Silenzio: si brucia

Sono giorni che taccio ma l’aver altro da fare è un alibi moscio. Taccio di dolore.  Solo, in privato, una piccola discussione con chi, non avendo la mia storia nè personale nè ambientale, fatica a discernere queste morti da tutte quelle che giornalmente distruggono il mondo del lavoro e a dar loro il significato di squarcio irrimediabile e rivelatore. Ma io vengo da un mondo in cui, se fosse accaduto qualcosa di molto ma molto meno tragico,  davanti alla Scala ci sarebbe stato un picchetto violento da paura e l’Italia intera si sarebbe immediatamente fermata per riversarsi in strada.  Di quel tempo tanto male si può dire,  ma non come del supplizio di oggi.

D’altronde, non trovo parole adeguate nemmeno fra molti blog. Se si va su Blogbabel oggi si vede che la nuvola di “torino”  è piccola un quarto di quella “luttazzi”.  Senz’altro in molti hanno taciuto per la mia stessa angoscia, per l’impotenza, ma non è quello il punto: il punto è la vittoria dei discorsi “altri”, mediatici, inconsistenti fino al grottesco  di un universo di chiacchiere a proposito di un comico magro che svillanneggia un ciccione. 

Mi sento umiliata ma, per una volta, mi affido a Gad Lerner:  “Il rogo di giovedì scorso è molto più di un incidente sul lavoro. E’ una Superga operaia maturata nell’isolamento sociale. [ … ] Nel nostro immaginario mutilato la fabbrica è ormai relegata a luogo da terzo mondo. [ … ] L’officina e la fonderia sopravvivono – nascoste e frammentate – nel retrobottega della nostra società luccicante. [ … ] Una società dell’acciaio relegata ai margini della società virtuale che s’illude di poterne prescindere, rintracciando altrove le fonti del suo benessere. La tragedia della Torino operaia ne viene perciò moltiplicata.”

L’articolo su Repubblica di oggi si legge intero solo nel blog del Bastardo.

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48 risposte a Silenzio: si brucia

  1. parergon ha detto:

    hai ragione, tristemente / le tue parole sono lo specchio di una verità /
    ma quanto a luttazzi e la risonanza che ha provocato la sospensione del suo programma, non riesco a operare un paragone con le morti di torino, e non credo sia giusto farlo /
    la censura spaventa, indigna, anche perchè attraverso quella stessa censura si mettono a tacere voci che si schierano proprio dalla parte di quei lavoratori mutilati e uccisi da ignobili ragioni /
    non so se sia ancora attivo, ma guardati se vuoi il video che ho linkato sul blog, quello di un paio di settimane fa, e potrai constatare che certi spazi hanno l’inestimabile valore di casse di risonanza / non inestimabile quanto quello di una vita umana, certo, ma importante affinchè le cose si vengano a sapere e le ragioni si mettano a fuoco /
    un caro saluto /

  2. caracaterina ha detto:

    La mia paleoconnessione mi impedisce di vedere i filmati, parergon (non mi riferisco a quello del Luttazzi, che conosco, ma agli altri). Sia ben chiaro: non sto difendendo la censura o attaccando la libertà d’espressione, sto attaccando da un lato il privilegio del vaniloquio in cui troppi sguazzano e l’incapacità di indignarsi davvero, di comprendere davvero le dinamiche del mondo neocapitalistico ottocentesco in cui siamo ricaduti. Gli operai avevano una voce propria, un tempo non troppo lontano, e le casse di risonanza se le trovavano da sè. Adesso tutti abbiamo bisogno dei media e dei mediatori: i conflitti, le situazioni, i diritti, (i doveri), si svolgono in tv oppure non esistono.
    Ma la TELEVISIONE ha detto che il nuovo anno / porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando/

  3. parergon ha detto:

    si, capisco bene quanto dici, e non posso che trovarmi d’accordo /
    sai, quando ho commentato il post, ieri sera, poi sono andata a letto, ma quel retrogusto amaro è rimasto è c’è ancora /
    a sentir parlare dei morti in televisione, più tardi, mi son sentita ancor più impotente, ancor più amara /
    gli operai non hanno più voce propria perchè il sistema capitalistico è molto astuto, ed ha capito subito che bastava dare alle persone un livello minimo di benessere per tarpar loro la coscienza di classe / continuo a sostenere che l’arrivo del frigorifero nelle case ha segnato un punto di svolta cruciale, l’inizio di un tempo che ha visto gradualmente spegnersi le voci dei lavoratori / subito dopo arrivò la televisione, ed è stata la sanzione di una fine /
    l’arrivo di comodità individuali e l’infiltrarsi sistematico di messaggi devianti attraverso i media ha smorzato un meccanismo cruciale per ogni forma di rivoluzione, che è quello della solidarietà, della condivisione, della com-passione / tutti adesso abbiamo la nostra automobile e il nostro frigo, ma non si parla più, non si condivide più, e non si progetta / e nessuno, in politica, lotta perchè le cose cambino / nessun partito lavora davvero affinche si risvegli una coscienza di classe /
    ma sono cose che già sai, ed è uno scambio di parole già scritte / forse con l’inchiostro simpatico…

  4. pessimesempio ha detto:

    E’ vero: siamo colpevoli di silenzio. Non c’è altra storia da raccontare. Anche se ognuno di noi, molti, hanno sofferto per questa cosa, ma non hanno detto e questo è grave, molto.

  5. Effe ha detto:

    dico che
    qui a Torino doveva esserci sciopero generale
    c’era anche la giornata adatta
    brina cattiva e nebbia gelata
    ora c’è il sole
    sciopero nessuno
    (solo, a dir la verità, uno striscine che i ragazzi del liceo qui vicino srotolavano lungo un muro)

  6. Effe ha detto:

    correggo per non fraintendermi da solo
    lo sciopero c’è
    manca tutto il resto intorno

  7. Vengo da un mondo parallelo.
    Di lotte, comunque; non di silenzi.
    Andato pure quello.
    Lasciando residui di sabbia e negozi aperti per un natale cominciato il 3 novembre.

    Sto male anch’io.

  8. bri ha detto:

    è vero, è terribile, di lavoro si muore e l’indignazione va a farsi due passi.
    E allora non si capisce neppure, oltre al quasi silenzio di questi giorni, non si capisce perchè all’uscita del madamin della confindustria, (come ho detto dalla pispa) qualche tempo fa, nessuno, nemmeno tra quelli del governo, ha neppure alzato un dito per dire mi scusi …ma cosa sta dicendo? quando lui, chiedeva straordinari in più per la “crescita” e lo sviluppo. Come se la vita fosse solo la fabbrica, come se gli straordinari non li facessero già quelli che non tirano la fine del mese, come se non ci fossero già dappertutto giorni e giorni di ferie non fatte e non pagate, nonostante le direttive europee.
    come se di morti bianche non si morisse ogni giorno nell’indifferenza generale, perchè bisogna parlare di Garlasco e cogne e…
    come se

  9. Pingback: in questo paese si muore di lavoro «

  10. caracaterina ha detto:

    Di una coscienza individuale non ce ne facciamo niente. Ce la ripieghiamo e ce la mettiamo in tasca e lì, coll’andare, si sbriciola. Co-scienza. E’ per forza in relazione a, in relazione con. Per forza è comunitaria. Quando c’è. Se c’è.

  11. pessimesempio ha detto:

    Non riusciamo più a trovare il modo per cui ci sia.

  12. Giorgia ha detto:

    Non mi è venuto altro da fare che mettere un link a questo post. Grazie di essere riuscita a scrivere quello che andava detto.

  13. Danilo ha detto:

    Parole più che giuste, con qualche appunto però..
    Non scrivere della strage di Torino non vuol dire ignorarla: per quel che mi riguarda ho grande sfiducia che la manifestazione di piazza faccia il minimo solletico a grandi industriali e poco poco ai “grandi” politicanti.
    La rivolta popolare, quello sì, avrebbe effetto, ma non credo che l’Italia abbia ancora la disperazione per occupare ed espropriare fabbriche..
    Per contro, la libertà di informazione è qualcosa su cui è più pensabile poter agire. Ammesso e non concesso che faccia meno morti, alla disinformazione credo ci si possa oppore più incisivamente.
    Quanto meno attraverso le loro stesse armi: se all’indomani del secondo editto ci fossero stati sciami di protesta ci avrebbero pensato due volte prima di annullare definitivamente Decameron, o ci avrebbe pensato qualcun altro a farlo per loro; altra scelta, se dall’indomani tutti i clienti dell’operatore telefonico sponsor avessero cambiato tutti insieme sim magari qualcuno si sarebbe chiesto il perchè..

    Oltre alla mia personale considerazione aggiungo un’ultima cosa più generica: al di là del menefreghismo, affrontare la chiusura di un programma tv è cosa ben più semplice che affrontare la morte, fisica, di ragazzi sotto i 30 anni, con famiglie distrutte e drammi umani infiniti. Molte persone non ce la fanno, semplicemente rimuovono o fingono di ignorare per non stare male.

    Txao, D.

  14. Effe ha detto:

    ho dovuto farti una descrizione del contesto, di là, su Herzog.

  15. petarda ha detto:

    sì, una fabbrica a torino come una fabbrica nel sudest asiatico.
    ma anche il pianerottolo del vicino di casa come se fosse, che so, a baghdad.
    non era facile parlarne, è come dici, ma altrettanto forte, secondo me, era la voglia di non pensarci, di pensare l’accaduto come lontanissimo da sè. perché non si vogliono vedere, certe cose. le ragioni di questo atteggiamento sono tante, credo, e per certi versi insondabili. “voglio star tranquillo” può voler dire indifferenza ma anche, come dice d., un “non farcela”. quando, e perché, sia venuta meno la solidarietà (se c’è mai stata, anche questo mi chiedo), la consapevolezza di doversi indignare, di dover lottare per evitare che domani questo capiti anche a me, sostituita dalla rimozione, questo vorrei capire.
    e io, da quando è successo quel che è successo – cioè, non immediatamente dopo, ma quasi – penso alle decine (centinaia) di morti per mesotelioma che si succedono nel casalese da anni e che andranno avanti per anni ancora, e che riguardano anche gente che non c’entrava nulla con la fabbrica dell’amianto, gente che non solo non ci ha mai lavorato, ma che neppure ha mai lavato una tuta sporca di fibre di amianto: gente che vive a chilometri da lì.
    per casale nessuno ha mai chiesto l’emergenza nazionale; i proprietari dell’eternit, svizzeri, non ho ben chiaro se siano stati indultati; e, a proposito dell’emergenza nazionale, l’estate scorsa a casale si chiese (e non si ottenne, era una provocazione) ma per le zanzare. nella lotta alle zanzare è attivissimo gad lerner, che da qualche anno ha acquistato una casa nelle colline del monferrato casalese e giustamente vorrebbe potersi godere le sere d’estate al fresco senza temere l’assalto di nugoli di insetti affamati.
    le fibre d’amianto volano, anche a chilometri di distanza, e ne basta una.

  16. petarda ha detto:

    benaltrismo? qualunquismo? ci ho pensato tanto prima di lasciare il commento, e ancora non mi so rispondere.

  17. cybbolo ha detto:

    il tam tam non si propaga mai abbastanza.
    e, purtroppo, le foglie della jungla dell’indifferenza ricopriranno presto tutto nell’inestricabile.

  18. enpi ha detto:

    @caracaterina
    c’è una cosa che non va bene, che non ci sta, ed è blogbabel. ovvero non ha senso cercare l’indignazione lì;
    uno – perché loro indicizanno la morte in base a chi ha linkato un articolo o l’altro.
    due – perché (e il motivo è il punto uno) blogbabel è quello che non va, è il consumo, è l’antidemocrazia che si maschera da democrazia.
    io ne ho parlato, di Torino. ne riparlerò, come di altro. non (solo) sui blog.
    e ho detto che del rogo siamo colpevoli tutti, io e te, tutti.
    è colpevole il consumo, è colpevole il Sistema.
    e che è tempo di decidere e schierarsi, probabilmente – ho detto non solo sul blog.
    ciao
    e.

  19. untitled io ha detto:

    Io non ho paura dell’inestricabile cybbolo: i vivi prima o poi si danno pace, è normale che tutto ciò che oggi è esposto domani venga ricoperto. A me basterebbe che a coprire fosse un inestricabile fatto di persone vive, di volti mobili, di facce che se si muove il vento sono pronte a reagire, a cambiare espressione, direzione dello sguardo, umore. Magari, insomma, fossimo ancora tutti mobili e soggetti al vento come le foglie: la cosa tremenda è che stiamo diventando una foresta di marmo – e altro che ricoprire: schiacciamo.

  20. petarda ha detto:

    @enpi: io non ci sto, quando sento che “i colpevoli siamo noi, il consumo, il sistema”.
    ci son persone che pur – ovviamente – costrette a vivere nel sistema e a consumare, e per lo più anche consapevoli della fortuna nel poterlo fare, cercano di limitare i danni.
    ci son persone che s’indignano e si impegnano.
    i responsabili primi sono due: thyssen (in questo caso) e soggetti preposti a vigilare sulla sicurezza e tutelare i lavoratori.
    che ne posso sapere io se una fabbrica di torino è messa quasi come una di un paese in via di sviluppo? come posso agire o anche solo opinare e sensibilizzare in maniera preventiva?

    io penso, anche, che una parte di quel “non farcela” e di quel menefreghismo sia legata a filo doppio con l’indifferenza e l’ignavia di chi dovrebbe fare e non fa. “a che scopo incazzarsi, tanto nulla cambierà”, questo mi pare il mood.

  21. Pingback: Rossomalpelo » La fabbrica e la disgrazia

  22. enpi ha detto:

    @untitled_io
    giusto: ‘schiacciamo’

    @petarda
    io non dico affatto: ”a che serve incazzarsi, tanto nulla cambierà”;
    sto dicendo che i poveri esistono perché esistono i ricchi; che quelli della Thyssen che hanno permesso che quattro persone morissero arse vive, l’hanno fatto per il profitto, per i soldi;

    ti sto dicendo, insomma, che è facile indicare i colpevoli. troppo facile.
    che il problema è che dio, oggi, è il denaro; il ricco è meritevole, e il povero è maledetto.
    che, prima di essere arsi vivi, erano schiavi. che l’Italia e il Mondo sono pieni di schiavi.

    lo so che sembra il discorso di un cretino; ma non so che farci.

    enrico

  23. pessimesempio ha detto:

    Insomma il problema è sempre: Che fare? Perchè a me la posizione di enpi mi pare un po’ rinunciataria e mi pare che questa posizione sia alla base di molti aspetti della storia che stiamo vivendo, almeno in questo paese (non conosco abbastanza le altre realtà nazionali per esprimere un giudizio, e questo forse è un male). Però è anche vero che se queste cose accadono è perchè manca un controllo sociale: non siamo più in grado di controllare quello che succede intorno a noi, non siamo più vigili.

  24. petarda ha detto:

    @enrico, quel mio ultimo pensiero in effetti risulta oscuro perché mal scritto, ma me ne sono accorta solo dopo aver premuto “invio”.
    volevo dire che secondo me dietro l’atteggiamento disfattista di un cittadino ci può essere l’aver constatato di persona che più volte, dopo aver protestato, segnalato, ecc., nulla cambia.
    ed è anche per questo che cerco di puntellarmi all’interno del “sistema”, che mi sembra una giostra impazzita, un tritatutto senza scampo, cercando di dare un nome ai primi responsabili. perché lì forse si può ancora agire, farsi sentire. la protesta, se esiste, va indirizzata, sennò non serve a nulla.
    e guarda che sono d’accordo quando dici che siamo responsabili anche noi, menefreghisti, disfattisti, rincoglioniti e abbagliati dalla giostra. però se mi fermo qui mi rimane un senso di impotenza che mi rende ancora più disfattista.
    gli operai della thyssen alla manifestazione invocavano l’intervento di guariniello. guariniello, pensaci tu. ed è così, si spera che almeno uno faccia il proprio mestiere. e dove non c’è nemmeno un guariniello? non è possibile, non può essere.
    se vuoi, passa sul mio blog a leggere una bella poesia di carlo molinaro, “merce e lavoro”: è molto in sintonia col tuo pensiero, mi pare. e, visto, che l’ho postata, anche col mio. :)
    la trovi qui.

  25. caracaterina ha detto:

    Con parole diverse, Unts e pessimesempio propongono una via praticabile. Enpi: capisco l’irritazione di petarda a sentir parlare di Sistema. Che si fa? Ce la giochiamo con dio che tanto si sa che tiene il banco? D’altronde, Petarda, snocciolando le tragedie, dice: una alla volta, i fatti oggettivi, i problemi, le soluzioni. Già difficile così e, comunque, troppo poco.
    Insomma, nessuno è ovunque e tantomeno può vedersela col Sistema.
    Ma per essere vigili, come dice pessimesempio, e per essere vivi, ci vuole la possibilità di non essere soli.
    Il Sistema (e chiamiamolo così) ha frammentato le esistenze, non c’è nessuna coesione fra interessi troppo divergenti e troppo contraddittori sul piano economico. La volatilità di cui parla unts è un danno, se non corrisponde – e non corrisponde – solo a una metafora. L’impossibilità di una coesione ci rende deboli. Ed egoisti. Troppo leggero e fogliaceo ciascuno difende se stesso, ricopre per non farsi ricoprire.
    Il Che fare? nuovamente evocato si configura nel problema: come costruire una nuova coesione? Come aggregarci se non abbiamo più a disposizione una classe, e non vogliamo farlo su basi etniche, religiose, comunarde?
    La liquidità (di questo termine non ne posso più ma non me ne viene un altro) ci impone forme aggregative minime, impotenti, interscambiabili. Ci toglie peso (contrattuale prima di tutto) e significato. Per questo il denaro, che è paradossalmente (ma qualcuno l’aveva già capito 150 anni fa) la forma più leggera di tutte le forme di scambio, domina.

  26. petarda ha detto:

    per esperienza di lavoro di anni in quartieri degradati, posso dire che è assai difficile coinvolgere il “comune cittadino” (al di là del momento “caldo” della protesta) anche su questioni che riguardino un solo isolato, se quell’isolato non è il proprio.
    il cammino verso l’attivazione della cittadinanza è lunghissimo, è lavoro pedagogico, motivazionale, e può sfociare da un lato in forme di autoorganizzazione, e dall’altro nel ritrovato dialogo tra comunità sociale e istituzioni, all’interno delle quali è di fondamentale importanza trovare persone che accettino di mettersi in gioco e di fare il loro mestiere, spesso mettendosi contro i propri colleghi (siano essi assessori, dirigenti, funzionari, sindacalisti, e via via).
    questa roba (chiamiamola col suo nome: sviluppo di comunità), per quel che ho visto (e fatto), funziona.

  27. pessimesempio ha detto:

    Per me l’espressione “attivazione della cittadinanza” è troppo vaga, troppo veltroniana e politichese. (non me ne volere, petarda)

  28. petarda ha detto:

    beh, magari qualche nozione di sviluppo di comunità ce l’ha pure veltroni… no, eh?
    capisco che ti suoni così male, pessimesempio, ma è il suo nome: poi che sia abusato è un altro discorso.
    se ti interessa approfondire c’è un bel capitoletto (il 10) all’interno di “fondamenti di psicologia di comunità” (francescato-ghirelli, ed. NIS) che si chiama appunto “lo sviluppo di comunità”.

  29. pessimesempio ha detto:

    Ma quelloche volevo dire è che finchè non la riempio mi rimane un’espressione vuota. Il problema non è dirla, è darle un significato che valga per oggi.

  30. petarda ha detto:

    a pessimesempio e caracaterina.
    semplicemente e ingenuamente ho cercato di rispondere a questa domanda: Il Che fare? nuovamente evocato si configura nel problema: come costruire una nuova coesione? Come aggregarci se non abbiamo più a disposizione una classe, e non vogliamo farlo su basi etniche, religiose, comunarde?
    che però in effetti è un po’ come voler risolvere il problema dell’effetto serra in assemblea condominiale. era una domanda retorica, ora lo capisco, sì.
    ah, poi, se interessa, in assemblea condominiale si possono prendere decisioni pro risparmio energetico o battersene le balle, eh.

  31. enpi ha detto:

    @caracaterina

    tu dici: “Enpi: capisco l’irritazione di petarda a sentir parlare di Sistema. Che si fa? Ce la giochiamo con dio che tanto si sa che tiene il banco?”

    la capisco anch’io, ci mancherebbe.
    io ho un punto di vista laico. da laico, vedo che il dio adorato oggi non è quello a cui ti riferisci tu. si chiama ‘denaro’.
    e io, con *quel* dio, col denaro me la prendo eccome.

    perché poi è necessario chiedersi il perché delle cose:
    [ad esempio]
    – perché si fanno le 12 ore?
    – perché non c’è il tempo di ricaricare gli estintori?

    la risposta porta sempre lì, all’utile e ai soldi.

    Poi, che come dice Petarda (Petarda ho letto il tuo blog), è giusto che le responsabilità più evidenti siano indagate, perseguite.

    e.

  32. pessimesempio ha detto:

    Forse la mia posizione, parlo per me, è troppo in stile pedagogico: nel senso che a volte mi sembra di stare più a porre domande- che non sono però retoriche, il contrario- che a tentare di risolvere. La mia domanda, sul che fare, e le altre questioni messe in campo sono interrogativi reali, l’ho già detto, più per me che per gli altri e spero che gli altri ( leggi in questo caso petarda) non se la prendano e non si sentano colpiti più di tanto. Se così fosse, me ne scuso. Quello che vorrei è capire come fare, io per prima, e mi muovo a tentoni, nella nebbia appicciacosa che c’è oggi in questo paese (anche se è una bella giornata di sole). Come tutti, forse.

  33. petarda ha detto:

    ma quali sono gli obiettivi di questo desiderio d’azione?

  34. pessimesempio ha detto:

    Bhe, uno , così, di corto raggio, potrebbe essere ricominciare a essere un po’ più felici. Oppure fare in modo che le risorse di un paese siano distribuite in modo più equo (sempre corto raggio). Oppure che prima di costruire una tav si tenga anche conto della gente che sta in zona. Tutte cosette così, no? le prime che mi vengono in mente, ma ce ne sono altri di obiettivi del desiderio d’azione.

  35. caracaterina ha detto:

    Ho un po’ abbandonato qui perchè, potendomi collegare per poco tempo, quello di ieri l’ho dedicato al commentario di untitled_io e, adesso, tornata a casa, ho appena finito di leggere oltre al commentario, anche la discussione da pessimesempio.
    Vedo qui e ho avuto modo di vedere qui e là che molti hanno acceso discussioni e linkato qui. Evidentemente avevamo bisogno in molti di far cadere la precaria pila di barattoli a volte vuoti che erano diventate le nostre parole.
    E’ l’immagine, quella che ho appena scritto, di un’azione. Il genere di “azioni” che si possono fare disponendo di un blog. Non è troppo poco, non lo è affatto.

  36. caracaterina ha detto:

    @enpi
    non sono solo laica (ma possibile che questa parola sia così abusata? laico vuol dire semplicemnente che non fa parte di un clero. e basta).
    io sono proprio atea.
    e non me la prendo col denaro. vivi d’aria, tu?
    potrei dirti che andrebbero analizzati i meccanismi economici e sociali del neocapitalismo in cui siamo immersi. ma non sono qui per questo. per questo ci sono fior di libri da leggere. un blog a me serve per altro.

  37. manginobrioches ha detto:

    mi viene in mente una scena. un gruppo di operai che entra in una redazione, li guida uno di loro, che ha una carpetta di fogli. parla con un cronista, gli spiega, gli documenta: sistemi di sicurezza, turni, pericoli. il cronista scuote la testa: se non c’è una denuncia non posso scrivere nulla, e comunque dovrei sentire la controparte, magari vediamo poi. gli operai escono. uno dice a quello con la carpetta: te lo avevo detto.
    credo di averlo visto succedere, un sacco di volte.
    (anche) così, piano piano, si cancellano le voci. si cancella la possibilità di una voce. perché la voce nasce da un corpo, no?

  38. enpi ha detto:

    @caracaterina
    e ti sembra modo di rispondere?

    1- chi abusa della parola laico?

    2- laico non vuol dire *solo* non far parte di un clero

    3- cosa c’entra di cosa vivo?

    4- ok leggiamo i libri (che vorrà dire? boh… vale per tutto? tipo: ok, non parliamo di politica, ci sono fior di libri)

    5- ho capito a cosa serve il tuo blog, è chiaro.
    molti saluti

    e.

  39. pessimesempio ha detto:

    Anche per me questa – la discussione di questi giorni- è un’azione, un’azione che posso-possiamo fare con un blog. Ma poi? Ecco, a me piacerebbe anche sapere-capire-intraverdere il poi: nel senso che un’azione- far cadere i barattoli- non è che poi resta lì e tutto riparte come prima.

  40. giulia ha detto:

    E’ più di una Superga operaia… perchè è continua, quotidiana e quello che è sucesso e di cui si parla è purtroppo solo, anche se terribile per la modalità con cui si è svolta, uno dei tanti episodi taciuti, Giulia

  41. caracaterina ha detto:

    Il “sì vabbeh, e ora?” è una trappola in cui non cado, pessimesempio.
    Gli effetti pratici immediati sul sociale non vengono certo da questi singoli momenti di incontro/scontro. Con enpi, ad esempio, c’è stato un piccolo scontro e lui a quanto pare si è offeso tantissimo. Mi spiace, non so che farci, ma certo questo effetto immediato, irrilevante rispetto alla soluzione dei problemi politico-sociali, non lo è, irrilevante, rispetto a un mostrarci continuo davvero come siamo, con le nostre voci a volte stonate.
    In rete non possiamo fare davvero azione politica in campo, come non possiamo curare la bronchite, far giocare il cane o decidere di far riparare i poggioli del condominio.
    Ma non per questo, petarda, il mio Che fare? era una domanda soltanto retorica. Parlare, parlarci, non è così facile come sembra, lo vediamo bene, soprattutto quando si tratta di dire le nostre reazioni profonde, soprattutto quando sembra di non poter agire sulla realtà, e ci dimentichiamo che la realtà prima su cui comunque esercitiamo perennemente un’azione siamo noi stessi. Se non parliamo mai, se non buttiamo giù i barattoli, se non litighiamo, per quieto vivere, piano piano si diventa come quei giornalisti di cui racconta manginobrioche. Senza più una voce propria. E tanto meno in grado di associarsi alle voci degli altri.

  42. enpi ha detto:

    … e tutta qui, la risposta: io mi sono offeso tantissimo ed è il solito effetto della rete, della comunicazione digitale, bla bla bla?
    be’, figurati se mi offendo perché tu sei atea e non laica ecc.

    il punto è che dovresti ammettere che il tuo campione (per parlare di cose concrete, numerabili) non è rilevante.

    come dicevo da pessimoesempio, state dicendo ”nessuno parla di”, ma dovreste dire ”nessuno di noi, nessuno di questa piccola sfera della rete, parla di”
    (attenzione: tutte le sfere della rete sono piccole – niente di personale contro *questa* sfera, che fra l’altro guardo spesso)

    ritanti saluti
    e.

  43. caracaterina ha detto:

    Ho visto, enpi, che sei intervenuto da pessimesempio. Ma l’effetto della comunicazione in rete e blabla non è un concetto che rientra nel mio commento bensì una proiezione della tua lettura. E non per fare ulteriormente le pulci ma non usare il plurale, io non ho scritto che nessuno parla di. Ma è certo che ho fatto riferimento a blogbabel e che tu me lo avevi rimproverato. E non ho evidenziato che invece TU ne avevi parlato.
    Ma a questo punto, conta così tanto mettersi lì, statistiche alla mano, a contare quanti ne hanno parlato e in quali sfere blogopalliche? Credi che sia questo, davvero, il senso del mio dire?
    Dici che guardi spesso qui. Ma forse non ti sei accorto che questo ultimo post nasce dal mio personale dolore non solo per un’enorme tragedia ma per il fatto che la sua rilevanza, (una rilevanza non semplicemente -si fa per dire- in termini di vittime o di esempio di un mondo del lavoro trascurato per ragioni capitalistiche, ma in termini di sensibilità culturale, di senso della perduta coesione sociale), non è stata di fondo percepita dalla maggioranza delle persone che vivono in Italia?
    Non ti sei accorto che questo ultimo post mi viene da lontano, da tanti altri giorni in cui parlo di questo mondo? E che lo faccio pur senza parlare di morti sul lavoro, senza parlare di capitalismo o di letteratura impegnata?
    Io non scrivo mai della mia storia SOLO perchè è la MIA storia. Scrivo perchè la mia storia fa parte di un mondo ed è il mondo con cui sono in relazione, di cui come dice Unts di là da pessimesempio, io partecipo intimamente. Nessuno, se prova a mettersi davanti a questa tastiera con partecipazione, racconta mai se solo se stesso ma l’universo a cui appartiene.
    Mi è stato dato in sorte di appartenere all’universo industriale, per un certo tempo e in una certa epoca. Ne parlo. A mio modo. E nel mio modo ci sta anche che io ritenga che questo mondo sia di estrema rilevanza.
    E che questa rilevanza non sia riconosciuta, tanto che non riconoscere la rilevanza di questo mondo si tira dietro il non riconoscere la rilevanza di tantissimi discorsi sul proprio mondo, e sul proprio modo di stare al mondo, che ciascuno di noi potrebbe fare e, invece, in molti non fanno. Perchè si tace. Preferendo parlare d’altro o in un modo che fa distogliere lo sguardo.
    Certo, tu dici: è colpa del Sistema. Bella scoperta! dico io. Ci voleva enpi che ce lo venisse a dire.
    No, più semplicemente, è perchè ho fatto riferimento a blogbabel che fa parte del Sistema, dici tu. Invece, se avessi tenuto il conto vero e ragioniere dei post usciti, ci sarebbe meno silenzio in rete sulle cose rilevanti?
    Tu ribadisci, da pessimesempio, che tu avevi già detto da te (ripetizione voluta) che la gente sta sprecando l’occasione di usare internet. Lo so che lo hai scritto. E hai fatto bene. Ma ti sembra il caso di rivendicare una sorta di primogenitura, e proprio in quest’occasione, poi, quando di questo tema sta in rete da anni e non sono certo nè caracaterina nè untitled_io ad averne taciuto?
    E pensi forse che questo “spreco” di internet non abbia nessun legame coll’abitudine al silenzio rispetto alle cose rilevanti del proprio mondo che questa tragedia ha, attraverso le parole di questi ultimi giorni, un po’ scoperchiato?
    Per me la relazione c’è. Questo silenzio scende giù per li rami di un sistema storico ed economico, certo. Ma non è mettendoci a parlare del sistema economico in termini un po’ libreschi nè a pubblicare tatzebao su questo o quel problema sociale che ne usciamo. Almeno qui. Qui ne usciamo raccontandoci, ciascuno a suo modo, il nostro mondo. E non quello che vediamo in tivvù.

  44. caracaterina ha detto:

    Errori a gogò ma penso si capisca lo stesso.

  45. enpi ha detto:

    caracaterina
    è triste parlare (scrivere) e non capirsi.

    io ho l’impressione che tu, le cose che ho scritto io (qui), te le sei lette ora e di fretta (e va benissimo così).

    assurdo sostenere che io stia dichiarando primigeniture.
    so bene chi è chi; chi sta in rete da più tempo e bla bla bla.
    bla, aggiungerei.

    semplicemente, avendo una cosa da dire; una cosa che non è nuova né geniale; una cosa che tu e unt_io dite da tempo; come la dicono in tanti (ne ho letto ovunque);
    insomma credendo nell’importanza di questa cosa (lo sprecare internet), non ti sembra ‘normale’ che venga qui, da voi (e sottolineo *voi*), per confrontarmi, per sentire che ne dite voi?

    e per tornare a blogbabel: ma come fai a dire ‘negli argomenti di blogbabel non se ne parla *quindi* non se ne parla in rete’?
    bb funziona così: raccoglie tutti i post che puntano allo stesso articolo di giornale. non è google, insomma.
    non volevo certo dire: ”guarda, caracaterina, senza mani, senza mani. io ne ho parlato, io ne ho parlato!!!”

    assurdo, da parte tua, sostenerlo.

    comunque, tornando a noi; quando dici
    “mica ci vuole un enpi qualunque a dire”
    si capisce qual che dici.
    si capisce il tuo stare in internet.
    che non è il mio.
    quindi, per la terza volta,

    ri-ri-tanti saluti
    e.

    ps
    che se poi mi spiegassi quali sono i “termini un po’ libreschi” che uso sarei anche più contento; ma sembra proprio che tu non riesca a rispondere alle domande che ti si fanno, quindi nulla.

    ri-ri-ri-ri ecc.

  46. enpi ha detto:

    [ho un altro ps]
    pps
    che poi non è detto che dobbiamo starci simpatici a forza.
    anzi.
    :)

    ciao
    e.

  47. pessimesempio ha detto:

    Una risposta a quanto mi hai risposta, caracat. é vero, quella del domandarci e poi che si fa? è una trappola e ogni tanto ci casco. Mi sembra di fare tanto in questi giorni, anche solo a parlarne in classe con i ragazzi che ascoltano e dicono la loro, come ho visto hai fatto anche tu. Mi sembra davvero molto ed è già un poi, questo. E’ già un’azione, anche questa, e mi pare importante.

  48. Pingback: ‘Sprecare internet’ (4): Laure Manaudou e Rudy G. « Milano-Roma-Trani

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