Il mio nome è Jones

Se le somigliassi davvero, alla Jones, ne sarei proprio fiera. Ne abbiamo parlato a lungo, ieri sera al telefono, della Jones, perchè è settembre e questo è il mese che da sempre, tranne rarissime eccezioni, ci avvicina di più. Non perchè sia il mese del sangue – che abbiamo in comune, anche se non so mica analizzare in quale percentuale – e nemmeno del succo d’uva, del sùgol, che è denso e scuro, ma perchè c’è la fiera a Tramuschio e, se non fossi diventata eretica e cittadina, dovrei ricordarmi di celebrarla, fosse pure con giorni d’anticipo, piuttosto.

E’ stato sempre di settembre che dalla Jones ho saputo delle storie, come quella della guerra, dei disertori in agguato nei fossi, del carabiniere ragazzo tirato giù dal cavallo e ammazzato in mucchio a sassate, a urla, a bastoni, a bestemmie, a baionette rubate, in un mese senza più mietitura e ancora senza vendemmia. Ho cercato nei giornali censurati qualche notizia di questa ammazzata, più vicina di quanto potessi pensare, ma le finestre bianche e vuote fra le colonne sai quante di queste ne hanno tenuto nascoste. E la Jones era ancora di là da venire, allora, e non è stata lei ad ascoltare le grida della madre e a spiare il pianto del padre. Lei avrebbe soltanto fatto in tempo a sbirciare le carte del processo e poi via, a fare ruota e candela nelle stoppie.

Quante ne sa la Jones. E io che non sono mai andata a farmele raccontare tutte, che non l’ho mai aspettata, e che le sue storie mi hanno sorpreso sempre all’improvviso, a bocconi di dieci minuti, mezz’ora al massimo. Come se i suoi racconti fossero semplici post di un passato che si riversa in questi pochi istanti di presente, proprio adesso e basta, solo perchè ce n’è bisogno e l’occasione – non tu, non lui nè lei – lo richiede. E poi via, che il presente non si ferma mica.

La Jones è senza figli e vive sola. E’ una donna informata e che si fa un’opinione. Vede tutti quanti i tiggì e in casa ha molti libri. Molti in questo caso è un numero relativo, ma sono parecchi, relativamente al posto in cui vive e alla gente che vive in quel posto. Ha, pure relativamente, molte videocassette d’opera e la sera va a teatro davanti al televisore, sempre lo stesso degli anni settanta, subito dopo il colore. Davanti al televisore spesso si addormenta, la Jones, nella casa che la conserva e che lei conserva insieme alle rose, alle magnolie ai gerani e ai tortelli di zucca nel freezer. Ha rinunciato alle galline ma non alla bicicletta e accende il faro a pedalate anche alle sette di mattina d’inverno perchè la Jones non la smette di illuminare: la casina delle marmellate del sugolo e della salsa, il cimitero, le stanze degli ultimi cognati e nipoti e cugini. Non li ho mai saputi tutti ed i rivoli di quella famiglia prosciugata dal tempo non li riconosco per niente. Solo lei sa la storia che con lei per me finirà. Ma perchè poi dovrei farmela raccontare? Mi basta saperla in piazza, la Jones, la mattina alle sette, con la sua bicicletta, a comprare il pane e l’Unità. Ha seguito tutti i nomi del partito, almeno fino al settembre scorso, ma chissà, oggi è capace che sta con Grillo. O che magari sceglierebbe Rosy Bindi. Stasera glielo chiedo, invece di farmi raccontare la storia che non so di com’è che diventò comunista, come se non fosse stata la figlia di suo padre.

(Venuta al mondo d’inverno come gli altri due, ma in casa di sua madre che non si sposò se non dopo il terzo figlio e che non fu portata in famiglia se non quando restò incinta della seconda. Perchè allora si usava così: che l’uomo andava a morosi di notte, tre volte alla settimana, sempre le stesse sere fino ad almeno trent’anni fa, ma, allora, in bicicletta e tabarro. Andavano a morosi nei campi, dietro la casa, insomma dove si poteva, e lei restava incinta ma ancora non era possibile altro che fare promesse. Il primo figlio nasceva nella famiglia della madre mentre intanto, nel corso di mesi, tanti, il ragazzopadre preparava il seguito. Che capitava di notte, sempre in tabarro ma questa volta col carro. E lei che aspettava coi fagotti nascosti al buio nella stalla e che al momento giusto pigliava su tutto, compreso il bambino, e senza salutare nessuno saliva sul carro. La mattina dopo, nella grande cucina col tavolo da quaranta e la stufa coi fuochi per far da mangiare e scaldare l’acqua, c’era una donna in più a metterci le braccia e la pancia.  E la suocera che faceva finta di chiederle chi fosse e che poi subito la comandava e le dava il lavoro dell’ultima arrivata fra le mogli dei figli. Dopo un po’, quando sarebbero arrivati i soldi del grano o delle mele o dell’uva, si poteva fare anche un matrimonio col prete. Ogni cosa a suo tempo) (Fu fortunata, la Jones: sua madre era stata la prima ad arrivare in famiglia, in quella, e pure la prima fu lei, di tredici cugini più una. E fu la prima a scuola, nella pluriclasse di cinquanta ragazzi, e la prima nella ruota e nella candela, la prima in ricamo che anch’io c’ho il suo copripiega, tirato fuori proprio ieri – è settembre – e disteso sopra il divano. Fu la prima ad andarsene, e non di notte, e persino in una famiglia che ai suoi non piaceva. Perchè, dicevano, l’avrebbero fatta lavorare chè erano tanti. Ma non è stata lei a raccontarmi di tutti questi primati. Lei che sarebbe stata felice, e comunista)

Nessuno me lo ha mai detto, se davvero sia stata felice e con lei mica si parla di questo. Ma dev’esserlo stata per forza perchè mi piaceva tanto andarla a trovare quando ero bambina, più che andare da tutte le altre: mi faceva sentire più grande, come se fossi la prima. Sicuro che le parlerò anche questo settembre, al telefono. Mi chiamerà stasera, nel giorno del mio compleanno, e le chiederò del PD e di come ancora lei se ne vada in bicicletta. E che mi dia la ricetta della torta di tagliatelle, che non si sa mai nella vita, potrebbe servire.

E ancora meglio sarebbe se mi decidessi a vederla, la Jones, nata a gennaio del 1920, vedova di Ercole, sposato che lei aveva vent’anni e che lui sarebbe andato soldato in guerra e poi prigioniero in Germania.

La Jones è mia zia, sorella di mia mamma.

Il suo nome si pronuncia semplice, così come si scrive, con la “i lunga” all’italiana e il troncamento della consonante finale. Suona: Ione, con la “o” aperta.

 

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11 risposte a Il mio nome è Jones

  1. Lorenzo Ireni ha detto:

    Ma tu, Ione, se è vero, come sostieni, che sei capace d’intessere le lodi di Omero per arte e per scienza, mi fai un torto, poiché dopo aver dichiarato di sapere dire su Omero molte e belle cose ed avermi promesso di darmene una prova, manchi di parola e sei ben lungi dall’avermi dato un saggio del tuo sapere, tu che neppure vuoi dirmi quali siano questi argomenti sui quali sei divinamente bravo, nonostante tutte le mie insistenze; anzi, sì come Proteo, assumi infiniti differenti aspetti, andando in su e in giù, finché mi sfuggi riapparendomi alla fine in veste di stratega, pur di non mostrarmi la tua mirabile bravura nella conoscenza di Omero. (Platone, Ione 541e, trad. F. Adorno)

  2. manginobrioches ha detto:

    Avercela, una Jones, in famiglia. Che qui avanzano solo fattucchiere in disarmo e zie inurbate malamente che rimpiangono i riti notturni dell’aspromonte, e intanto cementificano anche loro, come possono.
    Avercela, una nipote così, direbbe qualunque altra che non fosse la Jones.
    E avercelo, un blog dove leggere cose così.

    buon compleanno, amica mia.

  3. Daniele ha detto:

    Bellissimo.
    Complimenti.

  4. parergon ha detto:

    auguri – cara caterina /
    il tuo post mi ha fatto ricordare tante cose, del piemonte dove nacque la nonna paterna, e di due zie gemelle, una dal corpo grande e una piccola piccola / un topolino dagli occhietti vispi la iole [che nella mia testa ho sempre scritto jole, chissà perchè] /
    quella più alta e spaziosa si spos[t]ò a vivere a genova – andai in visita a vent’anni, in una domenica assolata, e non ricordo bene – solo una casa con i centrini all’uncinetto sui tavoli e mobili così lucidi che il legno sembrava finto / un appartamento dove gli anni settanta non erano mai finiti…
    insomma, sarà stata la j della iole, o forse la zia che si è sposata a genova / ma tutto quel ricordare comincia con la jones e il tuo magico racconto /
    buon compleanno buon compleanno – essì /

  5. caracaterina ha detto:

    Mi verrebbe quasi voglia di iniziare una campagna di ripristino dell’uso della i lunga semivocalica , in nome della Jones, della Jole e magari anche della Jolanda :)
    Eh, se non fosse che il rigore secentista di queste grafie è già stato triturato da certo postmodernismo barocchesco, che crede pure di essere vero postmoderno e magari postpunk, e che invece è soltanto il solito dannunzianesimo secolare delle nostre “lettere”.
    Ma sto sbrodolando. Inutile: non riuscirò mai a fare la torta di tagliatelle e non solo perchè la Jones jeri sera non era pronta a darmi la ricetta (è un po’ che non la fa più, per via del colesterolo, e così sul colpo non se la ricorda più). E’ perchè sono (siamo) postnipoti.

  6. pessimesempio ha detto:

    Molto bello, brave (te e la Jones).

  7. Giulia ha detto:

    Mi è piaciuto, barvo, Giulia

  8. Effe ha detto:

    lei lo sa che titillano la mia golosità, post così.
    Così varii (eh?) in forma e sostanza, in avanzamento e profondità, in vero e verisimile.
    (l’ho sempre sospettato che anche lei fosse, per via genetica, semivocalica, come io sono semiconsonantico. L’ho sempre sospettatto, fin dagli inizi, fin da tutti i principii)

  9. petarda ha detto:

    buon comple in ritardo!
    e son curiosa di sapere che ne pensa, la jones, del pd.

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