Angeli novi

Ieri sera un’amica che credevo tornata a casa mi ha parlato da un letto lontano: rischi corsi e altri più immediati problemi, la catastrofe sfiorata e comunque tracce che restano a testimoniare, sospese, raccontabili con affanno: per un soffio molto è andato perduto, per un soffio non tutto. E un turbamento che avevo dimenticato si aggiunge al diaframma e minaccia il respiro e il turbamento primi che da tanto cercavo, che non speravo di ritrovare e che tengo vivi ascoltando. Avrei voluto tornare a sognare, la notte. Così è stato, perturbante di nuovo.

Berlino mi ha messo in moto l’inconscio, mi ha rivoltato come un guanto. Berlino la subliminale, la megalomane, la differente, rilascia il suo fascino a poco a poco, come quei farmaci che entrano nel sangue dopo essere passati intoccati fino all’intestino. Berlino la cammini e ti sembra solo vasta e gigante, la ricammini e ti appare familiare e vicina, la ricammini ancora e ritorna a sovrastarti. A Berlino ogni angolo sembra raggiungibile da ogni percorso ma, se arrivi, la prospettiva si sposta e gli oggetti si dislocano e ti giocano lo scherzo del maramao. Se invece ti sembrano lontani, ecco che ti appaiono improvvisamente accanto. Berlino, svuotata dalla storia e riempita dal futuro, dove tutto è possibile ma tutto è trattenuto insieme da una pressione così forte che è la sola bastante a far sì che la città non esploda e non si proietti in ogni direzione.

Ma a Berlino è necessario anche tutto quel vuoto che le si apre improvviso fra le strade e la lascia elastica, mobile, refrattaria all’implosione che quella pressione provocherebbe. Nessun’altra città avrebbe retto ciò che Berlino ha sopportato in equilibrio tensorio mantenendosi amabile, rimanendo molto amata. Dell’orgoglio berlinese e del suo amore di sè ho intuito anch’io, anch’io ho visto quel manifesto ma non sono entrata a guardare la storia tedesca e la celebrazione avvelenata che accompagna ogni ricorsione, ogni ricorrenza, persino la più civile e illuminata. Mi sono fatta bastare i titoli di due grandi quotidiani consecutivi nei giorni: nelle pagine della cultura, il venerdì Die Zeit si preoccupava della contrazione della lingua tedesca nel linguaggio parlato su internet, in forum e chat, a favore di un inglese imbastardito e andante (lo stesso che ho spesso sentito parlare per strada, nelle vie degli incontri transcontinentali, nelle vie dei flussi continui che scorrono minacciosi di merci trascinate dalla corrente del Kudamm oppure ingentiliti di gioia nelle vie del Mitte); il sabato la Frankfurter Allgemeine descriveva compiaciuta l’estensione progressiva di forme idiomatiche tedesche a oltre 70 paesi del mondo. Sapendo quel che si sa, e che a Berlino non dimenticano, a differenza di quello che sembra accadere, a pelle, in altri punti della Germania, questo amore non può non turbarti, ma se lo declini lungo l’Oranierburgerstrasse o all’incrocio degli Hackescher Hoefe o se vai camminando di notte attraverso i giardini del Montbijou sempre aperti e il bar sulla sabbia come una spiaggia incongrua sulla riva della Spree fino in punta al Boden, se declini questo amore alla gioia, il buio e la penombra diventano porte della percezione, diventano entrate di insights, aperture ai sensi diversi ai nonsensi ai doppi sensi alla danza che si trascina saltellando nell’umorismo appuntito del cabaret.

La Totentanz non si vede, se non compri le pietruzze e non le appiccichi al plexiglas turistico, se non guardi il poster. Ma se il restauro sarà come quello delle porte, tirate a lucido liscio provinciale dai falegnami che lavorano in strada col loro cupo accento orientale, non c’è problema: qui la Totentanz è morta. E avanti così che va bene sotto la Sonne.

Le belle puttane giovanissime sembrano pagate dall’ente turismo per rifare in strada l’Angelo azzurro, circondate come sono tutt’al più da studentelli in vacanza che al massimo della loro audacia arrivano a interpellarle fra le fughe sghignazzanti dei compagni imbarazzati. Altissime stanno ferme come statue isolate nei loro stivaloni alla coscia , a ondate sfiorate da un coacervo di masse umane indifferenti a loro, passeggianti con birra e gelato e borsette, qualcuna accenna ogni tanto ad accostare un passante che si sgancia veloce, sebbene con fare gentile. Non ne abbiamo vista una che una allontanarsi con un cliente, per ore, per sere. Dov’è il vizio? Dov’è la miseria in questo centro ossimorico? L’ambivalenza di Berlino è tale che non ti accorgi della tragedia e del disordine perchè sono la stessissima cosa della risata e dell’organizzazione. Un po’ come per la faccenda del tabacco, ad esempio: nelle stazioni è vietato fumare ma basta che tu entri nella navatina di un bar che si apre a lato della navata centrale e con essa in apertissima comunicazione non essendoci porta alcuna, ecco che sui tavolini appaiono i portaceneri e che tutti se la fumano con gusto, come se l’aria non circolasse da qui a lì. L’aria di Berlino, appunto, la Berliner Luft. Questa deviazione costante, questa tensione parabolica, questa discontinuità impercettibile fatta di scarti continui che si uniscono a lampi di archi voltaici. All’Est l’impressione è più forte.

Continuo a pensare a una città divisa. Per la maggior parte della mia vita questa città è stata divisa. E a me non sembra che siano passati già 18 anni. E dei giovani che non sanno nulla in fondo mi stupisco, sebbene sappia bene come sono le loro facce perplesse. Dev’essere stato così anche per quelli della generazione prima della mia, per i miei genitori che hanno visto la guerra. Devono averci guardati stupefatti della nostra inconsapevolezza e non possono non aver scrollato il capo davanti a noi che non sapevamo nulla. Per questo la mia generazione è sempre rimasta fatta di giovani. E i nostri figli ci appaiono poppanti. Qui, cioè là, a Berlino, il tempo è tutto in un punto. Non ho modo nè possibilità di chiederlo. Come avete fatto, a sopportarlo? I gestori dell’alberghetto in cui stiamo, ad esempio, avrebbero l’età giusta, soprattutto uno, per raccontarmela questa tagliola, questa separazione. Voltavano lo sguardo? Seppellivano questa ferita? Come potevano aggirarsi fra il muro e la guerra, fra il muro e il domani? Mi rendo conto che non ho mai letto nulla, in proposito. Che sapevo ma che ho fatto come se non fosse. Però io non stavo qui. Non toccavo col piede. Se accadesse alla città dove abito, ad esempio, se non potessi andare oltre Porta dei Vacca, ad esempio (oh beh, ma qui c’è il mare, come potrebbero tirare su un muro in mare? però… ) Lo sgomento delle transenne e dei cancelli di ferro del G8, per dire, lo ricordo bene come una tragica offesa, coi vecchi indignati che imprecavano che neanche al tempo di guerra … La zona gialla, la zona rossa e io che ero voluta andare a vedere, già “prima”, ed ero incredula e miseranda. I lunghi giri in autobus, per andare “di là”, e le svolte a piedi, i dietrofront davanti a vicoli da un giorno all’altro spariti. Quanto può essere disperante una città divisa è stata cosa di pochi giorni ma è un lungo ricordo che non passa. Come hanno potuto sopportare, se non per un amore orgoglioso?

Ora il muro se lo vendono, o ti ci fanno camminare sopra, lungo i segni tracciati per la memoria. La faccenda non mi indigna affatto, non mi sconcerta il folklore, lo preferisco comunque alle catene globali che inghiottono le masse di consumatori mondiali che scorrono veloci e intontiti lì sul Kudamm. Se Berlino fosse solo questo, o lo Zoo, un debito pagato, pur verde e fresco e con un ottimo selfservice, non varrebbe nulla. Sebbene anche qui, all’ovest, si aprano oasi, come la Fasanenstrasse che ci accoglie in un gardencafè alla Literaturhaus. E’ qui che abbiamo acquistato la possibilità di ascoltare la Bachmann. Cercavamo Celan, mi sa che lo compreremo sul sito. L’abbiamo sentita ieri, col mio povero tedesco sottoposto a una dura prova. Avevamo un’antologia e abbiamo potuto confrontare abbastanza da poterci sentire conturbati. Ha una voce appuntita e dolente, sottile e ondulata ma salda, come filo spinato, come una corona di spine. Una voce che ti porge l’ombra come se fosse la scia luminosa di un bengala, la striscia di luce di un raggio laser: Mein eisgrauer Schultergenoss, meine Waffe, mit jener Feder besteckt, meiner einzigen Waffe!

Ma la Berlino che ho visto è tutta in costruzione e in movimento. Verso dove? Verso dove? I potentati economici lo sanno, è ovvio anche questo, neppure questo mi sconcerta. Berlino e i suoi vuoti sono uno degli affari del secolo. E, nel mio piccolo, anch’io l’ho pensato che varrebbe la pena comprarselo un appartamento nel Mitte, dove larghi cartelli appesi alle finestre rifatte annunciano ripetuti Bueros zu vermieten. Angelina Jolie e Brad Pitt l’hanno appena fatto, di comprare casa nel Mitte, informa festante lo Z.B. della domenica, un quotidiano popolare di qui. Lo vedi, amore, che è un buon affare? ti dico spalmando di Kirschmarmalade il pane al sesamo della mattina. I loro commercialisti la sapranno ben lunga. Tu mangi prosciutto e formaggio. Ci prendiamo il caffè caldo dal bricco.

Berlino ha il futuro nell’aria, fra le ali degli angeli, un futuro sparso a carrettate negli spiazzi vuoti che si aprono ovunque, fra ristrutturazioni così cordiali che le case sembrano giocattoli, una facciata condominiale strisciata da un’installazione luminosa blu che si accende di notte, un’altra con riquadri di plexiglas (sarà plexiglas?) verde laser. E poi, un vecchio tram istoriato dagli streetwriters. Cocci di bottiglia sul marciapiede e parcheggi parcheggi parcheggi e strade dove c’è sempre posto. Tutto è in affitto, tanto è già venduto. Qualche stabile decrepito e pericolante si apre come un vecchio tronco, come un nodo resistente alla speculazione, non sai se omaggio alla memoria oppure strada laterale verso il domani. E file e processioni di giovani con improvvise bevute in sosta sul marciapiede, un anfitrione si arrampica a un lampione, officia con voce stentorea e arringa versando da una bottiglia, da due bottiglie, da tre, a un popolo di bicchieri protesi. Una stazione rituale che dopo poco riprende il cammino verso chissà quale santuario. Giovani giovani giovani giovani giovani. Dappertutto. E grandi gru che sorvolano giganteschi cantieri. E medi ammassi di pietre granitiche da pavimentazione dietro a due auto in sosta.

Berlino è uno skyline di linee curve che incrociano traiettorie lanciate, è un quadro di Klee, è un Giappone occidentale, un impero di segni sfreccianti in archi di parabole, in corde di circonferenze. E’ più mondi in un punto di tempo, è più tempi in un cerchio di mondo. Berlino è rettangoli, pure. Quelli della Bebelplatz, di bronzo di vetro e di vuoti bianchi come un’urna aperta e calcinata, quelli degli occhi di finestre da affittare, finestre chiuse, finestre aperte, vetrine di mondo, rettangoli di muro ridotto a rettangoli ridotti a pannelli ridotti a una striscia lunga di rettangoli per terra.

Trame sovrapposte e coincidenti, trame larghe, in cui tutto è sempre visibile, sempre sotto sempre intorno. Berlino è una città consapevole, ancora senza rimozioni (per quanto? 10 anni, 5?), ancora senza ingessature, senza caramellature o meringhe di storia. Berlino è una città tatuata, come un antico giovane polinesiano, muscolare con lievità, un corpo in voga. Berlino non sa la differenza fra poesia e prosa, sa di teatro in flusso, in danza, in corsa, come l’acqua della Spree sotto il cantiere, enorme, dell’isola, guardato dagli angeli.

All’Hamburger Bahnhof, alla fine, poche ore prima dell’ora del treno. Comincia a piovere, fuori, non pioveva ancora al cimitero di Hegel e Fichte, di Brecht e Marcuse. Qui, adesso, un concentrato di contemporaneità, eppure già Museo. Tanto lontani sembrano Kiefer e Beuys. Più Beuys, a dire il vero, con le sue armature feroci e sempre spianate in conflitto, là dove il metallo di Kiefer sembra leggero come questo nord in volo.

Molto altro sta nel mio taccuino, e lì resta, col desiderio di tornare lassù mentre l’Italia mi sembra sempre più lontana e mi chiedo cosa ci si viene a fare, qui. Nei giornali di là l’Italia non c’è, se non per via degli incendi.

E restano nella mia testa i sogni che Berlino mi ha mosso, giovani morti, compagne che si sposano fra loro, la mia amica sognata in una maniera così parallela che non incontrerà mai il letto d’ospedale in cui invece era finita, gli amici scomparsi e fedifraghi, la nube tossica e l’allarme senza reazione.

Si cambia foglie sulla stessa radice, sempre più fonda. Berlino mi ha piacevolmente invecchiata.

Ho sempre detestato le relazioni della gita, il dover mettere in fila, il narrare secondo un povero schema crono-fattologico l’incontro col mondo. La relazione è una rovina dell’esperienza, del dare-avere con interesse e senza alcun conto pari che un viaggio dovrebbe essere. Fare una relazione è come voler pareggiare i conti e il resto=zero. Che ti sei mosso a fare, allora? Tieniti, invece. Tieniti forte questo mondo di ricchezza. Tieniti lo spazio delle piazze nella luce delle nove di sera, tieniti lo sguardo verso l’alto. Se guardi le statue sulla cupola capisci Wenders e la sua Sehnsucht

Se volete cartoline del mio passaggio le trovate di là, lì sopra o qui accanto. Rientrata a casa ho cercato altri blog che ne parlassero, tutta presa dell’incantesimo che questa città disincantata ti lancia. Ho trovato spesso la parola “innamorato”, a proposito di Berlino. Capisco bene. Ma fra quelli che ho letto quello a cui mi sento più vicina è qui.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in diagonali. Contrassegna il permalink.

8 risposte a Angeli novi

  1. parergon ha detto:

    è un post così denso e speciale che un po’ toglie le parole […vorrei saper scrivere anch’io simili annotazioni sui miei taccuini!] /
    ti ringrazio per le osservazioni: un modo di guardare la città più da vicino per me che non ci sono mai stata /
    bentornata / P

  2. calais ha detto:

    Si.
    Poi vengo anch’io qua

  3. calais ha detto:

    prima di andare a Berlino lesi Sebald, Sobre la historia natural de la destrucción, per animarmi al movimento, suppongo. Parla Sebald del silenzio civile tedesco alla vista dell’olocausto. Un silenzio che si mangiò 3.500.000 abitazioni distrutte, milioni di tonnellate di macerie per testa, 600.000 vittime della guerra aerea, 7.500.000 uomini senza casa vagabondando per il paese, donne coi figli morti in valiggia camminando per strada. Poi arrivai alla città, giorni dopo, una mattina bellissima di agosto. Lo spazio scorreva libero per ore come le biciclette. Gli storni coprivano un momento il cielo, alle 9, usciti dietro la cupola della cattedrale; subito andavano e il cielo schiariva. Nei lampioni, i ragni tessevano rete fittissime circa lo Spree che passava lento. Nelle terrazze, nei bicchieri d’api & birra, il tempo mollava.
    Presso il giardino zoologico, l’ago d’una chiesa bombardata saliva tale quale rimase un giorno, rotta contro una nube bianca.

    Non so se la memoria così circola, all’aperto

  4. caracaterina ha detto:

    Proponi un tema estremamente interessante, calais: il rapporto fra la memoria e lo spazio (e non, come di solito si fa, fra memoria e tempo che, per altro allo spazio è strettamente correlato e non solo nella fisica classica). Non lo so neanch’io, qualcosa so che scrive Augè, parlando dei “luoghi della memoria” ma dovrei andare a rileggere. In proposito, mi viene in mente soltanto che Topographie des Terrors è un museo all’aria aperta.
    Non ho letto quel Sebald, l’ho cercato oggi da Feltrinelli ma, naturalmente, non essendo l’ultimo uscito, non l’avevano …

  5. Nostalgia ha detto:

    Bellissimo ti fa venire voglia di fare la valigia e partire. Quasi quasi proporrò come meta per la gita scolastica Berlino con relazione facoltativa da parte dei partecipanti!!!

  6. Carla Polastro ha detto:

    Sto per partire per Berlino, città in cui non ritorno da moltissimi anni e le tue parole, così suggestive, mi faranno da viatico.

    Grazie per averle scritte e condivise.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...