Rospi. Ranocchie. E canarini

Nonostante tutto il mio impegno dicembrino ne ho una pila alta così, anche quest’anno. E non escludo, anzi, credo proprio che loro e quello che rappresentano siano una causa importante del disturbo nevrotico con la cui descrizione ieri ho tediato un paio di persone al telefono.  La faccenda più rilevante di questi miei giorni, insomma,  è che c’è un rospone che non ingoio e che non riesco a sputare. Probabilmente una famiglia di rosponi. E stiamo tutti qui, a mollo nello stagno.

Nella solitudine del venerdì mi sono concentrata per tutto il pomeriggio sul sintomo, l’ho messo sotto la luce di un terzo grado in internet, cercato risvolti e strategie, fra l’oracolo (conosci te stesso) e Sun Tzu (conosci il tuo nemico). Oggi è stata la volta di una causa. I compiti sono ancora lì, e, soprattutto, è ancora lì, tutto intero, quello che rappresentano. Perchè la scrittura dei ragazzi, come ogni scrittura personale, anche se provocata, richiesta, commissionata o eterocausata,  propone universi di segni. La parte più immediata del mio lavoro – dati gli scrutini in attesa già al primo giorno dal rientro – consiste nel valutarne il livello di congruenza a una norma ma non è la parte più importante nè quella più pesante.  Il punto vero è che nel mio lavoro sei a contatto col percolato della società e non puoi permetterti di ignorare i legami, di gingillarti con teorie liberal-individualistiche, di sbagliare nell’osservare le relazioni o, peggio, di comportarti come se i fenomeni fossero irrelati, come se non fossero una rete di segni in cui devi andare decisa, e delicata, e attenta, a inscrivere nodi. La capacità di classificazione, l’astrazione che ti fa da cornice per dare significato all’hic et nunc sono strumenti di lavoro inscritti non solo nella sua organizzazione ma perfino nell’architettura del posto dove lavori, e la storia sociale non è il contenuto di un manuale ma la narrazione della tua vita, in cui da un punto fermo ti mescoli allo scorrere delle generazioni, con la conoscenza, a volte terribile, del prima e del dopo.  E rapportare tutte queste dimensioni “alte” della conoscenza al fatto singolo, al rapporto individuale, ai bisogni affettivi di una relazione che con ciascuno studente deve essere personale, uno-a-uno, senza che questa relazione si esaurisca in se stessa ma anzi sia la prova provata delle complicate e complesse relazioni molti-molti in cui siamo immersi, beh, insomma… già lo sforzo di buttar giù (e di leggere) quanto ho fin qui scritto è un esempio esplicito di fatica. E di responsabilità.  Facile a questo punto correre il rischio da ranocchie di rigonfiamenti dell’ego e di conseguenti schiopponi.  Necessario il ridimensionamento, che non sia tuttavia una ridicolizzazione, una svalutazione.

La causa, dicevo. Il rospo magno. Ho cominciato a estrarmelo dalla gola leggendo tutto d’un fiato questo libro comprato tutto d’impulso la vigilia di Natale mentre facevo la spesona delle feste alla coop.  Tanto per non smentire il sintomo ho iniziato l’apnea di lettura mentre finivo di mangiare un pasto che è andato giù abbastanza tranquillamente. Ho un marito comprensivo, paziente e saputo, che, dopo aver sparecchiato togliendomi la tovaglia briciolosa da sotto le pagine e poi lavato i piatti, mi ha detto: Vai da floria/lorenza. E’ piaciuto anche a lei.

E adesso sono qui, per continuare a sputare, io unico elemento fisso di un paesaggio che per definizione si rinnova ogni anno,  una fra quelli che rimangono, vivono, vedono, prendono atto dei cambiamenti, mettono a confronto le varie ere geologiche. Il dibattito ferve, sul disagio, sui modelli educativi superati, sulla caduta dei valori, tutta roba che ha al suo centro la parola scuola. E a loro nessuno chiede mai nulla. Il silenzio dei professori.

Sono stata zitta a lungo, io. Per lunghi anni, in internet, non ne ho parlato, del mio lavoro. Il vento ha cominciato a girare, per me, man mano che internet diventava più social, più 2.0, processo che ha coinciso con la vicenda di vita (non con la sua gestazione nè con la sua nascita, che affondano radici in un’altra era) della casa editrice.  Pur riottosa all’uso del nome, che invece ormai quasi tutti usano in chiaro, non ho potuto sottrarmi, invece, a questo riversamento di internet nella dimensione fisica. Ed è accaduto che, negli ultimi anni, lo stare in rete e lo stare in aula mi hanno mostrato dinamiche sempre più simili, traiettorie che vanno a coincidere. Ci sono stati alcuni post in proposito, nel corso di quest’anno in finale ma, all’inizio, lo dissi, anzi lo urlai, pure in un commento dentro al sito privato di Untitl.ed che poi finì in uno dei video messi insieme e mostrati da Unts alle presentazioni.

Il mio silenzio si è eroso, dunque, sgretolato, ma le briciole dei calcinacci mi si sono fermate in gola. Non riesco ancora a urlare. Non posso cantare.  Però gracido. E comunque sono in debito d’aria. Là e qui.

Se è vero che una classe di ragazzi è una spugna che assorbe ogni umore che arriva da fuori, basta scorrere la lunga lista di storiacce avvenute tra i banchi per capire che una scuola dove si sta male è l’esatta riproduzione di un Paese che va male. La scuola è di tutti, vero, perchè tutto è scuola. I suoi sintomi sono i segnali di quello che sta per accadere. E’ un barometro. Il canarino nella miniera.

Oppure un rospo in uno stagno dove non esistono prìncipi.

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15 risposte a Rospi. Ranocchie. E canarini

  1. floria ha detto:

    Mi stupisce (ma c’è da stupirsi, poi?) il parallelismo delle situazioni. I compiti che attendono, il libro comprato di impulso in Coop durante la spesona di Natale, la lettura compulsiva seduta al tavolo ancora da sparecchiare … ma non è solo questo, lo sappiamo bene ambedue: è tutto quello che scrivi nel post.
    Quanto ai trackback non chiedere: avevo imparato a usarli, un tempo, sia pure taroccati, quando Mr Splinder ancora li snobbava: ma anch’io resto la solita capra (sarà che non siamo “native digitali”?) …

  2. mauro ha detto:

    Ho scoperto questo blog partendo dalla Thyssen (e da Giovanna Marini), poi saltabeccando qua e là ho scoperto che, facendo lo stesso mestiere, spesso accusiamo gli stessi sintomi.

  3. arden ha detto:

    Sì che la scuola è il canarino della società. E il suo canto riflette la musica sussurrata e rimormorata da tutta la nostra società, in una specie di eco e di riflesso multiplo. La musica della irresponsabilità. Penso, per esempio, a quel continuo rimpallarsi delle responsabilità tra famiglia e scuola e “società” e all’interno della scuola tra i vari gradi del percorso – e legislatura dopo legislatura, tra “riforma” a “riforma”. Sicché ciò che finisce con l’accomunare indissolubilmente scuola famiglia e società e politica nei confronti delle nuove generazione è l’irresponsabilità condivisa: la caratteristica principale della nostra società, la sola che venga di fatto insegnata da tutti gli schermi, dai discorsi di piazza, da tutte le scuolei d’Italia, al di là dei vari “contenuti” e delle “tecniche” più o meno rimediate, dei programmi e via dicendo.

    Chissà, forse sono di malumore in questa fine d’anno così amara che non sembra preludere a molto di buono, con tanta nuvolaglia all’orizzonte, e quasi non consente di pronunciare le rituali parole di augurio. Il fatto è che penso che questa questione dell’assunzione di responsabilità sia il punto nodale.

  4. mauro ha detto:

    Se fosse così, come scrive arden, più che un canarino la scuola sarebbe un pappagallo. Invece non abbiamo piume colorate ma sappiamo, comunque, attrarre l’attenzione e ottenere dagli allievi quel tanto di responsabilità che sappiamo mettere nelle cose che facciamo.
    Senza spocchia né eccessive ambizioni.

  5. caracaterina ha detto:

    Sì, arden, l’assunzione di responsabilità è anche per me il punto nodale. Ma ci si assume responsabilità non in astratto, non semplicemente nei confronti di se stessi, ma in relazione a. In genere, in relazione a una comunità. E la scuola statale, al di là del comportamento di (molti) singoli che ci operano, e perfino al di là delle demagogiche politiche statali che la informano, è ancora un’istituzione che difende il senso di comunità inteso in maniera complessa, non nel senso di setta o gruppuscolo o clan o lobby. Oso parlare di senso dello Stato. E’ forse l’unica istituzione rimasta che rappresenta un’alternativa al familismo amorale che caratterizza il sistema socio-culturale italiano e su cui tanto fa leva la chiesa cattolica, tanto per non chiamare in causa nessuno. Per questo la scuola è in attrito con la famiglia. Sulla pelle dei ragazzi si scarica il conflitto sociale tipico del nostro paese: famiglia vs istituzioni statali. Con la tradizionale aggravante di una famiglia che, da un lato, pretende che lo Stato esista per poterlo mungere senza che lo Stato, da parte sua, avanzi alcuna richiesta (il diritto allo studio che diventa pretesa di promozione, ad esempio, senza condizioni o strappando condizioni di estremo favore); dall’altro, una famiglia che, pur possedendo questo enorme potere, non sa che farsene e non sa assumersi la responsabilità che il potere le conferisce, per cui, non solo è sempre lì a piagnucolare di risentimento (quando non alza la voce e, magari, a scuola, talvolta le mani) perchè ‘sto potere non le basta mai, papa e teodem in testa, ma delega alla scuola tutta una serie di “educazioni” che la famiglia non si assume la responsabilità di fornire.

    Certo, storicamente, lo Stato contemporaneo è un’istituzione che, come è nata, può benissimo finire e con lo Stato possono finire le sue strutture, scuola compresa.
    Siamo forse a una svolta storica di questo tipo, e non solo in Italia, a giudicare da molti segnali. Forse difendere lo Stato democratico, con il suo portato quotidiano di responsabilità e di legalità, è un’operazione perdente. Magari bisognerebbe solo preoccuparsi di munire il proprio fortino casalingo e sperare in un si salvi chi può. Ma io non ci riesco. Perchè non ci credo. Come non ci credono nè mauro nè floria, direi.
    E nemmeno tu, arden, a quel che so.

    Sì, è una fine d’anno piena di tristezze, per chi sta fuori dal fortino, ma non siamo affatto privi di risorse. Io, poi, con tutta la mia razionalità, ho un pizzico di superstizione: siccome sono nata in un anno bisesto, lo considero favorevole. Per me ad ogni modo, tanto per essere autoreferenziale fino all’autismo, i bisestili sono sempre stati determinanti e pieni di senso. E che le cose che accadranno siano per ciascuno piene di senso e di possibilità di orientare la propria vita è l’augurio che faccio a tutti.

  6. arden ha detto:

    Concordo specialmente con tutto il primo pezzo del tuo commento, Caracaterina.

    E tuttavia sono dubitosa circa il fatto che chi opera nella scuola sia nella sua maggioranza consapevole di far parte di un’istituzione, come tu dici, “che rappresenta un’alternativa al familismo amorale che caratterizza il sistema socio-culturale italiano”.
    Spesso, (e “spesso” significa “spesso”, appunto: non “sempre”) la gente entro la scuola non è a sua volta che il frutto di quel familismo amorale: non porta entro la scuola nulla di alternativo, tranne una certa rabbia da frustrazione.
    E scendo terra terra:
    mi sono trovata, proprio nei giorni scorsi, a sentire la maestra del mio nipotino (Prima Elementare) lamentarsi con le madri (tra cui, fra l’altro, anche alcune nordafricane letteralmente analfabete) perché queste non avevano insegnato ai figli come impugnare la penna. Forse è una sciocchezza, un grottesco caso limite. Tuttavia non posso negare di aver visto che molti adolescenti impugnano la penna come un punteruolo. Si vede che quella maestra non è un caso unico e in dieci anni di scuola nessuno pensa che sia suo compito insegnare quella tecnica elementare. Come dire che a scuola guida non ti dicano dove mettere i piedi e si aspettino che te lo abbia spiegato il papà o la mamma.
    Leggo poi che i nostri studenti sono in fondo alle graduatorie dei paesi europei per preparazione scientifica, e che due su tre quindicenni non sanno a cosa sia dovuto l’alternarsi del giorno e della notte. Ne deduco che non si tratta allora solo di come tenere la penna, ma di tutto l’ABC che serve per poter leggere comprendendo, per imparare come studiare, per “far di conto” e così via.
    D’altra parte, sento frequentemente genitori (spesso laureati, magari cognati o fratelli dei professori) di figli allevati allo stato selvaggio, di quelli che non ti salutano e chiamano “stupido” il padre o la madre senza che nessuno vi badi, lamentarsi perché le maestre non insegnano ai loro figli a comportarsi bene.
    Li sento lamentarsi dei compiti a casa che collidono con le varie attività sportive cui nel pomeriggio accompagnano con il Suv i loro ragazzini analfabeti, li sento “difendere” sempre e comunque i loro figli dall ‘ingiustizia di voti troppo severi (per non dire quando ci sono questioni di “disciplina”, come si diceva una volta).
    Ho in mente queste cose.
    E mi viene da pensare che, certo che ci sono insegnanti straordinari o anche semplicemente consapevoli, bravi, quasi eroici a volte, date le condizioni ambientali e il disprezzo sociale di cui sono oggetto; così come ci sono bravissimi, ottimi genitori, ugualmente consapevoli ecc. e gente onesta, civile. Ma gli uni e gli altri sono minoranza in questo paese dove è tanto difficile appellarsi anche alle semplici regole della convivenza e pagare le tasse, per chi non vi è costretto, è soltanto una vessazione cui sfuggire, e si preferisce un padrone contro cui brontolare piuttosto che la fatica di decidere insieme, di convincere, di lottare.

    Ma sì, speriamo nell’anno bisesto, Caracaterina. In ogni caso per quanto si può non ce ne staremo dentro il fortino:-))

  7. giulia ha detto:

    Io credo che a scuola si possa star bene, ne sono convinta perchè quando sono in classe con i ragazzi io e loro stiamo bene… Il problema è fuori. Il problema è che non sappiamo più neanche noi avere relazioni serene da adulti… Avrei molte cose da dirti… Ma ci vuole troppo tempo e troppo spazio, Giulia

  8. Pingback: Regole «

  9. deli-mel ha detto:

    questo rimpallo di responsabilità scuola/famiglia denuncia la mancanza di un terzo, di una istanza che si ponga al di fuori di questo dualismo e che permetta a ciascuna istituzione (famiglia/scuola) di fare la sua parte ma di non assumersi responsabilità che non le competono.
    Continuo ad essere convinta che in Italia (e scusate se parlo da straniera) il problema non sia la mancanza di “famiglia” nel senso di genitori che si assumano la responsabilità di “educare” anche nel senso del minimo della politesse, i propri figli. Mancano luoghi terzi, luoghi di adultità, luoghi in cui i giovani possano smettere di essere figli e studenti per la cui educazione alcuni insistono ed altri desistono. Mancano luoghi terzi e tutto il resto allora diventa dicotomia.
    (PS: ospito da alcuni mesi un ragazzo italiano che studia in Università dalle nostre parti: bravissimo, con mamma che telefona tutte (tutte) le sere alle 20.53 e che gli prepara pasti precotti per tutta la settimana in cui abita da me. Studiosissimo. Ma incapace di assumersi le pulizie della propria camera (che peraltro non gli pulisco) non per indolenza, non per maleducazione: per incapacità. È un bravissimo allievo e un bravissimo figlio. Ma …ssantocielo… è di una mancanza di autonomia adulta scoraggiante)

  10. untitled io ha detto:

    sono completamente d’accordo con deli. Ma non avevamo già parlato di questa cosa, tempo fa?

  11. untitled io ha detto:

    La rete potrebbe essere un luogo terzo, visto che per esempio la strada non lo è più. Certo in rete non si impara a rassettarsi la stanza o a essere autonomi a livello pratico – ma a livello di elaborazione di un pensiero autonomo, almeno, potrebbe essere un luogo alternativo tanto alla scuola quanto alla famiglia. E non solo per i “ragazzi”…

  12. caracaterina ha detto:

    No. No.
    Per deli: famiglia e scuola non sono due istituzioni alla pari. Il ruolo di figlio non è sovrapponibile a quello di studente. La subordinazione di un adolescente ai genitori non ha lo stesso significato nè le stesse valenze della subordinazione di uno studente al sistema-scuola. E’ proprio il sistema-scuola che, se funzionasse, dovrebbe costituire il “terzo” rispetto al rapporto affettivo figlio/genitore e al suo italianissimo totalitarismo. Il tuo fanciullone non sa rapportarsi a un “terzo” ma solo alla mamma iperrompiprotettiva. Il fatto che vada bene a scuola non significa nulla, anzi, può essere un sintomo che conferma il quadro della sua subordinazione passiva alle aspettative familiari. Vuol dire che, nella scuola da lui frequentata (o nella scuola pubblica italiana in genere) non si riesce a insegnare il rapporto col mondo esterno. Il che non significa che non si insegnano i contenuti del mondo esterno ma proprio come ci si rapporta a comunità, istituzioni, singoli “terzi”. Ci si appiattisce sul totalitarismo familistico italiano, perchè se ne è tiranneggiati. Oppure si fa leva su un altrettanto sterile (rispetto al rapporto con “terzi”) individualismo.
    Per unts: la rete è troppo fluida per essere “terzo”. Un terzo, per avere valore di riferimento, deve essere strutturato. La strada lo era tantissimo, visto che si trattava della strada di quartieri “chiusi”. Un sistema culturale non si trasmette nella fluidità. E, non appena acquisisce potere, si struttura. Nella rete come altrove. Per di più, la rete italiana si struttura sui poteri esistenti che, certo, appaiono logori ma purtroppo non ancora sostituibili.

  13. deli-mel ha detto:

    Si, UT anch’io ho l’impressione che ne abbiamo già parlato. Ma occorre di nuovo pare, e mi scuso se non sono in grado di argomentare come vorrei quel che penso. E sono anche un po’ dispiaciuta, perché certamente quel che penso detto in poche righe rischia di entrare in un gioco di contrapposizione sterile che non è nelle mie intenzioni. Dunque non intendo dire che Scuola e Famiglia siano sovrapponibili etc. Ma ritengo che dare alla Scuola la funzione di “luogo terzo” sia dare alla stessa compiti che non le possono competere. La scuola (o per meglio dire le persone che vi lavorano, a tutti i livelli) partecipa. Ma partecipa di qualcosa che deve esistere al di là della scuola e della famiglia, qualcosa di cui la scuola (e la famiglia) siano espressione e luogo naturale di esplicitazione.
    Così tante storie di vita, raccontate non solo a me, dicono di quanto “la scuola” sia stata ininfluente nelle grandi scelte, nel come posizionarsi di fronte al proprio essere soggetto civile.
    Ancora: le comunità di pari sono pochissimo prese in considerazione in questo paesaggio dualistico. Così come sono poco presenti altri adulti (salvo forse gli allenatori sportivi?) che siano di riferimento senza “compiti istituzionali prefissati” altri adulti che si assumano la responsabilità di essere figure di riferimento per i giovani e le giovani. Ipotizzo altri spazi in cui gli stessi, le stesse possano essere creatori e non “imparatori” con qualcuno che “gli concede” uno spazio di responsabilità. E forse non è la rete o forse sì il luogo terzo: mi chiedo: quante comunità virtuali o reali nascenti non conosciamo semplicemente perché siamo “old” ?
    (ma secondo me una volta questa discussione andrebbe fatta a voce :-)

  14. untitled io ha detto:

    non capisco proprio perché non si possa andare al fondo della questione. Che qualcosa sfugga alla “scuola” non significa fallimento della scuola: significa che ci possono essere spazi dove la scuola non ha né diretta giurisdizione né diretta responsabilità, e che quello che vedi avvenire all’interno della scuola, sebbene sia specchio di ciò che avviene all’interno della società, potrebbe essere uno specchio parziale. Tu questa cosa sembra che non la vuoi accettare, forse perché hai deciso che “scuola” debba essere il tuo unico modo di prender parte alle cose. Poi non so: forse davvero tutto parte da lì, tutto sta scritto lì, e allora nulla può dire un ragionamento “altro” a confronto della tua competenza di campo.
    A margine: io non mi ricordo di periodi in cui l’evoluzione della scuola, della società, della famiglia e dell’individuo andassero in sincronia. Spessissimo un universo non è stato capace di recepire le mutazioni in atto nell’altro, spessissimo si sono interrotti i fenomeni di osmosi fra un sistema e l’altro, e spessissimo la scuola si è trovata a rincorrere gli avvenimenti senza riuscire a rintracciarvi una logica. I luoghi che noi chiamiamo “terzi” stanno a confine tra un universo e l’altro, non sono “istituzioni” ma cinghie di trasmissione. Anche questa discussione qui potrebbe essere un luogo terzo e una cinghia di trasmissione: noi non siamo né tue allieve né tue insegnanti né tue parenti, tu non sei niente di tutto questo per noi, dunque non puoi applicare a questo “campo” le stesse logiche che adotti in classe: devi parlare a noi in modo diverso, devi accettare che ti si parli da un punto di vista leggermente differente, se no come capirsi? come fai a dire che la scuola è luogo “terzo” rispetto a famiglia e scuola? puoi dirlo ai tuoi studenti, che la scuola per loro deve rappresentare il “fuori”, ma la verità è relativa: la scuola per gli studenti è il primo livello del “fuori”, una rappresentazione incompleta e/o semplificata del fuori – poi c’è, ci sarà altro, e noi dobbiamo augurarci, credo, che sia così, non rammaricarcene. Che dici?

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