Accertamenti

Continuo a pensare, qui, dentro al buio e alla pioggia di fuori. Mi sento quasi rinata, oggi. Sono vuota e dimagrita. Vuota è la gola, vuoto l’esofago, vuoto lo stomaco, vuoto e un poco irritato il duodeno. Ma ancora non riesco, non riesco a parlare davvero. Cos’è che m’impedisce? Cos’è questo pieno di mondo che ho dentro e che non esce ma che fa barriera, in uscita e in entrata, che dice no, che pretende un filtro finissimo, un setaccio compatto, un respiro trattenuto a sorvegliare, a tenere alta la guardia? Di cosa non riesco a svuotarmi tanto che, per tentare di farlo, ho dovuto smettere di far entrare?

Ho rischiato di farmi male, ieri sera, tirando a strappo il braccio del dottorino che mi aveva introdotto un’insopportabile sonda nella gola. Stia ferma e respiri dal naso che non sta soffocando. Nella trachea si agitava un ingombro vivo che sembrava mi facesse morire. Stia tranquilla che tutto è libero e il buco è grande. Aspetti. Come se fosse stata operata di tonsille. Non riconosco più la mia voce. Ferma, severa, e tranquilla, la sua.

Qualcosa ho mangiato, oggi, l’ho comprato al Mercato Orientale. E ho comprato dell’altro da mangiare, primi nati bianchetti e cime di rapa da cuocere con le fave in purè. E ho comprato una tazza grande decorata con fiori di peonia, una pianta tutta mia che ancora non mi sono potuta coltivare. E ho comprato dei semi di borragine, che va bene con la ricotta morbida, e stavo quasi per farlo con quelli di rabarbaro ma poi ho detto: no. E ho comprato, comprato, comprato nei saldi, roba ricca che mi permetto comunque, che tanto sono solamente soldi.

Ma questa me che si mette alla prova con un thè e due biscotti non si trova tutta qui dentro, a una pelle che, anche lei, non sa bene come farsi barriera e sta imparando, ogni giorno daccapo, a farsi interfaccia. Questa me che ha preso un giorno di mutua, quello a scuola più leggero, per non pesare sugli altri e per restringere i vuoti, questa me non è solo quella che si è fatta un giro di vite fra ambulatori e negozi.

Sai cosa è passato, intanto? mi parli ammiccando a tutta me, che è tutta tua. Ho un nuovo pacchetto fra i guanti del freddo, una gonna carissima che mi sono comprata. Intanto? Intanto un corteo della FIOM,  è passato, con camionette davanti e di dietro. Quanti operai, chiedo, cinquanta? E mi infilo al collo la mia borsa sì-logo. Mi sento sola, ma non improvvisamente.

Mi parli delle camionette che scortavano, come se ci fossero ancora gli antichi cortei, e di una poliziotta altissima e in borghese che si vedeva che comandava. Mentre andiamo al parcheggio passa un pullmann grande e tutto nero anche nei finestrini schermati, la scritta polizia penitenziaria sui fianchi, grande anche lei, ma bianca.

Guarda questi, che faccette da classico che hanno. E non posso non fare un confronto coi miei. Camminano lenti senza correre o urlare. A file, a schiere piccole, sempre in riga. Senza scarti. Senza sciarpe da calcio. Quieti, come questa pioggia fine e fredda di gennaio, che sembra non bagni e invece. Un formicaio colorato di nero con qualche punto vivo in lontananza è ancora in frotta lassù sulla scala d’uscita. La coreografia ordinata e di classe si forma poco a poco e finisce prima che con la macchina si passi davanti al portone del liceo più dirigente della città. Fra qualche mese, su questa stradona di piazza e di occhiuti pestaggi, ci sarà un giorno in cui non si potrà circolare, un giorno di giugno, la fine della scuola. Verrà bloccato il traffico da un’ora a un’ora per via delle uova che faranno melma patinosa sull’asfalto. Avverrà di nuovo, come la prima volta, quando questi, proprio loro, questi sempre in riga sempre in fila, ma davanti, diedero il via alle scuole della città. Avverrà nonostante la caccia ai cartoni delle dozzine che comincerà una settimana prima, e bisognerà pure evitare che i motorini si pieghino per terra e le macchine frenino mettendosi per traverso. La futura classe dirigente ha i suoi riti di devastazione da celebrare. Ma adesso, guardali, come sono educatamente pacati. Questo è il posto da cui De Andrè è fuggito lontano per tutta la vita, qui c’è stato D’Alema per qualche anno, da qui i Villaggio hanno scartato verso la fisica e il grottesco, ciascuno nel disordine suo, e, o come passa il tempo … questo è il posto dove Bizzarri Luca non è stato capace di terminare. L’ultimo allievo famoso l’anno scorso è tornato, in un giorno di assemblea d’istituto. E il preside che lo ha presentato come un esemplare scoperto è lo stesso che lo aveva bocciato. Il preside che lo aveva bocciato è lo stesso che si deve difendere da una denuncia del barista lì a fianco, dopo l’ennesima entrata a statafascio per recuperare, in stile MP dei marines, qualche alunno che ha provato a ritardare. Il preside è lo stesso che l’anno scorso ha portato la bandiera della scuola a ben tre funerali di allievi: uno per un imprevedibile e assurdo incidente, due perchè si sono buttati dal piano più alto di tutte le aule.

Un mio grande e preparato e civilmente impegnato e per anni fortemente motivato collega di fisica ci è venuto a insegnare. Perchè finalmente così sta a due passi da casa, perchè la fisica qui dentro non conta niente, perchè ha deciso che, a cinquant’anni, è meglio per lui imparare a suonare, con un impegno di ore e ore, il pianoforte.

Ho un gatto sulle cosce, adesso, un gatto che ha fame e che miagola forte. E ho un giornale alle spalle. La Repubblica di oggi che conserverò, in qualcuno dei suoi fogli. Mi piace sempre di più la Concita De Gregorio, che anche oggi guida la banda di tamburini e cornamuse davanti alla compagnia di fantaccini in cui io combatto in silenzio. Giorni fa ho dato parte di un suo articolo da commentare in uno scritto a scuola. I miei sedicenni non hanno capito quasi niente: le macchine sono stupide, hanno scritto, e la vita è altrove. Ma stavolta l’hanno scritto in un italiano peggiore di quello della volta precedente, un italiano parecchio insicuro, smodato. Buon segno, qualcosa si comincia a scardinare, le anche si agitano sulle sedie, il polso trema.

(Ma, insomma, cominciate a vedere anche voi quello che vedo io?)

E conserverò, naturalmente, l’articolo di Ezio Mauro, il racconto dell’inferno, che non vuol dire che solo chi c’è stato davvero lo può raccontare, ma significa, piuttosto, che saper parlare, che saperlo dire, ti permette di passarci attraverso. Non per nulla ha cercato di salvarlo chiedendogli se se la sentiva  “di seguire i compagni, di seguire la voce”.

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27 risposte a Accertamenti

  1. enpi ha detto:

    bene, oggi la Thyssen e Torino sono fra le prime tre notizie di blogbabel (arrivo da lì: ovvero c’è anche questo blog nella homepage di BB).
    e quindi, cara caracaterina?
    è un giorno migliore questo?
    ciao
    e.

  2. anfiosso ha detto:

    Sono passato.
    Ho letto.
    Dico: E’ bello.
    Ti saluto:
    Cia’,
    d.

  3. caracaterina ha detto:

    @enpi, quando ti deciderai a renderti conto che la cultura del cinismo atteggiato e mediasetizzato (altra cosa dal cinismo filosofico) in cui è cresciuta la tua generazione e che tanto filtra dalle tue parole (qui e nei tuoi blog) inizia a perdere qualche colpo in quella che è sempre, come e da sempre, una battaglia culturale? quando ti deciderai a rilevare che i linguaggi in cui ti dibatti, pur essendo assai comuni e diffusi, e pur avendo una patina di novitas che fa chic, non ti rendono ragione?
    Ora mi dirai che, al solito, non rispondo a tema al tuo interpellarmi ma, vedi, cosa rispondere a uno che chiede che ore sono mentre stiamo nel mezzo di uno tsunami?
    @anfiosso – d. : grazie. Cia’

  4. giulia ha detto:

    Anch’io ho letto l’articolo di De Mauro e l’impressione che molta gente stia diventando invisibile, ma questo sarebbe nulla, viene prorpio lasciata a se stessa… Sono preoccupata davvero per come stanno andando le cose, c’è tanta gente di cui nessuno sa le condizioni in cui vivono… Ciao, Giulia

  5. enpi ha detto:

    già: che ore sono, cara caracaterina?

    e.

  6. caracaterina ha detto:

    Questa faccenda dell’invisibilità degli operai, visto che ne ha parlato Repubblica, cioè una voce autorevole (certo, se ne parla caracaterina chissene) corre il rischio di diventare una giaculatoria. La gente di internet che legge i giornali adesso, solo adesso, si sente di poterne parlare. Con che parole e con quale impegno a “vedere” veramente, però, non saprei. Mi sembra quasi che se ne parli, ora, come se l’argomento fosse di moda, come dell’ultimo film uscito. A questo proposito, mi chiedo se l’articolo di Mauro avrebbe suscitato la stessa eco se non avesse contenuto il racconto horror. Mi chiedo anche quanti, invece, nella voce di Giovanni Pignalosa, si siano dati la pena di cogliere la qualità del suo discorso. Il suo saper parlare del suo mondo, in un modo competente e con un orgoglio totalmente privo di iattanza. Sa raccontare quello che fa, sa dirlo in una maniera tecnica eppure piana, evidente, che mostra a chiunque i rapporti fra le cose, fra i materiali e gli uomini, fra gli uomini che agiscono, fra l’insieme di questi uomini al lavoro e il resto del mondo, del loro mondo che è anche il nostro. Lo stesso tipo di voce l’hanno fatta sentire gli uomini che parlarono alla trasmissione di Lerner. Per chi la vide fu uno choc mediatico, tanto diversa era la postura nel parlare rispetto a quella a cui la tv ci ha abituati negli ultimi vent’anni.
    Bene, anzi, no, male. Quello che è stato reso invisibile è un sistema culturale che produce voci del genere. La cosa riguarda, e tragicamente, la cultura operaia, ma, in genere, una cultura del lavoro che ha a che fare con la competenza, la serietà e la capacità di contrattare COLLETTIVAMENTE attraverso rappresentanti che hanno senso di responsabilità.
    Quello che in questo momento è in gioco vale di più di polemiche di settore, di commozioni indotte, di lacrime di coccodrillo su quel che potremmo fare e non facciamo e di compassionevoli querimonie sugli sfigati invisibili della terra. Vale anche di più di tutti i discorsi comuni e generalisti sulle morti sul lavoro.
    L’invisibilità colpisce tanta gente, dici tu, giulia, facendo un’affermazione che certo non può essere confutata ma che, scusami, non prendertela per favore, ma non dice nulla. Perchè non tutte le invisibilità, per quanto dolorose per chi ne è oggetto, sono uguali. Non tutte hanno lo stesso peso nella gestione della società. E oggi, ad essere invisibili, sono i gangli vitali del nostro mondo. Le morti degli operai della Thyssen sono un infarto sociale. Essere visibili significa essere riconosciuti come elemento portante della nostra società, e come tali, eventualmente, anche essere soggetti alla pari di un conflitto. Ovvero significa avere un ruolo politico. Che ruolo politico ha, oggi, il mondo di chi lavora? E quanti altri gangli vitali, nodi centrali di una struttura complessa, che dovrebbero essere politicamente prioritari, sono invece sociopoliticamente invisibili?
    E quando dico la parola “politica” intendo non tanto il lavoro specialistico dei rappresentanti delle istituzioni quanto la capacità di organizzarsi, di mobilitarsi, di intervenire e di incidere nelle scelte di un paese da parte della sua società civile. A quanto si vede, a essere capaci di fare tutte queste cose, oggi come oggi, ci sono solo i camorristi e gli ultras degli stadi.
    Il resto è, al massimo, un ripiegarsi su questioni umanitarie o, anche peggio, pseudo-tali.

  7. mics ha detto:

    Non ho seguito, cara, tutta la discussione precedente, solo a spizzichi. Mi sento di dire che tutti devono prendersi le proprie responsabilità e non pretendere di salvare il mondo – ieri sera ho sentito ancora una volta sofri alla tv da fazio e diceva una cosa simile – e si deve prendersele tutte fino in fondo.
    Anche i fighetti che si buttano dalle finestre hanno bisogno di qualcuno che li educhi. Nelle mie classi di fighetti del classico gli insegno (anche) a sporcarsi con la realtà, non solo ad andare in giro per il mondo con le organizzazioni che gli preparano tutto (questi passano gli anni in Nuova Zelanda per 15mila euro l’anno, nei college privati); ho fatto anch’io i miei anni di trincea nei tecnici, c’è una trincea anche nelle scuole “alte”. E poi non so a Genova, ma a Trento in uno dei licei classici da cui tradizionalmente usciva la classe dirigente in un sistema di caste, oggi non è più così grazie al signore.
    A fine anno quelli delle mie classi non si tirano le uova, perché le uova sono cose da mangiare, non da tirare, e ci vuole il senso di dignità e di etica.
    Come te, insegno in particolare scrittura e letteratura: sono cose con cui ci si libera e si rende più maneggiabile il mondo.
    Educare è dura, con tutti. Ed è leggera e facile, anche, se imbrocchi la via giusta.
    Lo fai se ci credi: anch’io come te.

  8. caracaterina ha detto:

    Grazie mics di essere arrivato. Non dico che ti aspettavo al varco, però …;)
    Perchè il tuo discorso mi permette di fare due osservazioni:
    la prima è la questione della “trincea”. Tu hai usato questo termine per indicare i tecnici, salva poi la tua ulteriore specificazione. Ecco, io non ho mai pensato ai tecnici come “trincea”, anche perchè non avrei saputo poi come definire i classici (cosa sarebbero? accademie militari? quartieri dello stato maggiore? furerie? e gli scientifici? e gli scientifici tecnologici dove pure insegno?). Invece, nella mente di tanti, quelli che escono dai tecnici sono appunto i fanti, er popolo. I tecnici vengono poi confusi coi professionali che, tanto, so’ tutti “lavoratori”: gli invisibili, appunto.
    Comunque, il termine trincea, forse, se proprio dovessi usarlo, oggi lo applicherei semmai alla scuola italiana tutta (non a caso ho parlato più sopra di fantaccini). Proprio come sostieni tu.
    Secondo: I licei fanno la classe dirigente, dalla riforma Gentile in qua. Inutile menarsela o negarlo. Esempi che lo smentiscono magari se ci penso li trovo ma non c’entra. E forse non c’entra nemmeno che Montezemolo e Draghi fossero due compagni di scuola. Non siamo negli USA, dopotutto. E comunque, anche negli USA, del tutto alieni dalle caste non mi pare che lo siano. Ma, quello che vedo dalla mia postazione è questo: fin dagli anni Settanta almeno qui a Genova la composizione sociale degli studenti dei licei, classici e scientifici, era ormai indipendente dalle caste, ci iscrivevamo noi figli di operai, di portuali, di elettricisti, di panettieri e così via, come ai tecnici. Alcuni di noi sono diventati assessori, funzionari dirigenti di istituzioni pubbliche e private, parlamentari, sindaci di capoluogo e governatori di regione, perfino. Fra i miei colleghi c’è la figlia di uno che è stato segretario di un partito di governo negli anni ’60, c’è stata quella di un presidente della CARIGE e ci sono figli di benzinai e donne di servizio. La scuola permetteva la mobilità sociale e un rimescolamento diciamo “virtuoso”. Ora, non solo non li permette più, e questo è noto da mo’, ma si sta tornando a un rapporto scuola-società anni Sessanta: indipendentemente dal tipo di scuola frequentata, quelli “che ce la fanno”, (per quanto riguarda i tecnici, anche solo a essere promossi) sono sempre di più quelli che hanno risorse familiari. La mobilità sociale si sta sempre più immobilizzando.
    Non parliamo dell’università. Che sarebbe stata dura per il mio ormai ex studente dominicano lo sapevamo tutti, per tanti motivi, ma ieri è venuto a trovarci, in una pausa di lezioni a Giurisprudenza, a domanda ha risposto che no, non si è fatto nuovi amici: “Sa, prof, sono l’unico di pelle nera”.

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  10. pessimesempio ha detto:

    Due osservazioni: una sul fatto che hai ragione quando parli degli invisibili (varrebbe la pena di rileggersi balestrini anche se le cose sono un po’ diverse). E’ in genere il mondo del lavoro, il mondo di chi si alza la mattina e si fa il suo viaggio in autobus, in treno, in macchina per andare al lavoro quando ancora è buio, tanto per intendersi ( e non sono solo operai, tranquilli) , di quelli che alla terza settimana cominciano a contare i soldi nel cassetto ( e anche qui non sono solo operai), che non si vede e non si sente più, comese non ci fosse più la forza di muoversi e farsi sentire. L’altra osservazione sulla scuola e sul suo impietrirsi: anche qui hai ragione. Simona Baldanzi, che ha scritto un libriccino Figlia di una vestaglia blu, sulla storia della Rifle a Barberino di Mugello e sulla storia della Tav, dice che ancora oggi in una città come Firenze, che è anche quella dove vivo io, la città dei bottegai, ci sono sì e no tre figli di operai in una facoltà come scienze politiche.

  11. caracaterina ha detto:

    Quest’anno mi è toccata in sorte una prima tecnico disperante. Non so quanto pochi riusciremo a promuovere. Perchè comunque non si può, in coscienza, promuovere alla seconda superiore chi non sa fare l’O col bicchiere, pressochè letteralmente. Ed è troppo tardi per insegnarglielo.
    Ho insegnato per anni, all’inzio, più di vent’anni fa, nel biennio tecnico. La media di bocciature, in prima, era un successo: il 30%. Non si scandalizzino le anime belle: dalle medie si iscriveva il 60% sconsigliato a proseguire gli studi. Ogni tipo di studi. Giovanina e idealista, ho vissuto il primo giugno di scrutini col patema: oddio che disastro, mi sembrava, quel 30%. Poi, il settembre dopo, per due-tre volte mi son sentita chiamare per strada con allegria: erano quei ragazzini bocciati che stavano lavorando, garzoni o manovali che fossero. Contenti come pasque così non li avevo visti mai, in nove mesi di lezione. Negli anni successivi (erano ancora quei pochi anni Ottanta, gli ultimi) qualcuno si è aperto un negozio, di computer, per esempio, o altre imprese così. Lasciavi la scuola e ti creavi comunque un futuro, una vita di competenze.
    Adesso, cercheremo di salvarne il più possibile, in questa dannata prima, ma non so se riusciremo a fare fifty-fifty. E quelli che non ce la faranno saranno praticamente tutti dei perdenti – ce l’hanno quasi scritto in faccia, è terribile – , andranno a contendersi uno straccio di manovalanza coi maghrebini, i sudamericani e i rumeni. E perderanno. E diventeranno davvero fascisti (e ultrà) perchè saranno più grandi e incazzati.
    Non pretendo di salvare il mondo, no. Ma non ho neanche voglia che il mondo vada come sta andando senza nemmeno urlarlo. Quelli che diventeranno operai sranno i diplomati. E si fermeranno lì. Invisibili.
    Faccio (facciamo) quello che posso ma non c’è una sponda che una fuori dalla scuola.
    L’altro ieri è passata nelle classi la dottoressa che è con noi da quasi vent’anni. Ha cominciato facendo anche lei, come se avesse una cattedra, 18 ore di presenza. Se vi sembrano poche non sapete quanto può fare una dott. sveglia e impegnata, in collegamento con le strutture sanitarie del comune e della asl, con quel monte orario. Nel corso degli anni le hanno ridotto sempre di più la possibilità di essere presente: ha dovuto coprire, con lo stesso orario, prima due, poi tre, poi quattro scuole. L’altro ieri è passata a salutare: non verrà più. La sua figura non è più prevista. Ha dato indicazioni ai ragazzi, accolta con la massima indifferenza, su come rivolgersi ai consultori. Già. I consultori. Mai sentiti nominare. Chi dobbiamo ringraziare?
    Per fortuna, nella nostra scuola gli insegnanti di scienze sono tutti impegnati a svolgere bene quella parte di programma che prevede la spiegazione dell’uso degli anticoncezionali e difendono la 194. E se avessimo la disgrazia di avere dei docenti binettiani? Da noi persino quello di religione fa educazione alla salute come si deve e tutti gli anni chiama quelli dell’AIDO e discute di testamento biologico. E se, invece, fosse uno dell’Opus dei?
    Insomma, abbiamo ancora risorse umane, ma siamo alla frutta. Difendiamo il territorio della democrazia, della legalità, dei diritti civili palmo a palmo, con le unghie, in trincea, appunto.
    In compenso, per legge, nelle prime (e anche nelle seconde, se è il caso) siamo obbligati a organizzare corsi gratuiti – che dovrebbero prevedere ore curricolari, cioè di lezione, prese dalle varie materie (noi ci siamo rifiutati, li facciamo al pomeriggio e abbiamo una risorsa umana utilizzabile, che se fa solo quello è meglio ed è contento, lui, e, per tanti motivi, noi) – per permettere ai quattordicenni di pigliare la patente del motorino. Siamo alla scuola-guida, insomma. Almeno i bocciati potranno guadagnare qualcosa consegnando le pizze.
    (Ken Loach, ancora lui: Sweet sixteen)
    (Ma anche l’ultimo Cronenberg, che a dispetto delle recensioni, non mi è piaciuto ma che contiene la battuta chiave del nostro mondo: Gli schiavi partoriscono schiavi).
    Mi si è rimproverato di usare rigidamente la scuola e il mio lavoro come filtro-schermo per guardare il mondo. Sarà anche vero, ho detto e lo ripeto, ci penso. Ma sono proprio così astigmatica?

  12. untitled io ha detto:

    Io, te l’ho rimproverato.
    Mi sono abbastanza pentita, perché questo tuo discorso complesso, che cotinua e non si stanca, mi sta facendo riflettere e molto. Ma mettiti nei miei panni: non insegno, abito in un luogo dove la classe operaia non è mai esistita, sono figlia di una borghesia delle professioni che a sua volta è figlia di bancari e insegnanti (guarda un po’…) che però a loro volta erano figli di sarte, torrieri, bandisti, ciabattini, strilloni… Noi siamo in mezzo fra i contadini e i padroni, nella terra del latifondo, e neanche ci possiamo chiamare “gente di campagna” perché non abbiamo mai avuto a che fare con la campagna, né come proprietari né come zappatori né come frantoiani. Ora anch’io come te, da quest’imbroglio d’origine (ma anche da questa specie di zona franca), guardo al presente e cerco di immaginare il futuro, ma a differenza di te non ho “coscienze di classe” (in un senso e nell’altro) cui riferirmi. E mi chiedo, veramente, se la mia prospettiva “senza classe” possa essere utile: io guardo alle cose come MI hanno insegnato, con apertura al nuovo al diverso al rischio. All’orizzonte insomma, per vedere chi arriva, non al perimetro di uno spazio che mi chiude (e la scuola, come la fabbrica, E’ uno spazio chiuso). Io non ho orari né cartellini da timbrare, certo, e graziaddio, ma non ho neanche stipendio, porcazozza, e per esempio non posso accedere a un mutuo, a differenza di un insegnante o un operaio. Quindi non sei tu che sei astigmatica, sono le cose che guardiamo ad avere profondità e consistenze diverse. Va da sè che anche “la scuola” da noi è diversa, perché è diversa la società che le entra dentro. E allora? Allora il tuo punto di vista è prezioso, ma non può rappresentare una chiave di lettura universale, perché se così fosse dovrei comprarmi io dieci occhiali per vedere tutto quello che vedi tu, e manco mi basterebbero – questo solo, dicevo.
    Per finire, ammetto che se fossi cresciuta con tutte queste “coscienze” a disposizione, anch’io tenderei a trasformarle in una chiave di lettura universale. Forse. Ma non riesco neanche a immaginarmelo, a essere sincera.

  13. pessimesempio ha detto:

    Ho sempre pensato – sempre forse è dire troppo, ma diciamo che ad un certo punto ho cominciato ad esserne convinta- che la nostra ( non quella italiana, il nostro mondo) fosse un mondo che poi non aveva cambiato così tanto nella sua struttura: come i romani, i greci e altra gente del passato, anche noi siamo divisi in schiavi e padroni: non è cambiato molto. l’unica cosa che è cambiata è che invece pensiamo di essere liberi solo perchè possiamo comprare qualcosa. Sempre meno, però. E non importa andare a vedere Cronenberg, invece a me è piaciuto, basta anche stare a sentire gli operari della Thissen (ancora loro? ora basta eh, ne abbiamo già parlato di quelli): anche lì qualcuno, da santoro, se non sbaglio, ha detto che lì dentro c’erano i nuovi schiavi del terzo millennio.
    E io sono sempre più incazzata, ma forse sono gli ormoni che ad una certa età non funzionano più bene. Ma sempre più incazzata. E stamani, allora, invece di leggere latino, parliamo di monsignore lupo tedesco e del del suo corso all’università. Almeno quello, lo potrò fare, no?

  14. untitled io ha detto:

    Avevo appena finito di dire che la prospettiva schiavi/padroni non riesce a spiegarmi del tutto il panorama che vedo. Ma non importa. Il film di cronenberg contiene qualcosa di molto più complesso degli schiavi che partoriscono schiavi, per esempio l’assoggettarsi volontario, la scelta della dimensione di schiavo (anche del protagonista, in qualche misura), la sicurezza etica iniziale che comporta, l’abisso poi dove ti fa affacciare, il crollo e poi alla fine l’irrilevanza, di quell’etica. E i corpi, i corpi, e le fisionomie, che in queste discussioni sfuggono sempre rapidamente verso il fondo, ma in quel film no, per esempio, vengono avanti.

  15. untitled io ha detto:

    Nota a margine. Mi viene in mente adesso che questo blog così politico di caracaterina segue un suo blog “di trannsizione” che invece era molto fisico. Mi viene anche in mente che questo straordinario esplodere dell’irritazione di caracaterina parte da un “rospo” molto fisico, da qulcosa che le si incunea nella gola, dal suo corpo insomma che (in qualche sua parte, in qualche suo funzionamento), improvvisamente non capisce, e protesta.
    Non ricordo chi prima diceva (forse deli?) che dovremmo farle “di persona”, una volta, queste discussioni. Credo che volesse dire che avremmo bisogno di metterci più carne e più sangue, più volti, più vigore “fisico”, in queste discussioni. Caracaterina lo fa, ed è per questo che stiamo a sentire lei, e non piuttosto le decine di blog o di articoli che parlano (più o meno sostanzialmente) degli stessi argomenti. Lei si compromette quando ti viene a dire che a causa di certe cose il suo corpo, sottolineato corpo, s’incazza.
    Per dire chi se ne frega di cronenberg: quella trasmissione di gad lerner che ha citato caracaterina è stata impressionante per le facce, per i corpi, per quelle persone-in-persona che ormai in televisione, con tutti i reality e i talkshow del mondo, non si vedono veramente più. Quegli operai dicevano “presente”, prima di tutto, col loro corpo e con le facce, e solo poi con le parole. E ancora oggi mi sembra di riuscire riconoscere un “lavoratore” dalla posizione delle sue spalle. Che poi era l’esatta posizione delle spalle di viggo mortensen nella scena dell’investitura, e quell’attore è un mostro di bravura per via di queste cose, non solo per i suoi mezzi sorrisi.

  16. untitled io ha detto:

    (e “lavoratore” non vuol dire necessariamente “schiavo”)

  17. pessimesempio ha detto:

    No, di per sè lavoratore non vuol dire schiavo, ma schiavo vuol dire spesso lavoratore di un certo tipo, di una certa classe sociale. Non è il mestiere, d’accordo, è quello che altri pensano di te, è la tua condizione di subordinazione, sempre e comunque; è la tua condizione di privilegio, quella che ti porti addosso come un cappottino di stoffa casentinese, che fa tanto signora. Lo so che ti sembro(-iamo?) incazzata così tanto per fare, ma non sopporto davvero il guardare dall’alto verso il basso o il non guardare nemmeno perchè tanto non ti vedo neanche più che vedo (io) in giro in tanti ambienti e in tanta gente ( anche quelli “di sinistra”, che però hanno i domestici in casa: forse sono retaggi d’infanzia, non so).
    Che poi a te la prospettiva schiavi/ padroni non ti spieghi il panorama, è perchè non semplifichi. Ma prova a semplificare: non è una prospettiva, che tra l’altro è un’invenzione umana, mica esiste davvero.

  18. caracaterina ha detto:

    Fifiii, ecco il sintomo trasformato in vantaggio! Il vantaggio delle isteriche, quello di metterci il corpo ;) Gli psichiatri lo chiamano “disturbo di conversione” , ma senza non avremmo, in effetti, gli attori e nemmeno molti insegnanti, a dirla tutta, sempre in bilico fra isterismo e istrionismo.
    E dunque il corpo, sì. Anche quello di Mortensen, sì. Ma non incagliamoci qui, e nemmeno sul rapporto lavoratori/schiavi, anche se (o anche perchè) con quel “partoriscono” chissà dove andremmo a parare. Di questi giorni, poi.

    A me del discorso di Unts ha colpito quel “senza classe” associato ai concetti di apertura al nuovo al diverso al rischio. Uhm, qualcuno, più di centocinquantanni fa, avrebbe identificato in quei concetti proprio un’ideologia di classe, no? La classe più rivoluzionaria della storia. Oggi, invece, che le classi sono state abolite dall’orizzonte sociale, che la società intera è un’imbroglio d’origine e le zone franche si estendono ovunque (a chi si appartiene, oggi? ma alla libertà, no?) a quei concetti pare debbano uniformarsi tutti. Tutti tutti.
    Il fatto è che, sparito il concetto di classe, ecco che riappare, di sguincio, come sintomo – nei discorsi, nei corpi – quello di schiavo, e quello di privilegio. Apertamente, invece, ci inventiamo (non dico noi noi, qui, parlo dei discorsi che vengono lanciati dai gruppi dominanti attraverso i media, non solo quelli mainstream) mille altre categorizzazioni, parentele, appartenenze. Tutte fragili, tutte che non reggono alla prova dei fatti e dei discorsi. Tutte conflittuali senza strategia e con tattiche di piccolissima gittata. E tutta questa apertura al nuovo al diverso al rischio me la vedo ingarbugliata in un ammasso di contraddizioni che hanno pure delle location ben rappresentative come il nordest, per esempio, un posto fra i molti in Italia, nel mondo, dove non c’è mai stata un’appartenenza di classe. Però c’è stata molta emigrazione.
    Non so bene dove voglio andare a parare. Vado a ruota libera in un commento che temo mi si possa cancellare da un momento all’altro.
    So che, come è nato, il concetto di classe è morto e non credo che si possa resuscitare. Però al momento trovo che sia un guaio, più che un’opportunità. Perchè in tutta questa fragilità, in tutte queste fallimentari aggregazioni, si fanno strada, come è sempre stato, i poteri forti. Che sono forti perchè dispongono di un capitale che non è solo quello economico ma è quello, dannatamente efficace, immateriale e simbolico. Si stanno prendendo tutto lo spazio mentale disponibile, con parole d’ordine che pretendono di non avere confini nè definizioni: vita, morte, libertà. Si stanno prendendo i corpi. Il corpo.

    E poi, come modo di sentirsi al mondo, la coscienza di classe aveva dei gran bei vantaggi. Unts parla dello spazio della fabbrica come chiusura. E nessuno nega la natura concetrazionaria di una fabbrica, di una scuola. Ma la coscienza di classe permetteva a milioni di persone di non sentirsi affatto “chiuse” ma in contatto col mondo intero. L’Internazionale è una musica che mi fa venire i brividi ancora oggi e dire brividi è poco. I ragazzi delle due quinte che avevo l’anno scorso non l’avevano mai sentita, non sapevano che esistesse, ci son voluti dei film perchè la ascoltassero. Senza brividi. E se c’è qualcuno che pensa, e oggi lo pensano in milioni, che quel sentirsi in contatto col mondo comportasse necessariamente un’idea di forzata e mostruosa e tragica omologazione, se, insomma, si pensa al comunismo soltanto come alla tragedia della sovietizzazione e del maoismo e di pol pot, beh, è perchè non ha mai visto gli operai italiani del XX secolo, e parlo, in particolare, di quelli che ho conosciuto io, quelli della seconda metà, quelli del grande rimescolamento dell’immigrazione interna sud-nord. Non ha mai visto come ciascuno di loro fosse e rimanesse assolutamente del proprio paese, della propria regione, col proprio accento, come scherzassero fra terroni e polentoni, come non perdessero nessuna delle proprie appartenenze, acquisendone, però, altre, fatte di competenze di lavoro, di cultura del discorso, di corporalità identificabile e precisa – e sicura e fiera – , e, in una parola, di classe.

  19. mauro ha detto:

    Commento perchè mi piaci.
    Commento perchè ho impostato la suoneria del mio cellulare con le prime note dell’Internazionale (il fatto di essere un insegnante che proviene dalla classe operaia, mi fa essere un po’ snob, a volte!).
    Commento perchè, dopo aver spiegato la Guerra di Spagna, ho fatto vedere alla quinta: Terra e libertà. Darei la sufficienza a prescindere, se qualcuno, nella prova scritta, ricordasse la sequenza del funerale e il canto che lo accompagna. (Loro sanno che io amo quel tipo di musica, ma… dubito).
    Preciso, poichè sono nato nel Nord-Est, che quel che hai scritto andrebbe riformulato. Nel ’68 gli operai della Marzotto fecero quel grandioso atto simbolico che fu l’abbattimento della statua del padrone, posta all’ingresso della fabbrica. In seguito, fra Padova e Porto Marghera, vi fu un’altissima concentrazione non soltanto di coscienza di classe, ma anche dei suoi aspetti più “spinti”, più deleteri, purtroppo.
    Sul resto hai pienamente ragione e se tu fossi un po’ più concisa mi piaceresti ancora di più. :)

  20. pessimesempio ha detto:

    Mi sembra, caracaterina, che il tuo sia proprio un bel parlare e che non ci sia altro che essere d’accordo con quel che dici. Se da un lato non esiste più la nozione di classe è perchè ad un certo momento qualcuno (chi?) ha detto che non c’erano più le classi semplicemente perchè era venuto giù un pezzo di muro e quindi tutti eravamo partecipi del grande mercato e tutti uguali, alè si riparte da capo tutti possono avere la macchina basta che si lavori un po’ di più e un po’ peggio e spostandosi in qua e in là che tanto si è giovani. Per cui tutti o quasi presi in questo grande nuovo gioco ci siamo dimenticati che differenze ci sono e come. E se non si chiamano classe si chiameranno in un altro modo, sono certo più fluidi e mobili e indefiniti a volte i confini,ma non è forse questa l’epoca della mobilità sociale e materiale? Che poi a me l’hanno ancora tutta da dimostrare che non si tratta ancora di questione di soldi, ma questo è un discorso lungo e complesso. Dall’altro lato concordo con te anche sul dire che la scomparsa della classe e la sua sostituzione con qualcosa che non si fa definire ma c’è, ha portato anche alla fine di concetti come solidarietà, appartenenza, all’idea insomma di far parte di una categoria e come tali avere valori, rivendicazioni, cultura in senso lato. Non c’è quasi più una categoria di lavoratori capace di sentirsi tale e di fare di questo sentire una forza contrattuale e sociale. Forse ancora i metalmeccanici, ma per il resto è nebbia.
    Per quel che dice Mauro sulla zona tra Marghera e Padova, non so se lì (e altrove) il problema è stato che ad agire nel modo che tu definisci deleterio, non sia stata tanto la classe (operaia) ma persone che tanto operaie, come classe di appartenenza, non erano. Però è un’affermazione su cui io stesso vorrei conferme.

  21. pessimesempio ha detto:

    Io stessA, of course.

  22. mauro ha detto:

    Sì…, i cattivi maestri. Però il “teorema Calogero” si dimostrò fallace.

  23. pessimesempio ha detto:

    Non di quello parlavo, fallacissima cosa. Ma del fatto che forse anche altri non era proprio di classe operaia. Ma è un discorso che qui comincia e qui finisce.

  24. caracaterina ha detto:

    Concisa, mauro? Ma certo che lo sono, è che faccio delle sintesi di lungo periodo :))
    Sul nordest ho tagliato corto, è vero. Ma prendi le tre venezie, aggiungici un po’ di padania orientale e vedrai solo degli isolotti di coscienza di classe. E poi, oltre ai cattivi maestri &C. a me viene in mente che più o meno nel periodo della trasformazione mondiale e quindi anche nazionale che ricordava pessima, ci stava la famosa mafia del Brenta. Ora, che le mafie arrivino quando certe forme di aggregazione socioeconomica decadono non è mica un caso, no? O forse c’è chi pensa che l’accumulazione originaria del capitale nasce dal duro lavoro dei singoli e dalla mano invisibile? No, non lo posso credere! (;))

  25. mics ha detto:

    Sulla scuola, caracaterina, il riassunto di una buona parte del discorso è nelle tue parole “Faccio (facciamo) quello che posso ma non c’è una sponda che una fuori dalla scuola” e noi che siamo dentro la scuola dobbiamo fare di tutto per aprirla, come dice Untitledio, perché mica è ncessario che in ogni suo aspetto la classe abbia la porta chiusa – anzi per poche cose va chiuse, per la maggior parte aperta.

    Sul resto, ho questa impressione che al popolo italiano stiano facendo un’operazione in anestesia totale.

  26. caracaterina ha detto:

    Mah, mics, non so se ho avuto fortuna o che ma la mia personale esperienza è sempre stata quella di una scuola aperta (ma non nel senso che si dà ora ;) per i non addetti ai lavori: scuola aperta è l’espressione che si usa per quelle giornate in cui l’istituto si tira a lustro perchè arrivano ragazzi e genitori delle scuole medie e, allora, bisogna mettersi a fare le televendite, venghino venghino, siore e siori!).

    Di scuola “chiusa” nella mia personale memoria ritrovo solo il mio liceo, classico peraltro, come già ho detto. Ma era l’era cenozoica, anche se qualche fossile di quell’epoca vive ancora (uno per tutti: quel tal Ferrando trotzkista che si è fatto buttare fuori da Bertinotti, ad esempio, era mio compagno di scuola, due anni avanti, però. E’ uguale uguale, a parte il pelo più chiaro. E, a proposito, è un insegnante. Storia e filosofia ;))
    Un’altra chiusura la vidi, poi, proprio nel liceo di cui parlo nel post, e fu quella che mi determinò a non fare la fatica di abilitarmi a insegnare nei classici: stavo a fare lo scritto per il concorso, era il 1982, preistoria ormai. Dalla sala insegnanti del suddetto vidi uscire due individue, grigie grigie, a passettini corti e con le braccine strette addosso, abbracciate ai registrini di classe. Ma non fu solo quello a impressionarmi: furono le mezze maniche ricavate da una cappa e infilate sopra la camiciola.

    Per il resto della mia esperienza, solo aperture. Come da indicazioni moderniste. Dal collegamento con le fabbriche e le aziende qui intorno al teatro (compagnie ufficiali, non amatoriali, ma anche) ai festival scientifici, alle collaborazioni coi quotidiani eccetera eccetera.
    Il problema è che non tutte le aperture sono felici e utilizzabili, alcune diventano fessure che si squarciano.
    E poi, le aperture dovrebbero funzionare nei due sensi: non solo l’ “esterno” dovrebbe entrare a scuola, ma anche la scuola dovrebbe infiltrarsi ed essere presente all'”esterno”. E, all’esterno, contare. Invece contano i preti, non i professori, a meno che le due cose non coincidano.

    Bisognerebbe che le altre strutture sul territorio tenessero in maggior conto l’esistenza delle scuole presenti, ad esempio, ascoltandone le esigenze, non solo convocandole, quando va bene, per spiegare alle scuole quali sono le esigenze degli “altri”.

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