“La verità non si trova laddove non ci si può collegare?”

Si conclude così la quarta e ultima parte del saggio di Geert Lovink a cui sono arrivata tramite la segnalazione di omniaficta. 

Già altre volte Lovink, letto sempre poco e rigorosamente online, mi aveva eccitato scombussolato irretito.  Quest’ultima lettura me la sono copiata in bella, aggiustata nel carattere e nel corpo, in attesa di rivederla e rileggerla e studiarmela. Soprattutto la terza e la quarta parte contengono rilievi su cui mi sto arrabattando come mi piace fare.  Che ruolo hanno l’estetica e l’etica nel web, che senso ha l’interazione attraverso i commenti. Molto altro, ancora.  So che molti ridono della domanda “che ci faccio io qui?” anche se è rivolta al vivere, figuriamoci al bloggare, considerato da tanti, secondo me a gran torto,  un’azione dello stesso valore dell’ingollare un tramezzino.

Però in Lovink sento l’eco dei miei pensieri che risuona. Intravedo un’uscita da un tunnel che nevroticamente non vorrei imboccare. Non è lo scrivere a intorcinarmi nel suo vortice. E’ altro.  Su cui non ho ancora parole.

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5 risposte a “La verità non si trova laddove non ci si può collegare?”

  1. untitled io ha detto:

    sai la cosa più interessante di quello che dice Lovink, per me? E’ che non si può dire “sono d’accordo” ma solo qualcosa tipo “ci sono anch’io”. Questa sensazione, che anche tu descrivi qui, per me è l’essenza della rete. Lontana dalla continua confutazione, dallo scontro/incontro fra “opinioni”, dal “dibattito”, che sono cose antiche, da democrazia decrepita. Una cosa diversa: co-esserci, la sensazione di condividere un punto, ovunque esso sia, non appena questo “punto” ti viene mostrato, definito a sufficienza, fino a diventare un luogo anche tuo. Non so se mi sono capita ma non è questo il punto…

  2. parergon ha detto:

    l’esigenza di rimarcare la presenza e l’appartenenza è una delle prerogative della comunicazione contemporanea, ormai ridotta nella gran parte dei casi a presenzialismo senza messaggio / fascino e rovina in un colpo solo / ne scrissi anni addietro parlando dei graffiti e poi anche in merito alla fotografia digitale / tra l’altro non so se si possa parlare di condivisione, non essendoci nella maggior parte dei casi coscienza del medium e tantomeno delle sue reali potenzialità / non essendoci soprattutto l’intenzione di tracciare segni che si proiettino oltre loro stessi… /
    è una nota sospesa, la mia, as usual / e forse non c’entra nulla / lovink devo ancora finire di leggerlo, entro il fine settimana magari, se riuscirò a trovare un angolo di questo paesotto di montagna che non sia stato stuprato dalle ruspe e cementificato… /

  3. caracaterina ha detto:

    Ho riletto e devo dire che sono piuttosto perplessa: o che la traduzione fa schifo o che questi sono ancora appunti e c’è da aspettare il saggio. Fatto sta che ci ho capito poco. Quello che ci hai letto tu, Unts, c’è ma non capisco fino a che punto è sostenuto e fino a che punto è criticato come una debolezza immobilizzante del sistema. Lui scrive, ad esempio:”Esibizionismo uguale conferimento di poteri. Dire a voce alta cosa si pensa o si prova, sulla scia di De Sade, non è solo un’opzione – nel senso liberale di “scelta” – ma un obbligo, un impulso immediato a rispondere per esserci, assieme a tutti gli altri. ” ma anche “i blogger sono intrappolati dalle loro stesse contraddizioni interne nella “Terra della Non Scelta”. Intrappolati. E se è vero che “Bloggare non è né un progetto né una proposta ma una condizione la cui esistenza deve essere riconosciuta” , e va ben, scrive pure che “I blog esprimono paura, insicurezza e disillusioni personali, ansie in cerca di complici. Raramente vi troviamo passione (fatta eccezione per l’atto di bloggare in sé). Spesso i blog svelano dubbio e insicurezza su cosa si prova, si pensa, si crede e così via.” Il che può anche far parte di quella ricerca della verità ma in modo cinico e disincantato che lui descrive (e mi piace che ne parli in termini storici, in relazione a eventi ben definiti e non nell’iperuranio). Tuttavia, il “non esiste un altro mondo” di cui parla come dello sfondo nichilista in cui ci muoviamo, sembra, ai miei occhi, un po’ la causa diretta della risposta che lui dà alla domanda: “Perché la blogosfera è così ossessionata dal misurare, dal contare e dal feeding, e così poco dalla retorica, dall’estetica e dall’etica? ”
    E poi altro, ancora.

  4. untitled io ha detto:

    Ho appena finito di leggere la seconda parte (quando ho commentato avevo letto solo la prima). Quindi non dirò nient’altro fino a quando non sarò arrivata in fondo, mi riprometto. E mi accorgo (però) che con questo proposito mi rifaccio a una regola antica, estranea a quella che vige qui, ma legata (per quanto labilmente) alla mia formazione. Se dovessi seguire il mio istinto di blogger, invece, mi verrebbe di dire ora, qui, quali pensieri e quali emozioni sta provocando in me questa lettura – proprio ORA, che ho finito di leggere solo la seconda parte, e che il mio cervello non ha ancora sbrogliato nulla di quanto ho letto. Cosa è preferibile? cosa è proprio del bloggare? e soprattutto, cosa è MIO? Se avessi vent’anni, o forse anche trenta, probabilmente non mi sentirei su questo crinale – probabilmente, anche, questo crinale non appartiene al panorama di cui si tratta. E vedi, anche in questo mio commento di adesso: ho detto il mio dubbio, ma non la mia opinione, riservandomi di dirla (come mi hanno INSEGNATO) quando me la sarò davvero formata. Quindi sto bloggando, ma allo stesso tempo, come dire?, sono una blogger che ha dei colpi in canna… Quello che però so, per averlo sperimentato spesso, è che quando avrò tutti gli elementi per esprimere una mia ponderata opinione, non avrò più alcun interesse a elaborarla qui in rete, perché la mia curiosità sarà già distratta da altro. Cioè, ok, non è sicuro al cento per cento, ma insomma è molto probabile. Per intanto posto il commento senza neanche rileggerlo (ovvero: di nuovo mi dò presente, dichiarandomi ancora fortemente coinvolta da questo ragionare – insomma: sono ancora “sul punto”, e mi limito ad agitare le mani per segnalare la mia presenza, il mio insistere emotivo, su questo “punto”)

  5. caracaterina ha detto:

    D’accordo, si agita la manina, la si alza, si sta sul punto, si “fa” punto. Si fa un click, un numerino in più, gira il counter. Statistica.
    Dice: “i blog sono un dono per l’umanità di cui nessuno ha bisogno. È questo il vero shock. Qualcuno ha ordinato lo sviluppo dei blog? ”
    E in questo potlach, in questo spreco di dono in cui vince chi ha più commenti, più volume di relazioni, più alta la classifica c’è più esistenza? Qual’è la nostra trappola, dunque? Quella di sapere che non è il numero, la statistica, il click di mouse o tastiera che “conta” eppure non poterci sottrarre.
    Non si esiste anche riflettendo in silenzio? Non si E’ anche aspettando di dire? o ascoltando? Sì che lo sappiamo, eppure siamo qui.
    A me gli specchi piacciono, ci guardo e ci faccio guardare. Li evito solo quando ho gli attacchi di ipocondria, e allora è perchè sto male. Qui, nella rete, la maggior parte preferisce velarli. E questo è uno spreco che mi delude. E ho come l’impressione che deluda anche Lovink.
    Dice: “tutti i nostri movimenti e le nostre attività vengono monitorate e raccolte. Nel caso dei blog, ciò avviene non grazie a un’autorità invisibile e astratta ma ai soggetti stessi che registrano le loro vite quotidiane.” Ecco, penso, come trasformare un handicap- il fatto di essere monitorati- in un doppio vantaggio: la conservazione della memoria personale e collettiva e la padronanza dal basso di queste memorie individuali e comunitarie. Invece la comunità è diventata community e l’indifferenza (nevrotica e contraddittoria) del singolo occidentale per la memoria propria e altrui ha permesso che i gestori delle communities cancellassero, modificassero, distruggessero. Se ne parlava da te, ultimamente. E il risultato è che:
    “Quello che sembra essere un mezzo comune eppure personalizzato, user-friendly, dimostra di essere inaffidabile sul lungo termine. …
    L’età media di una pagina web è di sei mesi, così si dice, e non c’è alcuna ragione per credere che questo non sia vero anche nel caso dei blog. ” Tout se tient, eppure non facciamo che opporci.
    Ora basta, ho le pile scariche. Letteralmente. Qui è andata via la luce per il temporalone. L’enel dice elettronicamente che c’è un guasto nella mia zona.

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