FAQ

Quello che mi colpisce nella maggior parte dei commenti alle due righe qui sotto è la diffusa lode del distacco, l’antiaderenza come auspicio di condizione serena. E proficua (una parola che mi fa impressione, nel suono, nel senso, nella frequenza – perchè la uso?).

Quando invece io me ne lamentavo. Il branetto medico che ho linkato su suggestione prodotta dal commento di gugl parlava di chirurgia, di ferite, da qui l’uso di dispositivi antiaderenze. Non-aderire è una difesa, dunque, uno scudo, una corazza, una protezione dall’attacco e dalle sofferenze che ne sono l’esito.  

E dunque: fino a che punto l’elogio di un meccanismo di difesa dipende dal sentirsi sotto attacco? Quanto si sentono minacciate, costantemente, le persone che hanno commentato? Quanto si sentono costituzionalmente deboli nel nostro stare al mondo?

Non ho mai nascosto il mio apprezzamento per le distanze, visibile lì sotto ma anche in altri punti che non sto adesso a ricercare. Ma la distanza non è una pellicola che chiude i pori bensì la condizione per permettere la penetrazione, la commistione, l’incontro, l’amalgama. Abbiamo più bisogno di filtri, di garze, di colini, che di barriere. Abbiamo più bisogno di occhiali che di distogliere lo sguardo.  

Credo, invece, che l’elogio dell’antiaderente nasconda un profondo desiderio fusionale, deluso, forse, ma sempre attivo, com’è nella sua natura essere.  Tutti sappiamo che il desiderio fusionale è a un passo dal confusionale e che, socialmente parlando, è regressivo e perciò piuttosto pericoloso.  Ma che ci permettiamo finalmente di esprimere nell’intimo e nel privato, nei nostri rapporti amorosi.  Dove pure. 

Ma cosa significa esprimerlo in un blog? Quanto è intimo e privato un blog?

Annosa questione pfui, bofonchiano annoiati gli esperti, gli utenti e i lettori-scriventi.  Ma porla in questi termini in realtà mi serve per abbandonarla subito, come quando si guada un ruscello e si  salta veloci su pietre un po’ instabili ma necessarie. Voglio arrivare di là  – il che è peggio -,  ad una riva erta e su cui è difficile trovare un sentiero per risalire gli scogli.  Eccola. Quanto conta, socialmente parlando, tenere un blog? Uh uh.

So già la risposta: niente.

So già la risposta: moltissimo, anzi, ancora di più.

E per ciascuna risposta la caterva di esempi e di controesempi.  E di Io ad esempio.  E l’articolazione della domanda e delle risposte nei diversi contesti, almeno in quelli che bazzico, e il letterario, e il socio-politico e l’economico e l’iperuranico e il minimalistico riduzionistico carsico.

False piste, falsi sentieri.

Eppure la domanda è ineludibile e ogni risposta possibile è frutto di una lettura del mondo, di gerarchie di valori, di criteri di senso, di convinzioni createsi nel continuo incontrollato e inconsapevole aprirsi-chiudersi delle nostre ciglia intorno agli occhi.

Quanto siamo disposti a considerare il fatto di tenere un blog personale non come un semplice passatempo ma come una vera e propria “azione” nel mondo, un’ “azione” diversa dal proprio lavoro ma non meno importante di esso, un’azione intima come uno stare fra amici ma non di meno “pubblica”  e non per questo semplicemente narcisa e oscena come un grande fratello qualunque?

Quanto siamo disposti a mantenere la distanza ma a non cedere a vie di fuga, all’uso di pellicole scivolose ed occlusive? Quanto siamo disposti a credere –  crederci, reciprocamente – a ciò che stiamo facendo qui?

Quanto siamo disposti a vivere sui margini, a considerarli generosi e generativi, senza guardare continuamente o verso il centro o fuori da essi?

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42 risposte a FAQ

  1. Matteo ha detto:

    Rispetto agli ultimi tre “Quanto siamo disposti…”, dammi un ordine di grandezza, una scala, un metro, un calibro o una bilancia…e sono disposto a risponderti.

  2. caracaterina ha detto:

    Una griglia, Matteo? E magari degli indicatori, anche? Per misurare un impegno come se fosse il volume di una stanza?
    Non sono brava in queste cose.
    Il tuo commento mi fa pensare che, invece, visto che ti sembra di poter rispondere, tu ce le abbia in mente le scatoline in cui inserire le dichiarazioni di voto. Puoi mostrarcele, se vuoi. Magari capisco meglio.

  3. Matteo ha detto:

    “Quanto siamo disposti a considerare il fatto di tenere un blog personale non come un semplice passatempo ma come una vera e propria “azione” nel mondo, un’ “azione” diversa dal proprio lavoro ma non meno importante di esso, un’azione intima come uno stare fra amici ma non di meno “pubblica” e non per questo semplicemente narcisa e oscena come un grande fratello qualunque?”

    Premesso che so già di imbarcarmi in un ginepraio urticante…e pazienza…..perché io nel tenere un blog non ci trovo niente di “politico” (in senso greco, s’intende) in sé, ma nel come tenerlo, forse, semmai. Perché io, alla fine e come sempre detto, la trovo (questa azione del tenere un blog) un’azione TRA azioni, un modus che non arriva ad essere modus vivendi, o agendi. Ed è un’azione che dice di me pur senza identificarmi, affiliarmi, affratellarmi a nessuno NOI (io già non sono quasi più disposto a dire un “NOI”). IO sono disposto a dire che mantengo un blog (che è la somma delle storie dei giochi che ho sperimentato per mezzo di vari blog…) perché fa parte delle mie azioni pubblico/private ricorrenti (non posso dire quotidiane).

    Che poi queste nostre interazioni di lettura/scrittura vivano di stagioni, così come le nostre vite individuali vivono di “stagioni” è un altro discorso. Ma nelle tue parole tocchi, nomini, citi (dentro la parola “passatempo”) quello che è il tema, per me, da sempre più collegato al tenere/mantenere un blog: il rapporto col TEMPO. Quindi, se dovessi indicarti un primo valore di riferimento per rispondere alla tua domanda, direi che il fattore Tempo è fondamentale per capire quanto siamo disposti ad esplicitare il senso del perosnale mantenimento di un blog personale.

    Ecco, mi sono infilato nel ginepraio….

  4. gugl ha detto:

    lo sai che l’ultimo mio libro di poesie si intitola “la distanza immedicata”? bella coincidenza con questo post, no?

  5. caracaterina ha detto:

    Matteo, ho cancellato il doppione e provato a mettere insieme una risposta ma il TEMPO è tardo, per me, adesso; sto nella STAGIONE in cui il cervello in notturna mi duole e il tuo discorso merita una riflessione che ora mi è impossibile. Non me la cavo bene con le battute e vie. Inoltre, a proposito di riflessioni, sono proprio alle prese con una faccenda speculare, che va ad aggiungersi ai discorsi dello specchio che fa Effe nel commentario di untitled_io. Insomma, un casino. Altro che coincidenza, gugl ;)

  6. gugl ha detto:

    se non è una coincidenza, è un’aderenza (salutare, sta volta): ciao!

  7. demetrio ha detto:

    secondo me la cosa più interessante è notare come il tuo erica sia un discorso “politico” e come quello di matteo lo sia, politico, in un modo diverso.

    chiamala differenza di generazione, coorte demografica, ma è così.

    mi sembra interessante che non si parli del fatto di stare in rete come atto pubblico, perchè a me personalmente pare chiaro: nel momento in cui faccio o dico certe cose è normale che sia pubblico; il lato politico mi sfugge, sinceramente, sfugge non perchè non ci sta – io credo che ci sia – ma sfugge nel momento in cui io forse do a questa parola “politico” un perimetro ben diverso da quello che tu erica dai.

    d.

  8. T. ha detto:

    margini… sono meravigliosi, i margini. Chi vuol distruggere un qualsiasi corso d’acqua, comincia col bruciare quelli.
    Bisogna “presidiarli”, i margini. Vivendoci, forse, anche, se si può…

  9. Matteo ha detto:

    Io ripartirei dagli orologi (e qui in genere sono sempre tentato di citare Kafka…) perché già dice qualcosa di noi che io non sto più “in rete” dopo cena (e quindi questo mio commento sarà pomeridiano come tutto il mio commentare o scrivere) e il tuo sia serale (anche se l’orario del post stesso forse è pomeridiano…)

    (Gli orologi non vanno d’accordo, quello interiore corre a precipizio in un modo diabolico o demoniaco o in ogni caso disumano, mentre quello esterno segue faticosamente il solito ritmo.Che altro può accadere se non che i due diversi mondi si dividano? – Diari, 16 gennaio 1922 – )

    Io sono arrivato a questa conclusione: ci comunichiamo unicamente che a quella data ora eravamo davanti ad un monitor, o che un programma ha pubblicato per noi a quella data ora quanto scritto in precedenza)

  10. caracaterina ha detto:

    Dunque, intanto è pomeriggio e inoltre non ho messo a posto l’orologio di wp che è indietro di unb’ora. Così, per parlare del tempo (quasi come fanno gli inglesi?), si veda – questo è un post di FAQ, ovvero di ripetizioni – qui:

    http://caracaterina.blog.dada.net/post/180099/Orario+di+apertura

    Insomma, il blog è una cosa anche lei molto borghese, direi piccolo-borghese, una fra le tante, appunto. E qui il mio linguaggio si fa generazionale, se poi uno pensa anche allo slogan che il privato è politico allora non c’è scampo, si crea la frattura.
    Però però.
    Che un gesto pubblico non sia riconosciuto come politico in quanto non rientra nel discorso dominante (eccolo qui, ancora! ci manca solo “nella misura in cui” ma aspettate, non è detto che non arrivi), non significa che non lo sia. Un gesto pubblico, soprattutto se condiviso da numeri consistenti di persone (semmai bisognerà considerare appunto se si è arrivati, in termini numerici, alla massa critica) è per forza un gesto politico poichè diviene oggetto di conflitto fra poteri. Diventa un’area misurabile e, anche se non siamo specialisti e non abbiamo strumenti di misura adeguati, abbiamo però strumenti di consapevolezza. E i poteri hanno terminali pubblici, evidenti e organizzati. Chiedersi a quale organizzazione del potere si compartecipa è la domanda ineludibile.
    Per chi ama le domande, chiaro.
    Esiste un potere dei margini? O esistono solo dei residui, dei cascami di un potere centrale?
    La risposta naturalistica di T. offre un modello di potere dei margini. Un’allegoria praticabile, soprattutto se si accetta un discorso di conflitto.
    Torna a proposito il discorso del tempo, ovvero della storia.

  11. caracaterina ha detto:

    Si dirà che non esiste un “potere centrale”, che i poteri sono tutti quanti sfrangiati, sfilacciati in un intrico di nodi e di margini in cui ci si confonde ed è comodo adagiarsi in qualche nicchia prossima a un ganglio (in attesa?). Ma siamo sicuri che il modello della palude sia l’unico che può rappresentare la pubblic-azione del nostro privato?

  12. Matteo ha detto:

    Io, domani, quasi quasi voto NO….

  13. untitled io ha detto:

    Mettiamola in un modo più semplice: cosa se ne fa, uno, di tutto questo potere di dire cose? A me da lontano sembra una di quelle favole dove c’è l’uccellino magico che all’improvviso conferisce un potere assurdo a qualcuno, e questo qualcuno comincia a usarlo a cazzo e alla fine fa casini e torna misero peggio di prima (che favola ho raccontato? boh…). Da lontano. Perché poi ti avvicini e vedi movimenti infinitesimi, non gente che s’è messa a straparlare ma minute osservazioni, brillii di lama, intuizioni, tentativi di sviluppo di alcune idee, facque chete apparenti che generano cavalloni che ritornano in quiete. Qualcuno deve avere pensato: beh, se è tutto qui, allora basta far finta di nulla: niente di diverso dalla gente che parla al bar, adesso parlano al bar PER ISCRITTO, niente di turbativo.
    Se si trattasse solamente di parlare, nel senso di opinionare e argomentare. Però, l’abitudine alla rete può provocare anche altro – per esempio, un’abitudine a consumare diversamente. Io da quando sto in rete non leggo più come una volta, non guardo più un film come una volta, pretendo e mi scelgo cose diverse. E il tempo che dedico alle relazioni approfondite con le altre persone? è aumentato a dismisura, come mai avrei immaginato. E poi c’è che qui in rete si impara a manovrare il linguaggio, proprio e altrui: adesso ci sembra così scontato, ma vi sembra poca la differenza fra come lo facciamo adesso e come lo facevao dieci anni fa?
    Per questi semplici fatti, non dico che sono meno manipolabile di prima, ma certamente lo sono in modo più difficile. Posso sfuggire a certe catalogazioni, per esempio: so come si fa. I miei gusti sono diventati più sofisticati, le mie reazioni meno prevedibili. E poi non ho un tempo segnato da rispettare per intervenire, o semplicemente per essere presente: se voglio dilungarmi mi dilungo, se voglio appiccicarmi con qualcuno posso farlo, in teoria, pure per settimane, senza mollare la presa – e se voglio tacere taccio. Sono più ingovernabile. Ma non voglio tornare dal cocchio d’oro alla zucca (eccola, la favola…): quelli erano contadinotti frustrati, acidi aggressivi e pieni di boria, noi si spera no.
    Personalmente, per il momento, cercherei di tenere la posizione. Di non cadere nei tranelli. E di non omologare il nostro modo di fare a dinamiche più vecchie, e povere, delle nostre – per esempio sono convinta che non si debba cedere alle continue richieste di SEMPLIFICAZIONE.
    Ho finito.

  14. untitled io ha detto:

    (le facque chete sono acque, naturalmente – ma ci sta bene sotto le FAQ)

  15. Effe ha detto:

    io credo che in rete non sia tanto importante la voce, quanto l’ascolto.
    Il lato pubblico della questione è che non si è in rete per sé, ma per gli altri.
    Si utilizza il blog come sistema di conversione, di traduzione, di convogliamento dell’altro, dell’altrove.
    E’ un’apertura, una falla, una frattura di un confine tra il qui e il là.
    Altrimenti non è rete.
    E’ qualcosa di diverso – legittimo, ma diverso.
    Siamo sui margini?
    Forse, ma i margini sono il punto in cui è possibile l’espansione e l’evoluzione – il centro, per definiziome, non può che essere centro.

  16. omniaficta ha detto:

    Untitled_io ed effe toccano diversamente il punto della questione. Che è non tanto “quello che faccio con il mio blog”, ma “quello che i blog fanno di me”. Su questa prospettiva la riflessione degli esperti è assai carente. Le cose migliori, su questo, riescono a dirle alcuni blogger. Per una volta sarebbe bene rivendicarlo e portare avanti il discorso.

  17. Giorgia ha detto:

    Questo tuo post, Erica, e le riflessioni che ha generato, mi ha fatto venire voglia per la prima volta di prendere appunti per cercare di scrivere un commento sensato… Poi, riflettendo sulla questione dei margini, che non posso non considerare un “essere lontani da”, fuori, in radicale contrasto con un dentro/centro chiuso, esclusivo e respingente, mi è venuto in mente la passione che ho sempre avuto per l’arte “senza margini”, gli esiti quasi informali dei maestri della forma, nettamente definita da margini e contorni netti: Donatello, Michelangelo, Tiziano, Caravaggio, Monet… Nella materia “smarginata” c’è una poesia che forse la parola non riuscirà mai a trasmettere. E quindi sì, io sono disposta a considerare generosi e generativi i margini proprio perché vorrei dissolverli, dilatarli, non per guardare dentro o fuori da essi. Oh, quanto mi piacerebbe continuare a ragionare di queste cose, rischio di scrivere altre sciocchezze, che sono un po’ stanca. Ho pensato pure a quel numero di Sacripante!, il n. 5, che si chiamava Margini, appunto.

  18. Matteo ha detto:

    L’abitudine è abitudine:
    abito l’abito.

    A me basta che un’abitudine non diventi un’ideologia.
    E l’abito una divisa.

  19. untitled io ha detto:

    e se non fosse un abito? se fosse, per esempio, una pelle?

  20. Matteo ha detto:

    “Mettiti nei miei panni” e “mettiti nella mia pelle”.
    Impossibile, in entrambi i casi.

  21. Giulia ha detto:

    Mi sento molto lontana da quello che dite… Mi sembra di non essere all’altezza e vi sento distanti… Come entrare in sintonia, quando non si capisce. Volevo non rispondere, ma io cerco sempre di capire anche a costo di sembrare un po’ tonta… Ciao Giulia

  22. caracaterina ha detto:

    Giulia, ti prego … Qui nessuno è all’altezza. Tutti siamo all’altezza. Si discute, provando magari a non semplificare, ma con semplicità. Se poi parli di distanze allora sei sui margini, perfettamente fra di noi :)

  23. caracaterina ha detto:

    Giorgia, penso e ripenso a quel tuo desiderio: dissolvere i margini, dilatarli. Non riesco a interpretare il tuo pensiero ma questo mi fa sentire proprio come se camminassi su un filo, sento la tensione ed è proprio quello che cerco nello stare in rete. Lo stimolo a prendere appunti per poter prendere la parola :)

  24. manginobrioches ha detto:

    a me viene in mente una cosa. che oscuramente s’allaccia a quel che dice untitled (e ripesca lì, in quella zona grigia): io qui, dico nel blog, mi (attenzione, rulli di tamburi) edito, come non posso fare da nessun’altra parte.
    Assumo una forma, di più, mi studio m’invento una forma (e non lo faccio in solitudine, ma accanto a tutte queste sfere in movimento, che mancinano linguaggio), la preciso, la vado inseguendo.
    Non so cos’è , ma è mia. Mi viene in mente che è la voce. La voce che è come la mia faccia: sono l’unica a non riuscire a sentirla (vederla) così com’è. Sono l’unica a provare a modularla, a, a, a

    e fuori da qui non capita, non si può, non è

  25. caracaterina ha detto:

    Sono d’accordo, Matteo, che non ci si possa scambiare la pelle. A qualcosa del genere mi riferivo nel post parlando del fusionale e del confusionale. Magari ci si può “fare la pelle”, tanto per restare nei giochini verbali che ami tanto. Ma non è questo il punto. Il punto è che l’abito può benissimo non diventare una divisa ma anche che “sotto il vestito, niente”. Tu hai una pelle sotto l’abito? Oppure sei come il Cavaliere inesistente?

  26. gugl ha detto:

    è il tema del volto e della maschera? forse dovremmo meglio investigare quel “niente”, che tiene in margine volto e maschera, che li fa essere siamesi. Del resto, in un mondo diventato favola, come pensare di ri-fondare il Principio?

  27. caracaterina ha detto:

    Gugl, a me personalmente dell’Archè maiuscolo interessa poco, per non dire niente. Non volevo fare della metafisica, volevo parlare di relazioni umane. Ma che esista un margine da indagare (fra volto e maschera come li chiami tu? fra un centro e una emarginazione? fra parole d’ordine assordanti e il silenzio?) a me sembra evidente. Quando Brioche parla della sua voce e del suo volto parla di questo cercare, mi sembra. Una ricerca è un’azione, direi, una ricerca del senso di sè – che non si può fare se non in relazione ad altri/o e che non è tanto usuale (per dirla cautamente) fare fuori di qui.
    Che poi qui, in rete, si cerchi di, si sia indotti a evitare questa ricerca, beh, fa parte del gioco sociale. Che non è un giochino.

  28. manginobrioches ha detto:

    pensavo che “mettiti nella mia pelle” non si può fare, certo. ma infatti nessuno si aspetta che lo si faccia. scambiarsi la pelle non si può,e nemmeno si dovrebbe. ma provarci sì.
    che è, ecco, parlare di relazione.
    e penso: ma non è che proviamo sempre questo? il gioco delle aderenze-inaderenze? senza potersi scambiare, inserire sottopelle (ma le spine, ma gli aghi sì), rovesciare e indossare, ma tentare sì.
    non andiamo sempre cercando una pelle di linguaggio? non è la pelle del linguaggio ciò che riveste l’immagine, l’eidos, l’anima?
    l’infinita attrattiva di questo posto, infine, non è quella d’essere fatto tutto di linguaggio?
    e voi obietterete che tutto e dappertutto è fatto di linguaggio, ed è vero, ma si legge più difficilmente.

  29. Matteo ha detto:

    Penso che talvolta scriviamo solo a fini evocativi: sedute spiritiche di queste voci disincarnate (eppure ci siamo).

    che poi è pure bello ritrovarsi, dico proprio ritrovarsi gli stessi a discutere di queste cose a distanza di anni.

    Ecco, alla fine io trovo che questo ritrovarsi a discutere su questi temi sia quello che resta, e che sia più forte proprio questo gesto residuale di qualsiasi contenuto venga discusso.

    Curare la pelle, senza cosmesi, e curare l’abito che la riveste.
    Per me sarà sempre prevalente la forma sul contenuto.
    Poi mi chiedi, Erica, se ho un pelle sotto l’abito. Certo che sì.
    E questa pelle non è un “giochino” (no, il diminutivo non te lo posso perdonare) verbale. Non è proprio verbale.

    Ma il tema andrebbe ricondotto al tema delle “guarigioni” (dato che si parla di pelle).

  30. manginobrioches ha detto:

    si parla di linguaggio. si parla sempre di linguaggio.

  31. Matteo ha detto:

    e allora, già che ci siamo, siamo “parlati” dal linguaggio, più che parlanti (siamo “doppiati” fuori sincrono dalle scritture dei blog?)

  32. gugl ha detto:

    Matteo, vedo che hai fatto buone letture. Bravo.

    per quel che ho capito io, della natura dei blog, l’aspetto più triste è la deriva, il fraintendimento che i commenti portano con sé, come una fiumana. pere questo, io ho rinunciato ai grandi discorsi in rete. quelli cerco di farli nei luoghi deputati: libri, riviste eccetera. poi qualche volta mi capita di incontrare bloggers e di parlare di poesia e del mondo davanti ad un bicchiere. la cosa funziona meglio.

  33. pessimesempio ha detto:

    Arrivo fuori tempo e senza aver letto tutti i commenti, ma mi vien da dire, per prima cosa: senza margini niente centro, comunque. Oppure: solo dai margini puoi vedere il centro. Ma questi son discorsi già fatti quando si è parlato, negli anni ormai trascorsi, di impero e di periferie. Se ne parlava, allora, in termini politici, è vero: chissà se vale anche oggi? Me per me, nei margini c’è meno calca, la densità di popolazione è più bassa,l’orizzonte più ampio, noi lupi grigi si vive in branchi piuttosto ridotti, ma siamo ugualmente molto socievoli e non cattivi. E un blog è pubblico, per diana! che si ululerebbe a fare, sennò, Se non per vedere se altri sono nei paraggi?

  34. Matteo ha detto:

    aggiungo, sul tema dell’evocare/ritrovare, che per me non è secondario il fatto di aver incontrato “di persona”, nel corso del tempo, molti degli interlocutori che mi fa piacere, appunto, ritrovare, ora e qui.

    Spazi di evocazione di presenza.

  35. manginobrioches ha detto:

    matteo ci doppiamo continuamente, fuori sincrono per anticipazione e ritardo. quello spazio d’onda è la nostra voce.

  36. pessimesempio ha detto:

    Certo che ci ri-troviamo: stiamo cambiando i parametri, le coordinate, i paradigmi. Ognuno per conto suo sapendo di altri: vi pare poco?

  37. Pingback: mescolare « scompartimento per lettori e taciturni

  38. caracaterina ha detto:

    “Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma la rete è anche buttare lì qualcosa e andare via, rinunciare all’approfondimento personale per autocompiacimento ma semplicemente buttare un’idea, una riflessione: un gioco di dare e avere.”
    Te l’ho detto, pessimesempio, che questo tuo capoverso me lo incornicio.
    Vedi, gugl, senza nulla togliere ai discorsi davanti a un bicchiere, credo che varrebbe molto fare dei discorsi, prima di tutto (grandi, poi, beh…), saper di-scorrere con le nostre voci, a onde, ondate. Le derive, come le onde, appartengono al mare.
    Matteo, ti ha parlato per me, fuori sincrono, mànginobrioche. (Che tu avessi una pelle, ne sarei stata sicura anche se non te l’avessi mai vista )

  39. sara ha detto:

    “Da quando frequento i blog” (porco cane un po’ mi rosica), non riesco più a ricordare cosa fosse e quanto pesasse per me la scrittura e lo scrivere. Ora mi ingarbuglio qua sopra (qui e altrove) e spesso mi accorgo di mutuare modi di scrivere e di interpretare la quotidianità.
    Scrivere per me era un’azione leggera, ma “leggendo i blog” mi sono appesantita nel tentativo di stare dietro a tutto e di essere letta.
    Non ci ho capito niente nemmeno io, scusate l’intrusione.

  40. untitled io ha detto:

    L’altroieri ho letto quest’ultimo commento e ho pensato che palle, ancora qualcuno che si lamenta, e di che cosa poi? Poi INVECE ci ho ripensato: ho cliccato su “sara” e mi sono letta tutti i suoi post, dal primo all’ultimo.
    Lei ha “lavorato”, nel suo blog neonato, ma ha anche “lavorato” per leggere il post di caracaterina, e tutti questi commenti, per cercare di farsi un’idea in merito alle cose che stiamo dicendo. Io ho “lavorato”, per leggere tutto il suo blog, per trasformare un inizio di irritazione in un inizio di interesse. Rileggo allora il commento di sara qui sopra, e trovo che già sta dando conto di una piccola mutazione in atto (“ora mi ingarbuglio… mi accorgo di mutuare modi di scrivere e di interpretare la quotidianità”).
    Insomma: poco tempo, e già tanto “lavoro”. Lo chiamo “lavoro”, questo tentativo di lei di staccarsi da se stessa, questo tentativo mio di avvicinamento, questo studio di nuovi punti di vista, questo acquisire pian piano nuove coordinate nuovi riferimenti – e non perdita di tempo. Perché “lavoro” è qualunque attività che trasforma, alla fine.
    Micromovimenti: si inizia a zappettare intorno, per rendersi conto di com’è fatto un terreno: domani quel terreno potrebbe essere un terreno comune, e questo “lavoro” avere come esito la creazione di uno spazio utile, di un qualcosa che prima non c’era.
    Sono sicura che stavolta, perché ho parlato direttamente di lei, sara CAPIRA’ che non si tratta di un dibattito, ma di un affiancarsi o stratificarsi di voci. Più simile a una ricerca che a una serie di contraddittori stringenti.
    Ma a parte sara: quanta gente pensa che le dinamiche innescate da un discorso fatto in rete, come qui, debbano essere identiche a quelle innescate da un articolo di rivista, da un’azione fatta all’interno di un “luogo deputato”, come dice gugl? Se fossero identiche, che bisogno ci sarebbe di stare qui? e di impiegare tutto questo tenpo per scrivere un commento, ad esempio? saremmo davvero tutti impazziti?
    A sto punto mi troverei anche d’accordo con matteo: il recupero della dimensione “tempo”, in rete, è essenziale. Non è che stiamo dando, tutti quanti, un nuovo e diverso valore al tempo, in una società in cui il tempo (il tempo impiegato per fare una cosa) non ha più nessun valore? Valore all’immediatezza, ma anche valore ai tempi di sedimentazione: in quale altro luogo queste cose sono altrettanto importanti?
    E così, si son fatte le sette: a questo punto dovrebbe incominciare la mia giornata nel mondo “reale” – ma dico: non dovrebbe essere già cominciata da un pezzo? non potrei cominciare col dichiarare tranquillamente: sto lavorando dalle sei di stamattina?

  41. sara ha detto:

    Ti ringrazio caracaterina per questa bella interpretazione che forse anche a me, per prima, era sfuggita e ti ringrazio per avermi letta (non perchè i blog esistono e quindi bisogna essere letti altrimenti sei una m…, ma perchè qualcosa nelle mie parole, ti ha incuriosita e spinta nella mia direzione). Non c’era niente di polemico ,ma immagino l’avrai capito, nel mio modo di vedere i blog.
    Ho sempre scritto in base all’istinto ragionando poco con il cervello, ma sentendo quello che ho dentro e seguendo le ditina sulla tastiera. La scrittura è un riflesso di me, una piccola emersione in superficie che difficilmnete controllo e spesso capita che il risultato non sia esattamente ciò che credevo. A volte mi indispettisco, a volte, leggendo, qualcosa mi scuote o irrita o rallegra. Non so perchè. Comunque il periodo attuale è contorto e io insieme a lui e molta è la fatica per cecare nuove vie anche di fuga. E’ vero che spesso vorrei essere altro da me, nella speranza di migliorarmi e tu l’hai capito (bella questa cosa mi piace).
    Il lavoro lo faccio sempre su di me e mi fa piacere che sia visibile.
    A volte però questo esclude “l’altro”.
    Saluti

  42. caracaterina ha detto:

    Cara sara, girerei i gentili ringraziamenti ad untitled_io. caracaterina, alle sei di mattina, non lavora, dorme. ;)

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