Nella selva dei suicidi

Mi aggiro fra le pagine dei giornali, desolata.

Virgilio è andato a lavorare.

Sono muta e continuo a cercare. Trovo la descrizione di un luogo ma non mi impressiona. Impicciato dalla retorica, ha fatto di meglio. E’ probabile che neanche Dante riuscisse a capirli. Tanto altro ma non questo. Perchè c’è disperazione e disperazione, e la selva oscura non è atra abbastanza, non quanto quella dove nemmeno più t’incazzi e resti quasi muto, a mugolare soltanto, fino a quando non ti spezza qualcuno. Una follia depressa, rosa da mostri a seno nudo appollaiati sulla tua anima, sulla tua homepage piena di finestre aperte dalla monnezza. Ma Dante non è depresso e nel racconto del dopo, invece, si fa occhiuto nel senso e tremendo nella direzione, perchè chi è vivo lo vede, quell’unico dopo che è dato a chi è già morto due volte. Post hoc. Dice che si trascinarenno i corpi fino a lì e li appenderanno al ramo, sotto l’ombra dei rovi che sono diventati. Una distesa di floscitudini in forma umana, quindi, tutte appese a un groviglio di attaccapanni a stelo, di antenne paraboliche, con radici di fibre ottiche, un’impiccagione in massa di feticci, di simulacri, di avatar della seconda vita, eternamente divisi dalla propria essenza. Eccome se le vediamo, queste vite eterne da pruni, da bronchi stecchiti, da anoressiche coi capelli ritti e sfilati e con occhi di vetro, vasti e panoramici come quelli di un insetto; queste vite nere e rinsecchite, come quella del ramo che con te è bruciato e di te è quel che resta.  Schegge di legno nero, che per qualche minuto (un quarto d’ora? di celebrità? atteso da secoli? preparato con cura?) gocciolano sangue che poi secca anche quello, polverizzato si sbriciola via, che neppure più una parola ne esca, neppure più un segno, se non a colpi di ossa crocchianti sotto un bastone affilato. O sotto il bisturi e il laser di un’autopsia.

Neppure Dante, adesso, sa più cosa dire. Dice che ha pietà, lui. Dice che a questo è arrivato. Lui. E Virgilio va a lavorare. E’ suo il know how, che altro non riesce se non a descrivere. Nell’impasse, altra violenza di cacce (ieri di spari? e oggi?) interrompe il silenzio vociante di quest’aura sanza tempo tinta.

So dalla storia che ci sono stati tempi peggiori di questi, però da tempi come questi preparati. Dalla bassezza della paglia secca, inaridita, che non ha altro futuro se non imputridire o bruciare.

Scrivevo ieri, tutto il giorno, di come non si è all’altezza delle nostre risorse qua dentro. Un vaniloquio. Il virtuale è un mondo possibile, di possibilità: conserva il passato, incuba il futuro, parla. Ma che ce ne facciamo, in questo paese che si impapocchia nella retorica e si trascinerà le spoglie perchè non sa stare se non sotto l’occhio dell’imperatore? Sotto l’occhio imperante? Che ce ne facciamo di un corpo umano quando abbiamo le antenne, i carapaci dei Suv, le elitre delle pensiline abusive e volanti, le ragnatele delle connessioni elettromagnetiche, gli occhietti sfaccettati delle paraboliche e appendiamo i nostri corpi a questo sciame di locuste e di insetti-stecco? Che ci importa del terzo occhio, della terza dimensione, quando ci basta quella del reale orizzontale ridotto a guardrail e quella del fantastico verticalizzato in un volo low cost di emozioni indotte? Ridotte?

La mia fortuna personale è che qui fuori da giorni c’è un merlo che fischia, non so dove, e che lo sento anche oggi che non piove, e che l’uva e il limone hanno bevuto. In giornata potremo scambiarci i nostri colpi, io e le zanzare. Non sarà molto, non sarà certo abbastanza, ma quassù, intanto, il bosco è già bruciato, tre o quattro anni fa, non ricordo nemmeno più bene ma ben si vedono le cicatrici: i peli ritti degli alberi sulla creta e la riga escrescente delle nuove villette a schiera.

Passa a palate un elicottero. Così, adesso, posso andare a stirare. Qualcuno disse che lo faccio quando sono incazzata.

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