Che dire?

Che ho guardato dall’alto dove finisce il mare mentre entravo col mio permesso di lavoro e col mio ticket pagato? Che quando sono uscita non avevo, meno male, più bisogno di fermarmi a guardare? Che un ragazzino ieri mi ha detto sa quella farmacia lì, proprio quella all’inizio di questa via? E’ della cognata (o è una cugina? uff che distratta) di Totò Cuffaro. E mi spiega a puntino, mentre la prof. si limita a pensare.  Nientepopodimeno che uno così, dunque, ci voleva per inserirsi a dovere nel sistema feudale dei farmacisti di quissù, con tutto che una delle farmacie di quartiere è in capo al capo dell’Ordine Nazionale degli Speziali, col suo cognome che, quissù, vale un Perù. Un cognome curiale reverendissimo, e, quissù, la Curia vale un Perù, e non solo quissù a quanto pare, e non solo di questi tempi in cui gli amici-nemici del porto laicissimo su tutto il fronte, ma non per questo meno devoti,  stanno letteralmente annaspando mentre affogano a vista.

Che vorrei avere il potere? Un potere democraticamente assoluto, s’intende, soprattutto quando leggo il giornale. Soprattutto quando un ragazzino mi racconta che dove stanno i parenti del padre, in non so bene quale quartiere napoletano, non ci fosse la camorra farebbero la fame.  Così lui sente, così lui ha visto. ( Eppure, l’ha già raccontato, il posto in cui vive solo con la mamma e i nonni materni, a tre colline da qui, ha il comunismo e la Resistenza ancora dipinti e ridipinti sui muri e nei discorsi intorno al biliardo e alla fermata del bus su cui lui sale sapendo a memoria bellaciao). E mi ricordo che D., l’anno scorso, (e il tempo passa e di D. non so più nulla, non fosse che, saranno due mesi, l’ho visto da lontano fare una vasca di strada con un paio di fanciulline), appena scappato da Napoli com’era, e tutto pieno di nostalgia, era l’unico che capisse davvero, in quella banda di quattordicenni,  cosa cavolo stesse succedendo a Renzo e Lucia e che tipo mai fosse  quel Don Rodrigo che diceva e non diceva, strafottente sogghignava in faccia all’onesto e diretto frate. E’ vero che D. non sapeva ripeterlo in un italiano grammaticalmente decente, e tanto meno scriverlo, però capiva, lui solo fra tutti, ogni cosa.

Che non parlo perchè ho bisogno di ascoltare? Comprese le battute felici e improvvise che un poco ti danno respiro dentro al bar davanti alla grande multinazionale? Mentre pensi a quel cognome sul registro, che credevi pienamente genovese, e che è invece viene da Taurianova, come altri cognomi della nobile Janua Picta dai secoli antichi e mai passati della ricapitalizzazione, e l’hai scoperto perchè ieri, il ragazzo col nobile cognome di servo della gleba, ti ha raccontato dello zio, intimo amico di quello a cui, un giorno, e non di qualche secolo fa, la ‘ndrangheta ha tagliato la testa per giocarci a palla nella piazza del paese.

Che ci sono giornate di sole ormai lungo e piante già in fiore sebbene non abbia ancora chiamato a potare? Sono cose che a M. piacerebbero, certamente, anche se adesso veste largo, come dicono loro, e scrive  – andando del tutto fuori tema – che il suo sogno sarebbe di diventare un rapper famoso e visitare le carceri e che è tutto uno schifo, davvero, e sapendo la sua storia un poco ha ragione. M. , adesso, e non è mica la prima volta, ridacchia irrefrenabile e irritante e il perchè lo posso ben immaginare visto che da poco è finito l’intervallo e che nei cessi ermetici di questo plesso non vuol dire nulla  che non ci sia puzza di fumo. Anche C. ci si è messo, da qualche tempo, a svenire e soffocare di riso e frasi dette a voce troppo alta, lui che in questi tre mesi è cresciuto d’un botto di tutta la testa e che, tentando di dissimulare (mica come A., che è vuoto come un bracciolo gettato in piscina e che improvvisamente, a muzzo,  nel bel mezzo di una spiegazione troppo noiosa perfino perchè si possa ridere, si toglie la maglia griffata e resta in canotta firmata, apposta  perchè tutti possano vedere il delfino che si è appena fatto tatuare), perchè C. è uno sincero e se dissimula si vede, salta su a dire che sa, l’Anonima Sarda? Ma non c’è più, azzarda la prof. Non è vero, si fidi. E qualcosa, col suo cognome e la sua vita di affidi, C., un poco lo sa.

Che sabato non ci sarò, e non solo perchè è il mio giorno libero, quando a questi quindicenni di quartieri non degradati, di una scuola non di frontiera, di una città non incivile, verrà a parlare di mafia il fratello di Borsellino?

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2 risposte a Che dire?

  1. mauro ha detto:

    Mi ricorda i servizi televisivi di Samarcanda.
    Ma naturalmente è molto meglio, senza neppure un fotogramma, eppure è tutto così chiaro.
    Si vedono anche i sorrisi, gli ammiccamenti, la finta allegria, e la malinconia di chi osserva.

  2. Deli Mel ha detto:

    (a me pure piace tacere, un sacco)

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