I-taglia-ni

Con la bomboletta pixel ho appena lasciato una scritta sulle pareti dello scompartimento. La potete leggere tutti: Abbasso il governo!  Il governo mio, di cui sono premier e consiglio di ministri, con e senza portafoglio, e sono pure tutti quanti i vicesegretari e poi giù giù, son sempre io, fino all’ultimo portaborse. Ed è pesante la borsa, la mattina alle sette e mezza.  

Stamattina il mio governo ha preso una decisione giusta,  sbagliata.

Se il mio governo avesse fatto finta di niente, continuando a spiegare come se nulla fosse stato detto? Se il mio governo avesse alzato il ditino e avesse ammonito: “No no, ragazzi, così non si fa!”, e poi avesse continuato a spiegare, come se nulla fosse stato detto? Se il mio governo avesse proclamato: “Basta! Adesso parliamone!” e, aprendo er dibbattito a cinque minuti dall’intervallo, avesse chiesto a M e a P di spiegare i motivi di quegli insulti feroci e grotteschi lasciando che si aprissero le cataratte della rabbia vomitoria degli esclusi e dei perdenti? Sembrerebbe una buona soluzione quest’ultima, no? La meno peggio, almeno. Ma avete presente che cosa può uscire in cinque minuti dalle bocche di due quindicenni da stadio? Che tanto oggi l’ucraino è assente e ci si può pure sfogare, e infame chi glielo andasse a riferire.  Oggi sono 24  e ce ne sono almeno 6 che gli possono fare da claque rumorosa e aperti supporters, ai due capiclan. Ne resterebbero 16, testoline un po’ stordite dal fracasso, col craniolino internamente sbatacchiato dai colpi del dubbio, del timore, dell’ammirazione, dagli echi delle voci in famiglia e delle urla tivvù, con un’insegnante che li lascia “parlare”, quelli, finchè non arriva la liberazione della campana e si può scappare a comprar la merenda.

La bellezza del dialogo. Della discussione. Della tolleranza democratica. Dell’io la penso così e sono libero di dirlo.

Il mio governo ha represso, invece.  Gli ha ricacciato la furia in canna, l’ha ridotta a mugolare nelle grotte del cranio, a guardare basso in tralice lampeggiando odio di sbieco e traverso.  Non hanno nemmeno sorriso, perchè appena uno dei due ci ha provato, zot! incenerito! Altro che Franti, ragazzino!

Davvero un buon lavoro. Davvero.  Funziona così il cambiamento, la trasformazione, la metanoia. Proprio.

Vedremo la prossima volta. Ho due ore di tempo, può darsi pure che ci riesca a gestire una specie di discussione ogni tanto, fra gli spazi della rissa calcistico-parlamentare che è l’unico confronto comunitario che questi fanciullini conoscano, e di qui a lunedì magari mi torna la voce.  Magari.

Che poi quelli di terza hanno due anni di più e un bel po’ di privilegi sociali in aggiunta. Fanno pure il liceo, loro. E c’è un’ora che avanza, un bel po’ di tempo per poterne parlare, con calma dialettica e ordine d’intervento.

Parlano in 4, su 22 presenti. Educatamente cercano giustificazioni all’odio che avanza, minimizzano, attenuano, riducono. Si finisce per parlare d’altro. Seriamente. Ma altro. Di diossina sversata in Campania, ad esempio.  Finisce l’ora ma – loro lo sentono – veramente non è che l’inizio.

In seconda siamo molto più avanti, invece, la tragedia non ci ha colti  impreparati. Non abbiamo neppure dovuto parlarne, tanto i racconti delle scorse settimane ce li eravamo già fatti. Intervennero in 9 su 17, una percentuale da record. Ciascuno con la sua storia personale di insulti scambiati in periferia, di compagne insidiate al centro commerciale, di sguardi torvi e provocatori con spinte e minacce sul tram. Sottile si alza la voce di Bouchra, seguita sull’autobus alle sette di sera e accompagnata a casa dall’autista, visto che scende al capolinea: “Erano due, li ho sentiti parlare ma io l’arabo lo capisco”.  E’ l’unica in quella classe a sapere di voler andare all’università. In Francia.

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6 risposte a I-taglia-ni

  1. T. ha detto:

    Ripasso solo per dirti che ho apprezzato molto questo tuo scritto; che è quasi ammirazione quello che provo per le persone che riescono ad esprimere con efficacia i dubbi, i conflitti. Circondati come siamo da sbandierate certezze.

  2. remo bassini ha detto:

    ti ho letta anche di là, nello scompartimento.
    prendo atto, ti capisco e come te non capisco.
    credo ci sia da fuori, più in strada che in rete.
    ciao

  3. caracaterina ha detto:

    Grazie, T.
    Se c’è una cosa buona che l’età mi ha portato è la diffidenza, quando non la pena, per le sbandierate certezze.
    Remo: credo ci sia da [fare] fuori? capisco giusto?
    Ad ogni modo lo sai, non credo in questa dicotomia fuori vs rete. C’è da fare dire baciare lettera e testamento ovunque. Ho letto di là da te il commento di Aquatarkus, e lo sottoscrivo. ciao a te

  4. remo bassini ha detto:

    sì intendevo da fare.
    era notte fonda e avevo gli occhi che s’incrociavano.
    più in strada che in rete, confermo.
    in rete le cose ce le diciamo tra noi, con lunghe discussioni sulle sfumature.
    ma se vado nei bar della mia città, tra ragazzi che lavorano in cooperative o call center per 800 euro al mese, tra pensionati incazzati o perditempo sento e percepisco che le nostre, dico nostre, dico mie e tue perché un po’ ti conosco, dico mie tue e di quelli che vengono qui nel tuo blog o da me nel mio, o dalla lipperini, dal nostro amicoherzog, le nostre, dicevo, son seghe mentali.
    la televisione non è annozero e reporter. è di veline e cagate.
    la rete non è di blog come il tuo. è di chat e siti porno e suonerie e film da scaricare.
    i nuovi poveri non sono i poveri ignoranti della mia e della tua infanzia.
    questi sanno. poche cose ma sanno.
    sanno che ci sono i noiosi, io e te (so che non sei permalosa), sanno che ci son quelli che spiegano loro come va il mondo con uno slogan, prima delle elezioni.
    l’errore che noi (parlo dei sindacati, dei partiti tradizionali) è di non saper comunicare.
    e io questo errore vedo che si perpetua anche sui blog.
    dove si esagera con le esibizioni linguistiche, per esempio.
    dove si spaventano quelli da 800 euro al mese che leggono solo quattro ruote.
    siam tutti dotti e polticizzati, almeno qui in rete.
    e democratici (come ha scritto alcor).
    (poi succede, e mi è successo da poco, che mi telefona un blogger. dotto. di quelli da accademia della crusca. mi telefona e mentre parla penso: ma non potresti scriveri come mangi?)
    ciao caracaterina ti rileggo tra un 24 ore, circa.
    è notte e nn ho voglia di rileggermi.
    se ho fatto degli erroracci sii buona.
    un abbraccio
    remo

  5. caracaterina ha detto:

    Remo, mi sembra di capire che la questione che poni non ha nulla a che vedere con il concetto di opposizione fuori vs rete.
    Lo sghignazzo, l’incazzatura, la beceraggine, la miseria morale e materiale o il piattume stanno fuori e dentro la rete, così come la correttezza, il tentativo di pensare e di agire senza paracadute di massa.
    Quindi l’opposizione, il conflitto, è fra una visione più ampia e più complessa dello stare al mondo e in società (una visione che non ha niente, o ha poco, a che vedere con la provenienza sociale e lo stare in rete) e una visione misera e semplificatoria, che non si dà ragione del mondo se non per slogan e frasi fatte, più o meno virulente e/o consolatorie.

    Se questa mia tesi è accettata, allora il problema è non semplicemente quello di comunicare a parole ma di mostrare determinati valori, incarnarli, agirli. Se io vedo la complessità, sarei in contraddizione se semplificassi. La difendo come un valore, invece, la confermo, la testimonio.
    Si dirà: ma così allontani quelli che semplificano e pensano per slogan. Certo, e allora? Quelli sono già lontani, guardano già altrove. E non sono io a dover guardare verso il loro orizzonte. Semmai il contrario.
    Si potrà dire: come fai a farli guardare verso l’orizzonte tuo se non sei tu ad avvicinarti? Bruttissima domanda, paternalistica e pastorale. Fintamente democratica. La rigetto.
    E penso (scommetto, forse, azzardo): se l’orizzonte dove guardo io si ampliasse, si infiammasse, rosseggiasse, se quelli che guardano verso questa complessità smettessero di sentirsi in colpa perchè non sono abbastanza “popolari”, se sapessero rinunciare alla gratificazione di essere immediatamente seguiti, chissà … Goccia a goccia qualcuno in più di chi guarda altrove si volterebbe pure.
    E qui vengo al discorso della rete, che non è che non c’entri ma come penso, è un discorso che arriva secondo, rispetto alla problematica sollevata.
    Se le persone che hanno coscienza della complessità la rivendicassero anche quando sono in rete? E c’entra poco la cultura, la laurea o il diploma.
    C’entra il senso della libertà.
    Dopotutto, la rete dei blog è ancora libera e gratuita: non abbiamo bisogno di “venderci”, non c’è quella necessità che potrebbe giustificare il desiderio di essere “popolari” a costo di abbracciare le semplificazioni e le convenzioni più massificanti e consolatorie. Almeno, un tempo, chi entrava in rete non si “vendeva”, nè all’audience de noantri nè al mercato.
    Si dirà: a far così resterebbero 4 gatti. Invece io penso che resterebbe la stessa percentuale delle persone che testimoniano e agiscono la propria complessità fuori dalla rete. Una minoranza, minoranzissima. Ma dove sta scritto che le trasformazioni (e le Resistenze) le fanno le maggioranze?

  6. caracaterina ha detto:

    Ultima cosa e poi la pianto.
    Nel mio lavoro, lo faccio di avvicinarmi ai portatori di semplificazioni. Ma faccio presente che, in una classe, ho a che fare con ragazzini, ovvero minorenni, d’esperienza e/o d’età, e che non sanno, per definizione, quello che io so e che gli devo insegnare. Lì sono, e solo per certi aspetti, “superiore” e posso/devo/voglio (sempre cercando di non essere troppo paternalista) chinarmi verso i pargoli.
    Ma fuori dal mio lavoro coi ragazzi, no! E poi: No! Fra adulti e liberi: No!

    Naturalmente, a seconda del contesto, possono cambiare un po’ il tono e il ritmo del linguaggio, certo. Ci sono diverse funzioni per cui si parla/si scrive.

    Ma resta il fatto che in rete mica ci sono entrata per cercare di convincere qualcuno a far qualcosa, o, peggio, a capire o a imparare qualcosa. Se qualcuno mi legge, bene. Se ci sta, al mio discorso, per sostenerlo o contrastarlo, benissimo. Se non ci sta, amen. Da parte mia leggo gli altri, intervengo o meno, con lo stesso spirito.

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