sa di ridicolo. Non è un fatto buffo ma a te ti viene da ridere, e perchè poi? Solo perchè è un fatterello del tutto accessorio? Un ricordo incistato senza alcun motivo, così, come capita di certi punti neri nella schiena che nessuna estetista riesce a riparare. Hai visto il suo nome ancora l’altro ieri, sul giornale, è uno dei tanti candidati che ballano da soli senza nessuna necessità. E ti chiedi se ti riconoscerebbe ancora, se lo incontrassi oggi. In fondo sei stata tu ad evitarlo, mesi fa, quando lo vedesti alla stazione, di spalle, seduto coi libri al bar dell’attesa. E pensi che dall’ultima volta sono passati almeno 15 o16 anni, o forse più, e lui non aveva ancora fondato un partito, e parlaste dei prezzi delle case a Finale perchè era lì che insegnava, e di quanto è bella la tavola a vela davanti a Bilbao, che a sinistra i Paesi Baschi sono sempre piaciuti, per quel senso di libertà e autonomia, sì, che dà fare il surf nel Golfo di Biscaglia. Già. La sua voce. Era quella che ricordavi dai tempi della scuola. E’ sempre la stessa, ovviamente, e improvvisamente capisci che è proprio nella sua voce che si annida la spia della sua incongruenza, e che te n’eri sempre accorta. Perchè, se ci pensi, era la sua voce che a scuola ti colpiva, e ti aggrediva seducente senza riuscire a convincerti. Emanata da quel corpaccione prepotente e sensuale. Son qui son qui, ti diceva, quella voce, nel sottofondo del vibrato cavernoso, ricoperto da una lastra metallica attaccata alla fronte e che poi sembrava stesa e tirata su un vuoto rimbombante. Non è importante quel che dico, Trotzki sì, lotta di classe sì, son qui son qui. Ascolta ME! Eccola, la distorsione, refrattaria ad ogni equalizzatore. Come potrei guardarlo ancora in faccia, oggi, e stendere di nuovo sul vuoto discorsi di case in riviera e politica del mare? Come posso credere a certa gente che, pure, è la MIA gente?

Evito, misuro distanze, mi allontano. Anche dalla rete, se è necessario. In cerca di lati da misurare, di sponde da tracciare camminando, nuotando, o con la matita in mano, se è necessario.

L’esplorazione è un’avventura regolata da universi di schemi da verificare passo passo. Perchè solo così puoi riconoscere la sorpresa e sorridere, lo scarto del mai visto e stupirti, e separarli dall’indefinita reiterazione della norma. Della normalità necessaria. Della gente normale che non se ne può farne a meno.

Quanti posti in cui guardare! Stamattina ti sei accorta finalmente del cantiere lì giù nella valle. Hanno dovuto arrivare al tetto perchè li vedessi. Eppure tu sai che hai guardato sempre dritto davanti a te. Come ieri, in faccia alla ragazza del primo banco che ti ha detto lei cosa fosse successo dietro alle tue spalle la sera prima, quando verso mezzanotte ti sei chiesta il perchè di tutte quelle sirene e, fatto silenzio, sei andata a dormire. Nessuno lo sapeva, non tu, non i giornali che lo raccontano in breve soltanto stamattina, non internet che lo ha saputo, in breve, soltanto ieri, solo lei lo ha saputo, dalla sorella che c’era e che ha visto, mentre la macchina scivolava all’indietro, nella notte, lungo la scarpata, giù nel dirupo, piena di vita spericolata, di dismisura, di dismaniera e di freni a mano tirati in accelerazione in curva in salita. Non ho mai più rivisto Gioventù bruciata, hai pensato allora ieri mattina. Solo una volta in vita mia, più di trent’anni fa. E ti sei chiesta che effetto farebbe rivederlo adesso, insieme a questi quindicenni, che non sanno nulla delle misure da prendere, delle distanze da tenere, e nemmeno di James Dean.

Il corteo si dev’essere già mosso, intanto, la partita ha finito il primo tempo ma non l’ho vista. Sono qui, a studiare la logistica della mia vita, ad applicare le giuste regole di carico. A tentare la virtù della necessità.

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7 risposte a Regole di carico

  1. mauro ha detto:

    E’ sul tuo blog che ho letto delle considerazioni su La giusta distanza? Forse no, non ricordo.
    Sono tre giorni che torno per rileggere e sempre ritrovo queste parole irte, annodate. Prolissa come sempre; generosa, vale a dire, ma… faticosa.
    Per cui quel che volevo scrivere qui è probabile che l’abbia scritto su un altro blog.
    Oltre la necessità.
    Tornerei.

  2. caracaterina ha detto:

    Come nella trasmissione di Frizzi: No, non sono io che ho scritto delle considerazioni su La giusta distanza.
    Anche se 1) il film mi è piaciuto 2) parlo spesso di distanze e giuste distanze.
    Io ricordo che ne aveva parlato pessimesempio.
    “annodata” mi sembra un aggettivo in cui mi riconosco.

  3. mauro ha detto:

    Non so del programma di Frizzi: ‘azzo quante cose mi perdo lavorando di sera ;))
    Meno male, ne ho azzeccata almeno una, nonostante debba ancora mettere ancor bene a fuoco (infatti è possibile che abbia fatto confusione).

  4. Mitì ha detto:

    Sì, ho pensato subito a quella strada leggendo il giornale…
    Così come sto cercando di indovinare il candidato. E immaginare la nuova cucina.

  5. pessimesempio ha detto:

    Voterai delle donne? e come farai?

  6. caracaterina ha detto:

    Erano le “primariette”, pessima. Poi, ad aprile, vedremo. Comunque pare quasi certo che in lista da noi verranno almeno riconfermate le uscenti Pinotti e Rossa. E anche nella peggiore delle ipotesi dovrebbero farcela. Ma io spero nella migliore, delle ipotesi.

  7. pessimesempio ha detto:

    Le primariette? e chi le hai mai viste?

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