Tu chiamale, se vuoi, lavorazioni

Passare delle ore nella notte con la paura di soffocare nella tua propria saliva perchè improvvisamente non ti riesce più di deglutire, e continuare, continuare a salivare, mandando giù, comunque, e respirare, nonostante gli sforzi, i blocchi apparenti gli spaventi, nel letto lasciato grande dal suo lavoro

Vederlo ritornare deluso dai suoi propri colleghi che non vogliono non vogliono restar soli e responsabili del dolore, di un’angoscia di un terrore di esculapio che ti porti che ippocrate si fotta che si ficchi il caduceo dove fa più male che si calmi soltanto ad ascoltare, ad ascoltare

Te che avevi un’altra idea del tuo lavoro e che devi continuare ad ammaestrare

Per tutto questo, forse, è per tutto questo che, se leggi queste frasi e il commentario del 26 novembre (scrolla, scrolla), pensi subito a un lavoro che hai visto scritto, tanti anni fa, dentro a un libro di faccende che non ci stanno, non ci stanno più

Se qualcuno ti chiedesse cos’è il lavoro, oggi tu risponderesti che è un supplizio

Frugare in libreria per ritrovare quelle due pagine e quel tempo che leggesti ti fa pensare: no, nessuno ti chiederebbe mai quali sono le parole del lavoro che meglio ricordi nelle scritture ma sono queste, la narrazione dell’impalatura a regola d’arte del contadino sabotatore, nel cantiere del ponte sulla Drina

Sfogliare ed arrivare presto, a pagina 63 e continuare, quando il ritmo del martello e del coltello si distende nelle reazioni dei nullafacenti e poi cercare cosa ti fa ricordare

Trovare dentro a google la figura che vedevi e riprovare quel sottile dispiacere, dentro alla Scuola Grande di San Rocco, dove gente che sapeva lavorare, anche lì gente di mare, e di scalpello e carpentieri, è vissuta accanto a una crocifissione che è tutta una lavorazione, tutta una fatica di corpi pesi e muscoli tesi e di ordini occhiuti e di stridi spellati

E noi oggi che stiamo, sempre più in tanti spesso solo a guardare

Senza sapere fino in fondo come si fa a macellare, a issar pali, a issar vele ad inchiodare a faticare, solamente a chiacchierar di lavorare, fino a perdere la voce, fino a soffocare nel nostro parolare, per continuare a bere, e continuare a barare

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18 risposte a Tu chiamale, se vuoi, lavorazioni

  1. caracaterina ha detto:

    Sì, è vero. sono incazzata, ultimamente. e pensa un po’ che stavo per scrivere “esacerbata” e mi son fermata in tempo. perchè, veramente, non so che cosa significa questa parola.
    e perchè bisogna fare sempre cicìn e ciciòn? cortesia, nobiltà d’animo (noblesse oblige), non mettere a disagio, plìs.
    dite, manco forse di rispetto?

  2. T. ha detto:

    Esacerbato – voce del verbo esacerbare, ovvero rendere più acerbo, aspro, originariamente riferentesi alla frutta non matura.
    No, non sarebbe stato l’aggettivo appropriato (voce del verbo appropriarsi, ecc. perciò forse sarebbe meglio dire azzeccato e non se ne parli più, con buona pace delle zecche).
    Perché incazzata (voce del verbo… vabbe’, lasciamo stare) è il termine giusto, dico io, per rendere con efficacia la dimensione emozionale che oggi si tende (si tenta?) di relegare a “Carramba che sorpresa” e suoi derivati, onde preservare il lucido intelletto da contaminazioni…

    Basta, ho un po’ esagerato. Spero di averti strappato un sorriso.

  3. calais ha detto:

    (ho un pensiero trasversale, storico, recente. Il web tende ad essere sadico. Non so se in forma deliberata o come una grave inerzia. Come farle opposizione non lo so ancora).

  4. caracaterina ha detto:

    Per sadico, calais, intendi proprio “distruttivo” e “umiliante”?
    Lo chiedo perchè spesso, troppo spesso, si usa sadico semplicemente per indicare “smascherante”, “denudante”, per indicare qualcosa che induce a un coinvolgimento emotivo (la dimensione emozionale a cui si riferisce Terez) non consolatorio, non melenso.
    Ci sono certe apparenti gentilezze, certi chiacchiericci consolatori, che sono più sadici, più distruttivi, dell’immagine di un supplizio.

  5. calais ha detto:

    sadico come tendenza al vortice vorace. Come, dopo un punto, il muro conservando. Il cui rovescio, certo, non sarebbe la gentilezza per paura o comodità né la chiacchiere contro la solidudine

  6. caracaterina ha detto:

    La gentilezza e le chiacchiere a cui pensavo non sono quelle che intendi tu lì nel commento: pensavo proprio a una sorta di cannibalismo, a parole che tessono una ragnatela che imprigiona l’altro e se lo mangia. Si posono anche loro considerare, come scrivi tu, una specie di “vortice vorace”. Ma sei poi aggiungi l’immagine del “muro conservando” mi viene in mente, più che il sadismo, il nichilismo.
    Il sadismo è comunque un modo di mettersi in relazione con l’altro. Il nichilismo no. Il web sarebbe dunque “nichilista”? Un grande nulla?

  7. calais ha detto:

    mettersi in relazione traverso il sadismo…? meglio rimanere da solo. Nichilismo? si che a volte parrebbe che c’è una profondissima indifferenza generale. Che essendo profondissima e generale, del tutto indifferente non sarebbe allora. Infatti la sensazione – una cosa difficile di provare in giudizio, di mostrare oggettivamente- è quel muro lì, chiudendo il passo ferocemente ma verso il quale scorrono come ad una calamita o calamità tutti i sentieri

  8. f_e_d ha detto:

    quel che dite conforta una sensazione fisica che mi prende leggendo certe cose in certi spazi del web.
    (e non ho troppa voglia di definire nè le une nè gli altri)
    una sensazione di vago malessere e di nausea.
    di vortice, sì.
    a volte mi verrebbe da urlare per contrastare il precipizio ma poi mi dico: ma chi cazzo sei tu?
    non è il tuo spazio, puoi semplicemente uscire e andare altrove a respirare.
    ma neppure quello è semplice.
    io resto impigliata (o impagliata) ad osservare fin dove si può arrivare, come in un reality.
    e penso che, per contrastare questa ipnosi collettiva (e mia) che usa tutti i mezzi, anche quelli di cui sembriamo apparentemente padroni (di casa), occorrono gesti distruttivi. di relazione.
    ma forse neanche quelli produrrebbero effetti. perchè il blob (il blog) annette tutto e lo mastica e lo rimastica (e non lo sputa mai) e ne fa materia di vago salotto.
    di ragnatela di rimandi, di espressioni contemporanee o differite. di passaggi, di ripassaggi. di annessioni.
    sento che tutto questo ha a che fare con il lavoro (o con la sua mancanza, o la sua ridefinizione) ma non so spiegare adesso perchè.
    quel che so è che quando mi prende quella sensazione l’unica cosa che mi farebbe star meglio subito sarebbe un uso strong del corpo, una fatica fisica, un movimento che coinvolga il numero maggiore possibile di muscoli, totale, scatenato, e non solo quello degli occhi (impercettibili) delle dita, delle sinapsi (e poco d’altro)
    sento che questa cosa a proposito del sadismo e del nichilismo (involontari?) del web ha a che fare con l’esclusione del corpo reale (non quello fantasmato) dal campo di relazione.
    e questo non permette integrità. come in un teatro di ombre cinesi, di ‘posture’, di ruoli, di personaggi in cerca d’autore (o che l’hanno già trovato ma non si chetano).

  9. caracaterina ha detto:

    Ricordi, calais? Sono andata a pescare qui sotto il tuo commento di venti giorni fa:
    “… a me adesso lo schermo mi pare di cemento. Le parole urtano e muoiono contro un muro come mosche stampate quando un tempo sembrava trovavano acqua o aria, qualcuno dall’altro lato che le faceva volare o nuotare.”
    Ecco, la fisicità delle parole all’alba della rete. Parole corporali, muscolari davvero. Eppure, proprio perchè qui manca il corpo, potrebbe essere la scrittura il nostro corpo. Non è così difficile come sembra. Basterebbe non fingerci comodamente “in presenza” gli uni degli altri, non dimenticare le distanze, non essere pigri nel superarle riempiendo i polmoni e facendo uscire la voce, con le mani a coppa davanti alla bocca. Basterebbe non illuderci e farci cullare dai meccanismi informatici di “condivisione” (ma che cazzo condividiamo, ci pensate?)
    Basterebbe non accontentarci della informazione, della comunicazione, tutta roba televisata, teleguidata, e spingerci fino all’espressione.
    Ma chi cazzo è che ci ha messo con le spalle al muro, che ci ha illuminato con un spottone nella notte e ci ha paralizzato lì contro, e poi costretti non a ballare davvero ma a una spaventata e ridicola pantomima di un balletto? Un sistema sadico, sì.
    Anche a me alle volte verrebbe da urlare e mi dico chi cazzo sei per.
    Eppure. E’ così bello liberarsi del modo di parlare convenzionale che si usa fuori di qui. Dove vige il linguaggio del corpo, il linguaggio verbale può anche permettersi, in certe condizioni, di essere convenzionale (sebbene sarebbe meglio che tante volte, invece, …), persino stereotipato. Ma nel virtuale, che il linguaggio si faccia fisico è la condizione necessaria perchè non muoia. Anche perchè, già nel reale, come dicevo, mica sta troppo bene.
    Abbiamo bisogno di una ginnastica verbalke delle emozioni, esattamente come, in assenza di un lavoro fisico, abbiamo bisogno di palestre e di sport. Sennò, a che serve stare qui?

  10. T. ha detto:

    Amen.

    (che non suoni come presa per il culo. perché è preghiera sacra-umana.)

  11. calais ha detto:

    (ieri ascoltai come si dice in italiano àmen -in spagnolo si dice amén, la messa è finita, vado al Polo Sud.
    Che espressione allegre con le mani a coppa, ti vedi brindando nel bosco con la resistenza. Io né la resistenza la farebbe in gruppo.
    Farebbe la resistenza alla resistenza solo col rischio di finire nelle mani del nemico.
    Dare la parola e toglierla allo stesso ritmo in cui ti danno l’orecchio, te lo tolgono.
    Non dare l’altra guancia avendo la prima rossa. Con guai sempre nella guancia e l’ideale come una scarpa con la lingua scollata. Ti fa le beffe, te lo trascini camminando)

  12. untitled io ha detto:

    Riporto qui il link al terzo capitolo della famosa conferenza di Lovink sullo stato della rete, dal titolo “Cosa c’è di nichilista nella blogosfera”, anche se ne abbiamo già parlato in passato:

    http://www.caffeeuropa.it/socinrete/324lovink3.html

    (secondo me varrebbe la pena, per chi non l’avesse fatto, di leggere tutto il malloppo da cima a fondo)

  13. bri ha detto:

    non so bene. In effetti c’è un disagio collettivo, ma se ne è parlato tanto e tanto spesso e dappertutto. Credo più all’idea di vortice, sento che rende l’idea più del muro in cui ci si spiaccica. La sensazione è di cadere e lì c’è il disagio e la paura ma anche la vertigine, il senso di un incontro-scontro, tra ribelli?
    quanto all’indifferenza, io credo che all’opposto, si possa trovare , anche, un eccesso di attenzione probabilmente ancora più deleterio o frustrante.
    e allora cammini, in qualche modo, zoppicando, per lo più e cercando di tenere insieme i pezzi che, invece, perdi per strada.

  14. calais ha detto:

    ((ho sorletto la cosa del nichilista -chez nous, nihilismo-, pensando sempre ha uno che un nick o che usa un niqui -le vostre magliette-. Smania dei suoni, pacienza.
    Poi i sociologi, chi se ne preoccupa, già troveranno il modo loro di farti entrare in una cassa comune a pois numerata con altri 11003 sconosciuti uguali a te secondo essi, basta tagliare qua e là un dito se ti esce del cartone ed entri nel 8’9% di una loro lista.
    Invece ho fatto un sogno collaterale. C’era una giovane donna sadica che ammazzerebbe me ed il mio cane. Si presentava dicendomi, vedrai che pioggia di sangue, quanta sangue, contenta. Io pensavo, il cane lascialo, ma non glielo dicevo ormai visto che stava altrove del senno. Nel sogno c’era anche un avvocato molto serio che conosco che invece si stava fumando una canna mentre guidava. La polizia me lo toglieva, addio difesa. I colleghi della donna, due uomini deboli, tentavano molto timidamente di dissuaderla della sua passione di scollegare le vene mie ed altrui ma avevano zero potere su di lei. Poi riappariva felicemente la polizia e io facevo a loro un gesto dissimulato, è questa l’assassina. Le force dell’ordine la prendevano mentre mia madre mi guardava furiosa con le cose che riuscivo a farmi capitare. Tutti i giornali parlavano del sequestro mentre, però. Poi si andava tutti in processo, anche l’ avvocato e la giudice vista la sofferenza mia durante il sequestro e che mi conosceva, mi scusava di fare il testimone o la difesa o l’accusa -questo non era chiaro.
    Insomma))

  15. calais ha detto:

    (già che non dovevo fare il testimone né la difesa né l’accusa, potevo scrivere)

  16. calais ha detto:

    Gesù. Pensando sempre a uno che ha un nick, dice la riga 1

  17. bri ha detto:

    mi piace l’idea di caracaterina di una ginnastica verbale delle emozioni, qui, in assenza di tutto quello che qui manca e in presenza, invece, di quello che tutti conosciamo.
    Vorrei capire meglio il concetto, il come tradurlo, ma forse è questo che si sta cercando di fare proprio qui e di là.
    Rendere fisico il linguaggio verbale.
    Una bella sfida.

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