e venne il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò

Ognuno ha le sue icone, ad esempio nei film. Una delle mie è Barton Fink ma non c’è alcuna ragione cinematografica e questo link che metto non sta qui perchè tiene una recensione molto colta e citazionista da intellettualino d’essai, illeggibile per la lingua e prima di tutto per l’orrenda impaginazione. Ma perchè è l’unica abbastanza esauriente di quelle in italiano che ho trovato in cui nella trama si dica che il personaggio di Charlie Meadows fa il venditore. Insurance salesman, dice un altro link. Ed è questo che ne fa per me un’icona. Perchè è a quest’uomo terribile che immediatamente io penso quando penso a un commerciante. Nessun’altra faccia se non quella di John Goodman in questo film. Proprio nessun’altra, di nessun venditore reale, per quanto terribile o mostruosamente simpatico. Nemmeno quella del venditore nostro per eccellenza, nemmeno quella di un meraviglioso senegalese che fu l’unico mai con cui mi divertii un mondo a contrattare il prezzo di una statuetta di bronzo forse, chissà, del Benin, nemmeno quella di certi (ex?) amici miei che trasformavano tutti i loro clienti in amici con cui andare a cena e scambiarsi le case.

Perchè io coi venditori c’ho un problema. Li guardo affascinata come fossero serpenti corallo. Ammiro certe facce e certi modi da pescecane dei grandi mercanti, capisco il piacere intimo e profondo della trattativa, della contrattazione, ma non potrei mai e poi mai fare come tutte quelle persone  che trovano ovvio naturale e perfetto entrare in un negozio e mettersi a chiacchierare con commessi e negozianti e, a partire dal feticcio che sta lì sul banco o addosso al cliente, intavolano una relazione universale.

Sono un’acquirente da supermarket. Mi sento protetta dall’anonimato con cui sfilo davanti agli scaffali, mi sento libera se posso toccare e rivoltare e guardare prezzi e ingredienti e percentuali. Ai commessi che a volte si profilano nell’angolo dell’occhio e si avvicinano dichiarando l’ovvio (posso essere utile? se ha bisogno chieda) fatico a non rivolgere un ghigno congelato e congelante. Non voglio intrusioni nel mio camerino nè nel mio frigorifero. Non tirerei mai sul prezzo ed evito i posti dove farlo è nelle regole del gioco.

Ma non sono in pace con me stessa. Credo che questa idiosincrasia che mi impedisce di vivere come un unicum casa e bottega, che mi induce a tenere separati l’intimità di una trattativa “sentimentale” e lo scambio in oggetti e denaro sia sintomo di una specie di mutilazione. E mi colpisce, mentre scrivo, che le parole mutilazione e mutismo inizino alla stessa maniera.

Non mettere il cuore negli affari e gli affari negli affari di cuore, diceva mio padre. Ma non è questo, non è questo. E allora cos’è?

Non ho nemmeno mai creduto che il denaro sia lo sterco del demonio e non ho altre preclusioni ideologiche verso il “mercato”. Anzi, sono convinta che la trattativa mercantile sia la forma di conflitto più accettabile su questo pianeta e che i commercianti (prendendo, se possibile, la categoria in astratto) siano meno interessati alle guerre di quanto certi slogan (altre forme di mutilazione) inducano a credere. Se ci lucrano sopra è perchè comunque chi è capace di commerciare è capace di trarre vita anche dal disastro, come la Madre Courage di Brecht.

Ecco, forse è proprio questa capacità di attraversare il disordine del mondo facendosene penetrare quello che mi fa più paura.

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17 risposte a e venne il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò

  1. caracaterina ha detto:

    Beh, a quanto pare a vivere con una certa ansia la tipologia “commerciante” ci son solo io. Tutti grandi comunicatori i miei quattro lettori. Tutti capaci di erotizzare, cioè rendere affettuosa e confidente ogni transazione economica. Tutti seduttori. “Ecco, venga! Ho proprio quello che fa per lei!” Fra tutti i caratteri di commerciante, quello che preferisco è la tipologia genovese, com’è noto burbera e, per molti, indisponente. “Mìa, se lo vuoi è qui, se no ti arrangi”, questo è quanto spessissimo “comunica” il mercante genovese tradizionale. Che uno abituato ad apparentemente più sofisticate leggi di marketing e packaging e altri -ing non si spiega come abbiano potuto commerciare per secoli e secoli (e ancora oggi) col mondo conosciuto. Ma ecco, questa capacità di non nascondere il conflitto che c’è in ogni trattativa e il gioco di potere di ogni seduzione e manipolazione dell’altro è proprio il modo migliore, per me, per rendere “libero” il desiderio. Ha qualcosa del tango.

  2. PlacidaSignora ha detto:

    A me piace molto la vecchia bottega, piace che mi si aiuti e mi sia dia consigli, piace concludere chiedendo, come faceva nonno Guido “Quanto fa ristretto?” ;-D
    Solo che non ce ne sono quasi più di botteghe così.
    (Mi stai diventando una tangomane anche tu? ;-**)

  3. f_e_d ha detto:

    io, caracate, sono proprio te allo specchio. perciò non ho scritto (prima). a che pro? hai scritto tutto tu.
    salvo, però, che in qualche rara occasione, e con un gusto impensabile, nei mercatini, mi sono messa persino a tirare sul prezzo e lì sì, si è scatenata la libido.
    non solo la mia, la libido relazionale, l’io-tu, il divertimento, il gioco, l’eros.
    mi sono resa conto d’avere questa cosa nel sangue, nel dna, molto camuffata peraltro. e pensare che anni fa ad Istambul nel loro immenso mercato pensavo di svenire, nonostante le cose magnifiche esposte e gli odori. per questi arabi che ti stavano addosso, gentilissimi, e io mi sentivo ‘impigliata’ in una dinamica relazionale che aveva più a che fare con la cattura che con l’acquisto, con la seduzione.
    il disordine del mondo posso attraversarlo con una certa lievità. il più è quando qualcuno vuole sovrapporre un ordine (altro) al disordine del mondo.
    forse quel che non tollero veramente è il troppo civilizzato. le commesse che ti dicono quanto sia ‘raffinata’ quella cosa piuttosto che un’altra, e con sussiego.
    uno scambio più primordiale e semplice, all’aria aperta e senza troppi codici, mi mette di buon umore e scatena in me l’istinto della cacciatrice. fors’anche della predatrice. bambina.
    e scopro che gli altri si divertono quanto me e che è una lotta (un conflitto, come dici tu) ritualizzato. non si fa male nessuno.
    un corpo a corpo, persin amoroso, come tutti i corpo a corpo.
    e più dura l’atto in sè più è forte il piacere.

    (rare radure che interrompono timidezze estreme velate da supponenze visibili)

  4. pessimesempio ha detto:

    Io, la terzalettrice, ho letto e non ho risposto, per mancanza di attività cerebrale in questo momento dell’anno. Comunque, io non amo molto fare la spesa nei supermercati (lo so, lo so l’argomento non è questo, ma io oggi colgo questo particolare)e preferirei fare la spesa nei negozietti, ma faccio la spesa nei supermercati, perchè 1.è più comodo, trovi tutto lì ( o almeno credi) 2. di negozietti non ce ne sono quasi più ( e li rimpiango, perchè quando sono venuta a stare qui, in questo quartiere ce n’erano tanti e ci chiacchieravi con i negozianti e con i clienti. Magari ti rubavano un tanto all’etto, che tu eri distratta, ma almeno ci si salutava) . Quanto a tirare sul prezzo non sono capace, si vede subito che non ci so fare, che sono poco convinta. Da piccola mi vergognavo come una ladra di mia madre che invece provava sempre e magari strappava le cinquento lire di sconto. Non ho mai pensato, fino all’età adulta, che i commercianti fossero ladri, pensavo solo facessero il loro mestiere. Forse in fondo lo penso anche ora. La terzalettrice ti saluta, dopo questa smencia prestazione.

  5. caracaterina ha detto:

    Mentre, un attimo fa, stavo trafficando su aNobii (che non ho mica capito se mi piace, anzi no, lo so, non mi piace, se penso al significato che per me hanno i libri e lo confronto con quello che, al momento, ci posso fare lì dentro ma sto deviando, basta)… Insomma, cercavo un punto per inserire un commento sotto il mio Frammenti di un discorso amoroso. Ricordavo qualcosa ma nebulosamente. Era il capitoletto per me centrale di quel libro, ovvero INDUZIONE, sottotitolo: “Mostratemi chi devo desiderare”. L’esergo fa così: “L’essere amato è desiderato perchè un altro o degli altri hanno segnalato al soggetto che esso è desiderabile: per quanto speciale esso sia, il desiderio amoroso viene scoperto per induzione”. La pubblicità è l’anima dell’amore, quindi. Duro da digerire per il romanticismo ma E’ così. D’altronde, non si diceva, alla maniera degli antichi, commercio amoroso? E non per indicare la prostituzione, neh.
    Ora: le chiacchiere coi negozianti del quartiere perchè fanno davvero piacere? E quando mi ci invischio (e mi capita pure)piacciono davvero anche a me, intendiamoci. Ma non riesco mai a farmi coinvolgere fino in fondo perchè tengo sempre intimamente separati i due piaceri: quello della relazione da vicinato, che dà il senso dell’appartenenza, della condivisione di esperienze e pettegolezzi (leggi conoscenze) e quello più spinto, più erotico e da passo a due (no, Placidì, non credo che sarò tanguiera o tanghera, anche se non si può mai dire ;)).
    Invece i commercianti amiconi, simpaticoni, che spingono troppo sull’appartenenza e la condivisione da community, che si mostrano così protettivi e in fondo padroni dell’oggetto del tuo desiderio – comprese le commesse irrinunciabilmente modaiole di cui parla f_e_d – mi reprimono in modo per me fastidioso il lato erotico. Mi danno la sensazione che vorrebbero che lo rimuovessi e che mi facessi prendere “a mia insaputa”, ad esempio, che mi lasciassi derubare un tanto all’etto :).
    Al contrario, proprio perchè il gioco era scoperto e “alla pari”, è andata bene col senegalese (;!) (o va bene nel supermercato di cui conosco le seduzioni) e per questo mi piace la tipologia del commerciante ligure, da passionale freddo. Il secondo frammento del capitoletto che dicevo, infatti, fa:
    ” Per indicarti dov’è il tuo desiderio, basta proibirtelo un po’ […]. X desidera che io sia lì, accanto a lui, lasciandolo però un po’ libero di muoversi: devo essere elastico: a volte è necessario che mi allontani, senza però andare troppo lontano. […] Questa dovrebbe essere la struttura della coppia “perfetta”: un po’ di proibizione e molto gioco; designare il desiderio e poi lasciarlo, proprio come fanno certi indigeni ben disposti che vi indicano la strada senza però insistere per accompagnarvi”.

  6. pessimesempio ha detto:

    INfatti. Quelli di cui parlavo, i negozietti, sono quelli una volta, senza tante pretese, truffaldini di natura e conformazione, più che per scelta di conformismo ed esigenze commercial-economiche. Poi amche la figura del commerciante si è venuta adattando alle mode e alle caricature che di lei si son fatte e ha peso la sua naturalezza. Quelli che rimpiango di più sono quelli degli esordi (miei) nel quartiere, quando ancora nessuno mi conosceva. Poi, a dir la verità, io non sono neanche una che parla tanto, anzi son piuttosto scontrosa, ma mi piaceva camminare sul marciapiede e vedere Sandro il fruttivendolo o la Tonina pizzicagnola sarda che mi faceva un sorriso. Insomma, di loro almeno sapevo il nome. Tu conosci i nomi delle cassiere che pure ce l’hanno il loro bravo cartellino?

  7. Pingback: comunità « scompartimento per lettori e taciturni

  8. caracaterina ha detto:

    No, lo guardo e lo dimentico. Mia madre li conosce, lei che va nel supermercato sotto casa, una Conad di quartiere. Ma a mia madre, vecchietta che non ha altre conoscenze se non quelle di vicinato, interessa la relazione coi vicini in quanto VICINI. E se per intrecciarla deve parlare del peso del prosciutto o del costo del riscaldamento non importa. Se a me interessasse diventare amica della cassiera, la chiamerei per nome, ma non in quanto cassiera. Che senso può avere, ai fini di un’eventuale amicizia, che quella mi passi o no il dixan sopra il decoder? Ma nemmeno se fosse la panettiera che fa il pane nel forno a legna di un tempo avrebbe importanza. E se, d’altra parte, trovassi affascinante, nel caso, mettermi a contrattare (a questo punto m’immagino cose esotiche come stoffe damascate o setose o comunque lontane nel tempo come intere partite di vacche di razza frisona – avevo un prozio particolare, mediatore padano di bestiame. mitico), se, insomma, volessi godere dell’intrallazzo e dell’affare, anche lì, importerebbe DAVVERO, il nome? O non sarebbe come in quelle storie, le scopate senza cerniera, in cui si va a letto con uno sconosciuto da urlo?
    Sbaglierò, non sono sicura di quello che dico. Capisco l’importanza del “fare” e che anche un chilo di melanzane compravenduto può essere lo strumento da cui nasce un rapporto. Le relazioni si intrecciano nella realtà di un fare, in effetti. Però mi rendo conto che ho la tendenza a bypassare ciò che uno “fa” o “ha” nell’intavolare un rapporto, per puntare direttamente a ciò che mi sembra che uno “sia”. O a dove “guarda”, alla prospettiva che assume nei confronti di ciò che fa o possiede o, persino, è e desidera.

  9. caracaterina ha detto:

    Naturalmente, in questo modo, divento molto selettiva nei rapporti. Il che ha le sue note dolenti, ovvio.
    Ma l’indifferenziato della massa dei rapporti, che è l’optimum per il commerciante “amicone” così come per le multinazionali che determinano il trend e il brand, il target e marketing, o, altrettanto, per le communities a cui bastano pochi segni esteriori iperinvestiti affettivemente per sentirsi tali, mi allontanerebbe da quella differenza che è davvero “l’altro”. Se perdessi di vista “quella” differenza, allora sì che non ci sarebbe relazione.
    Chiaro che c’è tutta un’enorme terra di mezzo, fra i due estremi della relazione intima (duratura o puntuale, non importa) e l’indifferenziato alienante. In questa terra di mezzo si mescolano piani e forme dell’incontro e del contatto. Ci stanno i vecchi bottegai e le nuove cassiere e persino, in qualche caso, le voci dei call center.
    Ora esco e vado alla coop. Se è in servizio, cercherò di far la fila alla cassa dove sta quel giovanotto coi capelli un po’ lunghi e gli occhiali: è il più svelto, il più professionale e, insieme, il più distaccato e sereno. E poi assomiglia a Orlando Bloom.

  10. Deli ha detto:

    :-) Addunque. Nelle mie radici familiari ci stanno 4 professioni: contadino – maestra da parte di madre e scalpellino – venditrice ambulante (di quelle dei mercati) da parte di padre. Dell’essre maestra mi è infine toccato, più meno, di fare i mercati con le bancarelle ci ho nostalgia, di non averlo mai fatto.
    Ci sono commesse e mercanti che sanno vendere, aspettando senza assillare. A volte compro delle cose se la persona è davvero in gamba. Se sa convincermi senza infastidirmi. E di solito glielo dico. Amo chi sa fare il suo lavoro bene. Poi mercanteggio con la gente del maghreb, che solo loro ci si divertono davvero. Gli altri non mi pare.
    Non sono capace di reggere conversazioni “frivole”, sno troppo seriosa: Ma ascolterei delle ore chi sa parlare riempiendo pomeriggi senza perdere il filo (mi distraggo troppo lo so). le parrucchiere per esempio: bravissime.
    :-)

  11. Nostalgia ha detto:

    Io amo la bottega e il rapporto umano/complice con chi mi vende nella speranza non solo che non mi freghi, ma che sia lì a mia disposizione, pronto a capire e soddisfare le mie esigenze. Da bambina mi piaceva andare nella latteria di quartiere, fare la merenda e dire ” poi viene la mamma a pagare”. Mi dava un senso di appartenenza, era tutta una comunità in cui tutti ci conoscevamo e ci riconoscevamo. Così come era bello trasformare la sera la “sala”di casa mia in una “sala di visione” davanti alla TV, io sdraiata sul tappeto a guardare tutti come un topolino, i vicini con le sedie,i commenti e la mamma a fare gli onori di casa. E sono cresciuta così felice di andare a prendere il caffè o a fare quattro chiacchiere con i vicini,comprare e parlare con i negozianti sotto casa, essere disponibile ad aiutare chi aveva bisogno. E sono ancora così;ho cambiato quartiere, mi sono spostata a ponente, ma anche qui sono riuscita a crearmi la mia piccola comunità: macellaio,stronzo, ma con una carne buonissima e che soprattutto non mi ha mai tirato il pacco, pescheria con commessa che mi fa gli occhi brutti per indicarmi che il pesce non è dei migliori, negozio di abbigliamento che ormai conosce i gusti miei e dei mie familiari, vicini di casa che sono diventati amici. E anche alla COOP è così con alcune commesse/i cassiere/i.
    Chi non riesce a capacitarsi di tutto ciò è mio marito, che ama per lo più rispondere a monosillabi !!!

  12. Giulia ha detto:

    A me piace il negozietto piccolo quando tra me è la commessa si crea simpatia e non mi forza a comprare, anzi sa dirmi quando una cosa mi sta male, ma sono sempre più rare le istuazioni. Come te detesto invece quando guardo le cose con calma e mi spunta fuor qualcuno con la fatidica frase: posso esserle d’aiuto. Esco subito. Ciao Giulia

  13. Pingback: Ambient advertising « VAGHE STELLE DELL’ORSA

  14. Pat ha detto:

    Io pure mi sento un acquirente da supermarket. Ma anche da grande magazzino e da e-commerce. Una cosa che poi non riuscirò mai a fare è “contrattare” col venditore. Non so se hai mai comprato una macchina, ma le situazioni più “difficili” sono coi venditori d’auto, sopratutto quelli vestiti da venditore d’auto!

  15. Pingback: Fior di cappero « VAGHE STELLE DELL’ORSA

  16. iceceitle-online ha detto:

    necessita di verificare:)

  17. Karin Dunbar ha detto:

    If only I had a nickel for each time I came here.. Amazing read!

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